Totò al Teatro «Nuovo» di Napoli

Approf Teatro Nuovo

Nel secondo decennio del 1900, Gennaro Di Napoli era capocomico e animatore al Teatro Nuovo di Napoli con il suo repertorio scarpettiano, ingaggiato dall’impresario Molinari, che aveva fama d’essere abile come dimostrò traghettando la sala al primo dopoguerra. Il teatro sopravvisse, lui no.

Lo scorbutico impresario Aulicino

Aulicino

Alla guida gli successe il genero, Eugenio Aulicino, il cui unico rapporto con il teatro era l’esser figlio dell’appaltatore del guardaroba del Bellini. A dispetto di tutto divenne un importante, scorbutico e infaticabile impresario, scritturando una giovanissima Titina De Filippo che poi gli propose i suoi fratelli. Eduardo molti anni dopo, già coronato dal successo, andò a fargli visita. Gli chiese come mai non avessero lavorato insieme più a lungo. E Aulicino: «Sai che cos’è, Eduà? Tu vuò cumannà... Io, pure...».

Le riviste di Totò

Morto Gennaro Di Napoli, nel cuore degli anni Venti, bisognava inventarsi qualcosa. Aulicino dice al suo uomo di fiducia: «Alla Spezia c’è la compagnia di Achille Maresca con Totò. Prendi il treno e non torna’ ca senza ‘o contratto ‘e Totò. Qualunque paga». E così fu.

I fatti

Finiva l’anno 1928 e Aulicino suggerì agli autori abituali di scrivere in collaborazione uno spettacolo musicale, da intitolare (questa volta con dubbio buon gusto) Il ’29 (il numero corrispondente nella cabala napoletana ad un organo maschile).

Lo spettacolo fu approvato e andò in iscena, ma, contrariamente a quanto Aulicino si attendeva, non fu uno spettacolo fortunato: nel febbraio di quel fatidico ’29, Don Gennaro Di Napoli si mise a letto con una banale influenza. Dopo pochi giorni morì. Malgrado che egli avesse già un’età rispettabile, il colpo giunse inatteso e lasciò tutti sgomenti e sperduti. Una nuova crisi si apriva per il teatro Nuovo, e, questa volta (dati i tempi e la mutata sensibilità del pubblico) difficile a risolversi.

Gennaro Di Napoli era stato per il Nuovo quello che Antonio Petito era stato per il San Carlino. Sia l’uno che l’altro — a prescindere dalle loro personali virtù di attori — costituivano il perno centrale di un motore che girava in esclusiva funzione di essi. Intorno a loro potevano esserci attori bravissimi e spesso artisti geniali (al San Carlino: Scarpetta, De Angelis, Di Napoli, Altavilla e al 'Nuovo'. Salvietti, Della Rossa, Crispo, Schioppa, Pretolani, Raffaele Di Napoli) ma sia il Petito che il Di Napoli rimanevano mattatori laureati e consacrati, senza i quali la scena, pur popolata, rimaneva vuota e inconsistente.

E come al San Carlino la situazione si palesò grave alla scomparsa di Petito (tanto grave che la Compagnia si sfasciò e il teatro si chiuse) parimenti al 'Nuovo' Aulicino venne a trovarsi in un serio impiccio.

L’impresario del San Carlino, Silvio Maria Luzi, si arrese presto all'ineluttabile, ma Aulicino non pensò nemmeno lontanamente a sciogliere la Compagnia e a chiudere il teatro.

Eppure la successione sarebbe stata facile, come, del resto, tale appariva un po’ a tutti, poiché Agostino Salvietti, il più giovane della compagine artistica, aveva tutte le qualità per aspirare a tale successione e di esserne ben degno.

Allevato alla scuola di Gennaro Pantalena, divenuto esperto in quella dei due Scarpetta, padre e figlio, dotato di una brillante cultura (caso raro in quei tempi, era passato al teatro dopo di avere iniziato gli studi classici ed era l’unico attore napoletano che poteva leggere il latino e pronunziarlo con proprietà di accenti) spiritoso, moderno, battutista di classe e francesizzante per i calembours e le boutades che arricchivano il suo linguaggio, parlatore inesaurible, simpatico e di enorme comunicativa col pubblico, si sentiva preparato a raccogliere la pesante eredità e presentarsi alla ribalta nella veste del mattatore.

Ma l’impresario Aulicino non fu di questo avviso. Giudicò la soluzione troppo facile, e, comunque, non tale da scuotere il pubblico, che era rimasto sotto lo choc della scomparsa del Di Napoli. Egli amava considerarsi l’impresario dalle trovate a sorpresa e dalle decisioni esplosive, e non intendeva, in questa speciale occasione, venir meno a tale fama, che credeva, e non a torto, di godere.

E appena conclusasi, come meglio si era potuto, la stagione teatrale in corso, Aulicino chiamò Vincenzo Scala, suo parente, sua persona di fiducia e gestore del botteghino, e gli disse:

- Alla Spezia, agisce la Compagnia di Achille Maresca con Totò. Prendi il treno, va alla Spezia e scrittura Totò...

- Totò?!... Ma non sarà facile.

E l’altro con tono calmo e perentorio, come era suo costume:

- Viciè, va’ a La Spezia e non tornà ccà senza ’o contratto ’e Totò... He capito buono?

- Ma... la paga?

- Qualunque paga!

Scala partì e dopo tre giorni al teatro Nuovo giunse un telegramma: «Totò firmato contratto stop arrivo stasera ore 22. Vincenzo».

La cosa era fatta e la Compagnia Molinari (poiché sempre così si sarebbe chiamata) si apprestava, con l’acquisto di un comico singolare come Totò, ad affrontare una svolta eccezionale e pericolosa. Tanto pericolosa che lo stesso impresario giudicò opportuno invitare Salvietti a rimanere in Compagnia, promettendogli parti adeguate nei nuovi spettacoli e paga migliorata. Ma su questo fronte Aulicino perdette la battaglia. Salvietti, colpito profondamente nei suoi più gelosi sentimenti, sdegnosamente rifiutò e a nulla valsero insistenze, promesse e lusinghe. Con l’allontanamento dalla Compagnia di un attore come Salvietti, quella tale svolta diveniva ancor più pericolosa, ma il dado ormai era tratto e bisognava coraggiosamente mettersi al lavoro.

Per affiancare a Totò un’attrice di carattere brillante e musicale fu scritturata Lia Thomas (sorellastra di Mariella Gioia) che aveva iniziata una fortunata carriera nel campo dell’Operetta, e venne affidato a Kokasse, il più giovane degli autori stabili del teatro, l’incarico di scrivere lo spettacolo di debutto. Si scelse il genere caricaturale di ambienti, personaggi e avvenimenti storici (che aveva avuto per il passato grande fortuna, e che, rinverdito da queste esperienze del Nuovo, doveva averne altrettanto alla Radio e nel teatro nazionale) e Kokasse, con la valida e preziosa collaborazione di Maria Scarpetta, sua moglie, scrisse Messalina, in cui Totò nella parte di Caio Silio, potette sfoggiare tutte le sue doti di comico grottesco e musicale.



Lo spettacolo, che andò in iscena nel settembre del 1929, fu presentato in una ricca e sfarzosa cornice, tipo Folies Bergère e il successo fu pieno e clamoroso.

Seguirono I tre Moschettieri, altro spettacolo dello stesso genere con Totò-D’Artagnan, la fantasia Bacco, Tabacco e Venere, e, quando si credette che Totò fosse maturo e accettabile per un genere più recitato e meno fantasioso, andarono in iscena nel 1930 Santarellina, ’O Balcone ’e Rusinella di Scarpetta e Amore e Cinema di Carlo Mauro.



L’anno teatrale si era felicemente concluso e la prova era brillantemente riuscita. E mentre si discuteva se fosse o non fosse il caso di ripeterla nel prossimo anno, Cabiria, una delle più belle e popolari soubrettes del tempo, piombò a Napoli, scritturò Totò con una paga favolosa e in aereo se lo portò via.

Si era alla fine di maggio. Quattro mesi erano più che sufficienti per organizzare una nuova Compagnia Molinari, che, dopo quasi mezzo secolo di vita non era ancora disposta a morire. Solo le fiamme avrebbero potuto distruggerla.


Riferimenti e bibliografie:

"Il Teatro «Nuovo» di Napoli" (F. De Filippis - M.Mangini), Arturo Berisio Editore, Napoli, 1967