A proposito di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?

 

Votantonio... Votantonio... Votantonio... Italiani! Elettori! Inquilini, coinquilini, casigliani! Quando sarete chiamati alle urne per compiere il vostro dovere, ricordatevi un nome solo: Antonio La Trippa. Italiano! Vota Antonio La Trippa! Italiano! Vota La Trippa!Votantonio... Votantonio... Votantonio... Italiani! Elettori! Inquilini, coinquilini, casigliani! Quando sarete chiamati alle urne per compiere il vostro dovere, ricordatevi un nome solo: Antonio La Trippa. Italiano! Vota Antonio La Trippa! Italiano! Vota La Trippa!

Sì, ar sugo!

Quando andrete alle urne per compiere il vostro dovere votate la lista PNR, Partito Nazionale Restaurazione. Scegliete un numero solo che è tutto una garanzia, tutto un programma: 47...

...morto che parla!

E fesso chi non sta zitto! Ma guarda che numero che mi hanno dato...

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La politica, un noioso passatempo

Come uomo, egli era un controsenso. Se sotto certi aspetti (la curiosità per i nuovi corsi della società, l’irriverenza verso i politici che volutamente chiamava politicanti, l’insofferenza nei confronti di alcune ipocrisie) era di una freschezza sorprendente, libero e folle quanto e più dei giovani, per certi altri restava un tipico esponente della sua generazione; un uomo, insomma, abbarbicato a una visione antica di alcune faccende della vita, che a volte assumeva atteggiamenti da Gran Muftì rendendosi abbastanza insopportabile con i suoi: «Non si deve! Non si può! Non si fa! »

Politicamente, non era un impegnato, e anzi era quasi impossibile puntualizzare il suo pensiero. Non perché propendesse al nostrano banderuolismo ma perché in ogni corrente politica trovava una cosetta o due da salvare e il resto da gettare schifato nella pattumiera. Cosi aveva elucubrato un suo credo personale: non so come si materializzasse in sede elettorale, ma so per certo che in sede umana raggruppava in un unico polpettone un certo numero di ingredienti disparati: un pizzico di nostalgia molto romantica per la monarchia, un nonnulla di consenso per la rispettosità centrista di alcune istituzioni, una dose di ammirazione per l’intransigenza destrorsa a certe trasgressioni, una spolverata di propensione per l’idealismo alla Cristo di un determinato socialismo, un pugno di consenso per le promesse sinistrorse di un benessere generale purché scevro da un vero livellamento sociale perché "le differenze di ceto tanto esisteranno sempre, se non altro per un fattore biologico, e si vedono lampanti, come nei cani di razza e non, ad esempio su una spiaggia dove tutti seminudi indossano uno straccetto eppure fisicamente noti subito le origini di uno anziché di un altro."

Era convinto, inoltre, che, magari a rotazione, una categoria un tantino superiore a un’altra sarebbe sempre esistita perché l’ambizione di migliorare faceva parte della natura umana e sradicarla era un compito arduo e neppure troppo equilibrato, poiché, come conseguenza, avrebbe smidollato l’uomo togliendogli il pungolo per mettercela tutta. Esempio vivente ne erano tutti coloro che, conquistato dal nulla un briciolo di benessere, si tramutavano automaticamente in piccoli borghesi parecchio attaccati alle loro proprietà. E altrettanto avrebbero fatto gli ex poveracci di domani. Era convinto, inoltre, che, magari a rotazione, una categoria un tantino superiore a un’altra sarebbe sempre esistita perché l’ambizione di migliorare faceva parte della natura umana e sradicarla era un compito arduo e neppure troppo equilibrato, poiché, come conseguenza, avrebbe smidollato l’uomo togliendogli il pungolo per mettercela tutta. Esempio vivente ne erano tutti coloro che, conquistato dal nulla un briciolo di benessere, si tramutavano automaticamente in piccoli borghesi parecchio attaccati alle loro proprietà. E altrettanto avrebbero fatto gli ex poveracci di domani. Forse, a giudicare da un episodio accaduto a Cerignola, vicino a Foggia, durante la lavorazione di Gambe d'oro, quando un comizio superaffollato era stato disertato con un fuggi fuggi generale non appena si era sparsa la voce che lui girava una scena poche strade appresso e il parlamentare di turno si era ritrovato sul podio con il discorso preparato e la piazza vuota mentre il suo disperso uditorio si accalcava per vedere Totò, bene avrebbe fatto a fondare un partito tutto suo, come infatti gli fu offerto.

A tutto commento dell’episodio di Cerignola, Antonio aveva borbottato: "Beh, come buffone, si vede che batto l’Onorevole." Sosteneva anche che "l’attore ha oltretutto il dovere di essere apolitico poiché campa al servizio del pubblico che, si presume, ha un suo credo, e deve divertirlo sfottendo questo o quello senza urtargli la suscettibilità come accadrebbe fatalmente se, essendo militante in un determinato partito, prendesse per il culo il personaggio di un partito opposto."

Comunque, tra le pareti di casa nostra, molti politici dell’epoca avevano un soprannome e con questo erano sempre indicati da lui. Giovanni Gronchi era Piede ’e Papera, la coppia Einaudi la Gatta e il Volpe, Gava e Zaccagnini, che a quei tempi venivano ripresi invariabilmente in coppia, i Fratelli De Rege, De Martino ’O Cane ’E Presa, ovverossia il molosso napoletano, Berlinguer Stanlio, Nilde Jotti la Pacchiana, Andreotti l'Aspirante Sagrestano, Leone 'O Paglietta, Preti, che stangava con le tasse e affermava di vivere con poche centinaia di lire al giorno, Panza ’e Broccoli, la Merlin, a cui attribuiva la recrudescenza dei crimini sessuali, La Signora Omicidi, Fanfani Centocervelli, Emilio Colombo, sempre azzimato e studiatamente inappuntabile, Cacabene. Paolo VI, che puntuale la domenica e ogni due per tre si affacciava benedicente al balcone, era l’Orologio a Cucù.

"Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fori) - Feltrinelli, 1977


L'attore è al servizio solo del pubblico

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Politicamente Totò era eclettico e comunque non amava discutere di politica, essendo convinto che le discussioni tra persone che hanno idee diverse, non servono a niente. Consapevole che nessuna dottrina politica e quindi nessun partito possedesse tutta la ragione, la sua visione dei problemi sociali e dei partiti organizzati per risolverli affondava le radici in un presupposto condiviso, in fondo, anche con Pulcinella: le sofferenze - fame, mancanza del lavoro, dell’amore e degli affetti - sono intrinseche alla natura umana e si abbattono sugli individui come la pioggia o i terremoti, e soprattutto non possono trovare una soluzione attraverso l’azione concreta di un partito. In sostanza, gli esseri umani devono risolvere i loro problemi sociali attraverso la semplice loro iniziativa individuale, ossia, proprio come sosteneva Pulcinella, arrangiandosi.

In Totò convergevano, in una visione politica più di natura sentimentale che pragmatica, l’ideale monarchico e quello socialista, anarchia e ordine, pace e guerra, secondo un’unità dialettica che superava le opposizioni in una sintesi originale, anche se scarsamente elaborata.
Toto
Quando veniva interrogato in proposito, amava definirsi, con un certo compiacimento, «monarchico, anarchico, centrista, socialista e idealmente cristiano»: insomma tutto e il contrario di tutto. All’interno di questa esibizione volutamente qualunquistica, Totò, anche per la sua adesione alla massoneria, aveva due punti fermi: era sinceramente antifascista e anticomunista.

Il suo antifascismo, nonostante la foto di Totò con la cimice del PNF sul set di Due cuori tra le belve, nel 1942, dovuta a motivi contingenti, costituì un motivo di grave rischio per la sua vita.
Totò cimice PNF
Dopo l'8 settembre, in piena occupazione nazista, Totò in teatro prese in giro il Fascismo e i conformisti paragonandoli satiricamente a delle pecore:

lo penso alle mie pecore / che tirano a campar! / Io penso alle mie pecore / che fanno tutte... mbè... / Io penso alle mie pecore / che han smesso di belar! / Io penso alle mie pecore / che son stanche di belar!

Ne seguì una denuncia seria, alla quale l'attore si sottrasse in modo rocambolesco, prendendosi poi una rivincita dopo la liberazione di Roma, nel giugno 1944, con una scena in teatro, nella quale Hitler impartiva ordini in una grande sala e poi si ritirava in stanze sempre più piccole, fino a entrare in un misero cesso, dove trovava la fotografia di Mussolini attaccata al muro. Irritato, Hitler staccava la fotografia e la gettava nel water.
Le sue simpatie monarchiche, da inquadrarsi in un contesto romantico e nell’ambito di una consolidata tradizione napoletana, divennero manifeste nel 1958 nel corso della popolarissima trasmissione televisiva “Il musichiere”, determinando un vero e proprio incidente che occupò le prime pagine dei giornali. Durante una breve conversazione con Mario Riva, Totò si lasciò infatti scappare l’esclamazione non prevista nella scaletta «viva Lauro!», entusiastico apprezzamento per Achille Lauro, armatore e politico napoletano a capo del Partito Monarchico Popolare.

"Totò in 100 parole" - (Ennio Bìspuri) - Gremese, 2014


La verità sull'episodio del 1958 al "Musichiere"

Antonio ebbe un grosso contrasto con la RAI per il Musichiere. Si lasciò sfuggire questa frase, «Viva Lauro!», frase che - posso testimoniarlo fino alla fine - aveva detto non perché fosse un sostenitore del comandante Lauro ma perché era il momento in cui Lauro dava la pasta, i pacchi dono, sembrava che facesse qualche cosa per la popolazione di Napoli. L'aveva detto in questo senso. Successe l'ira di Dio e la RAI non lo cercò più per molto tempo.

"Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fori) - Feltrinelli, 1977


 

«La mia tendenza politica? Liberal-social-democratico-monarchico-repubblicano!»

Il necrologio apparso sui quotidiani del 18 aprile 1967 col quale la massoneria italiana partecipava la scomparsa di «Fr. Antonio de Curtis 30» non mi colse di sorpresa. Sapevo che Antonio era massone. Lo avevo appreso per caso verso la fine degli anni Cinquanta. Fu a Napoli, al bar dell’Hotel Excelsior, dove lo vidi scambiare strani segni con un tale seduto al bancone e gliene chiesi il motivo. Mi disse che quella era la gestualità convenuta, appunto, fra i massoni per riconoscersi ovunque. Che essendolo era da tempo «in sonno», poiché riteneva che questa associazione si fosse distaccata dai presupposti etici su cui si fondava; ossia, tra l’altro, la lotta all’ignoranza, la liberazione da ogni pregiudizio o fanatismo religioso, l’aspirazione alla fratellanza universale. E quindi aggiunse: «Però, anche “dormendo”, il così detto sacco della vedova pro diseredati io lo colmo lo stesso per i fatti miei». Mi risulta difficile, comunque, immaginarlo appartenente a qualunque consorzio perché, come soleva dire e dimostrare, egli non si faceva mettere «il ferro in capo» da nessuno, dedicando ai politici, ai prelati e a coloro che riteneva «caporali» la stessa feroce irriverenza, mentre tutt’altro atteggiamento aveva nei confronti della magistratura, per la quale nutriva grande rispetto. Diceva anzi che, se lo avesse avuto, un figlio magistrato sarebbe stato il massimo dei sogni. Poteva essere un allineato l’Antonio che, vedendoli nei telegiornali, paragonava senza distinzioni «a cani intorno a un osso» i deputati che trascendevano nelle zuffe a Montecitorio? O quello della sera, in una via di Cerignola per degli esterni di Gambe d’oro, nella stessa data e ora in cui nei paraggi si svolgevano un paio di comizi elettorali, che esclamò: «Evidentemente come buffone batto gli onorevoli!» apprendendo come, al fatidico «Azione! » urlato in un megafono, i politici giunti da Roma si fossero ritrovati ad arringare il vuoto dall’alto dei rispettivi palchi perché gli astanti si erano precipitati in massa a vedere Totò nelle riprese?
Altrettanto improbabile mi sembra il suo impegno monarchico che in molti danno per certo; perché, da quanto torna a me, monarchico lo fu solo fumosamente e in sporadici momenti: quando, ossia, parve che Lauro si proponesse di essere «una vera mano santa per la mia città». Ma appena dedusse che, dopo tante promesse, egli si stava rivelando «una ennesima mano che tira l’acqua al suo mulino», il suo slancio si smorzò. E quando confondeva la nostalgia per il regno con quella per la propria giovinezza a Napoli dove, al passaggio dell’allora ventenne erede al trono, le popolane urlavano: «Si’ troppo bello per essere di carne». O a Torino, con il principe di Piemonte più volte nel palco ad applaudirlo e ad applaudire Milly, la sua soubrette dalla voce alla Marlene Dietrich cui il giovanotto Savoia aveva dedicato una attenzione tanto eccezionale da suscitare sdegno e apprensione nel seguito.
Mai, infatti, gli ho udito dire: «Peccato che Umberto non torni». Neppure quando a Parigi fummo ricevuti da lui in una udienza privata all’Hotel Lancaster dove era sceso provenendo da Cascais. Era più o meno il 1956 e l’appuntamento era stato predisposto dal conte Raimondo Olivieri, il gentiluomo di corte cui Antonio si era rivolto per rivedere colui che abbandonando mestamente l’Italia all’avvento della Repubblica aveva assunto il titolo di conte di Sarre. Io non volevo andarci. Dei Savoia continuavo e continuo a ricordare tanto la firma in calce alle leggi razziali del 1938 quanto la fuga del settembre 1943, quando lasciarono gli amati sudditi a divertirsi con i tedeschi in casa e Salò alle porte e chi s’é visto s’è visto. Dissi: «Perché devi costringermi? Vacci per i fatti tuoi! » Quella volta, però, egli fu irremovibile. E quando si impuntava era impossibile svicolare. Entrambi in pompa magna raggiungemmo il Lancaster e, dopo breve attesa in un salotto sobriamente lussuoso, ci trovammo al cospetto di Umberto. Sotto lo sguardo di Antonio che volentieri mi avrebbe fulminata, evitai la riverenza perché personalmente trovo ridicolo inchinarmi di fronte a un altro essere che, sia chi sia, in quanto tale ha le mie stesse magagne terrene. Però, che uomo affascinante era, e di quale semplicità di tratto era capace nel porre i suoi interlocutori a proprio agio! Parlarono a lungo, lui e Antonio, quasi fossero due conoscenti che, incontrandosi dopo qualche tempo, si informano su questo e quello. La conversazione prese un avvio così spontaneo che io stessa mi trovai a raccontare di Rosa Grasso, l’anziana ostetrica alla quale devo la vita, che si era occupata dei piccoli Savoia alla nascita; e di quanto fossi amica di Mimmina, la nipote del conte Quirico che per anni era stato il medico personale di Sua Maestà Vittorio Emanuele III. «Ah», esclamò Umberto, «il “dottur”, come lo si chiamava da piemontesi a piemontese! Vede anche Gigi, il figlio? E così simpatico!»
Nel congedarsi, Antonio mi sembrò commosso. Ma l’emotività non lo indusse ad altre affermazioni. Disse soltanto, quasi si rivolgesse a un padre di famiglia: «Saluti i ragazzi, e si usi riguardo, mi raccomando!»

"Roma-Hollywood-Roma" (Franca Faldini) - Baldini & Castoldi, 1997


Interessante articolo su MicroMega online sulla politica vista dalla parte del comico: Totò politico del dis-senso


"Totò in 100 parole" - (Ennio Bìspuri) - Gremese, 2014;
"Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fori) - Feltrinelli, 1977;
"Roma-Hollywood-Roma" (Franca Faldini) - Baldini & Castoldi, 1997.