La tavola dei poveri nel baule di Totò

Approf La tavola dei poveri

Un'immagine de "La tavola dei poveri", unico film interpretato da Raffaele Viviani, tratto da un suo lavoro teatrale


Molti anni fa, mentre ero intento a sistemare alcuni oggetti nel baule, la mia attenzione fu attirata casualmente da qualcosa che per la sua natura sembrava di poco conto, conservata lì senza averne motivo e a cui non attribuivo alcuna rilevanza. In quella circostanza, per pura curiosità e con più attenzione, volli rendermi meglio conto di cosa si trattasse veramente e con mia grande sorpresa capii che addirittura era un particolarissimo copione della commedia “La tavola dei poveri” di Raffaele Viviani.

Federico Clemente



Brochure/Copione della commedia in tre atti di Raffaele Viviani "La tavola dei poveri", rinvenuta nel baule di Totò.
Le note a penna biro, traduzioni dal testo italiano a dialetto napoletano, sono da attribuire con molta probabilità a Vittorio Viviani.

La tavola dei poveri

Un soggetto e un interprete nuovi allo schermo, una situazione nella quale il comico e il patetico s'innestano con evidente naturalezza; una cornice cinematografica varia e pittoresca che alterna sfondi ariosi e interni caratteristici: teoricamente "La tavola dei poveri" è un’opera che ha in sé tutti gli elementi di successo. Perchè dunque non ha trovato presso tutti i pubblici ai quali è stata presentata accoglienze ugualmente convinte? Ci deve essere qualche cosa che manca, e ciò che manca, probabilmente, è un’utilizzazione adeguata di quegli elementi.

Il soggetto è questo. Il marchese Isidoro Fusaro, d’antica e onoratissima nobiltà napoletana, sta dignitosamente declinando verso la miseria. Ogni giorno un pezzo del mobilio o di quei pochi resti dell’eleganza avita prende la strada di antiquari o rivenduglioli; l’ultimo servitore è congedato; la sua unica figlia, la marchesina Giorgina, costretta ai più umili mestieri di casa. E tuttavia a una cosa sola il marchese Fusaro non rinunzia: a quella missione della beneficenza che ò per lui quasi un dovere della casta e del nome, e per cui egli è una delle più popolari e caritatevoli figure della citta. Perciò continua a far parte di congregazioni e di comitati; ed egli può nel segrete delle sue camere spoglie, cibarsi di poco pane, ma i poveri che, nella via, gli tendono rispettosamente il cappello, sanno che il marchese Fusaro non nega tmai la sua moneta.

Un giorno, uno di questi poveri lo segue fin dentro casa, per fargli una confidenza e una preghiera. Egli sa che Il marchese è l’amico del poveri. Egli è un mendicante e si chiama Biase. Durante i lunghi anni dei suo accattonaggio, ha messo insieme una piccola somma, 7500 lire, che non si fida di tenere con sè. Può essere cosi buono il signor marchese, di custodirglieli e farglieli fruttare? Il marchese glielo promette e gli rilascia una ricevuta. Ora. proprio in quel momento, suonano alla porta. E' una schiera di signore e signori caritatevoli, amici suoi, che stanno raccogliendo fondi per un certo pranzo ai poveri, e vengono a domandargli di sottoscrivere. «Ma ecco già preparata l’offerta del signor marchese», esclama uno della comitiva, additando il mucchietto del biglietti da mille, ancora visibili sul tavolo. Cosi il povero marchese è preso in trappola, e il gruzzolo del mendicante Biase, per una segreta ironia del caso, finisce erogato in beneficenza.

Viene il giorno del pranzo. La tavola dei poveri è imbandita nel giardino d’un palazzo. Segretamente affamato, esteriormente irreprensibile. Il munifico marchese Fusaro lo presiede, in mezzo a una brillante corona di dame e gentiluomini, quando improvvisamente ricompare Biase: Biase il quale, fermato da due poliziotti che lo avevano veduto uscire di soppiatto da una finestra di casa Fusaro, era stato tenuto tutti quel giorni in guardina, e appena liberato, era venuto a reclamare il suo. Che farà Fusaro? Lo caverà d’imbarazzo un signore, proprietario di quel bel palazzo dove si dà il pranzo, e al quale proprio in quei giorni Fusaro aveva venduto gli ultimi due quadri della casa. Naturalmente, da buon mercante, il signore approfitterà della circostanza per regalarsi un piccolo sconto...

Abbiamo tante volte lamentato che soggetti cinematografici siano stati trattati in modo troppo teatrale, da far sembrare curioso se questa volta ci lamentiamo invece che un soggetto teatrale sia stato trattato troppo cinematograficamente. "La tavola del poveri" era per sé un soggetto teatrale, come sono tutti i soggetti concentrati intorno a un unico personaggio e a un’unica situazione psicologica. Per evitare i pericoli insiti in questo genere di soggetti, per renderlo insomma quanto più possibile cinematografico, si è cercato di sovraccaricarlo di motivi visuali. Si sono moltiplicati artificiali elementi motorii: scarrozzate, «panoramiche», svolazzi decorativi, come la corsa dei due giovani sulla scalinata, che rompe inutilmente il bellissimo finale, cosi solenne con quella lenta discesa del vecchio al cospetto della città luminosa, quel muto dialogo tra l’umile figura e lo spazio immenso. Si sono introdotti abusivi motivi di tensione, come per esempio il fermo di Biase: dov’è inconcepibile che, avendo arrestato uno perchè veduto uscire di soppiatto dalla finestra di una casa, gli agenti dimentichino proprio di andare a interrogare chi abita quella casa. Anche dell'intreccio.sentimentale si sono visti soltanto gli aspetti formali e decorativi. invece di approfondite, se mai, il dramma particolare di Giorgina, appena accennato In quella scena in cui il fidanzato la sorprende a fare la sua povera spesa mattutina. Si è insomma sviluppato il soggetto In superficie, invece di lavorarlo in profondità. Se si deve individuare la ragione per cui un'opera come questa, per tanti rispetti nuova e potente, non ha quella presa immediata e sicura sul pubblico che dovrebbe avere, ci pare che sia questa.

"La tavola dei poveri" è un pezzo di bravura per Viviani, la cui interpretazione, nonostante dia l’impressione d’essere stata qua e là inutilmente compressa, è magistrale. Ottimo Salvatore Costa; buoni gli altri. Il direttore Blasetti vi ha messo tutte le sue qualità di colore e di movimento.

Corriere della Sera, gennaio 1933


Riferimenti e bibliografie:

  • "Follie del Varietà" (Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilea Somarè), Feltrinelli, Milano, 1980