LA MORTE DI TOTÒ. «EDUÀ, È LA FINE. TI RACCOMANDO, PORTAMI A NAPOLI»

Morte Totò


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Sopporto le disgrazie facendomi guidare dal raziocinio. E certo, dico a me stesso, che esse fanno parte della condizione umana. E allora arrabbiarsi non serve. Sarebbe come inveire perché piove o c'è il sole o perché si muore. La morte esiste, come la pioggia, e quindi bisogna accettarla.


I fatti

Il sipario calò sulla sua vita il 15 aprile 1967, verso le tre e mezzo del mattino nella sua casa di Roma. Nel giro di sette ore un susseguirsi di attacchi cardiaci lo avevano stroncato.

La voce si sparge subito. Le cronache dicono che alle sette del mattino una piccola folla s’è già radunata davanti al 4 di via dei Monti Parioli. Ci sono persone semplici, umili lavoratori dello spettacolo, colleghi famosi come Walter Chiari, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Davanti a Totò, disteso a letto con una giacca da yachtman, la processione durerà due giorni. L’unico che fa problemi è il sacerdote chiamato a benedire la salma, venuto a conoscenza del fatto che Franca e Antonio non erano regolarmente sposati; s’impunta, per varcare la soglia ottiene che la “concubina” esca sul pianerottolo. Totò rischia anche di non entrare in chiesa: per ottenere una dispensa dal Vaticano ci vogliono i buoni uffici di Fabrizio Sarazani, uno dei pochi veri amici del principe.

Lunedì mattina la bara esce di casa sormontata dall’inconfondibile bombetta ed entra nella chiesa di Sant’Eugenio dove viene deposta per terra, more nobilium, e velocemente benedetta. Totò aveva lasciato per le esequie solo centoventimila lire, desiderandole modeste, ma la folla di celebrità le trasforma in un evento spettacolare: ecco Sordi, Tognazzi, la Magnani, Luigi Pavese, Tino Scotti; e tanti registi, Mattoli, Mastrocinque, Monicelli, Comencini, Germi, Zampa, Blasetti, e Nanni Loy che ha lasciato il set del Padre di famiglia. Altri nomi eccellenti, bloccati altrove, mandano telegrammi e corone di fiori: Pasolini è in Marocco, Steno in Francia, Peppino a Salsomaggiore, ricoverato in clinica, Fellini ora si duole di non aver avuto il coraggio di chiamare Totò in un suo film.

Le telecamere di Lello Bersani filmano Renato Rascel quasi in lacrime e Mario Castellani visibilmente atterrito. Ma la Faldini ricorda anche una discreta percentuale di ipocriti, "una pletora di produttori registi attori letterati che, dopo avergli riservato in vita un trattamento da guitto, lo riscoprivano di botto, tra i flash dei fotografi e il fruscio di cineprese e registratori, amico intimo, immenso artista, una perdita incolmabile per il mondo dello spettacolo e loro stessi".

Da Roma il feretro passa velocemente a Napoli per i funerali ufficiali, organizzati da Nino Taranto; fra l’uscita dell’autostrada e la chiesa del Carmine Maggiore lo attende una fiumana di gente. La questura parla di centoventimila persone, una ressa incredibile che impedisce a un certo punto a Franca e a Liliana di seguire la bara; il prete della chiesa chiede ordine al microfono, devono intervenire i celerini. Per far uscire il feretro si ricorre al classico trucco del mezzo civetta che attira la folla, intanto la bara viene fatta uscire da un’apertura secondaria e portata velocemente al cimitero del Pianto.

Si dice che alcune persone furono colte da malore, per lo spavento provato nel vedere lì ai funerali, Totò vivo. L’uomo che tanto assomigliava al Principe era Dino Valdi, professione attore cinematografico, per molti anni controfigura di Totò. Poi la salma fu portata nella cappella di famiglia dei De Curtis.


La morte è un fatto inevitabile e averne paura è da fessi. Io, appena ho guadagnato un po' di soldi, ho comprato una cappella al cimitero di Napoli per andarci ad abitare quando non ci sarò più, speriamo il più tardi possibile. È già pronta con tanto di lapide, busto di bronzo, nome e data di nascita. C'è da riempire solo uno spazio in bianco, per segnare il giorno della mia morte. Ho pensato a tutto.


L'orazione funebre di Nino Taranto ai funerali di Totò a Napoli:

Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo. La tua voce è nel mio cuore. Nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie, perché l'hai onorata, perché non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che la avvolge. Tu, amico mio, hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno. Tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo esaurito della sua carriera. E tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore, vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò.


Nino Taranto


Totò mi diceva spesso: "tu sei il mio grande amore artistico" e questa frase è stata per me molto importante. Dinanzi alla morte rimango sempre imbarazzata e stupefatta e non so abituarmi all’idea che un essere umano possa scomparire così all’improvviso. Tutti hanno amato Totò e hanno compreso la sua umanità interiore e lo si ricorderà come una figura di eccezionale nobiltà d’animo.

Anna Magnani


La notizia della morte del caro Totò mi ha fatto molto male. Soffro tanto all’idea di non vederlo più. È per me un grande dolore. Totò rappresentava molto nella mia vita e nel mio passato. A parte il fatto che era un vero gentiluomo, generoso e buono, penso che deve essere considerato come uno dei più grandi attori comici d’Italia e del mondo. Avevamo collaborato strettamente insieme ed in particolare per "L’oro di Napoli", del quale Totò era stato uno degli interpreti migliori e più significativi. Mi dispiace di non averlo potuto incontrare ultimamente per esprimergli di nuovo a viva voce tutta la mia stima come uomo e come artista.

Vittorio De Sica


Non so veramente cosa dire, sono costernato. Conoscevo Totò da quando aveva quindici sedici anni ed era per me un fratello. È vero che non potevamo vederci spesso, per impegni di lavoro, tuttavia siamo sempre stati molto vicini. Due mesi fa si era parlato di fare un film assieme, poi le trattative andarono a monte perché non trovammo un accordo con la casa di produzione. La sua fine è stata repentina e crudele; sono però convinto che sia stato meglio così, perché Totò era un uomo molto sensibile ed avrebbe sofferto tanto se fosse stato a lungo ammalato. Sotto questo punto di vista si può dire che sia stato fortunato. Sono stati invece sfortunati il teatro e il cinema italiani i quali hanno perduto uno dei più grandi attori della nostra epoca». Alberto Sordi: «Ero legato a Totò da una vera, sincera amicizia. Non vi sono aggettivi per definire Totò. Totò era il massimo che un attore comico potesse rappresentare in tutta la storia del teatro e del cinema italiano. Adesso ci ha lasciati. Totò non c’è più e non ci sarà più. Di Totò non ce ne saranno altri,

Peppino De Filippo


La notizia mi sorprende e mi addolora e penso che queste reazioni e sentimenti siano comuni a tutti; Totò aveva suscitato profonda simpatia umana sia come uomo che come maschera. Il cinema gli aveva offerto meno di quel che poteva dare, ciononostante alcune sue interpretazioni rimarranno nella storia del cinema. In fondo è giusto che Totò sia morto così, d’improvviso, di notte, in modo che nessuno abbia potuto vedere sul suo volto una maschera tragica.

Ugo Tognazzi


Lui è stato uno dei più grandi attori di varietà, di rivista, e di cinema, per molti il più grande di tutti, che è riuscito a beffarsi anche della morte, se i suoi film, a 46 anni dalla sua scomparsa, sono ancora molto amati e visti anche dalle nuove generazioni!

Nino Taranto


Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento e neanche un monumentino. Io lo farei alla mia bombetta che ha tanto contribuito al mio successo. Come la pietra filosofale che rendeva invisibile chi la possedeva, anche la mia bombetta è capace di compiere un incantesimo: trasformare Antonio de Curtis in Totò. Vi pare poco?



DAL DIARIO PERSONALE DI EDUARDO CLEMENTE: LA CRONACA DELLE ULTIME ORA DI VITA DI TOTO'

 Giovedì 13 aprile - ore 2,45

Mentre ero con Carlo in camera sua e Liliana stava telefonando,Totò mi disse:
- Edua', mi dai quella tua “baracca”? (riferendosi al mio rasoio da barba a batteria che tenevo in macchina) poiché mai avrebbe usato quello elettrico per paura della corrente.
Andai a prenderlo e glielo diedi.
Cominciò a radersi stando disteso e mentre gli indicavo dove farla più accuratamente, disse:
- Guagliù, ‘o sapite che pure che murevo m’ero rassignate?

Alle 2.45 di notte mi telefonò Franca allarmata dicendomi:
- Vieni subito che Totò sta male!
Le dissi di chiamare il medico e le chiesi se gli facesse male il braccio sinistro ed avesse bruciore di stomaco.
Arrivai a casa contemporaneamente al dottore ed entrato in camera.
Totò mi disse:
- Mi sento male… chiama Liliana!
Per sdrammatizzare gli dissi di non esagerare altrimenti l’avrebbe allarmata.
Il medico si trattenne fino alle 7 del mattino dopodichè telefonai a Liliana che non era in casa; poco dopo mi telefonò chiedendomi cosa fosse successo e subito venne.
In mattinata venne il cardiologo che fece un’elettrocardiogramma e ci disse che Totò aveva avuto un disturbo circolatorio.
Accompagnai il professore alla porta e volevo pagargli l’onorario ma che non volle dicendomi che sarebbe dovuto tornare per un controllo il sabato mattina.
La giornata trascorse tra il dormiveglia e lamenti per il dolore che a volte diventava più marcato.
Rimasi a casa anche la notte successiva.
Collocai un lungo filo elettrico con un campanello sulla spalliera del suo letto fino al salone dove eravamo io, Franca e Liliana e questo lo faceva sentire rassicurato; ricordo un sorriso nei suoi occhi per l’iniziativa che gli piacque.
Verso la mezzanotte mandai a casa Liliana rassicurandola che se ci fossero state novità l’avrei avvisata e la notte trascorse tranquilla.
La mattina seguente venne l’analista per i prelievi del sangue e fissai un’appuntamento con il professor Catalini che in passato aveva già visitato Totò che ogni 3 mesi era solito sottoporsi ad esami completi ed elettrocardiogramma.
Intorno alle 11 ritornò Liliana.
Alle ore 13 circa Totò si mise una supposta antidolorifica che gli calmò totalmente il dolore permettendogli di riposare tranquillo.
Alternandoci ogni tanto andavamo a controllarlo in attesa degli esiti degli esami che arrivarono intorno alle 18 ed erano tutti nella norma.
Liliana incaricò Carlo l’autista di comprare una bottiglia di wisky ed insieme a me e Franca svegliò il padre dicendogli:
- Almeno facci brindare per la buona notizia!
Totò fu quasi seccato di essere stato svegliato, chiese di essere rifatto il letto e si alzò; Franca e Liliana glielo sistemarono.
Ritornò il dottore che dopo aver visionato gli esami gli fece una iniezione dicendo che tutto andava bene.
- Dai lo stipendio a Carlo e paga gli esami – mi disse ed io gli risposi di averlo già fatto.
Mentre ero con Carlo in camera sua e Liliana stava telefonando,Totò mi disse:
- Mi dai quella tua “baracca”? (riferendosi al mio rasoio da barba a batteria che tenevo in macchina) poiché mai avrebbe usato quello elettrico per paura della corrente.
Andai a prenderlo e glielo diedi.
Cominciò a radersi stando disteso e mentre gli indicavo dove farla più accuratamente, disse:
- Guagliù, ‘o sapite che pure che muravo m’ero rassignate?
Poco dopo Liliana andò a salutarlo ma prima che andasse via le chiesi il suo nuovo numero di telefono qualora avessi avuto necessità di rintracciarla.

Venerdì 14 aprile - ore 19,30

Totò cominciò a mangiare qualcosa che Franca gli aveva riscaldato; cenai anch’io e rimasi nel salone a guardare la televisione con la cameriera e la cuoca.
Mi chiamò e mi disse:
- Edua’, va’ a riposarti. Sono due giorni e due notti che stai quà. Fammi la cortesia… prima di andartene prendimi le supposte casomai mi sentissi male stanotte.
Andai in farmacia a prenderle ma al ritorno trovai la cameriera in preda al panico che mi dice:
- Signor Eduardo, il Principe sta gridando!
Nel corridoio Franca era appoggiata al muro che piangeva, tremava e le battevano i denti.
Mi precipitai da Totò che era cadaverico ed in quel momento capì che non c’era più nulla da fare, mi avvicinai a lui e dissi a Franca:
- Chiama Liliana, la madre, Carlo…
- Edua’, quanto me dispiace...


Il ricordo

Questo è il ricordo, commovente che Eduardo De Filippo:

«Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto avevo quattordici anni per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l’altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là….
Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia. Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l’uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del “guitto”. Do un’occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c’è quello nero. Quello rosso glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero. I ridicoli cappellini… A bacchetta, a tondino… e nero, marrone, e grigio… sono tutti allineati sulla parete di fronte. ..Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c’è: lo avrà portato in scena. E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c’è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata. E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina, di moltiplicarla. Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.
Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno. Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: ” Edua’, stai cca’! ” E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa».

Eduardo De Filippo


Il cugino Eduardo

Gli ultimi giorni di Totò

Dopo una serie di crisi cardiache, quando si accorse di morire Totò mi disse: "Eduà, è la fine. Ti raccomando, portami a Napoli". Perse conoscenza verso le dieci di sera e morì la mattina alle 3.25. Totò non era molto superstizioso, due sole cose lo impressionavano veramente, il gatto nero e il 13 e il 17. La sorte volle che il 13 si ammalasse e il 17 venisse sotterrato. Morì il 15 aprile del 1967.

Aveva paura della morte?
Non ne parliamo. La morte lo spaventava. Malgrado questo in casa si parlava spesso della morte, tant'è vero che Franca Faldini molte volte si seccava di sentirci parlare di questi argomenti. A questo proposito un fatto curioso è che Totò quando faceva il bagno, per paura, toglieva sempre la corrente. Alla morte poi Totò dedicò una poesia bellissima che in origine si chiamava "Il due novembre", in seguito divenne la famosissima 'A livella. Un grande amico di Totò che si è rivelato soprattutto dopo la morte è stato Nino Taranto. Infatti da allora porta ogni settimana un mazzo di rose sulla tomba di Totò e si è occupato personalmente della cappella dove è seppellito.

Vincenzo Mollica


Eduardo Clemente era il cugino-segretario di Totò, che a lui lasciò in eredità il suo baule da comico: segno di una stima e un affetto sinceri e profondi.


Intervista integrale a Eduardo Clemente


Dino Valdi


Non si erano mai viste a Napoli, prima d’allora centomila persone piangere, ma non piangere per modo di dire, bensì con lacrime e lacrime. Vi furono anche degli incidenti, certo, in quel funerale, mentre la salma veniva avviata verso il cimitero del Pianto. Tre persone, colte da malore, dovettero essere ricoverate all’ospedale di Loreto. La cronaca registrò anche i loro nomi: Vittorio Gambardella di ventitré anni, Italia Stefanelli di venticinque e Maddalena De Vita di trentacinque. Quelle persone si erano sentite male non per la calca o per il caldo, bensì per lo spavento provato nel vedere, lì ai funerali, Totò vivo. Lo stesso naso «deragliato», lo stesso mento aguzzo, le stesse smorfie. Lui insomma. Non che si fosse ripetuto l’episodio occorso nel 1904, all’autore di canzoni Giuseppe Dell’Aquila. L'uomo che davanti alla basilica del Carmine roteava gli occhi e digrignava le mascelle in gesti che erano di dolore e che apparivano di burla si chiamava Dino Valdi. Professione, attore cinematografico, controfigura di Totò.


Riferimenti e bibliografie:

  • Foto Archivio Carbone - Napoli
  • Foto e documenti Archivio famiglia Clemente, famiglia Campoluongo
  • Giovanni Cavallotti, "Gente", 26 aprile 1967
  • Vincenzo Mollica in "Totò", Lato Side, Roma 1983 [pp. 69-70].
  • Eduardo De Filippo in "Paese Sera", aprile 1967
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • Paolo Zardo, «Paese Sera», 16 aprile 1967
  • "Un grande attore, un vero amico", «Paese Sera», 16 aprile 1967