Facile dir Totò: superficialità, parzialità e luoghi comuni su Totò

Facile dir Toto

Facile dir “Totò“: superficialità, parzialità e luoghi comuni su Totò Clemente de Curtis criticati da Simone Riberto

ossia

dalla ricerca alla disamina di un comico non solo comico (mai ridicolo), tra equivoci e riscoperte, in ogni duplice aspetto: tanto l’interprete completo, apprezzabile sia nel lato drammatico (d’attore) che nell’eccellenza del personaggio-tipo "Totò" (a sua volta in due componenti: l’inesauribile artista di battuta ed il mimo snodato), quanto colui che l’animava, vale a dire l’uomo-autore (Antonio Clemente de Curtis, eccetera eccetera…)

di Simone Riberto


Introduzione dell'autore

Perché sento importante, talmente da volerlo documentato in testo, render noto quanto segue? Principalmente per dovere etico e, nel bene e nel male, per precisare concetti (apparentemente) semplici; è immediato, soprappensiero, stare sulla falsariga di quanto si legge o si sente dire. Si fa presto a dar retta ai luoghi comuni e bersi per oro colato ciò che è scritto nei vari volumi o spiattellato in schermi grandi e piccoli; fra le altre è lampante la scabrosità che, nell’appiattimento cinetelevisivo standard, pare sfuggire ai più: anche nei serial maggiormente accurati, e perfino nei “film d’Autore”, il paziente che, svegliatosi dal coma, nell’impellenza di auto-dimettersi si strappa un agocannula dalla vena, non solo ci riesce senza rischio d’emorragia, ma addirittura senza la perdita di una goccia di sangue! Come recita uno storico intercalare targato Aldo Fabrizi: “C’avete fatto caso?” E, in faccia ai fan del luminol, non fa eccezione il decantato jet-set statunitense, famoso per l’accortezza ed i mezzi tecnici sempre all’avanguardia! Ora, sfuggono dettagli del genere a pellicole premiate e, avvezzi a riassumere alla meno peggio, c’è chi ha (avuto) la faccia tosta di accusare, più che di “volgarità” (parliamone), pur di scarsa credibilità i films comici! Aldilà del fatto che scopo del genere comico altro è che la perfetta attendibilità…

Penoso notare siti internazionali che scambiano fischi per fiaschi, comunemente bevuti per buoni dagli ignoranti in materia; posso citare, controllabile 24 ore su 24, IMDb, ritenuto il più vasto archivio sui films mondiali (dalle origini a…domani). Chi lo aggiorna, prima di pubblicare dati e notizie, almeno così faccio io, avrebbe il dovere etico di appurare la veridicità di ciò che va ad inserire; nossignore, nei ruoli accreditati in parecchie delle pellicole da me controllate, sono evidenti sbagli ed incolta approssimazione sui nomi. Evito di imbrigliarmi in una divagazione, in questa sede inopportuna, ma non mi esimo da un riscontro pratico alla teoria dichiarata: Vincenzo (spesso Enzo) Furlai detto “Furlanetto”, facente parte d’una famiglia di artisti teatrali e cinematografici, è stato attivista sindacale e, dal novembre 1947, direttore di un periodico di categoria (il quindicinale milanese “La Voce dello Spettacolo”), oltre che attore. Tal Enzo Furlai, il sito IMDb lo annovera genericamente tra i “poveri”, spacciando una falsità, mentre egli fa il ruolo di Brambi (che vende il terreno a Mobbi): nella fattispecie del cast di “MIRACOLO A MILANO”, naturalmente di esso si tratta, codesto è 1 dei perlomeno 3 ruoli non corretti da me individuati. Individuare ogni stupidaggine, causante “fake news”, consta del primo passo per eliminarla… da eliminare, specularmente, tutte le cantonate in “Wikipedia”: tutt’ora, per esempio, nonostante la nota esplicativa in siti dedicati sia postata da anni, un abbaglio relativo alla pellicola “Yvonne la nuit”. Qui, il ruolo del giovane domestico di casa Rutelli, (non v’è alcun’ombra di dubbio) rivestito dal caratterista Leopoldo Valentini (privo di quei baffi che poi userà in seguito), ricalcando quanto pubblicato in qualche filmografia, vien accreditato all’attore Enzo Cannavale (a suo tempo, foss’anche per eventuali genericate tagliate o poco visibili, egli escluse la sua supposta partecipazione al film in questione): tocca sempre alzar il livello della concentrazione! E tocca prestar attenzione altresì allo “scripta manent”: il confronto sinottico tra pubblicazioni sullo stesso argomento, avendomi la lettura insinuato non pochi dubbi da dissipare, avendo riscontrato indubbi errori perfino in Dizionari ed Enciclopedie, evidenzia talvolta svariate incongruenze. In ogni caso, tanto nel web che nei book (sia di formato cartaceo che elettronico), ogni imprecisione e qualsivoglia abbaglio propinati per veri, mina la credibilità del compilante, sia egli critico o presunto biografo.

Quindi, per soddisfare il bisogno di avvicinarmi il più possibile ai fatti avvenuti, coltivo da decenni l’hobby appassionante della mia ricerca; il percorso da autodidatta (senza arrivo e ricco di spunti), non costretto alle regole ortodosse dei laureandi, mi permette di maturare conoscenze rare, nell’ambito della storia dello Spettacolo (prevalentemente nazionale). Mi sono appassionato alla consultazione di giornali teatrali e cinematografici ed alla ricerca di documentazioni su questa vasta materia; negli anni, spulciando centinaia di numeri di periodici (diversi quotidiani compresi), accumulando appunti e fotocopie, ho analizzato articoli ed interviste (sia altrui che mie). Ho organizzato un mio archivio di nomi, Società, luoghi, titoli e settori; per le collaborazioni con amici pubblicati, avendo condiviso informazioni (riportate pari pari dalle fonti originali oppure, talvolta sintetizzate), sono dagli stessi ringraziato nei loro preziosi testi. Riguardo pubblicazioni, essendo istintivamente portato a polemizzare, specialmente quando rilevo affermazioni sbagliate, mi è stato detto che pecco in diplomazia. Il consigliato soprassedere sulle “tirate d’orecchie”, pur se ispirato a principio di tolleranza, va a cozzare col dovere di correggere; certo si può infastidire o mettere in crisi, nel segnalare errori e negatività, specialmente chi è stato pubblicato più volte e si sente apostolo della Verità. Un minimo di comprensione ed elasticità son scontate, ma se per quieto vivere e non irritare quel qualcuno, che pur dovrebbe essere abbastanza adulto da rispondere di quanto si fregia con tanto di copyright, si pretende addirittura di censurarmi… non ci sto! Confondermi nel coro anonimo significherebbe insabbiare, se non cancellare, quanto ho scoperto. Mi preme altresì mostrar l’altra faccia: è sbagliato scambiare il mio franco accusare, senza timore e senza guardare in faccia a nessuno, per mancanza di rispetto. Al contrario, presento alcune precisazioni proprio per rispetto, prima che verso me stesso, per tutti quegli Artisti, dei quali ho trovato date e dati sicuri e quindi, infine, verso tutti. Quel rispetto, del quale mi fregio come primo valore, trasfigura in totale disprezzo verso estreme malvagità (quali, a partire dalla pedofilia, le mostruosità in genere). Se il disprezzo sarebbe esagerazione, non lo è ammettere il mio disappunto verso chi si auto-qualifica col malcostume pressappochista; infatti, perseverare nell’approssimativo e ricalcare notizie scorrette e sbagliate, rischia di ampliare a dismisura confusione e falsità.
Senza addentrarmi nei superflui gossip spacciati per “diritto di cronaca” e non indugiando su troppe superficialità, di passaggio, vengo ad una questione di principio: se è vero, com’è vero, che “Totò” è diminutivo confidenziale tanto di Antonio (nell’Italia meridionale, dato che altrove diventa “Tony”) che di Salvatore, ne trovo di pessimo gusto l’uso inopportuno con i delinquenti… Infatti, limitandomi ad un esempio del passato recente, quando sentivo qualche giornalista, parlare di tale Riina nominandolo “Totò” anziché Salvatore, mi dava un’impressione negativa: chi c’ha mangiato insieme? Perché lo si propone in maniera confidenziale? Un delinquente, e dei peggiori, se proprio lo devo nominare, lo cito come Salvatore (anche con la prima lettera in minuscolo): non merita la familiarità di un diminutivo vezzeggiativo. Il “Totò” al quale si va subito col pensiero, è tutt’altro! Solitamente, escludendo il campo calcistico con Schillaci, questo “bisillabo accentato” lo si associa all’Artista De Curtis Antonio. Puntualizzo che mi riferisco all’Antonio De Curtis classe 1898, in quanto, a parte omonimi di epoche perdute, a Napoli vi è un omonimo, così battezzato in suo onore, che intervistai a suo tempo e col quale ho contatto, nato nel 1959, ma estraneo al mondo dell’Arte e che, pur se amichevolmente lo si può certo dire Totò, nel suo caso non avrebbe senso l’attributo “in arte Totò”.

Su Antonio De Curtis in arte “Totò”, onde non ricadere in ambiguità di pubblico dominio, meglio appuntare un riepilogo e far dei distinguo; distinguere, appunto, non è il forte di ciò che s’è tramandato fino ad ora… o perlomeno in quanto fino ad oggi ho potuto leggere od ascoltare (in servizi TV). Ho sentito volgare confusione, indistinta, tra l’uomo Antonio e Totò/”Totò” (l’interprete di ruoli e tipi e “quel tipo macchietta specifico”); sulle due facce della medaglia Antonio/Totò, bisticcio da divertenti equivoci all’italiana, mi sbizzarrisco qui da distinte angolazioni. “Totò” è denominato il tipo/marionetta senza fili reso da Antonio De Curtis classe 1898 in diverse simili varianti: il “Totò” delle sue macchiette teatrali in Varietà-Caffè Concerto, in Rivista, in Operetta, in Fantasie Comiche e pure in qualche sketch proposto all’interno di commedie e farse; così i Totò cine-televisivi quali quelli dei singoli Caroselli Star e dei dieci “TuttoTotò”, ciascuno con nome diverso, come lo sono il maestro Scannagatti, il Totokamen del soggetto attribuito ad Ottavio Poggi, eccetera, fino al Ninì Chanteclaire mèntore e sfruttatore di “Cocò Mimì”-Domenico Castagna, allievo secondo contrabbasso (Erminio Macario)… Non solo. Totò, inteso come diminutivo dell’attore Antonio De Curtis (1898-1967, quello “in arte Totò”) è stato pure interprete (umano, verosimile, neorealista, verista o come si preferisce) drammatico più comico, o meglio misto (come alterna è la vera vita). Ancora. E, anche se “accorpabile” nell’unica tematica “Maschere”, il Totò (Antonio) o “Totò” (macchietta) ha reinterpretato Maschere altrui (Mastr’Agostino Miciacio, Felice Sciosciammocca, etc) ed animato sogni di cine-Autori vedi i personaggi di Pier Paolo Pasolini; ha impresso l’impronta del tipo marionetta “Totò”, solamente in teatro oppure anche per lo schermo, a personaggi letterari e persone mitizzate (da Figaro a Tarzan, da Al Capone a Marc’Antonio, da Pinocchio al Don Chisciotte). Prima che in cinema (e per la TV del ’66-’67), ha avuto l’opportunità di esprimersi a tutto tondo nell’àmbito teatrale: oltre che da Artista di Varietà, nel 1920 il periodico di categoria “Il Cafè Chantant” lo menziona precisamente “eccentrico parodista”, ha saputo ben dimostrarsi attore; nel semestre di lavoro al Nuovo di Napoli, in effetti, oltre alle acrobazie e macchiette alla “Totò”, a parte scherzi comici ed operette, e non solo reinterpretando farse di Scarpetta (con le sue Maschere), ha recitato parti credibili di prosa.

Insomma in quella stagione 1929-’30, quello che definisco Artista (o fantasista che si concentra in un proprio tipo originale), stupendo taluni che ancora lo reputavano limitato al Varietà, s’è dimostrato capace Attore (cioè possibile interprete poliedrico); ha avuto occasione di far vedere, pur se non “in toto”, la duttile predisposizione della sua natura a multiformi potenzialità sia d’Artista che d’Attore. Restando sulla materia della recitazione, non si legga superfluo il comparare il settore teatrale della PROSA alle pellicole dei generi COMMEDIA e FARSA. In proposito ricordo che l’attore Antonio De Curtis in arte Totò ha recitato tanto “classici” soggetti NON ORIGINALI (già interpretati da altri, vedasi il Tapioca de “I tre ladri”, il Gennaro Vaccariello de “Il coraggio”, nonché l’Aristide Tromboni de “Il ratto delle Sabine” o il fra’ Timoteo de “La Mandragola”, eccetera) quanto novità (all’epoca ) ORIGINALI (il nonno di “Arrangiatevi”, il Filiberto Comanducci di “Amare è un po’ morire”, il Gargiulo furbacchione dell’episodio de “Gli Amanti latini/Latin lovers”, il contrabbandiere di confine di “La legge è legge”, ecc. ecc.). Taluni scrittori evidenziano, filosoficamente, il lato testé menzionato; altri inneggiano la moda del paroliberismo (certuni scioglilingua a ruota libera demenziali, penso al Gaspar de “I 2 orfanelli”, paion accostabili al Futurismo di Marinetti) e le ironie della marionetta “Totò”, quindi, vale a dire, l’elemento Artista (e non a caso uso la prima lettera in maiuscolo). Non ogni Artista è dotato di abilità così complete; per contro non ciascun attore (e l’attore in quanto tale è in potenza certamente doppiatore di voce) dispone il talento utile per esser anche “Artista”. L’Artista di maggiori qualità, non la si valuti capacità alla portata di tutti i caratteri, non teme di condividere risate perfino riguardo a sé stesso; scherzi e frecciate su manie e vezzi araldici, nel suo interpretar personaggi e nel suo dar voce alla “vox populi” nella “disarticolata marionetta”, li leggo spia di siffatta dote nel soggetto De Curtis. Sarà per questo che sembra tutti ambiscano ad aver pubblicato il loro pensiero su “Totò”?

Da anni, riscontro com’è facile dire “Totò”! Si fa presto a riempirsene la bocca e citarlo, spesso a sproposito, perfino come garante delle proprie teorie. Rafforzare teorie e definizioni, mediante forzature e sfruttamento, è una pratica subita pur da altri suoi colleghi non unicamente italiani: volendo allargare gli orizzonti all’altro continente, debbo almeno nominare un sottovalutato messicano; il nome e cognome, Mario Moreno (senior? Secondo cognome forse Reyes?), se evoca poco ai più, d’ogni modo è un altro tipo di Artista+Attore, in vero scarsamente conosciuto in questo continente, che qualcuno ha visto sinottico al Nostro napoletano: approda alla fama mondiale grazie al premiato “Passe-partout” del film U.S.A. “Il giro del mondo in 80 giorni”, ruolo da capace Attore, dopo l’eco del successo di “Cantinflas”, l’originale tipo/Maschera, del quale è Autore ed incarnazione nelle varianti teatrali e cinematografiche lungo decenni, con mercato perlopiù nel continente americano, specie messicano. Messicano o napoletan-italiano, come constatabile dai fruitori dei prodotti (la maggior parte delle pellicole, non raramente restaurate, ormai alla portata di chiunque in DVD talvolta disponibili di “Extra” in qualche caso interessanti), il talento non guarda in faccia nessuno. Come nessuno sconto s’ha da fare, credo, a mala-critica e alle recensioni superficiali. Pur se con punte di motivato spirito polemico, chiedendo venia per inevitabili ripetizioni, auspico codesti miei dieci capitoli interessanti, nonché stimolanti; va da sé che, dopo la lettura attenta di tutto, ciascun lettore maturerà le proprie risposte.


Sommario


Capitolo 1 - Cattivi e buoni esempi

Un tempo le Case Editrici, abbinato ai libri in distribuzione, allegavano un cartoncino dattiloscritto con gli errori sfuggiti al (penultimo) controllo. Educazione Civica? Rispetto del lettore? Elemento di professionalità? Finezza “surplus”? Forse un po’ ognuna delle quattro. In effetti, purtroppo, da parecchi anni e senza esclusioni perfino per l’editoria più seria, si nota sempre più diffusa: s’è persa la buona abitudine all’errata corrige.
In ottemperanza alle periodiche rivalutazioni, così “vuolsi donde si puote” e da dove si influenza ciascuno, molti si son presi il diritto di scrivere sugli argomenti del momento e nella maniera maggiormente conveniente; Totò, si può dire, in constatazione retorica, è nome ed argomento alquanto d’attualità. In decine di libri, sezionandolo per ogni disciplina ed aspetto possibile, non lo hanno analizzato più che abbastanza? Va riconosciuto che coloro che si sono dedicati al tema, hanno espresso le soggettive preferenze: chi alfiere dell’umano poeta e qualche altro tifoso delle sequenze filmiche, chi parteggiante per il genere comico e qualcun’altro per le prove drammatiche; c’è chi s’è impegnato in analisi maggiormente complesse e “ad ampio spettro” e chi, la massima parte, invece, ha riepilogato un solo argomento. Ogni libro però, nella cronologia della carriera, mostra snobbata la verifica dei dati dati alle stampe: nella bibliografia che lo riguarda è stata analizzata la poliedricità della persona Totò (inteso diminutivo di Antonio) vissuta fusa (e spesso confusa) con il “totò” personaggio: tutto codesto fluire, in prima battuta, può gratificare l’animo.

Ma quanto attendibile è ogni singolo ripetere quanto conviene ripetere? Se è vero che ciascuno ha orientato il discorso da un proprio punto di vista, a conti fatti, la sintesi si presenta abbastanza simile. Alcuni degli scrittori, che si sono “dedicati” al tema in oggetto, hanno ridotto la propria originalità a qualche osservazione, frutto del proprio sacco o scopiazzata non saprei, né m’interessa; ma in diverse date, dati e notizie, si evince l’omissione dello studio analitico delle fonti utilizzate: quasi tutti hanno infatti ricalcato gli stessi errori di testi precedenti, come ho appuntato nelle mie specifiche critiche a singoli volumi. Ora, ahinoi, anziché regredito, l’andazzo risulta amplificato in epoca di celebrazioni: tristemente, registro che gli stessi dati sbagliati, come le inesattezze, restano uguali (rischiando di assumere comune carattere di normalità) persino nelle riedizioni a distanza di decenni! Addirittura, per colmare le proprie lacune più che per “esibizionismo creativo”, non gli nego sicuro la dimostrata capacità di originale romanziere, dando un senso al copyright, v’è chi ha avuto il coraggio di inventare fatti di sana pianta; il dottor Governi, per esempio, ha descritto di un volontario sganciarsi mascella e mandibola per “completare” il personaggio (da parte del giovane Antonio-Totò): codesta falsità, per quanto ridicola, può esser creduta da qualcuno. Qualcuno potrebbe, inoltrandoci nelle dichiarazioni senza pudore, bersi per ovvia la vergognosa pigrizia: “Prima del 1928 non ci sono tracce certe”. Ma con tutti i giornali che (a partire dai non pochi specifici su ogni tipo di teatro, per proseguire precisando luoghi e date grazie all’edizione “giusta” di tanti quotidiani locali…), tra tamburini pubblicitari e recensioni e pure interviste, hanno scritto di Totò perlomeno dal 1915 – ’16!?!? Per non estendere lo sguardo alla confusione circa il suo esordio in Rivista; il peggio è che la comoda fandonia (che prima del ’28 non vi sarebbero notizie), posta qual introduzione alla Teatrografia, è stata sposata e condivisa ufficialmente.

Sorvolo quasi del tutto su libracci, che non è eufemismo definire sgrammaticati e confusi, e che pure han trovato editori e tipografie, nei quali il contenuto è piuttosto offensivo tanto per la memoria del soggetto trattato (Totò De Curtis), che per chi legge. Non posso tacere, comunque, perlomeno il clamoroso “Totò: la maschera di un principe” di tal Infusino; ne ho selezionato, tralasciando i probabili errori di stampa e le approssimazioni (copiate da libri precedenti), spropositi e facilonerie nei quali gli va riconosciuto lo spiccare:

A) dichiarata confusione tra “pochade” e Café-Concerto! La prima, farsa alla francese, può essere inglobata nel genere della commedia etica (appunto fa morale divertendo con battute e situazioni); il Caffè Concerto, variante italiana del “Cafè Chantant” e diretto generante l’Arte Varia (etimologica origine dell’abusato termine “Varietà”…), consta in quel genere di spettacolo composto da numeri differenti in successione (acrobatico, parodia canora di singolo artista o coppia o più persone, esibizione lirica, numero di prestidigitazione, animali in scena eccetera eccetera), accomunati unicamente dal contratto col medesimo circuito.

B) (pag 38) Non è certo stato Totò a presentarsi all’impresario per “fare il salto di qualità in Rivista”! E’ stato Achille Maresca a volerlo, su segnalazione del collega Erminio Macario, come ben ricostruibile (dettagliatamente documentato nel mio progetto libro “GEO-Totò “- vedasi tra le fonti); per inciso Totò, che nel 1927, sulla soglia dei trent’anni, si qualifica una delle Vedette del genere Varietà-Arte Varia, non ha alcun bisogno (né economico né di aspirazioni) di passare alla Rivista! Per il semplice motivo che a partire dall’Artista del Varietà (da non confondere con “Avanspettacolo” che è termine trasversale incluso tanto in Operetta-Rivista che nell’Arte Varia, NDR), passando all’attore di primo piano o “attore generico” e fantasista (o la Soubrette) del teatro di Rivista, e poi od al contempo attore o generico (se non tenorino o corista) d’Operetta (non menzionando ballerini e ruoli dietro le quinte), per concludere considerando l’attore principale o caratterista per parti tragiche o brillanti (in Compagnie Drammatiche oppur di Prosa, primarie e minime, di professionisti eterogenei o familiari, finanche di amatori filodrammatici), orbene, non si tratta affatto di fisiologiche e naturali “evoluzioni artistiche”! Al contrario di quanto è stato “definito” da sapientoni disinformati, in verità, s’è trattato semplicemente di rami differenti e distinti: gli Artisti hanno potuto eccellere (o meno) in uno o più dei singoli tragitti; gli Attori son stati liberi di transitare (e pure più volte) da un Genere all’altro, e ciò non ha nulla a che vedere con la gavetta di “formazione”: l’iter per protagonisti e generici dello Spettacolo ha dato modo e concede loro di cambiare (e più volte), così come di “restare” a vivere tutta la propria carriera attraverso un unico “sentiero”.

C) Con Diana “primo matrimonio”? Rimane l’unico, dato che, come ben spiegò la medesima Franca Faldini, il matrimonio in Svizzera del ’54 è nota invenzione alla quale è convenuta la coppia per mettere a tacere i maligni impiccioni di quell’Italia bacchettona.

D) A pagina 48 leggo “Totò ricchissimo col teatro”? Ma quando mai il lavorare nel teatro ha arricchito qualcuno??!!

E) Diana non ha lasciato il tetto coniugale nel ’40! Nel 1939-’40 è stata ufficializzata la separazione legale (accordata prova d’amore), ma i due sono convissuti sino al 1950-’51.

F) ( pag. 59) è palese disinformazione il panorama raso sul primo cinema italiano (che per quanto concerne il versante risata accenno nel Capitolo 5).

G) l’immagine a pagina 62 non è tratta da “Fermo con le mani” bensì da “Animali pazzi” (errore ahinoi diffuso in diversi volumi): vien qui da ribadire che prima di scrivere d’una qualsiasi pellicola sia buona norma perlomeno visionarla (e magari senza distrazioni).

H) Antonio De Curtis, per il Totò delle stagioni teatrali in Compagnie di Rivista, ha ricevuto ben più di una sola Maschera d’Argento (…)!

I) Con la Pampanini non risulta ci siano stati effettivi flirts.

L) A pag 85 sono mischiate, senza pudore, alcune delle tappe della tournée di “A prescindere”…

M) (pag 94) “Poco sappiamo del Totò teatrale”? Beh, basta prendersi la briga di cercare parecchi giornali d’epoca! Posso ben ripeterlo io, che l’ho fatto, e che, tempo ed impegni permettendo, sto proseguendo.

N) A pag 105 è dichiarato che il film “ANNI RUGGENTI” non sarebbe stato realizzato: che non vanti la prevista partecipazione di Totò De Curtis (da protagonista o cameo da guest) non sempre equivale ad annullo del progetto! Ed infatti, come si sa, l’hanno poi girato con altri interpreti.

O) A pag 110 leggo di 3 premi per “LA MANDRAGOLA”: no, essi sono per “UCCELLACCI E UCCELLINI”!

P) Per LA MANDRAGOLA, tanto per puntualizzare, dai quotidiani del 1966, Antonio De Curtis risulta incluso nella rosa dei candidati, come non protagonista, al Nastro d’ARGENTO (poi conferito al collega Ugo Tognazzi per ruolo in altra pellicola).

Q) Il film di Nanni Loy “CAPRICCIO ALL’ITALIANA”? Che c’entra Nanni Loy con questo film?!? Stendiamo un velo pietoso!

R) Delle due ospitate a Studio Uno, a pag 113, elenca solo la seconda, come fosse stata l’unica: in realtà nella prima, febbraio ’65, presenzia in qualità di Antonio De Curtis e Mina canta la sua canzone “Baciami”, in quella di oltre un anno dopo, si vede il personaggio “Totò” scatenarsi dapprima in duetto con Mina e poi nello sketch “Pasquale” assieme al fido Castellani.

S) la serie “TUTTOTotò ” non è in seguito all’ospitata a Studio Uno del giugno ’66, semmai è vero il contrario.

T) (ancora correggendo pag 113) Gli spot per la Star erano in realtà Caroselli, e completata la prima durante l’anno solare ’66, nei primi mesi del 1967 ha iniziato a girare la seconda delle 3 serie previste (come da documenti giunti a noi).

U) Dei dieci “TUTTOTotò ” girati, dopo la pressione censoria RAI-TV dell’epoca, mi risulta “rimasti” 9 e non solo 7.

V) Della sommarietà generale della filmografia, tacendo le omissioni, fra gli errori, riduce ad uno i due ruoli in ben 4 film; dei tre ruoli in “L’ALLEGRO FANTASMA” (se non contiamo quarto il fantasma genitore del quadro) ed in “Totò TERZO UOMO” ne elenca 2 (probabilmente non li ha visti).

W) il Vincenzo “il fenomeno” di “OPERAZIONE SAN GENNARO” di professione scassinatore?

Z) In “Totò CONTRO MACISTE” oltre a Totokamen e suo padre Sabakis interpreterebbe pure il nonno? Nella versione Dvd da 92′ (che ho rivisto e ri-ascoltato) non lo trovo nemmeno lontanamente menzionato! Forse confonde con la citazione del “dio Ammòn” ??

Mah! Tirando le somme, spacciare tale raffazzonato opuscolo per ennesimo omaggio, non sarebbe altro che oltraggioso. Sarebbe però scorretto generalizzare, come nel diffuso uso quotidiano, senza precisar doverosi distinguo; dopo le segnalazioni negative, onore al merito, rinfranca l’animo e rigenera dar spazio alle valutazioni positive! C’è anche, per fortuna, allargando i propri orizzonti e prendendosi il tempo per studiare diverse fonti dell’epoca, chi s’è distinto: penso in primis ad Alberto Anile. Per aver esplorato parte di quanto progettato e recensito nell’arco del secolo XX° sul tema, sapendone la buona fede, si è portati all’indulgere con i pur non pochi errori stampati nel suo “Totalmente Totò” (li ho segnalati, via mail, tanto a lui che alla Editrice). A proposito di totalmente e parzialmente, nonché di nome ed identificazione, senza voler irridere Marzullo ed auspicando non parer retorico al pari delle domande di Tonino Pinto, rifletto. Dobbiamo fermarci al personaggio Totò? O è lecito curiosare sulla vita della persona che anima Totò? Cercando di entrambi non è quasi scontato far della confusione? Per approfondire il concetto valgano le seguenti riflessioni. Colui che è menzionato spesso quale “Sua Altezza imperiale il principe Focas Comneno di Bisanzio” (ed altri titoli nobiliari e cavallereschi), un quinquennio dal fatidico 1967, non vanta esclusivamente di proiezioni d’essai (1971-’72 perlomeno a Milano e Roma, ma ad onor del vero, ha avuto qualche rara celebrazione già in vita, come quel lunedì del 1963 da terzo protagonista della prima edizione degli Incontri Internazionali del Cinema…).

Il fenomeno si fa strada pure nella carta stampata: l’editoria, da sempre ricca di proposte su ogni tematica immaginabile, sullo specifico, s’è destata giusto un lustro dopo i funerali (proverbialmente “tre”, come spiegato in alcune biografie, e notissimo ai fan d’ogni dove…); vale a dire che ciò è avvenuto, nel medesimo periodo nel quale, la proiezione nelle sale dei film con Totò, da visioni ennesime, diventava studio (oltre che diletto). In quei primi due timidi azzardati omaggi del 1972, se il Paliotti ha organizzato la sua monografia per temi e favorito di precedenti articoli (suoi e non), quel primo “Totò” di Goffredo Fofi è ovviamente da prendere con beneficio d’inventario per imprecisioni e madornali errori (su tutti un fantomatico Massimiliano De Curtis nato e morto nel ’60 al posto del reale Massenzio del 1954), data l’ignoranza in materia diffusa all’epoca. Per la prima volta protagonista in “San Giovanni Decollato” (mentre si sa era stato protagonista anche nei primi due film) e “Disse una volta il mondo” al posto di “C’era una volta il mondo” (titolo di una sua Rivista di successo) sono le due sulle quali si può sorvolare… Ma scrivere “Nato ad Avezzano di Napoli” e che Totò avrebbe fatto parte della Compagnia di Marisa Maresca (!) auto-denunciano un livello di analfabetismo sulla storia dello Spettacolo, nonché sulla geografia: sono 4 castronerie di un certo “G. Col.” in uno degli articoli in mortem pubblicati in data Domenica 16 aprile 1967. Sommarietà e note generiche, mettiamo pure “in buona fede”, generano da sempre equivocabilità: ciò tanto nel male quanto parimenti nel bene; vale a dire? Nel positivo si ripete l’evidenza che (ogni giorno?) faceva beneficenza: sì, ma, da quando? Non certo da inizio carriera! Da quando, presa coscienza del poterlo fare (il reddito glielo permetteva) e, pur ritagliandosi i leciti spazi di vita privata, non vivendo da egoista (al contrario della scelta di alcuni ricchi e potenti), vi ha materializzato la sentita empatia. A cercarne notizia se ne moltiplicano gli episodi censibili e dei più noti circolano soggettive varianti.

Dato come oggi ne risulta proverbiale la generosità (da ’48 in poi?) concludo che, come due profili di una stessa anima, la prodigalità dell’uomo sembra correlativa alla virulenza di Totò. A corollario, limitandomi a quanto qui c’interessi, riporto testualmente parte di un pezzo d’epoca: leggibile a pagina 59 (N° 7 dell’Anno 39°) del settimanale “Eva Express” edito in data 15 febbraio 1972 (il giorno in cui, colui del quale si disserta, avrebbe compiuto 74 anni!); stando ai dati raccolti, non ci giurerei fosse proprio l’anno solare 1950, ma si sa, in questi casi, ciò che conta è l’aneddoto. Trattasi di una risposta indicativa, che voglio citare testualmente, fra le affermazioni, raccolte da A. Pacifici, fatte da Antonio Tozzi (ex capo vigilanza a Cinecittà) e costituenti la prima puntata dell’articolo “Sono il Maigret di Cinecittà”: ” Con il popolarissimo attore mi accadde un piccolo infortunio. Ricordo che Totò una mattina si presentò in anticipo allo stabilimento. Io, che al solito stavo sorvegliando che ogni cosa fosse al suo posto, andai ad accoglierlo sul cancello e, distrattamente, dimenticandomi il suo titolo nobiliare, lo salutai dicendo: “Buongiorno, ben arrivato, Totò”. L’attore mi guardò un attimo, poi mi disse, serio: “perché Totò? Mi chiami principe, lo fanno tutti. ” Fu una gaffe, perché l’avevo sempre chiamato principe. Mi salvò la prontezza di spirito. Risposi: “Chiedo scusa. Ma di principi ve ne sono tanti. Di Totò, al contrario, ve n’è uno solo.” Il comico sorrise e volle che andassi a “prendere un caffè”, porgendomi la fantastica somma (eravamo nel ’50) di cinquemila lire. Somma che io non accettai perché sapevo che Totò quel denaro l’aveva già destinato in beneficenza, come era solito fare ogni giorno.”


Capitolo 2 - Politico e apolitico

Vuoi in riconoscenza per gli atti di generosità tramandati, o più semplicemente, presi dal carisma o per banal dovere conformista (in questi anni è in auge lodare Antonio De Curtis in arte Totò), chiunque ne scrive (opuscoli o libri, articoli o commenti, tanto su supporto cartaceo che online) non manca di indugiare nelle più sperticate lodi; plausi critici e riconoscimenti per l’attività teatrale, pur se ha espresso l’estro personale perlopiù in generi considerati a torto “minori” (storicamente ritenute somme erano l’Arte lirica e l’Arte drammatica e sottovalutate le altre…), concordi col successo di pubblico (che rare volte gli è venuto meno), ne ha collezionato innumerevoli nel tempo (in epoche diverse).

Alterne le opinioni avute, escludendo progetti irrealizzati, suoi o di natura altrui, nel settore filmico; sappiamo bene, infatti, è fra le cose trite e ritrite, come in vita sia stato fra gli attori guardati con sufficienza da critici cinematografici, lo si deve ammettere, non propriamente ottusi, quanto piuttosto in linea con le direttive: è da rimarcare che le voci ufficiali, se non servili al Potere, restano quelle che permette la corrente dominante (del periodo). Ed il pensiero dominante, Massoneria o Congrega di famiglie VIP?, a seconda tu sia allineato o contestatore, ti eleva (a prescindere dall’uso che fai dei tuoi personali talenti) od altrimenti ti contrasta in ogni modo; ciò da sempre ed in ciascun Paese, a partire dalle Nazioni che, con secoli di coloniali imposizioni (per tacere dello sfruttamento), si trincerano nell’aver prodotto Arte, Cultura e fede religiosa; un sistema opportunista, alla faccia della moderna educazione civica, che porta naturale farsi deridere. Totò De Curtis l’ha fatto in piena libertà, calato in un novello Tarzan (per “Tarzan” non alludo al cavallo del cinema, compagno d’avventure di Ken Maynard, ma al ben + famoso atletico personaggio protagonista d’avventure in ambiente africano), sin dal teatro di Rivista dell’anno comico ’38-’39 (non che prima le sue macchiette e ruoli difettassero di ironia e note sarcastiche, NDR). Un decennio dopo, nell’agosto dell’Anno Santo, ha adempiuto ad un cine-contratto: ecco così creato “TOTOTARZAN”, parodia del “super-eroe” di Burroughs, moltiplicandone la capillarità grazie al grande schermo, per satireggiare le contraddizioni della cosiddetta “Civiltà Europea”. Ivi, il “tipo Totò” (in una delle sue varianti possibili), un Della Buffas nato selvaggio “uomo di foresta” (“forestiero”), amico degli animali della naturale jungla (meno disumana e più socievole delle umane metropoli), sopraffatto dall’istinto eterosessuale, bacia le donne e schiaffeggia gli uomini; nel suo travolgere le convenzioni moderne, che accettano le guerre come ovvietà, deride il bellicismo dell’esercito fino all’estremo del “chi è causa del suo mal…”: dopo la serie di razionali dissensi, lanciando la bomba a mano (sulla quale verteva la lezione del giorno), il Totò-Tarzan “sotto le armi” conclude: “per cortesia, lei che è colonnello: se la prenda lei!”

Ufficiali delle Forze Armate, al pari delle altre Autorità alte e medie, si son trovate e restano bersaglio di cònsone frecciate; ne ha (avute) per tutti, nel filtro dei ruoli o tipi, e certune fanno scompisciare perfino dopo lustri e lustri! Lascia il segno l’Antonio Lumaconi di “Totò Le Mokò” che, pacato, sorprendendo l’interrogante Fatma, confessa: “Faccio il democratico-cristiano: censuro la tua anima!” Il monocolore DC, in quell’epoca “al comando”, ben rinsaldato dal potere extra-parlamentare del clero Vaticano, tanti danni ha causato alle espressioni del mondo cinematografico: antidemocraticamente e con parzialità, i responsabili addetti, non solo “consigliando” tagli e ponendo divieti ai minori, ma con chiusure alle proiezioni nelle parrocchie (vietata visione al mondo cattolico) ed impedimento all’esportazione, hanno spesso castrato opere di spessore. Che non pochi di quegli uomini di potere decisionale siano rimasti al medesimo posto occupato durante il ventennio, surclassando le epurazioni per una sorta di “continuismo”, fa parte delle consuete stranezze del “nostro” Belpaese: evoluzione dell’italico inveterato (e sempre attuale) trasformismo? In perfetta linea con le regole, non di quello consacrato Arte da Poldo Fregoli, ma del trasformismo socio-politico (all’italiana), s’è avviata la pletora degli ex detrattori poi convenientemente ricredutisi; di simile “obbediente” conversione fanno parte Autori firmatari di testi (sacri e non), compresa l’ennesima biografia. E di anno in anno, di monografia in monografia, ormai si conta una corposa libreria. Tutto l’insieme di pagine spesso ripetitive nei testi e nelle foto, essendo ormai Storia, placando una continua fame e sete di Totò e dando qualche risposta, comprende i saggi (tra utili e superflui, fra originalissimi e ristampe), in escalation esponenziale, incentrati su un mortale tanto creativo ed imitato, così nelle espressioni del Comico, come nelle massime del vivere privato. Un mortale, invero, alfine reso immortale da commemorazioni e sfruttamenti posteri; …e anche un uomo d’umanissime debolezze e di sensibilissimo umore, tant’è che s’alternava estremamente tollerante ed estremamente battagliero. L’aspetto combattivo dell’uomo Antonio, pur permaloso e talvolta duro, come si evince dall’etologia sugli aneddoti conosciuti, trova livellamento nella pax indotta dal complesso della sua Arte Comica. Paradossalmente, che sia per la trasversalità della sua “vis dissacrante” che ciascuna coalizione politica farebbe carte false (creando “falsi storici”), pur di poterlo etichettare “uno dei nostri” ?!? Già ho letto travisamenti in tal senso. A tal proposito, serve accennare ad un eclatante episodio eternamente attuale (senza riportare la Verità per non compromettere la valenza universale del discorso); riguardo l’aggressione subìta a Firenze, si era nel marzo 1945, in seguito alla battuta intenzionalmente conciliante “Compagni o Camerati è la stessa cosa” (il copione lo aveva firmato Michele Galdieri), sono state scritte due versioni politicamente opposte dei fatti! Incredibile? Ad onor del vero, guardando alla cronaca attuale, dove ogni fazione si propone come l’unica buona e giusta, passando la realtà dai propri specchi distorcenti, incredibile mica tanto! Non è mai scontato, siano coincidenze od effetti studiati, metter in luce frasi apparentemente buttate lì; per dirne una, Antonio De Curtis in arte Totò, un lustro dopo l’aggressione subìta, si prende una rivincita di respiro universale: nel filtro dell’interpretazione cinematografica, come fosse comunemente in uso in caso di pericolo, si lascia andare all’appello: “Fratelli! Fratellastri! Compagni! Camerati!” Ignoro se la variante (“Fratelli e fratellastri” è indubbio riferimento al mondo cattolico…) sia di suo conio (tratto il tema Autore nei capitoli 7 e 8) oppure di un gagman (1 dei 4 sceneggiatori ufficiali od 1 degli occulti in gergo detti “negri”), fatto sta che la battuta, miracolosamente scampata alle forbici della censura (preventiva se scritta nel copione, a posteriori se improvvisata da Totò-Figaro), resta eternata nella pellicola decisamente comica dal titolo “Figaro qua… Figaro là”.

Oltre a mostrare l’incontenibile verve dello scatenato protagonista, reduce dalla seconda stagione teatrale della Rivista “Bada che ti mangio!” (chiusa a maggio), questo film omaggia il genere (comico) con le sequenze del lancio dei piatti (già un decennio prima nel “San Giovanni decollato” e, anni più tardi, in “Totò, Peppino e i fuorilegge”) e delle torte in faccia (gag tipica delle comiche specie nel muto statunitense, vista riproposta per esempio ne “L’imperatore di Capri”…); Antonio De Curtis in arte Totò, calatosi in un “barbiere di Siviglia” surreale e metafisico (sparato dal cannone e che sviene al menzionare il termine “polveriera”), ha l’opportunità di esibirsi in camuffamenti di diversa forma e natura: il classico travestimento da donna (per sostituire Rosina), lo spaventapasseri (sorprendente quanto riesca immobile nella posa), fino ai veloci cambi di costume, grazie ai due lacchè (1 dei quali, riconoscibile solo al fermo-immagine, impersonato da Leonardo Bragaglia), in omaggio al trasformismo, in condivisione col collega “Rascel”; e, per troncare prima che la riflessione sconfini in fuori-tema, non posso tacere il pezzo dove ha reso un Pulcinella magistrale (tanto nell’intonazione che nella pantomima): interprete (o fine imitatore) di una Maschera classica, colui che spesso ha dato vita alla nuova Maschera, il suo “totò”. Ogni popolana Maschera Comica, per tradizionale “riscatto” sociale, senza vendersi ad alcuno, deride ogni volta i politici di turno al Governo: basti pensare alle indimenticabili stagioni teatrali, poi tele-teatrali, della incorreggibilmente divertente Compagnia del Bagaglino. Questo genere di satira comica, prima che essere un sotto-genere cinematografico ed altresì trovar oggi sfogo in canali TV e video online, oltre al filone letterario (“castigat ridendo mores”, nel suo significato latino originario “ridendo castiga i costumi”, che il personaggio Totò Sapone di “Totò sceicco”, adattando all’uopo, ha deviato di senso in un italico “ridendo castigo i mori”, cioè quei mori che stava passando in rassegna quale spacciato figlio dello sceicco: ragionando di Lui mi si conceda la divagazione) ha divertito i pubblici di molti teatri, così come i lettori di vignette (nei maggiori quotidiani e settimanali, a cavallo tra i secoli XIX° e XX°, gli Autori impietosamente hanno usato sferzare tutti, senza escludere memorabili sarcasmi al potere clericale); insomma, non è esagerazione eccessiva sostenere che esiste da sempre, o perlomeno da quando le Comunità si son organizzate (separando la gente “qualunque” sentita lontana dai privilegiati amministratori dei Poteri).

Ben prima dell’era di Franco Pippo con Oreste Lionello e Company (ad esempio, da “Biberon” a “Torte in faccia”, svariati gli avvicendatisi in decine di stagioni per decenni, partendo addirittura dal 1965) e prima degli imitatori Di Gilio e Alighiero Noschese (quest’ultimo protagonista di tour teatrali quali “Scanzonatissimo” e “La voce dei padroni”, solo per citare due fortunati titoli anni Sessanta), durante gli anni Dieci e Venti del XX° secolo, dapprima in Varietà (o come si diceva “La Varietà”) con macchiette assolo ed in seguito in formazioni composite, ha fatto furori tale Nando Trezzi (dal “Trezzi-giornale” a “Montecornuto”, riferimento diretto a Montecitorio, ecc.). Non vi si discosta di molto l’argomento del film corale “Gli onorevoli” (trama intessuta di canzonature sociopolitiche 1963, in lavorazione col titolo provvisorio “VINCA IL MIGLIORE”, quasi fosse una cronaca d’attualità…ma con critiche valide perfino oggi, come probabilmente sempre), sul quale evito di dilungarmi, sia con gli altri protagonisti (separati per partito politico) che con il personaggio Antonio La Trippa, reso con la consueta passione da Antonio De Curtis in arte Totò. Il Totò tipo satirico, accoppiato al tipo “spalla”, un personaggio come Peppino (l’attore, commediografo e capo-comico Giuseppe De Filippo qui docile e plausibile caratterista), ha osato sconfinare; sicuramente ha sconfinato ed in più luoghi ipotetici il Ninì Chanteclaire dei due Totò DI NOTTE e di “TOTOSEXY”, vero che per un umorismo nel complesso leggerissimo, però con qualche sketch da “scompiscio” memorabile (il numero del duo Ninì-Cocò, Totò-Macario, dall’agente teatrale interpretato da Agus in primis), qualche pezzo divenuto documento nel tempo e l’etica condivisibile del salvare i cani dalla cucina orientale. Mentre se focalizziamo sulla coppia Totò-Peppino, nell’ambientazione alemanna (nella realtà filmando a Roma), parodia a parte, nella cronaca dell’erezione del muro (estate 1961), si deride “la guerra fredda” e su più fronti: “Totò e Peppino divisi a Berlino” (1962, poi riedito con qualche taglio nel ’64), a prescindere dalle sottovalutazioni recensorie d’ogni epoca, nella cornice delle 3 super-potenze messe alla berlina, sviluppa la trama in bianco e nero. Una colorazione, per contrasto, di viva contestazione all’arrivismo razzista mondiale. Ciascuno dal proprio punto di vista. Davvero, per giocare coi termini ma dandovi preciso significato, una presa di posizione si può dire politica “di colore”. Il colore politico è diritto di ciascuno (in varie fonti son menzionate le opinioni espresse dal “principe” Antonio De Curtis, anche se va tenuto presente che nessuno ha mai potuto sbirciare nel segreto dell’urna), ma pur avendo le proprie opinioni (religiose, politiche, filosofiche), pubblicamente, conviene che il “capocomico” (sia egli di Compagnie Drammatiche, di prosa, musicali, dialettali, di sceneggiata, di Operetta, di Rivista, di formazioni di Varietà, e qualsivoglia altra) e l’Attore protagonista o di spicco (comunque di primo piano), appaiano apolitici o perlomeno “agnostici”. Correlativamente concordo con l’Antonio De Curtis classe 1898 (anno specificato in base alla nota spiegata nell’Introduzione), la sua dichiarazione è documento tele-filmato, che ha rifiutato la proposta di candidarsi Deputato, o meglio Senatore, in coerenza col sentire universale la propria missione: permettere che il primo interprete di quel tipo “totò”, ossìa quel signor Antonio De Curtis del 1898, fosse identificabile in un Partito, etichettandolo, ne avrebbe inficiato il suo “essere per tutti”!

Certo che il contatto, dandovi risalto “pubblico” per ovvie ragioni propagandistiche, la persona Antonio l’ebbe per l’araldica; il sentirsi monarchico, non unicamente deducibile dalle presunte dinastie imperiali aspirate, si evince da quel “Viva Lauro!” al quale si è lasciato andare quel sabato 1° febbraio ’58 ospite a “Il Musichiere”; l’armatore in quell’epoca pure sindaco di Napoli, al quale son andate le simpatie di De Curtis Antonio “Sua Altezza principe” eccetera, rimane noto per i suoi atti di generosità verso la gente. Si è spesso malignato, indubbiamente dai Partiti avversi, la sua fosse una condotta finalizzata ai fini elettorali, ma tant’è: non ha lasciato indifferenti. Tutto ciò, ad onor del vero, tocca rilevare; rilevo che i “Politicanti” di ciascuna bandiera, come ovunque nel mondo, spacciandosi per gli illuminati benefattori, hanno spesso approfittato del loro ruolo a spese della collettività. Per fortuna che alla collettività rimane la consolazione del poter ridere; far ridere il popolo, dando respiro agli stress quotidiani e stemperando le tensioni, è un giusto compito assolto dai comici. Il Comico, tanto calandosi in una Maschera che interpretando un personaggio verosimile, sia nel numero “vario” che nella prosa, satireggia gli estremismi d’ogni colore (nero, bianco, rosso e qualsiasi altro si voglia aggiungere); egli, deridendo i malvagi, trova sempre l’aspetto divertente e, se si ha l’umiltà di predisporsi senza farsi coinvolgere da permalosità di parte, sa ridere di tutto e tutti. Ovviamente riesce a far sbellicare con intelligenza e senza palesi offese; eppure il grossolano ed aggressivo Scannagatti, il cigno di Caian(i)ello, “Ninuzzo” (così vezzeggiato quando il cognato siciliano lo avverte concretare), insomma una delle varianti sfumature della macchietta-base “Totò”, ci strilla il contrario. Il personaggio, galleggiante come l’olio, si riveste di comicità soverchia; la sua verbosità logorroica, tendente al dominare ogni dialogo, a tratti, può però risultare fastidiosa. E’ seccante ed alquanto innervosente, osservando la celebre sequenza del “vagon-lit”, ogni impertinenza cafona subìta dall’Onorevole; altresì, cambiando punto di vista, ogni offensivo attacco di parola o mimico (dagli sternuti abortiti all’entrare con la mano in spazi altrui, dal tocco e ritocco al gettare dal finestrino valigie e scarpe), “suonato” dal genio compositore (il maestro Antonio Scannagatti di “Epopea italica”) al Trombetta (ex ostetrico, or oratore in Parlamento…), produce matte risate. Il pubblico ride di gusto, esalando il malanimo cresciuto nell’ingollare sopruso dopo sopruso, perché nel singolo membro ingiuriato e deriso (Trombetta) identifica tutta la kasta dei privilegiati del microcosmo della Politica. E dato che il distacco dal cittadino utente parte fin dal Consiglio Comunale, nel divertimento del pubblico sopportato a denti stretti dalle Autorità in carica, le sferzate di Totò Scannagatti non risparmiano nessuno. Del dileggio globale, tra le irriverenze sparse lungo la pellicola comica, mentovo alla rinfusa le stoccate più notevoli: “Chi mi frena! Che indecenza!” “Che!!! Che!!!” “Ma signor sindaco, lei è scemo!” “E ammettendo anche che io, per Democrazia Cristiana, io accettassi di dirigere… (eccetera)” “io professo una dottrina: libero la cittadinanza” “Sono democratico!” “A chi! A chi!” “Ma mi faccia il piacere, se ne vata!” “Onorevole: ‘ndrangheta!”.
Ogni battuta provoca risate, più o meno liberatorie, secondo la predisposizione e sensibilità di ciascuno (e s’aggiungano pure le esperienze vissute); qui non voglio sostar in analisi, ma piuttosto focalizzare l’attenzione su note…da pentagramma. Del nesso tra Comicità e Musica, riaffermando il compendio sulla musicalità del genere comico ed il correlato stilema dell’attore-autore Totò De Curtis, ha dato lettura il buon Vincenzo Mollica (tanto in articoli quanto in video-conversazioni), appunto discutendo di “Totò a colori”; non è per fatalità che la tanto decantata “riscoperta” di Totò (meglio sarebbe dire “risveglio” di una fetta di critici su per giù “caporali”) sia iniziata guarda il caso con la proiezione del notissimo primo lungometraggio sonoro in Ferraniacolor. Così a quel prodotto Amati- De Laurentiis-Ponti-Ferrania (la ditta investitrice), un ventennio dopo, è toccato inaugurare la serie post-sessantottina di proiezioni, prima del dilagare dai network televisivi di oggi, passando per cicli estivi nei palinsesti “mamma Rai”. Parimenti alle aziende Rai e Fininvest/Mediaset, l’hanno usato (e lo sfruttamento continua interessato e disordinato) più emittenti “minori” e locali: riciclandone molte pellicole (spesso con tagli, ed incoltamente, laddove esistenti, sfumando i titoli di coda), nonché il tele-ciclo “TuttoTotò” e diversi “Specials”, la TV italiana usa presentare “Totò” senza far molto discernimento. V’è un dualismo, difatti, abbastanza rimarchevole, fra Persona tendente alla distinzione sociale e tipo interpretato al quale detta Persona vien associata; e l’associarla inequivocabilmente al tipo/Maschera/diminutivo “Totò” ha diretta proporzionalità con la fama/popolarità acquisita nel tempo da Antonio De Curtis in arte Totò.


Capitolo 3 - Il “Totò” di Fellini e Fellini per Antonio de Curtis

A proposito di differenza fra Totò/Antonio De Curtis e Totò-personaggio/macchietta/Maschera, voglio soffermarmi su di una digressione: la quasi integrale lunga opinione del regista-Autore Federico Fellini, pubblicata in origine in “Fare un film” e poi riportata in altri libri; la descrizione che ne fa, esaltante ed inguaribilmente capace di stupirsi, rende l’idea di cosa suscitasse il Totò Maschera comica nell’estro felliniano:

” il sentimento di meraviglia che Totò comunicava era quello che da bambini si prova davanti a un evento fatato, alle incarnazioni eccezionali, agli animali fantastici; la giraffa, il pellicano, il bradipo; e c’era anche la gioia e la gratitudine di vedere l’incredibile, il prodigio, la favola, materializzati, reali, viventi, davanti a te. Quella faccia improbabile, una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga; quel corpo disossato, di caucciù, da robot, da marziano, da incubo gioioso, da creatura di un’altra dimensione, quella voce fonda, lontana, disperata: tutto ciò rappresentava qualcosa di così inatteso, inaudito, imprevedibile, diverso, da contagiare repentinamente, oltre che un ammutolito stupore, una smemorante ribellione, un sentimento di libertà totale contro gli schemi, le regole, i tabù, contro tutto ciò che è legittimo, codificato dalla logica, lecito. Come tutti i grandi clowns, Totò incarnava una contestazione totale, e la scoperta più commovente e anche confortante era riconoscere immediatamente in lui, dilatati al massimo, esemplificati in quell’aspetto di personaggio di “Alice nel paese delle meraviglie”, la storia e i caratteri degli italiani: la nostra fame, la nostra miseria, l’ignoranza, il qualunquismo piccolo borghese, la rassegnazione, la sfiducia, la viltà di Pulcinella. Totò materializzava con lunare esilarante eleganza l’eterna dialettica dell’abiezione e della sua negazione. Si è sempre detto, e ancora si sente dire che Totò al cinema è stato usato male, non gli sono state offerte che raramente le occasioni degne del suo eccezionale talento. Non credo che Totò avrebbe potuto essere meglio, più bravo, diverso da com’era nei film che ha fatto.”

Dopo l’opinione su Totò meraviglia in sé ed esclusivamente abile nell’esser “quel Totò”, umilmente, ha ammesso che non sarebbe mai riuscito a condurlo da regista-Autore, semmai solamente a filmarlo, riprendendo un fenomeno in viva esibizione (così com’era il personaggio), e che quindi non necessitava della “sua mano”; in verità, come sappiamo, lo aveva diretto, ma come semplice tecnico che sostituisce un collega assente e, quindi, che deve attenersi ad un copione altrui e non ad esprimere una propria poetica. Si trattava della sequenza conclusiva della parte del tribunale di “Dov’è la libertà!?”, l’evoluzione del progetto di Rossellini-Autore, il quale, invece, appunto, aveva pensato alla satira di costume affidandola ad un Totò cosiddetto “neorealista” (vale a dire il lato “umano/sociale” dell’attore De Curtis in arte Totò, l’unico agognato e voluto dagli intellettuali di un tempo, che l’hanno preferito al Totò del lato “macchietta puramente comica da risate a crepapelle” invece prediletto dai pubblici)… E per non allungare troppo il brodo, riprendo la citazione di Fellini, però come preferisco, citandolo testuale:

” Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella, che non poteva essere che Pulcinella, cosa altro potevi fargli fare? Il risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era Totò. Il punto d’arrivo di qualcosa che si perdeva nel tempo e che finiva in qualche modo con l’essere fuori del tempo. Intervenire su un simile prodigioso risultato, modificarlo, costringerlo a qualcosa di diverso, dargli una diversa identità, una diversa credibilità, attribuirgli una psicologia, dei sentimenti, inserirlo in una storia, sarebbe stato, oltre che insensato, deleterio, sacrilego. Miopia della critica? Ma è un po’ tutta la nostra educazione, come dire? occidentale che ci spinge a non accettare le cose come sono, a proiettarci in una prospettiva diversa, a sovrapporci sopra qualcosa di estraneo, di ricercato, di intellettualistico. Si perde di vista che Totò è un fatto naturale, un gatto, un pipistrello, qualcosa di compiuto in se stesso, che è come è, che non puoi cambiare, tutt’al più puoi fotografarlo. Nel “Viaggio di G. Mastorna” avevo pensato a Totò, ma così com’era. C’era un ricordo di Totò e Totò appariva. Non mi sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le storie ce le aveva già tutte scritte sulla faccia? Mi sarebbe piaciuto piuttosto dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento, che rendesse conto di come era, come era fatto dentro e fuori, quale era la sua struttura ossea, quali erano gli snodamenti più sensibili, le giunture più resistenti e mobili. Avrei voluto farlo vedere in diversi atteggiamenti, in piedi, seduto, orizzontale, verticale, vestito ma anche nudo, per vederlo bene e farlo vedere, così come si fa con un documentario sulle giraffe, per esempio, o su certi pesci fosforescenti degli abissi marini. Avrebbe dovuto essere un’intervista fantastica, un tentativo di catturare il senso di quella straordinaria apparizione che era Totò. “

Così il regista delle psicosi di “8 Mezzo” e degli Spiriti di Giulietta, poco più di un decennio dalla morte di Antonio De Curtis (primo ad incarnare il “Totò”), nel generale encomio particolareggiato dello stupefacente tipo “Totò” (sicuramente col pensiero a quelle esibizioni fotografate nella mente, le prime volte che s’è scoperto ad ammirarlo, nel lontano 1939), ne ha di fatto denunciato la sua impossibilità al (sentirsi e) diventarne Autore. Un limite creativo che pare derivare dall’etico rispetto di un altro riconosciuto del tutto già di per sé originale? Eppure in altri casi, per cameos o genericate, pur non concedendo chissà quali estreme prove espressive, il regista riminese ha saputo adoperare altri interpreti unici e particolari; tra i più o meno noti si pensi all’Artista “Polidor”: l’ho potuto riconoscere quale simpatico fraticello cercatore per “le notti di Cabiria”, un clown musicale per il controverso “la dolce vita” (decisamente uno specchio del potere delle multinazionali del tabacco), nonché un premiato attore anziano (plausibile pure l’ottantenne sé stesso) per “Toby Dammit” (episodio di “Tre passi nel delirio”)…
Il dichiarato limite del Federico Fellini sceneggiatore, mi par di capire, sta dunque nel non aver visto le potenzialità dell’Antonio De Curtis completo (in arte Totò ma capace di essere altri personaggi diversi dal “totò” tipo/Maschera) perché ipnotizzato dal magnetismo del “totò” (appunto quel nomignolo che pare catturi tutti fin dalla prima, pur distratta, lettura).

Viceversa, perlomeno nell’ultimo decennio della propria vita (ed attività artistica), probabilmente contagiato dalla sopravvalutazione critica vantata dal regista-Autore romagnolo, concausa la menomazione della vista (celata ma vissuta), Antonio De Curtis ha desiderato esser diretto dal pluri-premiato “reggistone”, ovviamente non quando richiesto nel “Totò”, nell’ansia di mostrare le potenzialità delle frecce poco usate eppur presenti nel proprio arco. E qualcuna, non so quanti se ne siano accorti fino in fondo, nel corso del ventennio della “Totò-mania”, ha avuto maniera di scoccarla. Ma per poter non cadere nel facile equivoco del far di ogni Totò il solito “totò”, cosa che può passare per sciocchezza, occorre saper vedere la differenza tra Totò personaggio e gli altri personaggi interpretati da Totò De Curtis: il suo mezzo secolo di carriera, prima di trovarlo Maschera (moderna) tra Maschere, è incominciato quando Antonio, ancora non riconosciuto De Curtis, era per tutti Clemente…


Capitolo 4 - “Il Totò” e l’attore completo

…ha usato “Clerment” come suo primo nome d’arte, esibendosi in “assolo” acrobatici e macchiette; il cognome materno, Clemente, storpiato simpaticamente in codesta guisa (Clerment), s’allinea ai non pochi nomi d’arte d’assonanza più o meno francese, come d’uso. Come in uso “s’è fatto le ossa” nella gavetta: nella Napoli di quell’epoca, chi sentiva il sacro fuoco (o vocazione) dell’Arte scenica trovava maniera per esperimentarsi nella recitazione, oppure si edificava propri numeri nei quali incanalare le doti personali. O, come nel suo caso, dotato di ambo le componenti, procedeva su entrambe fino a definire la propria strada. Perciò mi piace definirlo tanto Attore (recitava ruoli) che Artista (s’è espresso in numeri, macchiette, tipi, pennellate, riconoscibile dai suoi tipici intercalari e mossette da e di “Totò”). Per non deprezzare o fraintendere, occorre sottolineare quei particolari che rischiano di restare, tanto per citare, “sottosemaforo”. S’è sperimentato, non solo nei primi anni di alternanza fra occasionale partecipe a Compagnie dialettali-di Maschere (regionali) e numero atteso d’Arte Varia, ma come si sa, perfino più tardi, nelle parti filmate in celluloide. Nell’àmbito Comico, tra i diversi tipi che ha abbozzato od approfondito, si è limato un “tipo” che ha denominato semplicisticamente “Totò”: è diventato talmente famoso da esserne l’identificativo universale; e quando si discute del Totò per antonomasia, appunto, ci si riferisce al tipo, ivi codificato come “il Totò”. Dapprima come “Clerment”, poscia come “Totò”: inizialmente ha sfruttato le doti naturali, affinate maggiormente con il costante esercizio, e com’è arci-noto, ha eccelso come marionetta e progressivamente pure come interprete gestuale e verbale (in ogni declinazione ed intensità: dal non sense al surreale, dalla semplice parodia alla graffiante satira).

Si parla di “Maschera Totò” ma va specificato che, al contrario delle Maschere fisiche sul volto (Pulcinella, Arlecchino e classica compagnìa), egli fa parte della categoria detta di “Maschere senza maschera”, cioè di quelle, pur con propria “divisa” e trucco, senza la Maschera a coprire il viso (per estensione penso a Stenterello e Scarpetta-Sciosciammocca, ma pure a “Stanlio e Ollio”, “Buster” Keaton, lo “Charlot” di Charles Spencer Chaplin, il “Franco Franchi” comico ed il “Ciccio Ingrassìa” comico, eccetera eccetera). Vale a dire che l’attore Antonio De Curtis, principalmente, ha incarnato “il tipo Totò”, con la bombetta e la stringa per cravatta, il tight non della sua misura ed i pantaloni “saltafosso”, le calze rigate e colorate e la sua intensissima espressività. Il così codificato “il Totò” (quel Totò per antonomasia ossìa la Maschera comica disarticolata e su per giù Futurista) è stato reso da Totò De Curtis, prima in teatro, in numeri di Varietà ed in Spettacoli di Rivista (tanto quella in tre atti/tempi che quella ridotta ad un atto per far “AVANSPETTACOLO”), e quindi immortalato in filmati, in parte dei films con Totò (De Curtis) e nel ciclo dei telefilm “Tuttototò”, e non si deve escludere, delle due ospitate a “Studio Uno”, quella del giugno ’66. Fra i registi “di vaglia”, persino il maestro dei generi Blasetti ha firmato un atto unico comico, l’episodio “La macchina fotografica” componente la versione integrale del suo “Tempi Nostri/Zibaldone n° 2”, con protagonista il personaggio Totò (appare col suo “costume” o se preferiamo “divisa”, fra riviste a rotocalco, come ad annunciarsi) nella variante Dionillo tratteggiata da Age e Scarpelli: costituisce quasi una comica nel sonoro.

Ma “il Totò” non è stata la sua unica interpretazione, né è stata l’unico scopo d’ispirazione di sketch e canzoncine comiche (ad esempio “Miss, mia cara Miss”) che ha scritto l’originale Antonio De Curtis Autore (sull’Autore tornerò più avanti). In effetti, come si evince da diverse delle biografie a lui dedicate, nonché da documenti (articoli, interviste, recensioni), Antonio De Curtis in arte Totò (nominarlo porta l’immediato collegamento mentale a quello), se fu soprattutto “il Totò”, appunto, non è stato unicamente “il Totò” (il cui repertorio, oltre che fonte d’ispirazione dei colleghi, coevi e successivi, è stato ed è spesso saccheggiato da “cani e porci” del “bailamme” televisivo). Nella prima fase della propria carriera artistica, e se non avesse avuto occasione e gusto al provarsi negli altri generi (Operetta, Rivista, Commedia dialettale) avrebbe potuto restare l’unico (e bastante per mantenersi con accettabile tenore di vita), ha maturato divenendo una delle Vedette del genere Varietà/Arte Varia (ne sto studiando i dettagli dalle cronache dell’epoca rilevabili dalla carta stampata nel corso degli anni). E pure quando è venuto a formare, tutto suo, “il Totò”, suo principale e definitivo personaggio, non ne è rimasto ingabbiato: ha saputo estraniarsi, oltre al tener distinta la sua vita privata dal personaggio (o meglio dai personaggi), calandosi in ruoli differenti e distinti; non si è provato in ruoli “extra-Totò” solo per il cinema, basti pensare al commuovente Ferdinando Esposito di “Guardie e ladri”, ma già prima a teatro, ad esempio, durante quel semestre della stagione 1929-’30, partecipe della Compagnia dialettale Molinari.

Antonio De Curtis, quindi, nell’aspetto recitativo della sua prismatica personalità, oltre a farsi valere in ogni sfumatura del comico e nella commedia, prevalentemente in cinema ma relativamente pure su qualche palcoscenico, si è dimostrato fine interprete drammatico: prove di qualità variegata esistono nelle sequenze e nei ciak che ha girato e non unicamente per i non pochi progetti irrealizzati! E trarre la facile deduzione di “Maschera tradita”, per contestarne i partigiani del Totò “purché realista” (o neo-), mi appare semplice opposizione, parimenti limitata: nel sapersi destreggiare in entrambi i casi, come dimostrato certo da altri suoi colleghi, mi consta di complementarietà nonché completezza; tanto per menzionarlo, a propria volta, alludendo ad altro Autore in ambito altro (dalla sequenza dei parà in “Totò-Tarzan”), si può ben discernere: “la Maschera” ed “il Volto”! Vale a dire il “Totò” e Totò De Curtis attore che, a distinzione dalla recitazione pomposa di taluni teatranti antichi e superati (poco credibili), parla alla stregua di reale persona, che è possibile incontrare per strada. Questa osservazione si trova espressa, per esempio, in testi su Attori “moderni” quali il Modena e Majeroni “il grande”; si trova riassunta nel doppio senso: ” sa, io quando fingo, fingo sul serio!” (la battuta del personaggio Totò Esposito, della parodia giallo-comica “Le sei mogli di Barbablù”, è al medesimo tempo dichiarazione dell’interprete che, dal set, strizza l’occhio allo spettatore).
In sintesi, come già scritto da qualcuno, alla faccia dei critici miopi o di chi sa solo sottovalutare, lo si può orgogliosamente tifare e definire ATTORE COMPLETO.

Senza indugiare in particolari da fermo-immagine o confronti con colleghi di statura internazionale, fra gli altri, basti tener presente il ruolo di “NAPOLI MILIONARIA” (un personaggio ex novo nato per fusa collaborazione creativa degli osannati Eduardo ed Antonio..), o il Rosario Chiarchiaro del cortometraggio “LA PATENTE” (una delle due interpretazioni da personaggi pirandelliani), alla quale l’orrida censura democristiana, come dettaglia Alberto Anile (cfr pagina 142 del suo “I film di Totò” Le Mani 1998 e poi alle pagine 116 e 117 del suo “Totò proibito” edito da Lindau nel 2005), oltraggiosamente in sfregio a Pirandello, nel tentativo d’annullarne la contestata morale, ha imposto il ridicolo commento finale recitato in sala doppiaggio da Emilio Cigoli (da cancellare quanto prima in un’auspicabile edizione DVD restaurata RHV).

Né va dimenticato “IL GUAPPO”; cambiando prospettiva rispetto al provvisorio titolo di ciak “Il succube”, una delle perle costituenti “L’oro di Napoli”, deriva dalla novella “Trent’anni diconsi trenta” ridotti a dieci. Lo scrittore originale Marotta l’ha sceneggiato assieme a Zavattini e De Sica, gli associati Ponti (milanese col cuore a Pozzuoli) e De Laurentiis (napoletano capace di vendere la napoletanità) alla responsabilità imprenditoriale, protagonisti di nome a reggerne gli episodi, hanno dato il meglio nel trasformare il romanzo in flashes di vita. Tralascio sintesi e considerazioni sugli altri cinque cortometraggi per restare sullo specifico: al Nostro è toccata la parte del “pazzariello” don Saverio Petrillo, arci-stufo della sottomissione (di tutta la sua famiglia) al coetaneo guappo (ex compagno di scuola, presto vedovo), costantemente tracotante e vigliaccamente prepotente, insomma “caporale”. Totò De Curtis psicologicamente godibilissimo e verosimile e che, come evidente nello scorrere dell’episodio, nulla ha da invidiare ad affinate doti di colleghi dell’Actor’s Studio.

Apprezzabile il Salvatore Lojacono, reo di omicidio “passionale”, scarcerato (dopo quasi 22 anni) in anticipo di circa 3 anni per buona condotta; un disilluso che, scoprendo le nefandezze soprattutto da parte delle persone più impensate, i familiari, si rende conto di vivere a proprio agio esclusivamente dove ha intessuto rapporti cordiali e, per quanto in certi casi contrastati, ben più sinceri e profondi. Questa gustosa parte (che ha un rimando accennato nel capitolo precedente), è degnamente vissuta da Antonio De Curtis nel 1952 (anno reale, girandone i ciak tra marzo e maggio, ed anche dell’ambientazione della trama, dove il suo piano “d’invasione” è collocato ai primi di giugno): nonostante il copione sia stato stemperato con pezzi da commedia comica, attenuando molto l’originale dramma pensato da Rossellini, “DOV’è LA LIBERTA’…?!” (forse originalmente “Verso la libertà”) ha ottenuto il nulla osta non prima dei primi mesi del ’54; il trailer originale, narrato da Corrado (Mantoni), forse per accattivarsi il pubblico abituato ad un Totò massimamente comico, lo annuncia in toni farseschi (sviando le intenzioni satiriche). Al solito, in Italia, a proposito del tema, epoca più epoca meno, si è sempre vigilato sul limitare (quando non tagliare a più non posso) le libertà espressive; così il soggetto originale, ostacolato, è stato limato, a livello diretto ed indiretto, da chi “di potere”.

Da vedere senza aspettative né pregiudizi l’Umberto de “RISATE DI GIOIA” ed il generale Cavalli de “IL COMANDANTE”: similmente agli altri ruoli, diremo “inconsueti”, nel contesto delle trame rispettive; e che dire della perfezione, sotto ogni punto di vista, dell’originale cortometraggio “CHE COSA SONO LE NUVOLE?” ?!

Ma prima dei nomati e dei sottointesi, con ruoli se non proprio drammatici “da manuale” (o da metodi ufficiali), va sottolineato in alcune prestazioni particolari: senza ricorrere agli esempi non sfacciatamente comici, pur inserito in un contesto sperimentale dalla trama ridotta all’osso, mi viene in mente l’universale Preghiera di Tòttons de “Il più comico spettacolo del mondo” (titolo provvisorio “Totò 3 D” per via del sistema stereoscopico…); allo stesso modo si guardi al bel ruolo, brillante e credibilissimo, e con sequenze sia “serie” che divertenti, nel sottovalutato “Yvonne la Nuit” del 1949.

Da ultimo, ciliegina sulla torta, se proprio vogliamo dibattere di doti, non si scordi che la buona metà delle pellicole interpretate (con medesimo impegno di pathos tanto nel comico che nella commedia come nel dramma psicologico), l’uomo Antonio le ha rese essendo quasi cieco! Per completare lo specifico, ci tengo a chiarire che è artificioso discorrere di evoluzione ed involuzione confrontando il “Totò marionetta” ed il “Totò neorealista” (o più estesamente Antonio De Curtis in ruoli verosimili). In effetti, risulta riduttivo asserire di un’eventuale “maturazione artistica” di Antonio De Curtis in arte Totò, dando arbitrariamente per scontato sia attore compiuto solamente nelle parti credibili od umanamente drammatiche, oppure, restando imprigionati ad un sottointeso di mezzo secolo fa, ragionare come se il comico fosse un genere minore. Pure se certe presunte comicità televisive e di piazza non si possono annettere all’ampia gamma del comico, restando esse nel ridicolo o nelle baruffe di parte (più o meno strumentalizzate), non mi pare sia questo mai sostenibile per la carriera del nostro soggetto, nemmeno per alcuni Arcobaleno/Carosello o qualche “Tuttototò” B. L. Vision, ove egli si fa sempre apprezzare. Infatti ribadisco il concetto sacrosanto: ogni filone in ogni modalità espressiva ha pari “merito”, e quindi, trovo sbagliato definire livelli superiori ed inferiori; tanto per fare qualche titolo, da “L’UOMO LA BESTIA E LA VIRTU’ ” a “IL MONACO DI MONZA”, da “LA TERRA VISTA DALLA LUNA” a “Totò NELLA LUNA”, da “GAMBE D’ORO” a “CHI SI FERMA E’ PERDUTO”, da “I 2 COLONNELLI” a “I DUE ORFANELLI”, e così via a tutti gli altri… Tenendo sempre conto dello specifico contesto oltre che della trama e dello scopo filmico, vi si riscontra una prestazione perfetta da parte di Antonio e/o/Totò: in codesto spirito intendo (da) analizzare film per film; senza scordare che, nel solo genere comico ha affrontato ogni filone e sotto-genere possibile, dall’evidenziato Totò futurista alla maniera dei fratelli Bragaglia al tanto sottolineato “ameno fantasma” dei primi anni Quaranta (valgan per tutti “Animali pazzi”, dalla lavorazione travagliata e lunga che meriterebbe un testo specifico, e “L’allegro fantasma”…), da ruoli di umorismo sentimentale (“Yvonne la nuit”) e umano (“Napoli milionaria”), ancora dalle farse da Scarpetta alla commedia amara (tra le altre non si dimentichi “DESTINAZIONE PIOVAROLO”), e via via fino al fumettistico morale (“Il mostro della domenica”) e al carnefice in parodia (Totò Baby).

Rifiuto di schierarmi sostenitore dell’uno o dell’altro, non tanto per partito preso e nemmeno per essere contro tutti ad oltranza, per una motivazione molto semplice. Riconosco che Antonio De Curtis in arte Totò (capace sì di calarsi in una serie di personaggi o marionette dissacranti Totò-simili od assimilabili) primeggia sia nella comicità di parola, che al contempo, in quella fisica, e se la quasi totale cecità dell’ultimo decennio l’ha portato ad affinare e concentrarsi sulla prima, l’agilità delle snodature del corpo l’ha mantenuta esercitata all’incirca sin alla fine. Poi, come riassunto sopra, non scordo l’impronta che ha saputo dare alle interpretazioni drammatiche. E resta traccia delle sue potenzialità, non esclusivamente nei bla bla bla dell’ultimo decennio cinetelevisivo, ma prima di tutto nelle “espressioni mimiche” disseminate lungo tutta la sua filmografia e certamente nelle interessantissime poche scenette mute.


Capitolo 5 - Il Totò muto ed i Totò del muto

Sono gli sketch muti, ovunque nel mondo, a conservare nell’esportazione inalterato l’effetto (val a dire la comprensibilità delle gag nei Paesi di idiomi e linguaggi differenti): quelli con “Totò” hanno anticipato “Mister Bean”, “Benny Hill” e forse altri che ignoro (per il momento); il suo coevo “Mac Ronay” (senior), francese, a parte la recitata parte di guidatore della metropolitana in “RISATE DI GIOIA”, restando nel contesto, quasi come MIMO, rimane nei brevi raccordi di “Totò di notte Numero 1”. A dar idea, circa le doti del protagonista qui esplorato, sufficienti gli eclatanti minuti di Totò-“Pinocchio pupo a filo” del sottofinale di “Totò a colori” (mi associo a chi, da tempo, l’ha classificato “da antologia”); e gli altri cine-sketch “silent style”, subordinando la differenza nominale dei personaggi consimili all’unico volto (e corpo) di Totò De Curtis, son apprezzabili nelle sequenze mute degli anni Cinquanta (i prologhi di “Totò e le donne” e “Totò all’inferno”…). Senza scordare i minuti iniziali del suo cine-esordio, “FERMO CON LE MANI”, girato nell’estate 1936, ossia qualche anno dopo l’imporsi del Sonoro lungo la penisola e le isole dello stivale nazionale. E’ noto che il Cinema è iniziato Muto, e, in Italia tale è restato fin ai primi mesi del 1930; a registrare attività alquanto fervida nel settore della settima Arte, escludendo lavori sperimentali od occasionali in svariate località (affacciate sul mare come Genova e Venezia oppure sui monti), sono state soprattutto 4 città: Milano, Napoli, Roma e Torino (quest’ultima coi suoi record e primati). Spesso le Società locate nel medesimo centro hanno lavorato stimolate da campanilistica rivalità, sin a quando ci si è resi conto che la maggior concorrenza da fronteggiare, alla quale contrapporre la propria qualità, aveva provenienza dai Paesi esteri. Molte Case cinematografiche (Società di produzione con annesso stabilimento di posa), allo scopo di affrontare la crisi conseguente alla Prima guerra mondiale, per distribuire le proprie pellicole (lunghe e corte, a soggetto o d’attualità), hanno aderito al Monopolio nazionale “Unione Cinematografica Italiana” (U.C.I. con sede generale a Roma…la quale in seguito è stata acquisita, anno 1926, dalla Società Anonima Stefano Pittaluga); contrariamente alle aspettative, forse per una politica sbagliata, come sempre la Storia insegna (anche se non tutti sanno imparare), ciò si rivelerà controproducente… il tema è trattato altrove da studi specifici. Ben diverso dall’epoca successiva delle concentrazioni geografiche, dalla capitale del Regno, e per un periodo del mini-Impero italiano (dalla Cines-Pittaluga a Cinecittà, e ogni altra a cominciare dalla Titanus), per contingente urgenza bellica (per una breve unica stagione) nella suggestiva cornice della città veneziana, con “Cinevillaggio”, o più tardi (nel boom delle maggiori emittenti televisive), dividendo con Roma i luoghi elettivi dell’area di Milano-Cologno Monzese; quindi, si deve prestare attenzione e nel figurarsi il panorama bisogna ricordar di contestualizzare; era ancora lontana, anche se già considerata e nello sperimentale, l’era del televisore che, oltre a tanta indifferenziata spazzatura, porta nelle singole case qualche raro Spettacolo ed informazione scientifica.

Nell’epoca del Muto i divertimenti sono nelle sale teatrali ed in quei teatri che contemplano pure le proiezioni cinematografiche o nei locali sorti apposta ed appunto denominati Sale cinematografiche; tra le pellicole di genere vario e diverso metraggio, in Italia come nel resto del mondo, lo sfogo popolare della risata liberatoria viene affidato a cortometraggi comici definiti “le comiche finali”. Vengono proiettate per ultime dopo un medio o lungometraggio ed un ciclo di Attualità filmate (in seguito dette “Cinegiornali”, ossia gli antenati degli attuali TG). Le comiche vengono prodotte e girate, con particolare impegno tanto negli U.S.A. che in Europa, in serie riconducibili ad un protagonista comico. I comici del muto più famosi, per la longevità con un prosieguo di carriera in epoca sonora, divenuti miti, a livello mondiale, sono da decenni oggetto di studio e soggetto di tesi di laurea. Si può considerare una continuazione degli studi e le tesi sulle Maschere, della loro evoluzione teatrale nella definizione regionale (durante i secoli della Commedia dell’Arte), per arrivare a quelle cine-televisive. Dall’età classica fino al periodo pre-cinematografico, le Maschere teatrali, son state interpretate da diversi attori, senza alcuna esclusiva, basti pensare a Pulcinella (davvero parecchi gli elencabili indossatori della “divisa” bianca e della nera maschera posta sul viso!) o al Felice Sciosciammocca, ben reso dal suo primo interprete (ed Autore-creatore) Eduardo Scarpetta, che dai figli Vincenzo Scarpetta ed Eduardo De Filippo, così come, in seguito, tra gli altri, dal medesimo Totò De Curtis.

Nell’era post Seconda Guerra Mondiale, come sottointeso ed intuibile, un personaggio comico rimane, come un’etichetta, congiunto al suo attore-autore; ma, ritornando alla gloriosa ed artistica era del Muto, quelle all’epoca definite Case Editrici Cinematografiche, facendosi concorrenza, hanno preso l’uso di acquisire il diritto esclusivo del nome coniato pei protagonisti delle loro serie comiche, personaggi appunto paragonabili a Maschere o tipi: addirittura l’interprete, se passa da una Casa ad un’altra, perde il diritto d’interpretare quel “tipo” e di usare quel nome, il quale rimane dominio della Società. Probabilmente il più noto personaggio delle comiche italiane è stato interpretato da uno degli Artisti della dinastia Guillaume, citato nel terzo capitolo a proposito di Fellini: gli è rimasto affibbiato a vita il nome d’arte “Polidor” (dal tipo interpretato dapprima in parecchie cine-comiche per la ditta torinese “PASQUALI and C.” e successivamente utilizzato per cameos anche nel Sonoro); di famiglia d’Arte circense (quindi collegato ai diversi rami dello Spettacolo) ed uno dei popolari protagonisti di serie comiche del Muto italiano, non ha avuto remore ad esibirsi per anni in tournée con differenti formazioni teatrali (sia quando titolare capocomico che quando in Compagnie di altri Comici), sempre mantenendo “Polidor” come nome d’arte e di Maschera interpretata. Senza il timore del restar relegato nel “suo” “Polidor”, Ferdinand Guillaume (1887 – 1977), oltre ai films dello sposo di Giulietta Masina (i cameos citati nel capitolo 3) e non solamente nel penultimo decennio di vita (fra i settanta e gli ottant’anni), ha animato caratterizzazioni sonore fin dal 1930; e nella vecchiaia, quasi passando in anonimato, s’è adattato a far il Generico Extra. Ferdinand, alla stregua di parecchi dei protagonisti del Muto (tanto gli interpreti di macchiette/Maschere comiche od umoristiche, quanto attrici ed attori di cine-romanzi e drammoni) è stato titolare di una Società cinematografica, per l’appunto, la “POLIDOR FILM”, locata a Torino e Roma, e forse attiva in 2 periodi distinti (sicuramente tra il 1919 ed il ’21-’22 e, pare, prima nel ’14-’15…).

Quando lo spettatore ancora sta guardando le immagini (e forse leggendo qualche didascalia mentre una orchestra diretta nella sala cinematografica commenta musicalmente), ha esordito nel grande schermo tra personaggi di spicco e divi, lasciandosi definire “Tontolini” (in una serie di comiche per la romana Società CINES) e, nota da ricordare, nel 1911-’12 (pare con altro soprannome d’arte) è stato pure il primo Pinocchio cinematografico. Riguardo il personaggio collodiano, di fama mondiale forse grazie alla versione animata della Disney, Totò De Curtis a 54 anni, c’ha lasciato una strepitosa versione, nei pochi minuti del già menzionato “Totò a colori” (vedi inizio capitolo); salto a piè pari le sue esibizioni teatrali dove vi si è calato innumerevoli volte, di città in città, per soffermarmi su di un riepilogo filmico dei progetti, ahinoi, non andati in porto: la parte di Geppetto per il “Pinocchio 70” (con la prevista regia di Nelo Risi, con protagonista Carmelo Bene) ed una rielaborazione pasoliniana, entrambi previsti nel periodo ’67-’69 (se avesse avuto maggior tempo da vivere). Confesso, da ultimo, la scoperta in un annuncio dell’epoca, per completezza, del “napoletanissimo Totò Pinocchio per la CAESAR FILM”, risalente addirittura alla stagione 1931-’32. Periodicamente ecco riemergere qualche possibilità per realizzare un intero lungometraggio su Pinocchio, il quale, assieme al Don Chisciotte, è rimasto tra i sogni (nel cassetto) che l’hanno accompagnato oltre un trentennio: prima o poi, nonostante i costi preventivabili, ha contato di riuscire a realizzarli (e che bello sarebbe stato per noi).

Fossero sonori, muti, oppure con alternate sezioni miste di parlato e di silenzio. E se hanno prodotto non oltre pochi minuti senza sonoro, per caso fortuito o minima concessione, non accollandosi rischi maggiori, ci dobbiamo accontentare; rifiutata la proposta rilanciata a più riprese, come dagli aneddoti pubblicati, resta bello immaginare come sarebbe stato “Totò” in perlomeno un intero lungometraggio del tanto agognato Muto. O perlomeno, se proprio i lungometraggi devono essere tutti comprensivi di audio, poter apprezzare lui in interpretazioni tipo “Totò sordomuto” (annunciato nel ’50, secondo la rassegna cronologica di progetti non realizzati, nel volume del 1998 di Anile “I film di Totò(1946-1967)/la maschera tradita”). Tatì (da alcuni accostato, da altri tenuto distinto), esprimendosi in “fonofilms” con la sua macchietta “Hulot” quasi muta, volutamente, appunto, nonostante non sia un gran che come mordente, ha riscosso discreto consenso anche fuori dalla France, tanto fra il pubblico che tra i critici. Mi fermo “all’ombra della Senna” per considerazioni su colleghi e sinossi potenziali: dopo i citati, tra i francesi, mi vengono in mente “Fernandel”, dalla maschera del volto riconoscibile e di per sé comica, valida perlomeno nel sonoro (e conosciuto in Italia perlomeno per aver dato le sembianze più celebri al Don Camillo del piccolo mondo verosimile di Guareschi).

E poi? Esemplare per la mimica che non abbisogna di parole rimane un mimo, anzi, colui che è stato additato mimo per eccellenza, Marcel Marceau. Così, quasi continuando, una curiosa coincidenza: desta curiosità buona parte dei comici del Muto prodotto in Italia, a parte qualche italiano e “Marcel Fabre” d’origine ispanica, constatarli di nazionalità francese. Francese risulta persino il primo cine-Totò, vale a dire, al secolo Emile Vardannes o Verdannes (ancora non mi è chiaro indubitabilmente il cognome preciso dato che, a distanza di sei anni, una medesima Rivista cinematografica del Muto lo menziona in entrambi i modi). Ad oggi non ho avuto modo e tempo d’indagare, né la fortuna di leggerne in qualcuno degli innumerevoli giornali d’epoca che sto consultando, sulla genealogia di quel “Totò”: perché proprio “Totò”? Fatto sta che Emile (secondo lo studioso Aldo Bernardini sarebbe nato a Paris nel 1868 e deceduto nel 1951), oltre a calarsi nell’altro tipo denominato “Bonifacio” (per una Impresa di Milano nel 1913 circa), è stato “Totò” in serie di comiche nel biennio 1910-’12; forse quel francese ha iniziato prima, o forse è stato preceduto da un ulteriore Totò, fatto sta che fra i films Pathè ad inizi 1909 vien elencato il fantastico “Sogno di Totò”, in fonte d’epoca… Un periodico torinese specializzato, nel febbraio 1912, circa Vardannes protagonista di comiche per la torinese “Itala Film”, elenca “Totò portinaio” e “Totò innamorato”. Nel ’14 ne esce un’ultima comica, “La prima avventura di Totò”, ma, allo stato attuale delle mie informazioni, non so se girata ex novo o se una della serie 1912 distribuita in ritardo. Emile, dopo aver risposto al richiamo in Patria per la Grande Guerra e quindi tornato a lavorare nel Muto italiano (con più mansioni dietro le quinte, e davanti, pare, negli ultimi anni del muto, si sia perfino prestato a fare Giuseppe Garibaldi), non è più stato “Totò”. Chi lo sa se il Totò Clemente 12-14enne aveva avuto modo di scoprire il suo omonimo (nel diminutivo) dello schermo e magari scherzare ad imitarne mosse ed espressioni? Chissà se, a scegliere “Clerment” come nome d’arte per i suoi numeri in Varietà e nelle periodiche, per quanto quello fosse un Divo dello schermo e lui un ragazzo con spazi circoscritti, non abbia contribuito, diciamo, il volersene “differenziare”? Essendo l’importanza del differenziare meno rilevante, risparmiando possibili confusioni, non aggiungo troppa carne al fuoco: glisso l’eventuale sosta sui cognomi Clemente, Clementi e Clement (parenti e non); si sa di Clement attivi nel teatro napoletano e vi sono notizie di un caratterista attivo nel Muto italiano, “Monsieur Clement”, guarda la curiosità francese (almeno così nei giornali di allora). Da ultimo, chi lo sa se il “Clerment” ragazzo ha cambiato nome d’arte, adottando il diminutivo del suo nome Antonio, cioè “Totò”, una volta visto che il “Totò” del cinema Muto non v’è più?

Via un Totò, dunque, sotto un altro? A parte le omonimie artistiche nel mondo teatrale (ad esempio Toto Mignone, generando equivoci anche a posteriori, per un periodo è stato indicato e scritto “Totò”), limitandoci al termine “Totò”, se ne contano varie nelle pellicole. Tentar un cine-sunto, nell’intento di semplificare, non appare comodo: sarebbe stato troppo facile se vi fossero stati unicamente quello del sonoro (De Curtis) ed “il Totò del Muto” (Va/e/rdannes). Per ora, non so se il cortometraggio muto “Sogno di Totò” (del 1908-’09) corrisponda a “cartoon” (disegno animato) o con persone (il protagonista adulto o minore? Va/e/rdannes oppure chi?); certo è che si moltiplicano le note incognite: all’interno del numero (9) per Novembre-Dicembre 1925 di un Bollettino di informazioni interno dell’impresa “Società Anonima Stefano Pittaluga”, nell’elenco del proprio GRUPPO COMICHE “MERMAID” (di quella stagione 1925-’26), leggo “Totò dal fiero aspetto”-metri 517, “Totò dinamitardo”-metri 524 e “Totò e il primo aprile”-618 metri (di quest’ultimo trovo annunciata la proiezione ad Alessandria nel 1926…). Che si tratti di “cartoni” oppure film con artisti viventi? (di quale nazionalità?) Chi l’interprete principale? Magari, forse, Antonio De Curtis? Impossibile? Beh, giusto per la cronaca, perlomeno nel 1926 Totò Clemente, quale numero Vedette in arte varia, risulta tra gli Artisti di quel genere di teatro in tournée nei Cinema-teatri gestiti proprio dall’Impresa Pittaluga (S.A.S.P.)… Chissà… Delle tre brevi pellicole edite dalla S.A.S.P., allo stesso modo che del francese “Totò degli anni Dieci” (salvo appassionati rari), s’è perduta la memoria. Riportare alla luce codesti titoli dimenticati, riflettendo ed analizzando, induce a considerazioni da tener presente: le sale cinematografiche hanno offerto agli spettatori, dalle comiche (con le didascalie descrittive del Muto) alla comicità parlata (sonoro), ben più di un differente Comico confondibile nel medesimo nome d’arte!


Capitolo 6 - I Totò del sonoro: “commerciale” e spacciato tale

Scanso gli ulteriori Totò del sonoro, vuoi tra elefanti e scimmie di circhi e zoo (fenomeni artistici citati nei giornali), vuoi fra ragazzi (di qualunque nazionalità), ad esempio, quello della pellicola etica inglese distribuita nelle sale cinematografiche nazionali col titolo: “Totò e i cacciatori di frodo” (recensito nel 1957). Nel Sonoro, emergendo su tutti, Antonio De Curtis (classe 1898) la fa “da padrone”: noto che Totò (qui potendolo intendere come ogni “Totò” nei titoli e Antonio De Curtis in arte Totò) è stato protagonista di lungometraggi dalla stagione 1936-’37, altrettanto lo è che la prima pellicola sonora con Totò nel titolo, a parte cine-attualità e titoli provvisori (nel ’37-’38 “Totò numero 2” è stato usato prima del definitivo “Animali pazzi”), risale al 1948-’49; e quei 23 anni che separano le comiche distribuite dalla Pittaluga da “Totò al giro d’Italia” (De Curtis agli albori della “Toto-manìa”), a proposito di ricordi sbiaditi, non è detto, disegni animati (di qualsiasi Paese) od attori in persona, siano stati totalmente esenti da (un qualche) “Totò”… Ciò si può imparare dalla consultazione dei molti periodici sempre copiosamente stampati nel tempo e da materiali salvati dall’usura del tempo (e dall’incuria umana).
Volendo evitare sterili statistiche, non ricalco elenchi di titoli (contenenti il termine “Totò”); mi limito al contestare, a prescindere dai singoli scopi, la scelta del richiamo commerciale prevalente sul tema di qualsiasi soggetto: e questo sia in riedizioni che in prime uscite. Ci sono casi dove “totò” nel titolo, giocando sul doppio senso, è plausibile. Plausibile, sia per il richiamo che come diminutivo del personaggio “serio”, avente per esteso nome Antonio o Salvatore; invece, vi sono titoli definitivi che, con la scusante che il protagonista è comunque Totò De Curtis, senza distinguere tra il tipo “totò” ed i ruoli più o meno drammatici, facendo di tutta l’erba un fascio, generano confusione. Ma questo non si limita agli estremi discernibili in drammatico/tragico/neorealista/verista e farsa/comico/surreale (come ricordato nel Capitolo 4 Totò De Curtis s’è dimostrato abbastanza completo); la flessibile versatilità di un Artista (e di un Attore Doppiatore), al di là del puro livello qualitativo, è invisa al mondo del facile noleggio. Facile richiamare il pubblico dal tipo dichiarato nel titolo (nel caso specifico “Totò” ma vale anche per altri), spacciando ogni film con lo stesso protagonista, nonostante il nome dei singoli ruoli diverso, come fosse un episodio di un’infinita serie di comiche.

Esemplari “Totò e le donne” col personaggio Filippo Scaparro (omino di mezza età nevrastenico per continuo confronto e contrasto con l’attraente sesso opposto) ed il Beniamino Lomacchio di “Totò cerca casa”. Sosto su quest’ultimo lungometraggio (comico) incentrato sulla crisi degli alloggi (problema periodico riacutizzato nell’attualità del 1949 post-Seconda guerra mondiale) per le considerazioni a seguire: è stato definito un neorealismo rosa, un comico che tratta argomento “serio”, ed in effetti, si alterna, sequenza dopo sequenza, tra la commedia degli equivoci (dei quali ricco), l’umorismo macabro all’inglese (da commedia “noir” di tale Moscariello) e sketch da comica sonora; hanno scritto che, infatti, omaggerebbe Larry Semon-“Ridolini” (per la pazza corsa in auto del prefinale) e Chaplin as “Charlot” (per la grottesca scenetta dei timbri): non so se le intenzioni di rimando vengono dalla volontà dell’interprete improvvisatore o se dagli sceneggiatori (pure conoscitori del Totò delle Riviste teatrali, come già sottolineato da Fabio Rossi). Ivi noto dell’altro connesso al tipo Totò che va a rendere accettabile il titolo; in codesto film v’è comicità sia mimica (imitazione corporale e vocale della gallina, le falangette in bocca nella caricatura dello scolaretto impertinente, l’abilità nel simulare o auto-indursi lo sternuto) che “di battuta” (da uno dei suoi intercalari storici quale “Ah, biricchino!” ai doppi sensi erotici quale “Da tutti i punti di vista. Scevro, anatomizzo, studio i particolari”; per tacere qui i riferimenti a politica internazionale e relativa censura come i nomi sconsigliabili per un neonato fino alla conclusione: “Giuliano? Sì, non mi dispiace…nome comune”, come a dire innocuo…). Insomma il Beniamino che, abbracciato al mappamondo, con la scusa della geografia, sogna golfi e seni, si evidenzia in perfetto equilibrio tra il Totò macchietta surreale ed il personaggio da commedia comica con più sfumature. Dato il successo riscosso, mentre non si è scritto un sequel, non poteva mancare un nuovo tema del ciclo “Totò cerca”; ed addentrandoci in una “trilogia” (su per giù comico-commedia), ne debbo evidenziare il suo reale non essere consequenziale. Il contenuto dei singoli film smentisce la supposta serialità indotta dai titoli: i primi due personaggi, con differente nome (“e cagnomo”, tanto per citar una storpiatura linguistica del Totò SMEMORATO DI COLLEGNO), per due pellicole girate a pochi mesi di stacco, “Totò cerca casa” e “Totò cerca moglie”, paion comunque ben accorpabili in ruoli comici dello stesso tipo.
Al contrario, difatti, imbrogliando con la promessa di un’avventura parodistico-satirica con “il Totò”, ponendo “Totò” in un titolo quando la trama non lo giustifica, dà ad intendere possa essere un terzo capitolo della ipotetica serie “Totò cerca”: intitolare “Totò CERCA PACE”, venendo alla sintesi, la versione cinematografica della commedia “VIETATO AI MAGGIORENNI”/”ALLA FERMATA DEL 66″/”FIRENZE-TRESPIANO E VICEVERSA” non c’azzecca proprio un bel nulla! Se ai distributori della stagione 1954-’55 non piace nessuno dei tre idonei titoli (il primo è quello provvisorio di ciak, gli altri due quelli delle versioni teatrali, la romana e poi la originaria toscana), avrebbe comunque avuto più dignità un titolo inerente, quale, che so, “GEMMA E GENNARO CERCANO PACE” (perlappunto Gemma e Gennaro sono i nomi dei 2 personaggi protagonisti) oppure “LA RESA DEI CONTI” od al limite “AI VEDOVI NON E’ CONSENTITO”…

Come comprensibile, specie poiché fatto allo scopo di attenuare i danni di Madama la Censura, hanno sfruttato il termine comodo (Totò); come portato alla luce da Anile (nel 2005), in effetti, ritardi al nulla osta e tagli imposti, con gravi conseguenze economiche, pregiudicano gli incassi molto più di ciò che si pensi.

Il definitivo “totò E I RE DI ROMA”, deviando la spinosa minaccia dell’originale “E poi dice che uno si butta a sinistra” (intercalare ripetuto dall’impiegato nei momenti di lecita arrabbiatura), amara commedia neorealista con lungo finale surreale, salverebbe la capra del commerciale ed i cavoli d’Autore. E nel periodo “Macchartista” proto-“guerra fredda”, si sa, tocca difendersi coi denti. Però, per quanto, quanto appena detto porti a chiuder un occhio, a mio modesto avviso, sarebbe più congruo un onesto “Ercole e i sette re di Roma”. Equivocabile col mito greco? Nel ’51-’52 ancora non è tornata la moda dei “sandaloni” coi disparati culturisti promossi attori per buttarli allo sbaraglio in cicli di Ercole, Sansone, Maciste ed altri forzuti del genere. Nel nostro caso, come il pubblico avrebbe imparato una volta scattato il “buio in sala”, trattasi di Ercole Pappalardo, ignorante capo-famiglia con 5 figlie “femmine” (così il refrain); mentre, lungi dall’epico, “i 7 re di Roma” si rivela l’unica risposta esatta all’esame scolastico.

Analogamente, dare rinnovata distribuzione, col nuovo titolo “Totò PEPPINO…E UNA DI QUELLE”, sfasa di significato un concetto: certamente adatto per un ipotetico episodio (però mai scritto), potrebbe appunto far parte della serie “Totò, Peppino…e”, ciclo di farse divertenti aventi tutta una propria dignità… Ma il solo averne variato in tal modo il titolo, pur nel nobile tentativo di aumentarne la popolarità, fornisce un’idea scorretta e sbagliata del genere di pellicola: il sottovalutato capolavoro del poliedrico Aldo Fabrizi, perfetto nel suo titolo originale “UNA DI QUELLE”, è una commedia ETICA. Ma si sa, nell’Italia di un tempo, non solo pubblico e censori, ma pure critici e giornalisti in genere (per fortuna vi son sempre state tracce di eccezioni), tendendo a misurare sempre col medesimo metro, hanno avuto scarso allenamento mentale al distinguere i generi.

Accettabile il titolo “Totò contro i 4” (comico ma abbastanza verosimile), chiudendo un occhio sulla terminologia confidenziale per un commissario solerte, poiché non falsa né di nome (Totò per Antonio Saracino) e neanche sulla trama (i quattro casi che felicemente risolve).

Se tecnicamente il nome dato al personaggio, Josè (probabilmente per dare parvenza di pirateria d’ambiente ispanico più che per ipotizzato richiamo in onore al pirata Macario di 24 anni prima), stona con la prima parola del titolo, si tollera; e non in quanto “Totò contro il Pirata Nero” è parodia surreale adatta per tutte le età (nessuna trovata censurabile), si tollera invece per il fatto che il ladruncolo interpretato dal protagonista è assimilabile ai “tipo Totò”; inevitabili taluni trucchetti tecnici per voluti effetti scenici (di sicuro non avveniristici, ma nella fattispecie bastanti). E, parrebbe quasi superfluo, ma voglio far notare che (pure qui), il suo brio, completo di verbosità ed esteriorità (a 66 anni e quasi cieco), dall’inizio alla fine, rende efficace codesta riuscita pellicola decisamente comica (nel suo scopo, appunto, di divertire!)

Ogni genere, avanzando nelle sottolineature analitiche, ha un proprio stile di freddura, dalla seria alla comico-gena (stimolante la “grassa” risata liberatoria), dalla semiseria all’umoristica, e via specificando; le spiritosaggini più ritrasmesse in tv (sfruttate, in pochi secondi estratti dal contesto filmico, perfino da qualche pubblicitario vuoto di proprie idee), se ci concentriamo, par di udirle: da “E io pago! E io pago!” di “47 morto che parla” (il film del ’50) alla tipica e presente in diverse pellicole: “Ho fatto 3 anni di militare a Cuneo” (con varianti come “di seminario” a Cuneo in caso di abito talare, ma persino slittamenti geografici curiosi come il “3 anni di militare a Sondrio” detta dal Totò De Pasquale di “Sette ore di guai”). La curiosità sarebbe sapere quali originali degli sceneggiatori, o di commediografi o dei Comici-Autori precedenti, e quindi da Totò De Curtis solamente enfatizzate nella recitazione (al punto che noi pubblico le riconosciamo “sue”) e quali da lui effettivamente coniate nella sua originale qualità di Comico. E qui Comico, non nel significato di Artista che sa provocare riso e sorriso (e di vari livelli d’intensità), ma in quello di Attore + Autore; e questi, il Comico Antonio De Curtis, dopo averne sin ivi dissertato in lungo e in largo sul primo aspetto, merita ora l’attenzione rivolta al secondo, cioè quello autoriale (a sua volta osservabile in due parti).


Capitolo 7- La filosofia dell’autor comico…

Come dall’ultima considerazione (fine del precedente capitolo), dopo essermi dilungato sull’interprete (l’attore completo che sa calarsi nel carattere drammatico e, soprattutto, delle cui espressioni comiche resta famosissimo per la principale Maschera “Totò”), è il momento di focalizzar il suo esser stato Autore; non trovo superfluo riassumere questa dote in quanto, sia Antonio De Curtis che buona parte di suoi valenti colleghi, non unicamente italiani (perlomeno francesi, britannici, statunitensi, messicani,…), parimenti sottovalutati (tanto da molti critici che dai biografi ufficiali), sono stati Autori, vuoi sul versante comico e vuoi nel drammatico. Noto un elemento base, leggendone poesie e testi delle canzoni, identificante il “modus creativo” di Antonio De Curtis: la medesima radice sardonica, differenziandosi, mentre prende la direzione della sferzata o della parodia nel Comico, si esagera in scetticismo estremo nella critica sociale e si attenua, sdolcinata, in allegoria e metafora nei versi d’Amore.
Si presume raro che vi sian Autori, nel campo teatrale ed in quello letterario, nel comporre gag e soggetti, così come nella lunga storia del plagio musicale, da che mondo è mondo, esenti da un fatto. pur in elaborazioni inconsce, copiare da predecessori o perlomeno ispirarsi ad altri; ciò è maggiormente vero, proporzionalmente alla longevità artistica ed alla quantità di opere prodotte. Poi, più trascorre tempo e si moltiplicano i lavori elaborati e, anche senza volerlo e saperlo, maggiormente aumenta la possibilità di generare lavori sinottici a precedenti.

Copiature involontarie sono più frequenti, quanto più semplice è il lavoro scritto o nel piccolo grande mondo delle canzoni della Musica leggera; tollerate sono le re-incisioni (con il motivo dell’omaggio agli autori o per riproporre una canzone di successo) od il fenomeno delle cover (tipico degli anni Sessanta e Settanta con frequente osmosi U.S.A.-Italia, dove traducendo il testo nell’altra lingua, ma modificato, si utilizza la medesima base musicale: significativo il caso della canzone “STAND BY ME” che l’estro creativo di Aldo Caponi/”Don Backy”, facente parte all’epoca del Clan Celentano, ha trasformato in “Pregherò”). Non a caso, in diverse Nazioni, sono sorte Società a tutela del diritto d’Autore. Ugualmente nel genere teatrale del Varietà (inteso nell’originario significato dell’Arte Varia diretta discendente del genere francese Cafè Chantant), concause l’ingenuità di Comici che si son esibiti senza depositare il diritto dei testi creati (il famoso Ettore Petrolini, in una breve intervista di circa un secolo fa, aveva ammesso d’esser stato inizialmente imprevidente) e la minor importanza data al genere (che pure ha sempre avuto propria “dignità”), non sono stati infrequenti plagi o scopiazzature; il medesimo Totò Clemente (il ragazzo non ancora riconosciuto come De Curtis), oramai è aneddoto ripetuto, in alcune parodie, s’è esibito in macchiette di esclusiva altrui e ben più di una volta. Non è stato scoperto se gli è poi toccato pagare penali oppure se è stato perdonato, come accaduto a suoi colleghi in altri ambiti e tempi, per la bravura ed il successo riscossi, oppure se perché sminuito il reato in quanto inteso come semplice imitazione (altro tema tutto da studiare!).

Quindi, ri-elaborandoli con diverse varianti, ha fatto propri sketch e quadri pre-esistenti; di numero in numero ha sviluppato ed ampliato un repertorio personale. Quella che è lievitata “farina del proprio sacco”, alla stregua di buona parte dei colleghi, ha imparato a tutelarla con i regolari depositi presso la S.I.A.E. (Società Italiana Autori ed Editori), alla quale risultava iscritto (se non da prima parrebbe dal 1933), come Antonio De Curtis in arte Totò. Resta documentata la sua vena letteraria, tanto in prosa (in un italiano popolare ma ricco di vocaboli) che in poesia (perlopiù nel dialettale napoletano), in entrambe le forme emersa dapprima nelle sfumature dell’umorismo (comico, parodistico, satirico ed altre finezze). Le macchiette, per dicitore unico o per duetto, perlomeno quelle presenti nel supponentemente esaustivo “Tuttototò” di Guarini, tanto per la parte musicale che per i versi, risultano di altri Autori! Certamente ne ha scritte lui e certo meritano esami più approfonditi che non il rapido excursus sul quale mi sto qui dedicando; da sua propria ammissione (per un articolo di Ettore G. Mattia), oltre che per sé stesso, lo sappiamo aver scritto testi e gag per altri: è stato anonimo Autore non unicamente per Amici o conoscenze “di buon vicinato”, ma pure per concorrenti (non vorrei esagerare considerando addirittura “caporali” e nemici). Di sicuro quelle parodie inventate per i committenti, essendo prevalente il bisogno economico sul riconoscimento intellettuale, non risultano depositate; così, chissà quante battute ed intercalari, sentiti a suo tempo da altri artisti (su palcoscenici, piazze o perfino adoperate in qualche ciak), creduti creazione tipica del “Tale”, in realtà son ascrivibili al geniale gagman soggetto di questo ragionamento! Sottolineato ciò, rileggendo affermazioni e definizioni affrettate, segue come resti marginale l’elenco degli Autori ufficiali di sketch e degli sceneggiatori delle pellicole comiche con protagonista Totò…

Sorge spontanea la domanda articolata: chi è il vero Autore di battute e botta/risposta? Gli ufficiali o lui? Ha tollerato di essere spesso escluso dagli sceneggiatori ufficiali, dovendo ciascuno guadagnarsi il pane, per mutuo accordo oppure noncuranza? O per una forma esagerata di rispetto dei soggettisti sotto contratto? Si sa che l’Antonio De Curtis Autore non ha partecipato (se non marginalmente per qualche espressione del personaggio interpretato nel singolo caso) né agli script, né ai soggetti delle pellicole di Pier Paolo Pasolini (Autore di per sé completamente originale) e a lavori non prettamente comici (nel capitolo 4); invece, pescata dal suo primo repertorio, v’è decisamente il “suo zampino” nella macchietta “Il Bel Ciccillo”: rielaborata dall’originale interpretazione di Gustavo De Marco (suo massimo ispiratore d’inizio carriera) e paradossalmente inserita in un lungometraggio drammatico-sentimentale, “YVONNE LA NUIT”, rende l’idea di come potevano essere gli assolo comici del Varietà (quel genere nel quale, messosi in evidenza tra gli Artisti originali, s’è qualificato nell’Olimpo delle Vedette più entusiasmanti, prima di passare ad Operette, Riviste e Fantasie comiche). Nelle macchiette e nelle canzoncine egli, come molti suoi colleghi, può esser stato solamente interprete (limitando la propria creatività al dare corpo al personaggio) oppure anche autore parziale (del solo testo) o perfino completo (autore di testo e musica); firmatario di Riviste, ai biografi non è mai sfuggito quello che hanno inteso come suo “omaggiare”, e talvolta bonariamente canzonare, predecessori e colleghi, vedasi fra tutti Chaplin con l’atto unico risalente addirittura ad estate 1930 “Totò…Charlot per amore” (nell’elaborarvi il tradizionale canovaccio degli equivoci, ad essere precisi egli ha creato un tale Pirolini, attore comico perfetto imitatore di Charlot col vizio di ubriacarsi… ed “un inconfondibile Totò”, sbruffone ma all’uopo fifone, spacciato per Pirolini).

Questo ragionamento sulla responsabilità creativa, valido per il teatro, parimenti, si sposa agli altri ambiti: registrazione radiofonica e televisiva, nonché ciak cinematografico; avendo già menzionato la macchietta “storica” di cui sopra, per esemplificare, cito un unico brano filmico: “La mazurka di Totò”, che interpretata da Totò (personaggio principale di Antonio De Curtis), risulta musicata da Cesarino Andrea Bixio su testo di Antonio De Curtis (in arte Totò) e, per completezza nozionistica, ci aggiungo che, apprezzabile nel film “Totò LE MOKO’ (girato a novembre 1949 e distribuito dalla stagione ’49-’50), porta copyright Casa Editrice musicale S.A.M. BIXIO Milano 1950. Visti i risultati nel saper far ridere, non solo come successo riscosso e confermato dalle nuove generazioni, segue che la facile ed improvvisata definizione “totoata”, data a sue gag e battute, assume importante valore creativo (ed ispiratore)…

Del cinema “minore” (minore per modo di dire e preconcetto critico), essendone talvolta parte, passiamo ad osservar una delle caratteristiche sensibilità tipiche del napoletano: il settore musicale. Dando una veloce occhiata alle sue canzoni allegre, da “Carmè Carmè” a “Filomè”, parimenti ed in linea al principale spirito entusiasta e divertito sull’universo femminile (verso il quale ha espresso la sua originale sensibilità), emerge la spensieratezza tipica dell’antico consiglio arrivato a noi (il ritornello del celebre canto carnascialesco di Lorenzo de’ Medici, detto “il Magnifico”, intitolato “Trionfo di Bacco e Arianna” o “Canzona di Bacco”) e che recita: “Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”. Se non v’è certezza del domani e chi lo vuol può essere felice, allora, come sintetizzare la poetica dell’Antonio De Curtis Autore comico? Essa si delinea in una filosofia banale nella sua semplicità ed assoluta nel suo terapeutico intento: provocare le risate più matte, rispondendo al sacrosanto bisogno umano del ridere, con l’uso d’ogni mezzo ed ogni tecnica, appresa ed innata, tanto verbale che mimica, con parodie, lazzi, frizzi, intercalari, imitazioni e scimmiottature, “eticetera, eticetera” (citandus). Come contraddire quindi, ben sposata al suo caso, l’espressione di “maestro del buonumore”?
Lo definiamo un maestro del buonumore sia per le doti mimiche e verbali d’attore che per quelle di creatore/autore/scrittore; la sua preparazione va oltre la concentrazione specifica per un ruolo, esempio lampante uno degli innumerevoli classici della prosa, non esclusivamente cinematografica, ma che rende parimenti sul palcoscenico, come nella recitazione radiofonica in auditorium, nonché nella ripresa in studio televisivo, quale il calzolaio Mastr’Agostino Miciacio di “San Giovanni decollato”: ci vedo uniti la credibilità e la componente dell’assurdo nelle sue infinite probabili varietà.


Capitolo 8 - …e la poetica dell’autore drammatico

La varietà dei suoi giochi sintattici e l’appropriatezza dei neologismi improvvisati, accreditando le immagini fotografiche del diploma che avrebbe recuperato nel 1941, le si posson leggere maturazione di percorsi scolastici. Il primo insigne professore a riconoscerne le innovazioni letterarie, efficaci ed efficienti contro stereotipi e sterile stile aulico della nostra lingua nazionale, è stato Tullio De Mauro, come il Nostro, emozionandosi, ebbe a scoprire grazie ad Oriana Fallaci. Che fosse “una penna discreta”, oltre che di battuta pronta, tanto per indugiare nei modi di dire tanto amati in quest’epoca, risulta dagli scritti pubblicati; non ha amato cercare di esibirsi in premesse, ma come attestato in articoli a suo nome in calce (diversi menzionati dai biografi e nei siti a lui dedicati) e nell’introduzione alla quasi autobiografia del 1952, palesa uno stile d’affresco spontaneo e verace. La poetica di Antonio, un De Curtis verseggiatore tra altri (Giambattista ed Ernesto imparentati anche se non di stretto rapporto), dall’originalità confermabile dalla lettura, si affratella agli spiriti partenopei. Senza mai esagerare, non ha disdegnato le citazioni. Ha fatto uso del figurato e delle similitudini, certamente assimilando lezioni da vicoli e quinte; in entrambi i casi, talvolta succube del super-io, amplificando in iperboli. Nell’immediatezza del napoletano (secondo gli italiani non napoletani va accorpato tra dialetti, ciò che per i napoletani è vera e propria lingua da studiare e resa internazionale da Massimo Troisi…) od, in altri casi, col filtro italiano, ha espresso gli aspetti condivisibili, evitando volgarità ed eccessi, ma non censurando quanto provato. Ha delegato al napoletano, sua naturale lingua madre, le espressioni spontanee; per diverse di esse, pur sempre interessanti e gradevoli da apprendere, si palesa necessaria un’utile traduzione.
I temi toccati vanno dalla sensibilità per le bellezze geografiche naturali alla nostalgia, così da una forma di delusione etica da scettico (specie per l’utilizzo egoistico e malvagio della razionalità da parte di parte dell’umanità, quella parte da lui definita “caporali”), come, quindi, gli affetti; gli affetti da lui decantati, con pennellate romantiche, includono la tradizionale attrazione dei sensi nel rapporto di coppia. Soggetti prediletti, nel bene e nel male, le donne, nel piacere della seduzione e nelle disillusioni della vita vissuta. Liliana Castagnola, la vedette anni Venti suicidatasi per lui, la cui salma ha fatto traslare nella tomba di famiglia e che ha tramandato nominalmente nell’unica figlia, resta la prima delle tre donne alle quali Cupido l’ha più legato; la maggioranza dei versi, tanto quelli poesia quanto quelli evoluti in canzone, risultano ispirati a Diana e Franca, come ben risaputo, l’unica moglie e l’erudita compagna.

Troviamo altri nomi presenti in singole poesie, da Amalia a Francesca, da Teresina l’acquaiola a Violetta… senza scordare, nelle memorie parentali, la menzione di zia Vi(n)cenza. Fra le donne, ancora, spicca tale Ngiulina (sarta a Chiatamonte, attorno al 1916), ipotetica prima fidanzata, con tanto di menzionato epistolario. Ed in una delle canzoni sentimentali si legge il binomio Maria – Rosa. Chi lo sa se tutte codeste figure, pari a Diana e Franca, sono nomi (reali o modificati) del suo vissuto passato oppure mere invenzioni letterarie?!?! Letterario o meno è attestato il suo affetto per gli animali non umani, arrivando ad un trasporto che dai versi dedicati al fedele “Dick”, poi allargato al suo Ospizio dei trovatelli di razza canina (col relativo impegno non solamente economico), include gatti e pappagalli “domestici”; dal domestico alla trasferta, il pensiero si fa turistico… Dalle cartoline geografiche, viene a galla una sua attrazione per la riviera bagnata dal Mar Tirreno, dalla Campania verso le “5 Terre”, sin alla Costa Azzurra Liguro-Francese: Capri (frequentata per alcune stagioni oltre che per ambientazioni varie ed esterni di un lungometraggio), ma poi Ischia (“Ischia mia”, agosto 1951), Le Lavandou (sito turistico francese omaggiato, appunto, con un brano in lingua francese), RAPALLO (dopo Napoli e Roma probabilmente sua terza città elettiva, luogo di flirts e dove, come ho scoperto, in Corso Umberto, il signor Clemente-De Curtis ha domiciliato i primi anni della sua vita adulta). Senza scordare Napoli, dove fisicamente è tornato, vuoi per lavoro (tappa di tournée teatrali e talvolta per esterni di film) e vuoi per altri motivi (presenziare a cause araldiche oppure i leggendari passaggi per beneficenza). Come uomo, certo, non gradiva l’aspetto negativo di com’era diventata e la cattiveria di quei delinquenti che, oltre al male del quale responsabili, infangavano un posto così bello ed amato. Il fatto che la città di nascita (con naturale occhio di riguardo per il fatidico rione Sanità), fosse rimasta nel cuore dell’eterno ragazzo presente in lui (il Pascoli parlava di un “fanciullino”), nonostante l’elezione di Roma come domicilio e residenza, è documentata dalla cappella di famiglia sita per l’appunto nella metropoli della Regione Campania. “Me so’ sunnato Napule” (“Mi son sognato Napoli”), pubblicata tra la fine di pag 26 e l’inizio della 27 del volume “LILIANA DE CURTIS- Totò a prescindere” (Mondadori 1992), esprime, nell’idioma più consono, la nostalgia della lontananza:

Stasera comme tutte l’ate sere
sta luntananza cchiù me fa suffrì
e co’ ‘o pensiero d’o paese mio
chianu chianu aggio chiuso
l’occhie pe’ m’addurmì.
Me so’ sunnato Napule
nun c’era cchiù Pusilleco
nemmeno Mergellina
i’ nun vedevo ‘a strada
d’a casarella mia
e ‘o core c’aspettava ‘stu mumento
poco prima era cuntento
e invece mo’ chiagne
e piensa a te.
Me so’ sunnato Napule.

Nel libro menzionato sopra si narra la confidenza del decano degli IMITATORI “con repertorio”, Mario Di Gilio, sulla nascita di codesta poesia dialettale; essa risulta il frutto di una collaborazione di 3 Persone: oltre ad Antonio De Curtis ed al medesimo Di Gilio (pur se egli in Verità salernitano), infatti, il terzo partecipe risulta l’autista che amava esser ricordato come “le scarpe di Totò”, vale a dire, Carlo Cafiero. Più volte, nel corso delle nostre chiacchierate via telefono, nel corso degli anni, Di Gilio, il caro Mario, assumendo posa concentrata, mi ha ripetuto tali versi. L’imitatore mi ha sempre, spontaneamente, confermato, come pure fece “le scarpe di Totò”, di come loro tre gareggiassero nell’improvvisare una riga a testa, aggiustandola fino alla versione definitiva. L’occasione di questo sentire malinconico, stando durante la tournée dello Spettacolo intitolato “A prescindere”, che in quel momento ancora nessuno avrebbe immaginato sarebbe rimasta l’ultima Rivista con Totò, la colloco quasi per certo il 21 gennaio 1957. Trattasi della data di partenza dal capoluogo campano, dopo la decina di serate ivi, come dalla mia ricostruzione, previa doverosa consultazione dei quotidiani dell’epoca (come trascritto nel mio progetto “GEO-Totò: FRAMMENTI DEI QUANDO, DOVE E COME NELL’ARTICOLATO PERCORSO DI UNA CARRIERA: Appunti ragionati, ripartiti in Punti e sottopunti, di Simone Riberto”).

Per tirar le somme, lasciando da parte le collaborazioni ed i testi di altri Autori che ha interpretato, convertendo le immagini fissate, come poter sintetizzare la Poetica di codesto Autore? Egli, senza dubbio, allineandosi a molti suoi colleghi “in Arte”, convertendo le immagini fissate dalla vista, ha saputo dipingere la vasta gamma dei sentimenti umani. Da galante “cavaliere”, o se si vuole da inguaribile tombeur de femmes, la rilevanza maggiore è data a donne (amate od ammirate); le poesie amorose mostrano tutto il pathos dell’innamorato, ed ovviamente, comprendono il dolore del distacco (la maldigerita separazione dall’ex moglie). La sua filosofia dicotomica dell’uomo e del caporale, trasformata in parabola per l’infanzia, allacciandosi disneyanamente a Fedro, trova nuova affermazione in Sarchiapone e Ludovico; ma conquista maggiormente, quasi diretta conseguenza alla sua vocazione parodistico-satirica, la sua lecita tirata d’orecchi ai potenti (Cesare Zavattini li amava dire “Plutocrati”), quando si rivelano cattivi consiglieri e quando son bellicosi, anzi “guerrafondai” (per interessi personali!). Però non ha risparmiato l’ironia al popolo, quando esegue e subisce tutto da “pecorone” (mi si perdoni il termine). Colpisce a fondo la nostra razionalità, con la morale dei metalli riciclabili, al contrario dell’umanità che nemmeno a questo serve, così come espone il lungo sfogo sarcastico de “Il cimitero della civiltà”… Come naturale per noi tutti, provare sentimenti positivi e sensazioni negative, non ha fatto eccezione lui, uomo speciale ed oggi osannato: risultano suoi vergati spunti tanto l’inebriante, o meglio, giusto citarlo, l’ubriacante incantesimo dell’Amore, quanto il dolore della delusione (sia in italiano come ad esempio in “A chi non lo sapesse” e “Non voglio amare più”, che nel naturale napoletano come “Malafemmena”, la più famosa in assoluto, “Nemica”, “Casa mia” eccetera) e, appunto, la tristezza dell’abbandono (“Sulo”). Questo insieme di personali liriche, diverse variate in canzone (alcune con l’aiuto di maestri musicisti per la parte musicale), restano a testimoniare quanto intensamente ha vissuto; si tratta della vita di colui che, in ogni pro ed in tutti i contro, ha patito il peso e goduto gli onori dell’esser condita (e condizionata) da quel diminutivo di nome: “Totò”. Patire e godere possono esser letti sinonimi o contrari a seconda se diamo valenza positiva oppure negativa al “patire” (dal greco “pathos”); è dato di fatto che l’uomo Antonio, appunto nello specifico, abbia patito e goduto quando popolarmente riconosciuto per “il Totò”; quello stilizzato “Totò” nel quale, pronto al ciak o nella finzione del palcoscenico (o a casa per gioco, in abitual allenamento), si cala(va)…


Capitolo 9 - L’equilibrio nelle dicotomie…

Entrare in un personaggio od estraniarsi in un tipo originale comporta vantaggi e svantaggi; la persona camuffata nella parte o “numero”, con l’alibi del prestarsi (corpo e voce, testo ed intonazioni), liberandosi dell’eventuale imbarazzo, scarica sulla Maschera tutte le responsabilità dei contenuti detti. Al contempo s’espone a sociali etichette; par non esser solo opinione personale che resta difficile superare preconcetti e scrollarsi da facili pregiudizi. Segue una rilettura, visto che la nostra Società continua a deambulare poggiando le mani sulle espressioni codificate, secondo un punto di vista a due colori (non per forza il bianco ed il nero). Considerando una serie di dicotomie (un “hegheliano” stile manicheo?), non per forza di termini tra loro contrari, intendo prospettare il duplice aspetto entro il quale riconosciamo rimandi al soggetto protagonista; un soggetto fenomenale ed unico, come tutti siamo unici, al quale i due termini d’ogni dicotomia determinano complementarità fra potenziali opposti. E’ altresì stupefacente rilevare che i termini contrastanti (apparentemente o per davvero), in realtà formino una bilanciata armonia; l’armonia è, di fatto, quindi, non esclusiva musicale ma estesa ad ogni sinfonico contrasto, a partir dalla Persona… ed i personaggi nei quali la medesima si estrinseca.

A) Persona (uomo e artista) e personaggio

La separazione tra l’uomo con la propria vita privata e famiglia (e debolezze) e “l’Artista per tutti” è stata descritta. Dell’Artista, lato emergente di prepotenza ad ogni pubblica uscita (perlomeno dalla fama in poi), molto è stato detto e scritto e parte traspare nei films.
La prima, e con il rispetto dovuto, a raccontare il lato umano del Comico di levatura mondiale, nel suo Diario in 15 parti “Quindici anni con Antonio De Curtis”, edito dapprima nel 1977 nel volume “Totò l’uomo e la maschera” (titolo giustamente centrato sulla duplice prospettiva) e quindi nelle successive riedizioni a partire dal “Totò” della editrice napoletana Pironti, resta Franca Faldini in Borghese (Roma febbraio 1931- venerdì 22 luglio 2016), ottima caratterista nonché dotata e fine scrittrice. Uomo con le proprie passioni personali di nascita ed eredità, con amore di figlio verso i genitori e di padre verso i figli (Liliana che gli è sopravvissuta e Massenzio al quale sopravvisse lui). Leggo che molti Autori di libri mischiano l’Autore sentimentale a quello comico-umoristico e per questo, invece, li ho separati (nei precedenti Capitoli 7 e 8); nei titoli (di testa o coda) di diverse pellicole, scrivendo dell’Autore di un brano, vedo scritto “Totò” dove mi aspetterei di leggere Antonio De Curtis: lo dovrei intendere come sintesi di “Antonio De Curtis in arte Totò” ? Sia i titoli del “MINERVA FILM” (la Società Distributrice) di Co-produzione EXCELSA-CARLO PONTI CINEMATOGRAFICA dal titolo “Totò ALL’INFERNO”, che quelli del “LUX FILM” intitolato “SIAMO UOMINI O CAPORALI” (dove la trama sviluppa il suo concetto), riportano: “Soggetto di Antonio De Curtis” e poi, fra gli sceneggiatori “e Totò”: voglio leggerla ennesima conferma dell’Autore supportato e valorizzato dal sé medesimo Attore.

B) Attore ed autore

Non ogni Attore è stato pure Autore e nemmeno ciascun Autore (che ha scritto e scrive per altri) è stato pure interprete! Pare logico, ma meglio dichiararlo ufficialmente. E se nel periodo di formazione e gavetta, necessari per temprarsi, è stato imitatore ed emulo (ha sempre riconosciuto fra i suoi “maestri” l’elezione per Gustavo De Marco), successivamente ha affermato la distinta originalità. Essendo in lui, come in altri, abbinate le due componenti d’estro creativo e capacità interpretativa (come già ribadito più volte), è stato riconosciuto fra i Comici con la C maiuscola; un poco come chi, nel settore della “musica leggera”, e ciascuno originale nella propria poetica, hanno definito “Cantautore” per distinzione dai soli autori e dal “semplice” cantante. Se Antonio De Curtis non è stato cantautore in senso stretto, né tantomeno cantante di professione, nel suo alter ego recitante ha dato corpo e voce a macchiette e canzoncine comiche, da quelle in Varietà e periodiche fin a “Malvagità”. Questo brano je je l’ha interpretato, calando il maestro Serafino Benvenuti (ruolo base nel film con la Pavone) nella Maschera Totò, nell’energica performance targata 1965 presente in “RITA, LA FIGLIA AMERICANA”. Antonio è stato pure creatore, dando compimento all’averlo catalogato tra i Comici attivi in ambo le classiche caratteristiche (appunto, si scusi la ri-ripetizione, ancora una volta l’Autore + l’attore); e sia l’uno che l’altro, nel registro umoristico, possono assumere spoglie allegre od inflessione drammatica.

C) Tragico e comico: le 2 facce

Essendo da sempre due facce della stessa medaglia, come opposti che s’attraggono, il comico ed il drammatico/tragico restano due lati in qualche modo collegati! Come tutti gli Artisti completi, anche Antonio De Curtis in arte Totò, sia come Attore che come Autore, e la concezione del termine Comico nei secoli della Commedia dell’Arte includeva in questa parola entrambe le componenti, ha saputo esprimersi (certo a suo modo, ma mi pare apprezzabile in entrambi), tanto nell’uno che nel suo apparente contrario. Anche se personalmente ho fin da bambino una mia debolezza per il lato divertente, per contraltare completante, così è la vita, il medesimo occulta indubbiamente l’altro aspetto. E si controbilanciano, alternandosi, per darsi equilibrio. Equilibrio attoriale che sta poi nel sapersi dosare e non “strafare”. Contenersi e star nella giusta misura è un indice di matura abilità. Saper essere protagonista raggiungendo il nome in ditta è importante; determinante la capacità, riconosciuta soprattutto negli U.S.A., caratterizzare parti secondarie, appunto, da non protagonista!
Tanto per dirne, il collega Peppino De Filippo, fra gli affiatati compagni di cine-avventure, proprio per una delle farse filmiche condivise, nel 1957, è stato premiato con un Nastro d’Argento come miglior non protagonista…

D) Limitato augusto protagonista e duttile “bianco” secondario

Se è vero che spesso viene ricordato nella “divisa” da cine-Totò (dal giovane magrissimo e con un visibile difetto alla dentatura inferiore in “Fermo con le mani” al medesimo personaggio, vistosamente ingrassato ed un poco invecchiato, in nomi e contesti diversi, del ciclo Rai-tv “TuttoTotò”), s’è ribadito a più riprese che lui non si è limitato a ciò; molti progetti irrealizzati e il pensare a che so, un “Totò su Marte” ed infinite varianti o figurandocelo in credibili ruoli di sapore drammatico, ne indiziano le capacità inespresse. E’ stato quasi sempre protagonista, nel centinaio tra corti e lungometraggi cine e mediometraggi tv girati, nell’arco di un trentennio; talvolta ha preso parte a lavori corali con molteplici Star. Ma pure nelle pellicole dov’è coprotagonista (“maggioritario” o “principe” per usare due doppi sensi), dando tregua alla sopraffazione del Comico, ha mostrato sequenze e sketch di possibile auto-limitazione e caratterizzazione da “non protagonista”: quindi non sempre e comunque Clown Augusto o assoluto, ma potenziale interprete del “secondario” Bianco (a prescindere dagli anni giovanili della gavetta). “Augusto” o “Bianco”, capocomico protagonista oppur mametto, carattere definito o factotum in bilico tra generico e comparsa, l’attore (non solo teatrale), da sempre, s’esprime, è noto, con diversi livelli linguistici; le doti di un interprete, come nell’umanità in genere, si manifestano sia nel verbale, che, ben prima e maggiormente, con il mimico-fisico: con il dovuto approfondimento due mondi da poter scandagliare… Complementare al “fisic du role”, difatti, si può ben intendere lo sono tono e peculiarità delle corde vocali.

E) Voce propria e voce doppiata (e poi doppiaggi sostitutivi ed invece ad effetto)

Se per la maggior parte delle pellicole, inconfondibile, si ode la sua vera voce (vuoi rimasta dalla presa diretta e vuoi re-interpretando in sala doppiaggio), sono note le eccezioni. Ancora mi emoziona ripensare, Antonio De Curtis che si post-sincronizza semi-cieco, nella meraviglia che suscita ad Ugo Gregoretti regista de “Le belle famiglie”: come già raccolto e postato in siti dedicati, per il proprio ruolo (l’industriale del “frigider” Filiberto) nel proprio episodio (“Amare è un po’ morire”), l’attore si è ridato voce “ad orecchio”, entrando nell’anello corretto. Ciò che ha colpito il regista è che, con qualche passaggio dei ciak in moviola, già ha dimostrato d’apprendere “a memoria”, quando dire la battuta (disturbato l’audio negli esterni a causa dei suoni fuori dal controllo del fonico); il doppiatore usufruisce solitamente di schermo per vedere la sequenza, leggìo per prendere atto di quanto da dire, e cuffia. Antonio De Curtis (con la vista ormai molto compromessa), unicamente con l’ausilio della cuffia, ha reso nel chiuso della saletta di doppiaggio, come fosse nuovamente sul set a ripetere il ciak. Ecco, appunto, stop alla divagazione (per quanto tale la si debba considerare). Alberto Anile nel secondo dei suoi primi due volumi, quelli incentrati sulla filmografia di Totò De Curtis (includente molti progetti irrealizzati), ha rintracciato un doppiaggio del medesimo per l’edizione italiana di un film americano: “Slave girl”, da noi distribuito come “La vergine di Tripoli”.

Quindi lo possiamo ben dire completo nel senso di Artista mimico + Attore + Doppiatore. Per esterni e quando non in grado di farlo da sé, anche egli, è stato doppiato. A render meno avvertibile la sostituzione l’utilizzo di un attore-imitatore quale Carlo Croccolo (deceduto da poco ultra-novantenne); questo artista napoletano rimane, diciamo, voce “di fiducia” (tra i doppiaggi eclatanti di Croccolo il finale in esterni de “I due marescialli”, alternandosi nell’intonazione di Vittorio De Sica, a cominciare da “La valiccia! Domenicano-o-h!”, al Totò-Capurro votato al furto; o il caso estremo di “Operazione San Gennaro” dove lo si è sfruttato per dare voce definitiva a parecchie parti della pellicola). Ma a Noschese, altro figlio di Partenope, ricordato come l’imitatore della Rai-tv, è toccato rifare la voce di Totò De Curtis per alcuni “TuttoTotò” (sicuramente “Totò CIAK!”): in una intervista pubblicata non molto dopo, ha confessato che, imitandolo, si è commosso (infatti il suo intervento, è stato “sostitutivo” causa decesso di Antonio De Curtis).

A parte i doppiaggi sostitutivi, ve ne sono stati di funzionali, ossìa per differenziare il timbro; a titolo d’esempio, evidente che, pur se il giallo “Totò Diabolicus” è pur sempre un film comico, per rendere più accettabile Laudomia (unica femmina di sei personaggi con la faccia di Totò) la s’è fatta doppiare dall’imitatore Croccolo; e nel medesimo contesto dei sei fratelli Torrealta, a dar verosimiglianza al monsignore, quale miglior tonalità pacata di Renato Turi? In “Totò a Parigi”, per distinguerlo dal misero vagabondo Totò (che parla con voce De Curtis), al suo sosia, il malvagio marchese francese, ha prestato la voce nientemeno che Emilio Cigoli (fra gli attori-doppiatori uno dei più attivi di quella generazione). Così Giovanna Cigoli, azzeccata inflessione per dare credibilità vocale alla mamma di Tòttons (il medesimo Totò De Curtis in un camuffamento ben riuscito) ne “Il più comico spettacolo del mondo”. Come il soprano che intona “la maglia rosa” (probabilmente Lina Pagliughi), in perfetta adesione labiale col professor Totò Casamandrei al sottofinale (poi corale) di “Totò al giro d’Italia” (allora film comico d’attualità, oggi, sotto svariati punti di vista, documento storico)! Per ottenere armonia in un ruolo, quindi, contano tanto il fisico, quanto il volto e la voce; così per equilibrare il libero sfogo nello scritto, bilanciandosi le due forme d’espressione dell’animo, l’umile Antonio s’è servito di stili volgari ed aulici versi.

F) Prosaico e poeta

Della sua prosa si conoscono specialmente la premessa (periodo stesura 1950 – ’52) al “Siamo uomini o caporali?” edizione Capriotti ed alcuni articoli pubblicati, soprattutto il polemico “Non faccio l’uomo di paglia per Sanremo” (in “Oggi”, XV°, N° 52 x 24/12/1959) e la confessione “Ho il complesso dei fratelli siamesi” (in “La Settimana Incom Illustrata” Anno 13°, N° 38 x 22/09/1960); ma ha firmato od autorizzato altri articoli e risposte (alcuni, parlando in linguaggio “postero”, da trovare)

Le poesie, note almeno dal periodo di separazione fisica dall’ex moglie (burocraticamente già ex da oltre un decennio), risulterebbero perlomeno un centinaio; non è escluso possa averne scritte anche nella prima gioventù, ma in tal caso, sarebbero perdute o forse in lettere (distrutte?) od occultate in qualche “macchietta”. Non poche poesie, come affermato in precedenza, grazie alla collaborazione di maestri compositori, sono diventate brani musicali. La sua “Malafemmena”, incisa da Artisti e cantanti d’ogni dove, si conferma nota nel mondo molto più del suo Autore e fors’anche di Totò (inteso sia come personaggio-tipo, che maggiormente come l’attore Totò De Curtis); due i lungometraggi, su per giù contemporanei, ad essa palesemente e liberamente ispirati: “TOTO´, PEPPINO E …LA MALAFEMMINA” (prodotto dalla D.D.L. per la Distributrice CINERIZ, vede co-protagonista la coppia comica dei tipi “Totò e Peppino”) e “MALAFEMMENA” (senza la fisica presenza di Totò De Curtis, prodotto dalla D.D.L. S.p.A. per la distribuzione CINEPRODUZIONI ASTORIA, viaggia sul filo della sceneggiata/commedia musicale, anticipando i musicar(i)elli). Si contano diversi altri film dove la maggior canzone del “principe” De Curtis vien in qualche modo citata, prestando attenzione, sia in pellicole assenti di Antonio De Curtis attore (ad esempio “Vedi Napoli e poi muori”, dove la canta “er reuccio” Claudio “Villa”), che in altre, invece, con la presenza del suo Autore, nelle spoglie di personaggi raffiguranti il suo prevalente tipo/Maschera (in ordine cronologico lo Scannagatti di “Totò a colori” e l’Antonio Marchi di “Toto all’inferno”) o di caratterizzazioni da commedia etica (il duca Gagliardo sminuito nel titolo commerciale “Totò lascia o raddoppia?”).

Riportando un’informazione del 1920, scopro accenno al cine-dramma “Malafemmina!” steso da Amleto “Palermi” (Autore come in tal caso, ma pur Attore anche teatrale, Direttore Artistico nel Muto e regista nel Sonoro, ha lavorato sino alla fine. Apprezzato dal Nostro, nel 1940 lo dirigerà in “San Giovanni Decollato” e poi ne “L’allegro fantasma”) per la RINASCIMENTO FILM (con Pina Menichelli): dalle fonti odierne (da confrontare con i giornali specializzati annate 1920-1923…) risulterebbe distribuito nel ’23 dalla U.C.I. (vedi cap. 5) col titolo cambiato (scelte “interne” oppure imposizioni bacchettone?) in “L’Ospite sconosciuta” (per la Direzione artistica di Telemaco Ruggeri); inoltre, sempre ai tempi del Muto (1925), ho trovato notizia del dramma di Francesco Biondi dal titolo “MALA FEMMINA” (qui il concetto vien espresso coi due termini staccati). Per completezza, arrivando al sonoro del dopoguerra, cito, per inciso precedente alla stesura della poesia intimista, il lungometraggio messicano “Malafemmina” (titolo dato per il mercato delle sale italiane dalla distributrice MANDERFILM nel 1950 all’originale “LA DEVORADORA”). Dalla cinematografia mondiale un passo indietro al sentimento in versi: il numero 3 x 18 marzo 1913 del periodico napoletano di categoria “IL TEATRO DI VARIETA’ ” pubblica le sei strofe della pessimistica lirica di Umberto Miniscalchi intitolata “FEMMENA…” (della medesima tematica di quella di Antonio De Curtis). Chi lo sa se il lavoro del Miniscalchi (ormai lontano nel tempo e forse nemmeno dal “nostro” letto?), magari nello stile, gli ha offerto un orientamento? O se “il nostro”, umano sensibile, forse è stato ispirato (od inconsciamente influenzato per il titolo) dal film sudamericano (nelle sale nazionali giusto qualche mese prima del fatidico 1951)?!?

Ispirabile e sensibile, semplice e descrittivo, tanto l’aneddotica che la critica razionale quanto il sentimento, l’idealista Antonio si fa gradire in entrambe le forme; ma qual’è il suo criterio per l’uso della scrittura in prosa oppure in poesia? Come sempre, la prosa è un giusto mezzo per elaborare cose razionali, mentre per i toni del cuore calzano a pennello i versi. In entrambi i casi, con le proprie osservazioni critiche, è stato al contempo saggio conservatore e, nella terminologia, coniatore o rodante neologismi.

G) Conservatore ed innovatore

Da fonti scritte si può ipotizzare ne abbia inventati, ma di sicuro neologismi (la lingua italiana, grazie ai termini pluri-senso, retaggio delle dominazioni succedutesi, decisamente si presta all’equivoco), in qualità di Comico, ne ha creati innumerevoli. Fabio Rossi, oltre ad un libro ed articoli vari sull’intero corpus desumibile dal centinaio di films (lungometraggi, mediometraggi-TV e corti-episodio), nella propria relazione per il volume “Totò a colori di Steno/il film, il personaggio, il mito” (2003) sottolinea l’eccezionalità linguistica e fonetica della pellicola in questione (“Totò a colori” ma non solo); esprime la perizia in materia, con dettagliata analisi terminologica, della retorica e le sue figure, dei differenti giuochi di parole. Egli, giustamente, per l’aver coniato neologismi e reso propri degli intercalari popolari, ha definito Antonio De Curtis in arte Totò “onomaturgo”.

H) Amor paterno e razionalità ipercritica

L’altra faccia della medaglia di codesto aspetto d’innovatore è quello del conservatore tradizionalista (senza estremismi esagerati). Tradizionalista e riservato, l’Antonio signore compìto, pronto ad accendersi come un zolfanello quando trasfigurato nel “Totò” sovvertitore. Ben educato il signor Antonio, amante delle buone maniere e, procedendo negli anni, segnato nel fisico e specie nella vista, sempre meno tollerante verso eccessi e pazzie delle nuove generazioni, eppure, per contro, con una interiore forza da spiritello monello (nel manifestare un’accattivante virulenza ha precorso la simpatia dell’esplosivo Benigni) e, per citar il medesimo in uno dei più celebri intercalari anni Trenta: “Biricchino!” Codesto birichino (animando la sua battuta) è stato definito positivamente “ameno” dalla stampa impressionata pel suo muoversi nell’Arte marionettistica e di battuta; gli Artisti esprimentisi in questo ambito hanno tollerato per molto il pregiudizio di venir considerati “inferiori”, come già ho scritto, rispetto ai “tragici Attori dell’Arte Drammatica” ed a protagonisti e brillanti della prosa comica.
Se inizialmente gli “spiriti liberi” superano tali costrizioni critiche, a furia di sopportarne le male recensioni e giudizi negativi, probabilmente digerendoli ed assimilandoli, nel passare degli anni, tendono a sposarne la linea, proporzionalmente al quanto profondi e “critici”.

Ma il critico più estremo, con esasperati aspetti sarcastici lievitatigli nel tempo, perlomeno nella favella, Antonio lo trovò in sé medesimo. Per lato oscuro covato nel tempo o per digerite critiche sfavorevoli, in un’età di bilanci, s’è rivelato ipercritico verso sé stesso; nota la sua massima del falegname che crea opere che restano, mentre l’attore scriverebbe sulla sabbia. Carattere inclemente e rigido da un lato, parimenti sia con l’unica moglie (Diana) che con l’adorata figlia (Liliana che ha vezzeggiato il papà col termine “Pulotto”), il contrappeso del lato opposto, con esagerata e controproducente iper-protezione, è svelato da regali ed infinite dolcezze: l’amore paterno, sangue meridionale, s’esprime nella complessa completezza. Non unico caso nella storia dell’umanità e dello star-system, il connubio ludico dell’innata gelosia dell’uomo con le montature del mondo dello Show (flirt creati ad arte con le partner di turno per attirare folle curiose al botteghino), fatta leva su sbotti nervosi da ambo i lati, e sugli anni di distacco, si sa, hanno portato a logorarsi l’amore di coppia tra Antonio e colei che da “Mizuzzina” trasfigurò in “Malafemmena”. Quindi, riassumendo il pater familias in due facce, oserei definirlo paterno e tenero ma, per contro, eccessivamente rigido, pure nel privato. Della vita privata conosciamo diversi particolari, tanto eternati in libri che in video-interviste, soprattutto grazie ai ricordi delle donne che maggiormente ne hanno condiviso gli affetti domestici: “le mani bucate” e l’umiltà, la gelosia e la ritrosia, la semplicità e l’aborrire la vita mondana, l’intuito poliziesco da spettatore curioso e l’incorreggibile attrazione per la femminilità, ma sopra di tutto la coltivata passione araldica.

I) Altissimo patrizio e plebeo dei bassi (signori si nasce)

Che l’uomo assecondasse l’inclinazione verso il mondo del patriziato, cercando lontani parenti nei cimiteri e desiderando esplorare alberi genealogici, è cosa risaputa; risaputo lo slancio col quale, forse per rivalsa sull’infanzia povera nel vicolo, si è dedicato all’hobby per le ricerche araldiche. Dopo alcuni tentativi per ottenere una legale adozione, si tramanda di un ramo nobile tra i Caracciolo e successivamente di un Gagliardi Griffo Focas, è noto averne conquistata una; è conosciuto per i titoli legalmente riconosciuti che, dopo l’avvento della Repubblica democratica, sono ridotti a predicati od attributi. Si sono stilati capitoli sul tema delle battaglie in difesa dagli altri pretendenti alla legittima discendenza da dinastie imperiali: evito qui di riportare nomi e ripetere per l’ennesima volta i diversi casi; si sa bene che su questo argomento, con tanto di pubblicità e scalpore, pari ad un fiero condottiero dei bei tempi andati, è risultato sempre vincitore.
Meno diffuse sono le notizie sul marchese Gaspare De Curtis, spacciato nei volumi “ufficiali” per primo cugino, mentre risulta un omonimo nobile, il quale, prima di morire suicida, è stato uno dei suoi segretari amministratori; sono di pubblico dominio foto e dipinti di antenati di quel Gaspare, rinvenuti nel Castello di Somma Vesuviana, che il nobile scialacquatore avrebbe venduto al presunto lontano parente. L’ultimo araldista, assunto da Antonio Vincenzo Stefano De Curtis Gagliardi Griffo Focas (Comneno di Bisanzio eccetera) (+ Clemente per parte materna), che ho fatto in tempo a conoscere di persona, il conte Luciano Pelliccioni di Poli, ha firmato volumi tematici (storici, circa la Cavalleria, su rivali dinastie aspiranti a troni, descrivendo famiglie pseudo- e nobili, e le altre sotto-argomentazioni possibili sull’Araldica in genere); parimenti ho conosciuto il marchese Camillo De Curtis, figlio di Gaspare ed autore di un testo scrupoloso di genealogia, del quale conservo una delle mille copie non venali. Posseggo copie dell’animato epistolario che i due rispettabili nobili, di opposta fazione, oltre che araldica anche politica, si sono scambiati negli ultimi anni delle loro vite terrene…. (vedasi nelle fonti).

M’allontano dalla strada maestra, esulando dal soggetto protagonista, ma come in svariati differenti casi, normalmente, serve precisare dei distinguo: c’è il plebeo grezzo ed “ordinario” e quello che mostra di volersi elevare, e c’è l’aristocratico degno di esserlo e quello “caporale”. Ribatto che, come recita uno dei molti detti popolari, Nobiltà e ricchezza non implicano affatto diretta proporzionalità (penso a quegli aristocratici decaduti ed indebitati, disconosciuti e marchiati come “pecore nere” della famiglia); in effetti, la realtà contraddice i luoghi comuni semplicisticamente “dicotomizzati” (vedi il caso) in “il principe e il povero” e “miseria e nobiltà”, giacché non sempre un principe (e più genericamente un nobile) è necessariamente ricco…né un povero è per forza sciocco oppure non può vantare distinzione e levatura morale. Per avanzare nel discorso, trovando una morale conclusiva, è palese sia riconosciuta più onorevole la nobiltà d’animo che quella del blasone. Tornando a focalizzare, e mi pare adatto citarle a proposito, mi piace riportare la sintesi di due testimonianze da me raccolte (qualche anno fa). Avvicinata al termine del suo impegno di tappa, ne sono stato entusiasta spettatore teatrale, ho chiesto un personale ricordo a Rita Pavone: “Guardi, posso dirle questo: non so se fosse davvero Principe, ma di certo era un signore, dimostrava una nobiltà d’animo incredibile….”

Maggiormente eclatante la testimonianza del dottor Franchi Fernando, trascritta dalla sua viva voce a Roma il 19 settembre 2.000, giorno del nostro incontro; egli nel 1964 è stato Direttore di Produzione per la pellicola ad episodi che menziona: “No, non vidi Totò a teatro, non sono mai stato suo spettatore. LE BELLE FAMIGLIE fu il mio primo incontro…col Principe Totò. Venivo da una Cultura marxista e mi andavo ripetendo “Ma chi si crede di essere ‘sto ‘st….. per pretendere di essere chiamato “Principe”? Non chiamerò mai una persona Principe!” Ebbene, accadde un fatto che tutt’ora classifico inspiegabile: dopo poche ore, dal momento nel quale iniziai ad averci a che fare, mutai, infatti, radicalmente, a livello sentimentale: sentivo che DOVEVO chiamarlo Principe! Anche se poi mi disse: “Chiamami pure Totò”. Capisce?…”
Plebeo fra plebei, nato senza riconoscimento paterno ed in un clima domestico di povertà, fin dall’inizio è stato un povero ma con propria dignità; ha avuto periodi di lauti guadagni, specie col cinema, ma, quando se ne sono resi conto, indifferenti al suo vivere prodigo (proverbiali le sue mance esagerate), è stato impietosamente tartassato dal fisco (legge Vanoni). Ha giocato tutta la vita, quasi sublimando la farsa di Scarpetta (e poi di Eduardo De Filippo) e che dopo ha saputo render sua, “MISERIA E NOBILTA’ “, toccandosi gli estremi, nell’alternarsi nobile intoccabile (mantenendo giuste distanze dai “caporali”) e semplice “Maschera” portavoce della gente dei bassi (quasi un nuovo tipo di Pulcinella). Fatto sta che, figlio di N.N. od omonimo a prosapia illustre, ha dato sbocco alle tensioni, mutando la propria genialità nella più esilarante follìa, non certo quella del criminale assassino, ma al contrario, nella sana pazzìa del giullare.

L) Genio e follia

A pagina 147 della prima edizione (Gremese 2.000) del Vita di Totò di Ennio Bispuri (precisamente nella prima parte sottotitolata “La perdita dell’occhio sinistro” che sta all’inizio del capitolo VII° “SPETTACOLI SOTTO LE BOMBE (1940-1945)”), sta scritto:
“In questa circostanza lo sdoppiamento della personalità di Totò deve aver toccato davvero il suo culmine,” eccetera eccetera. Vero che ogni frase e ciascuna definizione vanno sempre contestualizzate, ma leggere dichiarazioni di dubbio gusto o comunque poco chiare, e da parte di chi si asserisce fan o stimatore, è indisponente. D’ogni modo, accantonando critiche e potenziali liti, cerchiamo di glissare frasi riprovevoli: prendiamo “sdoppiamento della personalità”, pur se riferito al comportamento da insano geloso, intendendolo come dote d’attore. E’ pur vero che una minima dose di sana follìa sta spesso alla base del giullare o spirito allegro; sembra risaputo, poi, che la follia sconfina nel genio ed il genio invade il terreno della pazzìa, come il benessere che sanno scatenare il clown augusto ed il giullare dando vita alla pirandelliana corda pazza. E, adoperarla saggiamente, anticonformismo ricusante, in ludo pacifico ma non innocuo, non è geniale? Un recente volume, non a caso, è stato intitolato “Totò GENIO” (ne so il titolo ma ancora non ho avuto modo di leggerlo): so che celebra l’estro dell’Artista nella complessità delle sue espressioni. Follìa e genio, niente affatto per dar ragione ai proverbi, trovano un loro equilibrio in una periodica “osmosi”. L’idea folle ed al contempo geniale di terminare la tele-intervista di Lello Bersani per quella prima edizione della rubrica settimanale “TV7”, nell’ottobre 1963, con l’interpretazione dei 2 ruoli del “Principe sfruttatore” ed “il Totò” lavoratore anziano vessato, dimostrando di saper giocare perfino con sé stesso, viene attribuita al medesimo Totò De Curtis: i due sembrano quasi, da parte del medesimo attore, un voler dar corpo alla nota filosofia “decurtisiana” di un caporale ed un uomo.

M) Uomini e caporali

Come filosofo, Antonio De Curtis, è ricordato per una dicotomia, da alcuni definita “spicciola”; non è semplicistico al contempo affermare che fosse agnostico, nel bonario senso, tipico del napoletano (famoso il saggio consiglio di “Bud Spencer”: “futtatenne”), del prendere tutto con filosofia (appunto). Oh meglio, quando è ora, è salutare staccar la spina dagli impegni.
L’abbiamo definito Comico nel senso etimologico del solo teatro come Spettacolo (ciò che per secoli è stato); scusandomi se ribadisco ancora una volta il concetto del Comico, nel senso, classico, da Commedia dell’Arte, vale a dire come somma di interprete e creatore (o rinnovatore) di gag e canovacci, ma è funzionale al definire che la singola originalità d’ognuno di loro (d’ogni Comico) si esplica in un insieme di intercalari, accenti, battute ricorrenti e neologismi coniati, ciascuno riproposto in anni di carriera e reso ufficiale in svariate monografie. In qualche caso, inoltre, qualche Comico ha usato frasi o paragoni dandovi un nuovo senso: tutto ciò è unicità! Una delle Unicità distintive del Comico Antonio De Curtis in arte Totò, intendendo in Antonio l’Autore Comico ed in Totò la sua maggiore interpretazione comica, sta nella sintesi filosofica della seguente dicotomia, sia essa quesito retorico: “Siamo uomini o caporali?”, e sia, come lascia intendere il titolo di un suo famoso lungometraggio del 1955, etichettante imperativo: “Noi siamo o Uomini oppure Caporali”. Genealogia e definizione della sua teoria o conclusione filosofica, espresse nella (più o meno) autobiografia (edita egli vivente nel ’52 e nella riedizione rielaborata uscita, post mortem, nel ’93, quindi nelle ristampe) e nella pellicola del ’55 (“Siamo uomini o caporali”), son state ripetute a iosa nelle decine e decine di libri che lo riguardano. L’Autore ed interprete ha dato nuovo significato al termine “caporale”, imprimendogli valenza negativa e meschina, laddove prima indicava semplicemente il neutro primo gradino dei sottufficiali dell’esercito. D’altronde, è ovvietà come la cosiddetta “Vita borghese”, da quando se ne tramanda memoria e con le dovute proporzioni, si rifletta nel microcosmo militare; possiamo ben riepilogare che il periodo vissuto dall’Antonio della “naja”, ravvisabile in humor oramai di portata planetaria, si fa interpretare nel tipico sarcasmo dell’Autore. Un sarcasmo da vero stoico, etimologicamente parlando, riuscendo allo stesso tempo, divertente e stimolante; stimolante mente e cuore… Un cuore, non solo razionalmente muscolo pompa, ma nel senso poetico della risaputa generosità.

Riunendo gli aneddoti sulla sua generosità, da ridimensionare le varianti, ne uscirebbe un tomo quasi enciclopedico. Non ha quasi mai scordato, soprattutto da un certo punto in poi, i bisognosi. Allo stesso modo, con chi ha rotto bruscamente, sottointesi motivi profondi, è stato tipo da chiudere definitivamente. Antonio De Curtis, nobile nelle carte ufficiali e sicuramente nello stile comportamentale (come dalle troppe testimonianze sintoniche), s’è atteggiato alquanto ostile alle anarchie, nemico del caos, e vien da affermare, ovviamente. Il De Curtis, dichiarato erede del trono di Bisanzio, s’è palesato ingenuamente puro rispetto gli intrighi delle famiglie “VIP” (conservatrici ed esoteriche), sia d’Europa che d’oltreoceano; le persone che gli son state attorno (cugino, controfigura, autista, rari Amici), soprattutto in seguito al deficit alla vista, son stati definiti “la sua coorte” dagli estranei (forse anche con punte d’invidia). Sarebbe fuori-luogo figurarselo assolutista, alla Re Sole o Carlo 5°: lui, pur perspicace ed accorto osservatore, è rimasto esterno ai giochi di palazzo. Se per davvero legittimo erede a qualche trono, esclusovi dai tempi non più dell’Evo cavalleresco, non ha fatto comunella con quelli arroganti ed egoisti (che, nel significato della sua definizione filosofica, avrà considerato “caporali”). Invece, egli s’è palesato entusiasta di distribuire benessere al popolo, a più sfortunati, agli altri; un intervistatore per la TV Svizzera Italiana, preso spunto da un dichiarato comportamento di Antonio De Curtis nel suo passato da capocomico (di proprie Compagnie teatrali), deducendo ne fosse indice, insistendo fastidiosamente (dopo avergli imputato una paura di Shakeaspeare smentita dall’attore), voleva si dichiarasse Socialista: l’intervistato, privato di vie d’uscita e con chiara forzatura, non se l’era sentita di deludere il tesserato giornalista. Allo stesso modo, a seguito del suo pubblico apprezzamento per Lauro, dall’altro lato, è stato anche invano corteggiato da un partito di Destra. Se pubblicamente non si è lasciato sedurre da etichette di partito, in piena coerenza, con apparente incoerenza (altra faccia delle solite due della medaglia), la sua massima ambizione è stata il riconoscimento ufficiale di nomi e titoli (lui che è immediatamente identificato da una consonante ed una vocale ripetuti).

N) Il commenda carnivoro ma animalista

Si sa che si è divertito a conferire titoli (non possedimenti terrieri, essendone di fatto privo egli medesimo), non per abusare di Poteri atavici passati, quanto piuttosto per farsi rispettare; non si tratta di rispetto, a proposito di titoli nobiliari e riconoscimenti civili o civici, quanto semmai di merito riconosciuto ed attività non ignorata. Trovo che, fra le motivazioni di premi conferitigli (qual “Totò/ Antonio De Curtis”), una delle maggiormente indicative resti quella della sottovalutata Medaglia d’Oro/Una Vita per il Cinema edizione 1956 (terza annata): ” Per aver creato, con la sua inconfondibile personalità di attore, un genere di film che ha suscitato così vasto consenso di pubblico, contribuendo validamente all’affermazione del film comico italiano.”
Scanso di dilungarmi qui sulla premiografia (specifica o generale); indugio invece, accortomi di come sia relativamente ignorato, sul tema a seguire. Fin dal 1861, con la costituzione del Regno d’Italia, è in letteratura il conferimento dei titoli (prima Cavaliere e quindi Commendatore…) a personalità distintesi in disparati campi del sociale e della pubblica utilità; è tutt’oggi riconoscimento ufficiale per meriti (nelle scienze, nelle lettere, nelle arti), su proposta di un Ministro oppure “motu proprio” dal Presidente della Repubblica, l’inclusione a gradi di ufficiali Ordini cavallereschi e diverse onorificenza repubblicane in genere: principalmente l’Ordine al Merito della Repubblica d’Italia coi livelli di Cavaliere, Ufficiale, Commendatore, Grand’ufficiale, Cavaliere di gran Croce…

Pel suo operato nel mondo teatrale, coi risultati nell’Arte comica, alla pari di non pochi colleghi (attori, capocomici, artisti e categorie assimilabili), egli ha avuto tali riconoscimenti, sentiti più gratificanti dei futuri rari premi cinematografici (limitati al drammatico) e fors’anche delle non poche Maschere d’Argento (premio teatrale poi esteso alle attività radiofonica, televisiva e quindi cinematografica, con prevalenza alla satira ed al genere comico): prima della predominanza della terminologia regale (Principe e Sua Altezza Imperiale), non va scordato che poco prima della seconda guerra mondiale (a fronte di un ventennio di tournée di successi), val a dire nell’epoca antecedente all’Italia “Repubblica Democratica” (non di raro mal-rappresentata poiché infestata da parassiti di differenti specie ma egual appetito), Antonio De Curtis (classe 1898 ed in arte Totò), successivamente a Cavaliere è stato investito Commendatore del Regno d’Italia. Sulla scena, nelle proprie interpretazioni, sfotte(va) nobili e onorificati (alla stregua dei colleghi…), eppure nella vita desidera(va) quanto nell’apparenza disprezza(va). Ed il Commendatore Altezza Imperiale (sempre se fosse stato lui il legittimo erede monarca, di un impero ormai passato ad altre stirpi e genie), per l’equivalente rispetto verso gli altri (“caporali” maledetti esclusi), quindi, non s’è atteggiato affatto da assolutista, casomai, “Magna Carta” docet, “costituzionale”: se avesse potuto presenziare ad un nostalgico banchetto, di classe medioevale, l’avrebbe esteso per tutti! Banchetto di carne o pesce, che non ha disdegnato (lo si vede in qualche Cinegiornale, ne accenna in rare interviste, lo si legge in qualche libro…), annoto un ulteriore particolare non evidenziato abbastanza: che (a partire dal 1960) mantenesse un canile, denominandolo affettuosamente “Ospizio dei trovatelli” (cfr capitolo 8), lo denunzia al mondo ancora una volta precursore ed in anticipo nelle mode e nei tempi del vivere civile! Non solamente i cani (carnivori come lo è stato lui). Egli, come testimoniano gli specifici versi in tema, è stato affezionato al gatto ed al pappagallo “di famiglia”. Anche se vissuto in epoca dove il credo vegetariano (né a scopo salutista, né per amore verso le altre forme di vita), pur presente in qualche parte del mondo, era lungi dalla diffusione culturale (che oggigiorno pare dilagare), egli si qualifica animalista “ante-litteram”!

EPILOGO

Per tutto quanto qui sfiorato, per quanto talvolta non ci si faccia caso, o dall’altro canto si calchi un po’ la mano, resta intuibile come in tante dicotomie (opposte o meno), talvolta inaspettato, s’incastri un naturale equilibrio.


Capitolo 10 - …ed il mito passato alla storia

Un equilibrio fra due distinzioni, abbracciando gli assertori del “o bianco oppure nero”, è sensato e notevole finché presente. Peccato abbia trovato sfogo agli stress nel vizio del fumo (nel quale ha ecceduto, sicuro senza prevederlo, tanto da anticipare la fine dei suoi giorni terreni), che, come a tutti, ha dato dipendenza psico-fisica. La cronaca biografica del signor De Curtis Antonio in arte Totò, dando fine alla sua Vita fisica, ha interrotto i suoi tempi presenti quel famoso 15 aprile 1967. Fino ad allora, e coloro già nati da qualche anno ci posson aggiungere ricordi od appunti (dalla propria memoria), la cronaca può essere ricostruita, con accettabile approssimazione, concentrandosi sui quotidiani dell’epoca; ad integrare la carta stampata (archiviata in forma originale cartacea o nei caratteri foto-impressi in microfilm) ci può essere materiale filmato/video (TG, cinegiornali, documentari). Quello che se ne può trarre, nel tentarsi biografi, è diretto oppure indiretto; i dati diretti sono tutte le notizie che riguardano Antonio De Curtis in arte Totò (dalla cronaca del ritiro di un premio alla relazione da un set cinematografico, così la recensione di una rara ospitata radio-televisiva come una delle molte interviste che concesse, eccetera eccetera). Il dato indiretto è l’ambiente dove quell’uomo visse ed i fatti altrui ma che, in qualche modo, anche solo emotivamente, lo hanno coinvolto: da eventi atmosferici ad eclissi, da calamità causate artificialmente (la tragedia del Vajont) a tragedie (l’incidente mortale all’Arena di Verona successo a Mario Riva, il gradevolissimo conduttore tv ed attore che era stato suo allievo in comicità)… “Et similia”, nel bene e nel male (così com’è varia ed alterna la Vita), come quanto accadde quotidianamente ad Amici e parenti (eventi e feste). Il presente oggi presente, mano a mano che il tempo passa, muta in passato; la cronaca, dopo trent’anni si suol definire Storia: la morte stessa dell’uomo Antonio, nell’odierno 2020 è Storia da ormai 23 anni.

Antonio De Curtis, focalizzandoci sui suoi contenuti, talvolta lasciandosi sedurre dalla propria sfaccettatura malinconica, è convenuto con l’engrammo pessimista; fra le sue definizioni pessimiste noto il considerare che in Patria, citare esempi concreti ne rafforzava l’amara convinzione, chi si distingue in qualche professionalità sia ufficialmente riconosciuto solo dai posteri, cioè dopo essere morto. Si son scoperte e trascritte talune recensioni encomiastiche di pubblicisti e critici, nel corso di tutta la sua cinquantennale carriera: queste lodi finché egli era in vita, attenuandolo e stemperandolo, ne contraddicono il totale pessimismo cosmico; la cosiddetta riscoperta con tanto di mitizzazione, pian piano, salvo comprensibili periodi di alti e bassi, è avvenuta dal decesso in qua, in un crescendo esponenziale. E’ aumentato il numero di mostre e rassegne, si costruiscono gadget artigianali (statuetta presepe, quadro, oggetto ispirato in genere) e si moltiplicano i siti internet dedicatigli; in qualche caso, gruppi online di fan organizzati in “Social” e Forum lo stanno a testimoniare, si arriva ad impensati fanatismi. E le diverse forme d’esaltazione attuali, dovendo livellare il tempo per legge naturale, sono logica opposizione alle (ingiuste) denigrazioni ed indifferenze subite in vita. Emergono dalla moltitudine di stampe e ristampe, ben distinguendosi da alcuni libretti e libracci, quelle biografie che possono ben meritare la classifica di testi: confrontandone stili e contenuto con attento studio si può apprendere a riassumere i singoli giudizi. Insomma si fa strada un percorso evolutivo, da fanatici perversamente totomani e quindi, direi, “totoisti”, progredendo finalmente in “toto-logi” (cioè studiosi del fenomeno Totò) con un metodo razionale ed ordinato… così si spera.

Tutto ciò ci racconta che quell’uomo, che alcuni censori (resi miopi da eccesso di moralismi) non hanno avuto remore o scrupoli a sminuire (senza la necessaria cognizione di causa), sopravvissuti i benefici effetti del suo operato dopo l’essersi separata l’anima dal corpo, ormai è Mito: dalla Cronaca, divenuto Storia, oramai…è leggenda! Nel bene e nel male, più che ateo, io personalmente mi sento agnostico; nonostante il mio esser restìo al credere, confesso il mio rimaner inguaribilmente colpito da quello che non so come altro definire se non “miracolo”: dopo lo sfruttamento in vita ed oggi più che mai (e chissà per quanto tempo ancora), quasi egli fosse alfine riuscito (in un ipotetico Aldilà) a dar anima allo zavattiniano “Totò il Buono”, non unicamente con la “terapia della risata” (definita ufficialmente da Gino Bramieri sarebbe da approfondire), mi incanta come questo Mito continui ad elargirci benessere !!!

Simone Riberto, estate 2020


Riferimenti e bibliografie:

Biblioteche:

Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze in particolare sala Musica e sala consultazione periodici ed inoltre la sede distaccata a Forte Belvedere
Bibliomediateca Gromo di Torino, sia in loco che, tramite app, con quanto traslato online
Archiginnasio di Bologna
Biblioteca Renzo Renzi di Bologna

Libri editi:

” Il berretto a sonagli “, Luigi Pirandello, riedizione BUR, Rizzoli, 2007.
“ACHILLE MAJERONI, grande attore sul palcoscenico dell’Ottocento”, Rita Majeroni, Crocetti editore (Milano), 2005.
” Don Backy, QUESTA è LA STORIA…Memorie di un juke box” (primo di almeno 5 volumi autobiografici), Coniglio Editore (Roma), 2007.
” CINEMA MUTO ITALIANO PROTAGONISTI “, ALDO BERNARDINI, CINETECA BOLOGNA 2018.
” L’ORO DI POLIDOR/Ferdinand Guillaume alla Cineteca Italiana “, a cura di Elena Mosconi, QUADERNI FONDAZIONE CINETECA ITALIANA, Editrice IL CASTORO S.r.l. prima edizione giugno 2.000.
” Charles CHAPLIN La mia autobiografia “, nella traduzione italiana (a cura di Vincenzo Mantovani ed edita nel 2011 da Mattioli1885) del volume originale “MY AUTOBIOGRAPHY”, Copyright CHARLES CHAPLIN 1964 (testo scritto tra il 1959 ed il ’63).
” Mr. LAUREL and Mr. HARDY ” nella versione in italiano 2017 di SAGOMA Editore (Vimercate), traduzione a cura di sette persone del Club “NOI SIAMO LE COLONNE”, L’UNICA AUTOBIOGRAFIA AUTORIZZATA DI STANLIO E OLLIO, dall’originale di JOHN Mc CABE (edizioni 1961, 1966, 1968, 1985, 2003) e con la traduzione dell’omaggio 1966 di DICK VAN DYKE.
” Memorie a rotta di collo/BUSTER KEATON con Charles Samuels”, Universale Economica FELTRINELLI, Seconda edizione gennaio 2018, nella traduzione in italiano a cura di Edoardo Nesi sulla riedizione postuma 1968 dell’originale autobiografia di Buster Keaton, “MY WONDERFUL WORLD OF SLAPSTICK” 1959-’60.
” CINEMA & COMICITA’ IN ITALIA”- BLOCK NOTES N° 4, JOSE’ (GIUSEPPE) PANTIERI, M.I.C.S. Museo Internazionale del Cinema e dello Spettacolo(ROMA), prima ediz. 1994.
” Totò il buono ” Cesare Zavattini, tascabili Bompiani, 1994 (riedizione con attualizzazioni dell’originale romanzo 1943 a sua volta elaborazione dal soggetto 1940-’41…)
“Totò” di Goffredo Fofi, Samonà e Savelli, Roma, prima edizione 1972
“Totò, il principe del sorriso”, di Vittorio Paliotti, Paliotti, Napoli, 1a ediz. 1972
” VITA di Totò, Ennio Bispuri, Gremese 2.000″ (1a edizione)
” Il cinema di Totò (1930-1945) l’estro funambolo e l’ameno spettro”, Alberto Anile, Le Mani(Recco-Ge) 1997.
” I film di Totò (1946-1967) La maschera tradita”, Alberto Anile, Le Mani(Recco-Ge) 1998.
” Totò PROBITO, storia puntigliosa e grottesca dei rapporti tra il principe De Curtis e la censura”, Alberto Anile, Lindau s.r.l. 2005.
“Totalmente Totò/VITA E OPERE DI UN COMICO ASSOLUTO”, Alberto Anile, Cineteca Bologna, 1a edizione 2017.
” Totò Siamo uomini o caporali? “, di Alessandro Ferraù e Eduardo Passarelli, Prefazione di ANTONIO DE CURTIS, (fra l’altro vi leggo da pagina 223 a 301 ” Totò NEL TEATRO, NEL CINEMA, NELLA POESIA”, e contiene descrizione di COMICI DELL’ARTE e Maschere mondiali dal XVI° secolo) ed. CAPRIOTTI, Roma (via Cicerone 56), 1952.
” Totò Siamo uomini o caporali? Diario semiserio di Antonio de Curtis”, a cura di Matilde Amorosi e Alessandro Ferraù con la collaborazione di Liliana de Curtis, NEWTON COMPTON EDITORI (Roma), 1a ediz. ottobre 1993.
” Totò Siamo uomini o caporali? Diario semiserio di Antonio de Curtis”, a cura di Matilde Amorosi e Alessandro Ferraù con la collaborazione di Liliana de Curtis, Grandi Tascabili Economici – I nuovi best-seller NEWTON COMPTON EDITORI (Roma), 1a ediz. marzo 1996.
” Totò “, Franca Faldini, Goffredo Fofi, TULLIO PIRONTI EDITORE (Napoli), finito di stampare novembre 1987.
” LILIANA DE CURTIS, Totò mio Padre, ” a cura di Matilde Amorosi, prefazione di Renzo Arbore, ARNOLDO MONDADORI EDITORE, prima edizione ottobre 1990.
” LILIANA DE CURTIS, Totò a prescindere,” a cura di Matilde Amorosi, prefazione di Federico Fellini, ARNOLDO MONDADORI EDITORE, prima edizione aprile 1992.
“TUTTOTotò ovvero la prima raccolta completa di tutte le poesie e canzoni con numerosi inediti e una scelta degli sketch più divertenti”, a cura di Ruggero Guarini, GREMESE EDITORE s.r.l. Roma, prima ed. 1991.
” La LINGUA IN GIOCO/Da Totò a lezione di retorica” di Fabio Rossi, Bulzoni editore Roma 2002.
“Totò a colori di Steno/il film, il personaggio, il mito”, EDIZIONI INTERCULTURALI Srl, Roma 2003.
Ho tratto note dal progetto “GEO-Totò: FRAMMENTI DEI QUANDO, DOVE E COME NELL’ARTICOLATO PERCORSO DI UNA CARRIERA; Appunti ragionati, ripartiti in Punti e sottopunti, di Simone Riberto”, versione 2018.
“FARE UN FILM”, FEDERICO FELLINI, riedizione Einaudi 2000 della prima edizione 1980.

Quotidiani e periodici:

una edizione del quotidiano napoletano “Corriere di Napoli” mesate da agosto a dicembre 1929 e da gennaio a metà marzo 1930.
“L’ARTE DRAMMATICA” (MILANO) dal 1927 (annata LVI-LVII) al 1933
“IL PICCOLO FAUST” (Bologna-Milano) (1874-1933)
“IL CAFè CHANTANT” (Napoli) 1900-1907 + 1915-1928
“IL CAFè CHANTANT & LA RIVISTA FONO-CINEMATOGRAFICA/Teatri di Varietà, Caffè Concerti, Circhi Equestri, Spettacoli di fiera, Fonografi, Cinematografi” (NAPOLI): fusione di 2 periodici dal N° per 25 aprile 1908 – al N° (28 per la prima Rivista e 71 per la seconda) per 26 luglio 1909.
“LA CINE-FONO” annate 1907 – 1909
“LUX”, Napoli (Direttore Gustavo Lombardo) Anno 2°, n° 3 (progressivo) per febbraio 1909 (dalla collezione online della torinese bibliomediateca Gromo)
“LA CINE-FONO” + LA RIVISTA FONO-CINEMATOGRAFICA” (NAPOLI) (fusione delle 2 Riviste a partire da estate 1909); + visti numeri sparsi delle annate 1911-’21
“LA CINEMATOGRAFIA ITALIANA/Rivista dell’Arte, dell’Industria, della fotografia, dei pneumatici e affini”, fondata a Milano inizio del 1908 (anno 1°) – ma col numero doppio 51-52(anno 2°) per 15-30 giugno 1909 sede base trasferita a Torino(pur mantenendo una redazione a Milano); allunga il titolo in “LA CINEMATOGRAFIA ITALIANA ED ESTERA”(Torino) dal bi-N° 69-70 per 1-15 novembre 1909 – in seguito ingloba “CINEMA DOCET” assumendo il titolone “LA CINEMATOGRAFIA ITALIANA ED ESTERA e CINEMA DOCET” (Torino) e dura perlomeno fino al 1926.
“IL TEATRO DI VARIETÀ” (Napoli, Direttore-Proprietario Luigi Mattiello) 1913 (anno 4°)
“FILM Corriere dei Cinematografi” (NAPOLI-ROMA) 1914 (anno 1°), 1917 (anno IV°) e 1919 (VI°)
“ROMANZO FILM” (Roma, diretto da “Lucio d’Ambra”) Anno 1°, n 2 x 20/11/1920
“Bollettino di informazioni su Films cinematografiche pronte per la Programmazione, Società Anonima STEFANO PITTALUGA Direzione Generale UFFICIO REVISIONE FILMS/RISERVATO strettamente ai Sigg. Direttori di Sedi ed Agenzie della Società, Ditta Toffaloni TORINO” N° 9 per Novembre-Dicembre 1925 (per le 3 comiche “Mermaid” con Totò nel titolo)
settimanale “LA LEGA LIBERALE” (Alessandria) annata 1926 (relativa a proiezione in loco di “Totò e il primo aprile”)
“CORRIERE DELL’ARTE” (GENOVA) annate 1926-1928
(il settimanale) “IL MARE” (RAPALLO) 1927 (Anno XX°)
“CINEMA-FILM” (Torino) 1927-’31
“CINEMONDO” (Torino) annate 1928 (la 2nda) e 1931 (quinta e ultima)
“AL CINEMA’ ” (Torino) dal 1922 (Anno 1°) al ’30 (9°)
“IL CINEMA ITALIANO, Organo Ufficiale del Sindacato della Federazione Nazionale Esercenti Cinematografici e Commercianti in Films” (Roma) 1930 (Anno 7°) e 1931 (8°)
(il settimanale) “CINE SORRISO ILLUSTRATO” (Torino) 1930 (Anno 6°) -’31 (Anno 7°)
(il settimanale) “CINEMA ILLUSTRAZIONE” (Milano) alcuni numeri del ’30 (V°) e ’31 (VI°)
(il quindicinale) “CINEMATOGRAFO” (Roma) 1930 (Anno 4°)
(il settimanale) “Il Corriere Cinematografico” (Torino) il 1930 (Anno 7°)
Edizione di FIRENZE de “LA DOMENICA DEL CINEMA”: 1930 (Anno terzo)
Edizione di LIVORNO de “LA DOMENICA DEL CINEMA”: 1930 (Anno 1°)
Edizione di TRIESTE de “LA DOMENICA DEL CINEMA”: 1930 (Anno 1°)
“KINES” (Roma) 1930 (Anno 10°) e ’31 (Anno 11esimo)
“OGGI e DOMANI/settimanale del lunedì” (Roma) 1930 (prima annata)
(mensile) “LO SPETTACOLO ITALIANO, Bollettino Ufficiale della Federazione Nazionale Fascista delle Industrie del Teatro, del Cinematografo ed Affini” (Roma) 1930 (nato con N° 1 x gennaio) e 1931 (Anno secondo)
“ANNUARIO DEL CINEMA ITALIANO”, ROMA, edizioni 1950-’51(primo numero) fino al numero della stagione 1967-’68.
“L’AZIONE/L’ITALIA LIBERA” (Genova, quotidiano del pomeriggio), 1946 (con l’intervista di tale “Aldebaran”)
“BIS/tutti gli spettacoli”, Anno 3°, N° 37 x 16/09/1950
“INTERMEZZO/15cinale di RADIO, MUSICA, CINEMA, TEATRO, VARIETA’ “(ROMA) 1946-1954.
“La Voce dello Spettacolo”, Milano, 1947- 1948
“Rivista del Cinematografo” numeri del 1957 e del ’58.
“Segnalazioni cinematografiche” (annuale del Centro Cattolico Cinematografico, Roma) numeri per gli anni 1960, 1961, 1962, 1963 e 1964.
Vari numeri del quotidiano veronese “L’Arena” mesate agosto e settembre 1960.
Diversi numeri del quotidiano romano “Il Messaggero” (diverse edizioni) anni Sessanta (del XX° secolo)
“EVA EXPRESS” (Rusconi Editore), Anno XXXIX°, N° 7 per 15 febbraio 1972 (dove, da pag 56 a pag 59, è la prima puntata dell’articolo circa Antonio Tozzi, “il Maigret di Cinecittà”)

Film e telefilm (con e senza Totò De Curtis e perfino con altri Totò) menzionati nel complesso:

Caroselli e Arcobaleno
comiche con BONIFACIO
comiche con POLIDOR, TONTOLINI..
comiche (Totò GIOCOLIERE, Totò INNAMORATO, Totò PORTINAIO, etc.) con Emile V.
Esplorati alcuni lungometraggi 1937 – 1969 con protagonista “Cantinflas” (versione DVD originale)
L’ALLEGRO FANTASMA (1940-’41)
GLI AMANTI LATINI/LATIN LOVERS (episodio “Amore e morte”) (1965)
ANIMALI PAZZI /Totò numero 2 (1937-’39)
ANNI RUGGENTI (1962)
ARRANGIATEVI (1959)
LE BELLE FAMIGLIE (episodio “Amare e un po’ morire”) (1964)
CAPRICCIO ALL’ITALIANA (i 2 episodi di sotto-genere differente “il mostro della domenica” e “Che cosa sono le nuvole?”) (1966-’68)
CHE FINE HA FATTO Totò BABY? (1964)
CHI SI FERMA E’ PERDUTO (1960)
IL COMANDANTE (1963-’64)
IL CORAGGIO (1955)
DESTINAZIONE PIOVAROLO (diversi titoli provvisori) (1955)
LA DOLCE VITA (1959-’60)
DOV’E’ LA LIBERTA’…?! (1952-’54)
I DUE COLONNELLI (1962)
I DUE MARESCIALLI (1961)
I DUE ORFANELLI (1947)
FERMO CON LE MANI (1936 – ’37)
FIGARO QUA… FIGARO LA’ (1950)
GAMBE D’ORO (1958)
GIULIETTA DEGLI SPIRITI (1964-’65)
GUARDIE E LADRI (1951)
IL PIRATA SONO IO! (1940 protagonista Erminio Macario nel ruolo di Josè Brambilla, maestro di canto)
L’IMPERATORE DI CAPRI (1949)
YVONNE LA NUIT (1949)
LA LOI C’EST LA LOI/LA LEGGE è LEGGE (1957-’58)
MALAFEMMENA (1957) (di Fizzarotti)
“Malafemmina” (1950; dell’originale “LA DEVORADORA” 1948)
LA MANDRAGOLA (1965)
IL MEDICO DEI PAZZI (1954)
MIRACOLO A MILANO (1950-’51)
MISERIA E NOBILTA’ (1954)
IL MONACO DI MONZA (1963)
NAPOLI MILIONARIA (1949-’50)
LE NOTTI DI CABIRIA (1956-’57)
GLI ONOREVOLI (1963)
OPERAZIONE SAN GENNARO (1966-’67)
L’ORO DI NAPOLI (“il guappo”) (1954)
8 mezzo (1962-63)
Pinocchio (le avventure di) (1911-’12)
IL PIU’ COMICO SPETTACOLO DEL MONDO (1953)
47 MORTO CHE PARLA (1950-’51)
QUESTA E’ LA VITA (“la patente”) (1953-’54)
IL RATTO DELLE SABINE (1945) (altre edizioni, per esempio uno del ’62 di genere peplum che nulla ha a che vedere con tale copione/trama)
RISATE DI GIOIA (1960)
RITA, LA FIGLIA AMERICANA (1965)
SAN GIOVANNI DECOLLATO (1940)
LE SEI MOGLI DI BARBABLU’ (1950)
SETTE ORE DI GUAI (1951)
SIAMO UOMINI O CAPORALI (1955)
LO SMEMORATO DI COLLEGNO, 1962
LE STREGHE (1966 – ’67)
SOGNO DI Totò (comica del muto 1908-’09!!!)
Totò A COLORI (1951-’52)
Totò AL GIRO D’ITALIA (1948-49)
Totò ALL’INFERNO (1954-’55)
Totò A PARIGI (1958 Roma- Paris)
Totò CERCA CASA (1949-’50)
Totò CERCA MOGLIE (1950)
Totò CERCA PACE / VIETATO AI MAGGIORENNI (1954)
Totò CONTRO I QUATTRO (1963)
Totò CONTRO IL PIRATA NERO (1964)
Totò CONTRO MACISTE (1961-’62)
Totò DAL FIERO ASPETTO ( corto 1925-’26)
Totò DIABOLICUS (1961-62)
Totò DINAMITARDO (corto 1925-’26)
Totò DI NOTTE N.1 (1962)
Totò DI NOTTE N.2 (1962) (pellicola del tutto inedita, della quale alcune sequenze sono confluite in “Totosexy”, altre, forse perdute)
Totò E I CACCIATORI DI FRODO (1957)
Totò E IL PRIMO APRILE (corto 1925-’26 )
Totò E I RE DI ROMA / E poi dice che uno si butta a sinistra (1951-’52)
Totò E LE DONNE (1952)
Totò E PEPPINO DIVISI A BERLINO (1962)
Totò LASCIA O RADDOPPIA? (1956)
Totò LE MOKO’ (1949-’50)
Totò NELLA LUNA /Totò NELLO SPAZIO (1958)
Totò, PEPPINO E I FUORILEGGE /Totò A PESO D’ORO (1956-’57)
Totò, PEPPINO E LA…MALAFEMMINA (1956)
Totò SCEICCO (1950)
TOTOSEXY (1962-’63)
TOTOTARZAN (1950)
Totò TERZO UOMO (1951)
I TRE LADRI (1954) (vi fu una precedente edizione nel muto…)
TRE PASSI NEL DELIRIO (1967)
UN TURCO NAPOLETANO (1953)
TUTTOTotò ciclo/miniserie tv (1966-67)
UCCELLACCI E UCCELLINI (1965-’66)
UNA DI QUELLE (1952-’53)
L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTU’ (1953)
VEDI NAPOLI E POI MUORI (1951)
La Vergine di Tripoli (SLAVE GIRL, USA 1947) 1948-’49 (Totò De Curtis doppiaggio)
IL VIAGGIO DI G. MASTORNA (Irrealizzato kolossal di Fellini anni Sessanta)

i siti web relativi, ispirati o dedicati ad Antonio De Curtis e/o/e Totò sono online; fra tutti quello ufficiale della famiglia antoniodecurtisinartetoto.

IMDb = Internet Movie Data base.

Citazioni di Maschere (nel loro insieme e qualche singola, dall’era della Commedia dell’Arte alle nuove cinematografiche del Muto) e persone del mondo dello Spettacolo internazionale: Franca Faldini, Leonardo Bragaglia (grato della testimonianza trascritta a suo tempo), Ernesto e Giambattista De Curtis, Cesarino Andrea Bixio, Aldo Caponi alias “Don Backy”, Alighiero Noschese, “Benny Hill”, “Mister Bean”, “Mac Ronay (senior)”, “Fernandel”, Marcel Marceau, “Tatì”, Mario Moreno in arte “Cantinflas”, Ferdinand Guillaume (sia in “Polidor” che in altri personaggi), Emile Va/e/rdannes (in arte “Totò” e non), Larry Semon-“Ridolini”, Charlie Chaplin, “Buster” Keaton, Franco “Franchi” (Benenato), Ciccio Ingrassìa, Stan Laurel, Oliver Hardy, Gino Bramieri, Mario “Riva” (Bonavolontà), Eduardo Scarpetta (senior), Eduardo De Filippo, Giuseppe (Peppino) De Filippo, Erminio Macario, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Gustavo De Marco (fantasista acrobatico che fu definito “Il Padreterno della Parodia” e principale ispiratore del Totò), Compagnia del Bagaglino.

Ho menzionato, nel bene e nel male, diversi studiosi e scrittori. Ringrazio l’esperto di doppiaggio veronese Andrea Lattanzio e l’amica prof. Rita Majeroni. Infine, delle mie interviste, ho qui usufruito di quelle fatte a:

CARLO CAFIERO (Napoli 02/02/1922- dicembre 2002, ultimo degli autisti personali per Antonio De Curtis, che ho avuto il piacere di tartassare di domande tra il 1999 ed il 2001, e che amava esser ricordato come “le scarpe di Totò”).
FEDERICO CLEMENTE (Parente di Totò De Curtis dal ramo materno e custode del baule teatrale con il suo prezioso contenuto)
ANTONIO DE CURTIS (che conosco), nato a Napoli a Capodanno 1959 e figlio di Gennaro il calzolaio
MARIO DI GILIO (Salerno 11 aprile 1928- Milano agosto 2018, forse il maggiore degli Artisti imitatori “a repertorio” con un carnet di circa trecento voci, ultima delle quali quella di Papa Bergoglio; posso ben parlare di lui avendolo conosciuto ed avendone mantenuto contatti telefonici frequenti nel corso degli ultimi vent’anni della sua vita terrena).
FERNANDO FRANCHI ( 1 dei professionisti nel settore della Produzione cine-televisiva; il suo Franchi, a differenza del comico Franco, è cognome originale e non “d’arte”)
VINICIO GIOLI (commediografo fiorentino), conosciuto ed intervistato.
UGO GREGORETTI (intervistato telefonicamente)
SERGIO MARCHINI (“angelo del fango” che è stato responsabile dei periodici custoditi al distaccamento di Forte Belvedere della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, oggi in pensione, cui devo eterna gratitudine per disponibilità ed aiuto)
GIOVANNI NANNINI (Firenze 28 dicembre 1920- Firenze marzo 2011, attore in vernacolo fiorentino, di prevalenza teatrale, occasionalmente in films, compresa la sua magnifica caratterizzazione in “Totò cerca pace”; da me intervistato a Firenze nel marzo 2003 ed apprezzato al Teatro di Rifredi il 30 marzo 2005)
RITA PAVONE (cantante ed attrice grintosa nata a Torino il 23/08/1945), breve risposta dopo spettacolo a Verona…
LUCIANO PELLICCIONI DI POLI (1923 – 16/01/2004) araldista e scrittore, conosciuto ed intervistato.
Marchese CAMILLO ALFONSO PASQUALE DE CURTIS (nato nel Castello di Somma Vesuviana il 16/10/1922 e deceduto in Sudamerica il 31 marzo 2006, figlio del marchese Gaspare e di Ida Pfeuti, fratello gemello di Rodolfo e minore di “donna” Maria Luisa) incontrato a Somma il 15 ottobre 2004, dopo un triennio di corrispondenza epistolare ed elettronica.