Totò ha affidato gli occhi a Santa Lucia

1957 Toto ha affidato gli occhi a Santa Lucia

L'infermità che a Palermo ha colpito la vista del popolare comico sembra sia dovuta a un tuffo fuori stagione nelle acque del Tevere

Il sorriso tornò ad illuminare il volto di Totò soltanto alle sei del mattino di mercoledì 8 maggio, quando la motonave Calabria, proveniente da Palermo, gettò le ancore nel porto di Napoli. Faceva un freddo quasi invernale, tuttavia il popolare comico, senza nemmeno curarsi di indossare un soprabito, volle subito andare sul ponte.

 

« Sissignore, è proprio aria di casa mia, la riconosco. E mi sembra anche di vederci meglio. Santa Lucia si trova in quella direzione, vero Franca? ». La giovane Faldini gli sorrise dolcemente: « Sì, Totò, in quella direzione. Ma non prendere freddo ». « Sai che ho pensato, Franca? Di ordinare all’autista di pas-sare da Santa Lucia. Voglio salutarla. Santa Lucia è la protettrice della vista, io sono sicuro che mi farà la grazia ». E fu così, tutto sereno e sorridente, che lo trovarono i giornalisti e i fotografi quando, qualche minuto dopo, si gettarono all’abbordaggio della nave. Il principe De Curtis non aveva il volto ricoperto da bende. come qualcuno si aspettava, ma semplicemente si nascondeva gli occhi con un paio di occhialoni neri e sembrava che stesse ancora recitando qualche scena della Patente di Pirandello. « Amici miei, sono a vostra disposizione, ma, mi raccomando. niente colpi di flash, potrebbe ulteriormente danneggiarmi la vista. Ma che cosa bella stare a Napoli, che cosa bella! Come vi ringrazio di essere venuti a salutarmi ».

« Principe, eccellenza, a Napoli guarirete », gli gridarono sull’imbarcadero alcuni "scugnizzi" che avevano rinunciato ad un altro paio d'ore di sonno per vedere il loro beniamino. E Totò li ringraziò affettuosamente, quindi mormorò all’autista: «Non dimenticare di passare da Santa Lucia ».

IL CERO DAVANTI ALLA SANTA

La malattia che ha colpito Totò agli occhi e che, nella migliore delle ipotesi, lo terrà lontano dall'attività artistica per un po’ di tempo, ha fatto sì che molti napoletani andassero spontaneamente ad accendere un cero davanti all'immagine di Santa Lucia, che non solo è la protettrice della vista ma che. dopo San Gennaro, è la seconda patrona di Napoli. Ed ha fatto sì che nella mattinata del giorno sette, centinaia e centinaia di persone si recassero ad affollare le ricevitorie postali per spedire a Palermo, ove ancora il comico si trovava, dei telegrammi di auguri.

Totò che, secondo quando si afferma, già da una ventina d’anni vedeva molto poco con l’occhio sinistro, deve probabilmente incolpare, di questo più grave incidente all’occhio destro, un tuffo fuori stagione fatto, per ragioni professionali, due anni fa nel Tevere, girando il film Il coraggio, con Gino Cervi. In quell’occasione egli fu colpito da alcuni disturbi che guarirono in breve ma che gli lasciarono l'organismo predisposto ad altri malanni.

La ricaduta si verificò poco più di due mesi fa, in febbraio, a Milano e fu dovuta, come egli stesso ha dichiarato, alla ”non confortevole” temperatura del teatro in cui recitava. Sembrava, tuttavìa, che tutto dovesse concludersi in una banale influenza. « Principe, vi dovete riposare », gli dissero i medici; ma lui, innamorato del suo lavoro, non volle dar loro ascolto e continuò ad affaticarsi sostenendosi con gli antibiotici, quegli stessi antibiotici che,, secondo quanto egli stesso afferma, ”gli saranno fatali”.

Ai primi di maggio Totò, con la sua compagnia al completo e insieme con Franca Faldini e la figlia Liliana de Curtis Buffardi, partì per la Sicilia. Dopo esattamente dieci anni ritornava alla rivista con A prescindere, organizzata da Remigio Paone, e aveva un vasto programma: prima Palermo, poi Catania, Messina, Palmi Calabro e infine scioglimento della compagnia a Napoli per il 20 maggio.

A Palermo i disturbi visivi di Totò presero ad accentuarsi. L’impresario Mangano, del Teatro Politeama "Garibaldi", fu molto cortese col comico e fu lui stesso — avendo sia pur vagamente intuito qualcosa — a consigliargli di riguardarsi, ma Totò non dette ascolto, « Domani mi sarà passato », diceva a se stesso, ma già il giorno 4 era costretto a presentarsi sul palcoscenico con un paio di occhialoni neri e doveva rinunciare, per evitare di inciampare, alla consueta corsetta sulla passerella. Da principio fu abbastanza spigliato. Si tràttava di imitare e caricaturare Vittorio Gassman nell'Otello e nessuno si accorse di niente. Fu però lo stesso attore a voler farsi visitare, nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo, dal medico che diagnosticò una grave forma infiammatoria all’occhio destro e che gli ordinò, fra l’altro, di riposarsi.

«Siamo uomini o - caporali? », chiese a se stesso Totò, e incurante delle ormai continue insistenze di Franca Faldini e della figlia, volle proseguire nel lavoro. Furono i due spettacoli di domenica 5 maggio a dargli il colpo di grazia e a far precipitare ulteriormente la situazione. Anzi, questa volta gli spettatori che gremivano la sala incominciarono ad accorgersi di qualcosa: il comico spesso incespicava, spesso muoveva le mani come per volersi appoggiare a qualcosa. Al termine degli spettacoli, Totò, sfinito, sulla sua "Alfa” amaranto si recò nello studio del professor Giuseppe Cascio della clinica oculistica dell'università di Palermo. La visita fu lunga e meticolosa. Totò sorrideva: « Roba da poco, è vero, professo’? ».

L’indomani, lunedì, il professor Cascio inviò all’impresario del Politeama la diagnosi che, purtroppo, parlava molto chiaro: "Coroidite centrale acuta recidivante all’occhio destro”. Di dare altri spettacoli non era nemmeno il caso di discutere. Alle duemilacinquecento persone che rumoreggiarono in saia fu comunicato che Totò stava male e che per questa ragione la manifestazione era sospesa: si recassero al botteghino a farsi restituire il prezzo del biglietto. Il pub. blico lì per lì non credette, protestò, fu necessario chiedere l’intervento della forza pubblica.

L’ULTIMA CANZONE

Intanto fin dalle quattro del pomeriggio Totò giaceva al buio, in un letto dell’albergo "Villa Igea". « Ma vedete cosa mi doveva capitare », diceva a Franca Faldini.

« Io perder la vista degli occhi? Mammà aiutami tu. Franca, lo sai che mamma mia è nata a Palermo. Mi aiuterà? ». « Certo, ma stai calmo e tutto passerà presto ». « Senti, Franca, mi è venuta in mente una canzone napoletana. È molto tempo che non scrivo versi. Io ora ti detto e tu scrivi ». Così, al buio, Totò dettò questa canzone: « Chitarra mia - faggio voluto bene . e solo tu conosci chist’ammore. -’Nncoppa a ’sti corde quanta quanta pena - venivo a canta a te. - Povero core’. - E mot basta, ha pigliato nata via. - Che faggio a cantò cchiù, chitarra mia? ».

Il triste riposo di Totò fu interrotto soltanto dall’arrivo di un altro oculista, il professor Sala, il cui intervento era stato richiesto da un impresario di Catania che, probabilmente, si appresta anche a citare in giudizio l’attore per essere rifuso del guadagno perduto. Ma anche il professor Sala non potè far altro che riscontrare nell’attore quel male che già gli altri gli avevano riconosciuto.

Nel suo letto di "Villa Igea", Totò continuava a trascorrere ore agitate. « Calma, Totò ». « Ma se non torno a Napoli, se non respiro almeno un boccone dell’aria della mia città non posso rimanermene calmo», diceva continuamente l’attore. Nella serata del giorno 7 Totò con i suoi familiari e i suoi più intimi collaboratori si imbarcò per Napoli. Il giorno dopo era già sorridente e pieno di speranze. « A giugno », disse ai giornalisti, « dovrò girare il film "Totò. Peppino e i mariti imbroglioni". Spero di essere guarito per quel tempo. Non ho forse affidato gli occhi a Santa Lucia? ». Totò è proseguito subito per Roma: doveva entrare nella clinica napoletana del professor Lo Cascio, ma all’ultimo momento ha deciso di curarsi nella sua abitazione romana dei Parioli. « A casa si guarisce più in fretta », ha spiegato, allungando il collo alla sua maniera. alla maniera di Totò.

Vittorio Paliotti «Oggi», 16 maggio 1957