LA MORTE DI TOTÒ. «EDUÀ, È LA FINE. TI RACCOMANDO, PORTAMI A NAPOLI»

Sopporto le disgrazie facendomi guidare dal raziocinio. E certo, dico a me stesso, che esse fanno parte della condizione umana. E allora arrabbiarsi non serve. Sarebbe come inveire perché piove o c'è il sole o perché si muore. La morte esiste, come la pioggia, e quindi bisogna accettarla.


I fatti

Il sipario calò sulla sua vita il 15 aprile 1967, verso le tre e mezzo del mattino nella sua casa di Roma. Nel giro di sette ore un susseguirsi di attacchi cardiaci lo avevano stroncato.

La voce si sparge subito. Le cronache dicono che alle sette del mattino una piccola folla s’è già radunata davanti al 4 di via dei Monti Parioli. Ci sono persone semplici, umili lavoratori dello spettacolo, colleghi famosi come Walter Chiari, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Davanti a Totò, disteso a letto con una giacca da yachtman, la processione durerà due giorni. L’unico che fa problemi è il sacerdote chiamato a benedire la salma, venuto a conoscenza del fatto che Franca e Antonio non erano regolarmente sposati; s’impunta, per varcare la soglia ottiene che la “concubina” esca sul pianerottolo. Totò rischia anche di non entrare in chiesa: per ottenere una dispensa dal Vaticano ci vogliono i buoni uffici di Fabrizio Sarazani, uno dei pochi veri amici del principe.

Lunedì mattina la bara esce di casa sormontata dall’inconfondibile bombetta ed entra nella chiesa di Sant’Eugenio dove viene deposta per terra, more nobilium, e velocemente benedetta. Totò aveva lasciato per le esequie solo centoventimila lire, desiderandole modeste, ma la folla di celebrità le trasforma in un evento spettacolare: ecco Sordi, Tognazzi, la Magnani, Luigi Pavese, Tino Scotti; e tanti registi, Mattoli, Mastrocinque, Monicelli, Comencini, Germi, Zampa, Blasetti, e Nanni Loy che ha lasciato il set del Padre di famiglia. Altri nomi eccellenti, bloccati altrove, mandano telegrammi e corone di fiori: Pasolini è in Marocco, Steno in Francia, Peppino a Salsomaggiore, ricoverato in clinica, Fellini ora si duole di non aver avuto il coraggio di chiamare Totò in un suo film.

Le telecamere di Lello Bersani filmano Renato Rascel quasi in lacrime e Mario Castellani visibilmente atterrito. Ma la Faldini ricorda anche una discreta percentuale di ipocriti, "una pletora di produttori registi attori letterati che, dopo avergli riservato in vita un trattamento da guitto, lo riscoprivano di botto, tra i flash dei fotografi e il fruscio di cineprese e registratori, amico intimo, immenso artista, una perdita incolmabile per il mondo dello spettacolo e loro stessi".

Da Roma il feretro passa velocemente a Napoli per i funerali ufficiali, organizzati da Nino Taranto; fra l’uscita dell’autostrada e la chiesa del Carmine Maggiore lo attende una fiumana di gente. La questura parla di centoventimila persone, una ressa incredibile che impedisce a un certo punto a Franca e a Liliana di seguire la bara; il prete della chiesa chiede ordine al microfono, devono intervenire i celerini. Per far uscire il feretro si ricorre al classico trucco del mezzo civetta che attira la folla, intanto la bara viene fatta uscire da un’apertura secondaria e portata velocemente al cimitero del Pianto.

Si dice che alcune persone furono colte da malore, per lo spavento provato nel vedere lì ai funerali, Totò vivo. L’uomo che tanto assomigliava al Principe era Dino Valdi, professione attore cinematografico, per molti anni controfigura di Totò. Poi la salma fu portata nella cappella di famiglia dei De Curtis.


La morte è un fatto inevitabile e averne paura è da fessi. Io, appena ho guadagnato un po' di soldi, ho comprato una cappella al cimitero di Napoli per andarci ad abitare quando non ci sarò più, speriamo il più tardi possibile. È già pronta con tanto di lapide, busto di bronzo, nome e data di nascita. C'è da riempire solo uno spazio in bianco, per segnare il giorno della mia morte. Ho pensato a tutto.


L'orazione funebre di Nino Taranto ai funerali di Totò a Napoli:

Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo. La tua voce è nel mio cuore. Nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie, perché l'hai onorata, perché non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che la avvolge. Tu, amico mio, hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno. Tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo esaurito della sua carriera. E tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore, vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò.



Totò mi diceva spesso: "tu sei il mio grande amore artistico" e questa frase è stata per me molto importante. Dinanzi alla morte rimango sempre imbarazzata e stupefatta e non so abituarmi all’idea che un essere umano possa scomparire così all’improvviso. Tutti hanno amato Totò e hanno compreso la sua umanità interiore e lo si ricorderà come una figura di eccezionale nobiltà d’animo.

Anna Magnani


La notizia della morte del caro Totò mi ha fatto molto male. Soffro tanto all’idea di non vederlo più. È per me un grande dolore. Totò rappresentava molto nella mia vita e nel mio passato. A parte il fatto che era un vero gentiluomo, generoso e buono, penso che deve essere considerato come uno dei più grandi attori comici d’Italia e del mondo. Avevamo collaborato strettamente insieme ed in particolare per "L’oro di Napoli", del quale Totò era stato uno degli interpreti migliori e più significativi. Mi dispiace di non averlo potuto incontrare ultimamente per esprimergli di nuovo a viva voce tutta la mia stima come uomo e come artista.

Vittorio De Sica


Non so veramente cosa dire, sono costernato. Conoscevo Totò da quando aveva quindici sedici anni ed era per me un fratello. È vero che non potevamo vederci spesso, per impegni di lavoro, tuttavia siamo sempre stati molto vicini. Due mesi fa si era parlato di fare un film assieme, poi le trattative andarono a monte perché non trovammo un accordo con la casa di produzione. La sua fine è stata repentina e crudele; sono però convinto che sia stato meglio così, perché Totò era un uomo molto sensibile ed avrebbe sofferto tanto se fosse stato a lungo ammalato. Sotto questo punto di vista si può dire che sia stato fortunato. Sono stati invece sfortunati il teatro e il cinema italiani i quali hanno perduto uno dei più grandi attori della nostra epoca». Alberto Sordi: «Ero legato a Totò da una vera, sincera amicizia. Non vi sono aggettivi per definire Totò. Totò era il massimo che un attore comico potesse rappresentare in tutta la storia del teatro e del cinema italiano. Adesso ci ha lasciati. Totò non c’è più e non ci sarà più. Di Totò non ce ne saranno altri,

Peppino De Filippo


La notizia mi sorprende e mi addolora e penso che queste reazioni e sentimenti siano comuni a tutti; Totò aveva suscitato profonda simpatia umana sia come uomo che come maschera. Il cinema gli aveva offerto meno di quel che poteva dare, ciononostante alcune sue interpretazioni rimarranno nella storia del cinema. In fondo è giusto che Totò sia morto così, d’improvviso, di notte, in modo che nessuno abbia potuto vedere sul suo volto una maschera tragica.

Ugo Tognazzi



Lui è stato uno dei più grandi attori di varietà, di rivista, e di cinema, per molti il più grande di tutti, che è riuscito a beffarsi anche della morte, se i suoi film, a 46 anni dalla sua scomparsa, sono ancora molto amati e visti anche dalle nuove generazioni!

Nino Taranto


Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento e neanche un monumentino. Io lo farei alla mia bombetta che ha tanto contribuito al mio successo. Come la pietra filosofale che rendeva invisibile chi la possedeva, anche la mia bombetta è capace di compiere un incantesimo: trasformare Antonio de Curtis in Totò. Vi pare poco?


Video celebrativi nelle varie ricorrenze

I funerali di Totò a Roma

Io l'ultima dimora ce l'ho a Napoli. È sulla strada di Poggioreale, in un camposanto piccolo, isolato, il primo salendo: si chiama II Pianto. No, non è vicino al recinto degli uomini illustri, quello è nel cimitero nuovo, più su, quasi all'incrocio per Capodichino.

Il funerale di Totò a Napoli

Foto Archivio Carbone - Napoli

Il terzo funerale di Totò

Il terzo funerale di Totò, con la bara vuota, fu celebrato in occasione del trigesimo della sua morte nella Basilica Santa Maria alla Sanità per volere di Luigi Campolongo detto "Nase 'e cane", qui ritratto tra Liliana e la madre Diana; in seconda fila Nino Taranto e Dolores Palumbo. Luigi Campoluongo, quasi cinquant'anni prima era diventato il discreto protettore di Totò, dopo lo sgarro della ragazza soffiata a un guappo, aveva poi portato i due a diventare amici. La cerimonia fu celebrata con tutti i crismi, a pochi metri dalla casa natale di Totò, benché il suo corpo non si trovasse in quella bara deposta sul pavimento, sotto l'altare, da "Nas' 'e cane" e dai suoi uomini. Diana e Liliana si abbracciavano a Nino Taranto, che piangeva disperato. 

Così la stampa dell'epoca


Radiocorriere TV, n.17, 23-29 aprile 1967 - Il comico dalla faccia tragica



DAL DIARIO PERSONALE DI EDUARDO CLEMENTE: LA CRONACA DELLE ULTIME ORA DI VITA DI TOTO'

 Giovedì 13 aprile - ore 2,45

Mentre ero con Carlo in camera sua e Liliana stava telefonando,Totò mi disse:
- Edua', mi dai quella tua “baracca”? (riferendosi al mio rasoio da barba a batteria che tenevo in macchina) poiché mai avrebbe usato quello elettrico per paura della corrente.
Andai a prenderlo e glielo diedi.
Cominciò a radersi stando disteso e mentre gli indicavo dove farla più accuratamente, disse:
- Guagliù, ‘o sapite che pure che murevo m’ero rassignate?

Alle 2.45 di notte mi telefonò Franca allarmata dicendomi:
- Vieni subito che Totò sta male!
Le dissi di chiamare il medico e le chiesi se gli facesse male il braccio sinistro ed avesse bruciore di stomaco.
Arrivai a casa contemporaneamente al dottore ed entrato in camera.
Totò mi disse:
- Mi sento male… chiama Liliana!
Per sdrammatizzare gli dissi di non esagerare altrimenti l’avrebbe allarmata.
Il medico si trattenne fino alle 7 del mattino dopodichè telefonai a Liliana che non era in casa; poco dopo mi telefonò chiedendomi cosa fosse successo e subito venne.
In mattinata venne il cardiologo che fece un’elettrocardiogramma e ci disse che Totò aveva avuto un disturbo circolatorio.
Accompagnai il professore alla porta e volevo pagargli l’onorario ma che non volle dicendomi che sarebbe dovuto tornare per un controllo il sabato mattina.
La giornata trascorse tra il dormiveglia e lamenti per il dolore che a volte diventava più marcato.
Rimasi a casa anche la notte successiva.
Collocai un lungo filo elettrico con un campanello sulla spalliera del suo letto fino al salone dove eravamo io, Franca e Liliana e questo lo faceva sentire rassicurato; ricordo un sorriso nei suoi occhi per l’iniziativa che gli piacque.
Verso la mezzanotte mandai a casa Liliana rassicurandola che se ci fossero state novità l’avrei avvisata e la notte trascorse tranquilla.
La mattina seguente venne l’analista per i prelievi del sangue e fissai un’appuntamento con il professor Catalini che in passato aveva già visitato Totò che ogni 3 mesi era solito sottoporsi ad esami completi ed elettrocardiogramma.
Intorno alle 11 ritornò Liliana.
Alle ore 13 circa Totò si mise una supposta antidolorifica che gli calmò totalmente il dolore permettendogli di riposare tranquillo.
Alternandoci ogni tanto andavamo a controllarlo in attesa degli esiti degli esami che arrivarono intorno alle 18 ed erano tutti nella norma.
Liliana incaricò Carlo l’autista di comprare una bottiglia di wisky ed insieme a me e Franca svegliò il padre dicendogli:
- Almeno facci brindare per la buona notizia!
Totò fu quasi seccato di essere stato svegliato, chiese di essere rifatto il letto e si alzò; Franca e Liliana glielo sistemarono.
Ritornò il dottore che dopo aver visionato gli esami gli fece una iniezione dicendo che tutto andava bene.
- Dai lo stipendio a Carlo e paga gli esami – mi disse ed io gli risposi di averlo già fatto.
Mentre ero con Carlo in camera sua e Liliana stava telefonando,Totò mi disse:
- Mi dai quella tua “baracca”? (riferendosi al mio rasoio da barba a batteria che tenevo in macchina) poiché mai avrebbe usato quello elettrico per paura della corrente.
Andai a prenderlo e glielo diedi.
Cominciò a radersi stando disteso e mentre gli indicavo dove farla più accuratamente, disse:
- Guagliù, ‘o sapite che pure che muravo m’ero rassignate?
Poco dopo Liliana andò a salutarlo ma prima che andasse via le chiesi il suo nuovo numero di telefono qualora avessi avuto necessità di rintracciarla.

Venerdì 14 aprile - ore 19,30

Totò cominciò a mangiare qualcosa che Franca gli aveva riscaldato; cenai anch’io e rimasi nel salone a guardare la televisione con la cameriera e la cuoca.
Mi chiamò e mi disse:
- Edua’, va’ a riposarti. Sono due giorni e due notti che stai quà. Fammi la cortesia… prima di andartene prendimi le supposte casomai mi sentissi male stanotte.
Andai in farmacia a prenderle ma al ritorno trovai la cameriera in preda al panico che mi dice:
- Signor Eduardo, il Principe sta gridando!
Nel corridoio Franca era appoggiata al muro che piangeva, tremava e le battevano i denti.
Mi precipitai da Totò che era cadaverico ed in quel momento capì che non c’era più nulla da fare, mi avvicinai a lui e dissi a Franca:
- Chiama Liliana, la madre, Carlo…
- Edua’, quanto me dispiace...


Il ricordo

Questo è il ricordo, commovente che Eduardo De Filippo:

«Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l’altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là….
Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia. Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l’uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del “guitto”. Do un’occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c’è quello nero. Quello rosso glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero. I ridicoli cappellini… A bacchetta, a tondino… e nero, marrone, e grigio… sono tutti allineati sulla parete di fronte. ..Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c’è: lo avrà portato in scena. E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c’è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina, di moltiplicarla. Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.
Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno. Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: ” Edua’, stai cca’! ” E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa».

Eduardo De Filippo


Il cugino Eduardo

Gli ultimi giorni di Totò

Dopo una serie di crisi cardiache, quando si accorse di morire Totò mi disse: "Eduà, è la fine. Ti raccomando, portami a Napoli". Perse conoscenza verso le dieci di sera e morì la mattina alle 3.25. Totò non era molto superstizioso, due sole cose lo impressionavano veramente, il gatto nero e il 13 e il 17. La sorte volle che il 13 si ammalasse e il 17 venisse sotterrato. Morì il 15 aprile del 1967.

Aveva paura della morte?
Non ne parliamo. La morte lo spaventava. Malgrado questo in casa si parlava spesso della morte, tant'è vero che Franca Faldini molte volte si seccava di sentirci parlare di questi argomenti. A questo proposito un fatto curioso è che Totò quando faceva il bagno, per paura, toglieva sempre la corrente. Alla morte poi Totò dedicò una poesia bellissima che in origine si chiamava "Il due novembre", in seguito divenne la famosissima 'A livella. Un grande amico di Totò che si è rivelato soprattutto dopo la morte è stato Nino Taranto. Infatti da allora porta ogni settimana un mazzo di rose sulla tomba di Totò e si è occupato personalmente della cappella dove è seppellito.

Vincenzo Mollica


Eduardo Clemente era il cugino-segretario di Totò, che a lui lasciò in eredità il suo baule da comico: segno di una stima e un affetto sinceri e profondi.


Intervista integrale a Eduardo Clemente


Il principe triste che donava sorrisi

Nobile di stirpe e di stile, Totò ha dato in beneficenza gran parte del suo patrimonio - "Con la mia faccia potrei esprimere qualunque cosa" - Un figlio maschio fu il suo sogno inappagato

Se fosse stato inglese, lo avrebbero fatto Sir, come Laurence Olivier e Alee Guinness, dei quali aveva la stoffa e, sotto molti aspetti, la statura; essendo nato italiano, dovette combattere a lungo per farsi confermare i titoli che gli spettavano. E il pubblico non si abituò mai del tutto all’idea che il "suo" Totò dovesse chiamarsi don Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, principe di Costantinopoli, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, conte palatino e cavaliere del Sacro Romano Impero. Accadde, anzi, che davanti a quei titoli qualcuno abbozzasse sorrisi: i soli che dispiacessero a lui, il gran maestro dell’arte del ridere.

In realtà, Totò aveva due volte diritto ai suoi predicati nobiliari: una "per discendenza" (sia pur riconosciuta attraverso un procedimento giudiziario) e un’altra "per stile". Totò non recitava la parte del nobiluomo. Era un autentico aristocratico, un gran signore che incarnava alla perfezione tutte le virtù della classe dirigente di un tempo. Era educato, solenne, misurato nelle parole, leale e profondamente buono. Sentiva il dovere di proteggere i deboli e di tendere la mano agli umili, così come provava l’impulso di sopraffare quelli che considerava prepotenti. Il suo patrimonio ammonterebbe a molti miliardi se egli non l’avesse in gran parte profuso in opere di beneficenza nelle quali il suo nome non compariva mai, o in aiuti a compagni d’arte bisognosi, o in "prestiti" che nessuno avrebbe mai restituito. Totò donava il suo denaro con grazia principesca e con enorme generosità: la stessa generosità con cui sprecava il suo talento.

L’oro del dopoguerra

E’ stato scritto che egli ebbe la sfortuna di nascere artisticamente "dopo" il cinema muto e che questo gli impedì di diventare un secondo Charlot. Lui stesso, del resto, amava ripetere: « Con la mia faccia potrei esprimere qualunque cosa, ma la parola mi rovina ». Non era esatto. La verità è che il grande nemico di Totò fu il suo successo. Era partito "da zero", cominciando con gli avanspettacoli in quei locali che all’epoca della prima guerra mondiale si chiamavano café chantant. Poi, aveva fatto parte di compagnie di operette, era diventato capocomico, aveva allestito spettacoli di rivista, il primo dei quali, intitolato Messalina, lo aveva portato alle soglie della celebrità.

Era però una celebrità di seconda mano, una celebrità quasi clandestina rispetto a quella degli Zacconi, dei Ruggeri e dei Falconi, che dominavano le scene dei teatri di prosa. Totò era un comico, una "macchietta", che faceva riempire i teatri ma che non sciupava l’inchiostro e la penna dei critici. Aveva fatto alcuni film, come li aveva fatti anche Macario, e il pubblico aveva applaudito. Niente di più.

Il grande "boom" di Totò esplose nell’immediato dopoguerra. La gente aveva un disperato bisogno di allegria, e i film di Totò furono in quegli anni il relax degli italiani. Il successo di cassetta, grandissimo e per molti versi insperato, spinse produttori e registi a riproporgli sempre lo stesso personaggio. Un personaggio che veniva annunciato addirittura nei titoli perchè nessuno avesse dubbi: Totò cerca casa, Totò cerca moglie, Totò imperatore di Capri, Totò sceicco, Totò Tartan, Totò e i re di Roma, Totò e le donne, Totò a colori, Totò te Mokò. Ridemmo tutti, in quell’epoca in cui il presente sembrava senza gioia e il futuro senza speranza. Ridemmo e pagammo il biglietto d’ingresso. Possiamo rimproverare a Totò di aver ceduto alla tentazione di scavare in quella miniera d’oro?

Non che egli avesse rinunciato alle ambizioni. Di film "buoni" ne aveva fatti parecchi, a cominciare da Yvonne la Nuit che gli aveva fruttato gli elogi un po’ sbalorditi dei critici. Poi erano venuti Napoli milionaria, Guardie e ladri e L’uomo, la bestia e la virtù, che gli aveva fatto conoscere la futura moglie, Franca Faldini. Ogni volta, c’era chi notava che "Totò aveva rivelato doti di grandissimo attore", ma ogni volta, produttori e registi tornavano a offrirgli le solite parti: Totò e Carolina, Totò lascia o raddoppia, Totò sulla luna, e così via, fino a Totò d’Arabia. Lui si rifaceva con L’oro di Napoli, Racconti romani, I soliti ignoti e La Mandragola. Ma invano.

Alla schiavitù del successo si aggiungeva lo scarso amore di Totò per quelle "massonerie" intellettuali che nell’epoca nostra si arrogano il diritto di concedere al prossimo patenti d’intelligenza. Questo scarso amore gli nuoceva non poco. Il pubblico lo ammirava, qualche critico gli dava un riconoscimento, ma dal giudizio "ufficiale" egli restava quasi sempre escluso. Per avere un premio, dovette fare Uccellacci e uccellini, che non era nè la prima nè, forse, la migliore delle sue grandi interpretazioni, ma che recava le firme di personaggi "iniziati" e "premiabili". E bisogna dire che Totò non si mostrò particolarmente felice di quel premio. A qualcuno sembrò perfino che ne fosse rattristato.

Avrebbe potuto fare del teatro "serio", così come avrebbe potuto fare infinite altre cose. Il talento non lo tradiva mai, e ogni suo tentativo era un successo. Scrisse canzoni, che si affermarono subito: tutti ricordano Malafemmena, ma forse non molti sanno che almeno una ventina di altre canzoni popolarissime recano la sua firma. Si dedicò a studi di araldica e poiché era un uomo colto, si occupò anche di problemi di cultura: scrisse articoli sulla pronuncia del latino e fece uno studio sui neologismi, entrati a far parte della lingua italiana nei primi vent’anni del secolo. Un anno prima di morire, pubblicò un libro di poesie napoletane, cariche di quella tristezza che in lui era assai più vera della comicità. Ma forse per pigrizia o forse per sfiducia, non volle andare mai fino in fondo. O forse non lo volle per umiltà.

Un giorno (aveva appena avuto i primi disturbi agli occhi), ci parlò del mestiere di attore con profonda amarezza: « Noi siamo come i camerieri. Il pubblico comanda, e noi lo serviamo. Che altro possiamo fare? La Duse diceva che gli attori scrivono sulla sabbia. Ma per noi comici la sabbia è ancora più sabbia ». Eppure lavorava col massimo impegno, studiava i copioni, li cambiava quasi sempre felicemente, litigava coi registi per imporre l’interpretazione che a lui pareva migliore.

Era un uomo equilibrato, saggio, profondamente coerente. La sua vita era limpida come limpide erano le sue idee: era liberal-conservatore in politica, tradizionalista in pittura, pirandelliano nel teatro. Alla vigilia delle elezioni del ’63 gli chiedemmo per chi avrebbe votato. Rispose: « Io sono un uomo d’ordine e amo i partiti dell’ordine. Indovinate voi per chi voterò ».

Il suo amore per i deboli abbracciava anche gli esseri più indifesi, gli animali. Totò si era fatto promotore di vere campagne a favore dei cani abbandonati e aveva speso somme considerevoli per aiutare chi voleva proteggerli. A differenza di molti altri attori arrivati, non rifiutò mai un’intervista, non si sottrasse mai a una domanda. E, quel che è più straordinario, non si fece tra i giornalisti un solo nemico.

Un solo sogno nella sua vita rimase inappagato: quello di avere un figlio maschio. Il bimbo che Franca Faldini gli diede nacque morto, e Totò, disperato, lo fece seppellire nella tomba di famiglia. Ora è andato anche lui a raggiungerlo. Sulla sua tomba scriveranno che è stato l’ultimo erede del trono di Bisanzio e, forse, che è stato un uomo di grande talento e di grande virtù. Una cosa sola forse non scriveranno, ed è la più vera: che è stato il più grande attore comico italiano di questo secolo.

Giovanni Cavallotti


Dino Valdi


Non si erano mai viste a Napoli, prima d’allora centomila persone piangere, ma non piangere per modo di dire, bensì con lacrime e lacrime. Vi furono anche degli incidenti, certo, in quel funerale, mentre la salma veniva avviata verso il cimitero del Pianto. Tre persone, colte da malore, dovettero essere ricoverate all’ospedale di Loreto. La cronaca registrò anche i loro nomi: Vittorio Gambardella di ventitré anni, Italia Stefanelli di venticinque e Maddalena De Vita di trentacinque. Quelle persone si erano sentite male non per la calca o per il caldo, bensì per lo spavento provato nel vedere, lì ai funerali, Totò vivo. Lo stesso naso «deragliato», lo stesso mento aguzzo, le stesse smorfie. Lui insomma. Non che si fosse ripetuto l’episodio occorso nel 1904, all’autore di canzoni Giuseppe Dell’Aquila. L'uomo che davanti alla basilica del Carmine roteava gli occhi e digrignava le mascelle in gesti che erano di dolore e che apparivano di burla si chiamava Dino Valdi. Professione, attore cinematografico, controfigura di Totò.


Riferimenti e bibliografie:

  • Foto Archivio Carbone - Napoli
  • Foto e documenti Archivio famiglia Clemente
  • Giovanni Cavallotti in "Gente", 26 aprile 1967
  • Vincenzo Mollica in "Totò", Lato Side, Roma 1983 [pp. 69-70].
  • Eduardo De Filippo in "Paese Sera", aprile 1967
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017