Liliana Castagnola era bellissima, famosa, innamorata: si uccise quando Totò decise di lasciarla

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E’ uno degli episodi meno noti della vita del grande attore, scomparso nel 1967 • La "soubrette” Liliana Castagnola, popolare negli anni Venti, venne sepolta nella cappella dei De Curtis • Le disperate lettere dell’amata: "Perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta, prima di partire?”

Nella cappella dei principi De Curtis, nel cimitero napoletano di Poggioreale, c’è la tomba di una giovane che con la illustre famiglia di Totò non aveva alcun legame, né di sangue né di parentela acquisita. E’ quella di Liliana Castagnola, una soubrette genovese molto popolare negli anni Venti, che si uccise per amore a 32 anni, ingoiando il contenuto di un intero tubetto di barbiturici, dopo aver scritto una drammatica lettera all’innamorato che stava per abbandonarla.

Destinatario della missiva, che la infelice cantante lasciò sul tavolo della sua camera d'albergo, era il principe Antonio de Curtis Gagliardi Focas Comneno di Bisanzio, in arte Totò, allora alle prime armi come attore-fantasista d’avanspettacolo. Era la sera del 3 marzo 1930. Il principe-attore aveva 32 anni, la stessa età di Liliana. "Antonio, perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta?”, furono le ultime parole dell’amata. "Ti sarò grata per sempre del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Mi hai fatto felice, amore mio, e ti ringrazio. In questo momento mi trema la mano... Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Ma tu hai deciso di non vedermi più. E senza di te, senza il tuo amore, la mia vita non ha più alcuno scopo. Erano tutto, per me, i tuoi baci. Sei stato il mio unico grande amore. Addio per sempre. Tua Lilia”.

 Era innamorata e bellissima, Liliana Castagnola. Non aveva (artisticamente parlando) la fama di una Lina Cavalieri o di una Bella Otero, ma gareggiava con loro in fascino e avventure. A sedici anni, la sua aggressiva e prepotente bellezza aveva ispirato al romanziere Guido da Verona il famoso personaggio di Mimi Bluette, "fiore del mio giardino"; due ammiratori francesi, per i suoi begli occhi, si erano affrontati e uccisi a Marsiglia in duello rusticano; un patrizio genovese si era ridotto sul lastrico dissipando con lei un patrimonio ingentissimo; e un industriale milanese si era ammazzato, dopo avere sparato due colpi di pistola (per fortuna andati a vuoto) contro di lei.

L’incontro della esplosiva Liliana con Totò avvenne a Napoli nel dicembre del 1929. Recitavano in teatri diversi: lui al Nuovo, lei al Santa Lucia; e Liliana, in una serata di riposo della sua compagnia, andò ad assistere allo spettacolo del giovane comico. Poche parole, scambiate in camerino dopo la recita. La sera successiva, nel suo camerino, la cantante trovò un cesto di rose, con un biglietto dell’attore: ’’E’ con il profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia profonda ammirazione". Rispose lei, con un altro biglietto: "Grazie, ma voglio ricordarvi che, quando queste meravigliose rose appassiranno, dovranno essere sostituite con altre. Sabato, al Santa Lucia, canterò per voi le mie più belle canzoni".

Furono tre mesi di intensa passione. "Sei il mio grande, immenso amore”, gli scriveva Liliana. "Ho bisogno di te, la mia anima cerca disperatamente la tua”. E, per stare vicina all'amato, non esitò a disdire una serie di contratti, con grande disperazione dei suoi impresari. "Per te, per questo nostro grande amore”, insisteva lei "sono pronta anche a rinunziare alla carriera".

Ma la passione, in lui, durò poco. Era troppo preso dal lavoro, il giovane comico Totò, perche potesse accettare legami. Non dimenticava i giorni duri degli inizi, nelle salette di periferia, gli stenti, la fame. Figlio illegittimo di una popolana e di un nobile decaduto (il quale sposerà la donna molti anni dopo, ma potrà dare a lei e al ragazzo solo il nome di un casato illustre e nient’altro), era riuscito a conquistare il successo, e non intendeva rischiare inseguendo avventurette sentimentali. Da Napoli era già pronto per partire, aveva impegni a Padova e in altre città del Nord. Liliana si offrì di andare con lui, nella sua compagnia: si sarebbe accontentata di una paga modesta, pur di stargli accanto. "Mi considero nelle tue mani, voglio essere nelle tue mani...”, gli scriveva. Non riuscì a convincerlo Alla vigilia della partenza dell’innamorato, la popolare cantante si chiuse nella sua camera d'albergo e si diede la morte.

Totò la rivide cadavere. «Alla vista di quella poveretta», raccontano i biografi «rischiò anche lui di morire, per collasso. Le gambe gli si piegarono, e stramazzò per terra, privo di sensi. Quando si riprese, non voleva più staccarsi da lei. Stringeva al cuore le sue fredde mani e continuava a singhiozzare: "Liliana, Liliana mia, perché non ti ho creduta, perché ho infranto così il tuo grande amore?”. Era un uomo distrutto. Non volle che il cadavere di Liliana fosse trasferito a Genova, nella sua città natale. Scelse, per lei, una delle tombe nella cappella di famiglia dei principi De Curtis, al cimitero di Poggioreale, e riservò per sé la tomba accanto. "Un giorno torneremo a essere insieme”, disse tra le lacrime al momento della sepoltura. E in quella cappella, trentaset-te anni dopo, raggiunse la sua Liliana».

«IO, MUSULMANO?»

Un ricordo del grande Totò, nel ventennale della morte che si celebra proprio in questi giorni (morì il 15 aprile del 1967, per un infarto, a 69 anni), non può non dare il giusto rilievo al tragico episodio che segnò profondamente la sua vita di uomo e di artista. Lui, di quella morte disperata, non parlò mai nelle sue interviste. Ma i suoi amici più cari (tra i quali l’attore Mario Castellani, che gli fece da "spalla” in tanti film e spettacoli di riviste) raccontavano che il principe-attore andava spesso a portare fiori sulla tomba della sfortunata amica, anche quando era ormai legato ad altre donne; e all’unica figlia che ebbe dalla moglie, Diana Rogliani, diede proprio il nome della cantante suicida per amore, Liliana.

Fu molto amato e amò molto, il principe-attore, anche se le donne della sua vita, a parte la sfortunata soubrette Liliana Castagnola, furono soltanto due, la moglie (che lo abbandonò dopo nove anni di vita in comune e cinque di matrimonio per sposare un avvocato) e Franca Faldini, che gli restò accanto per 15 anni, fino alla morte. Molte, a volte anche scottanti, le delusioni: una gliela diede Silvana Pampanini, la "maggiorata” più famosa degli anni Cinquanta, sua partner in tanti film, che rifiutò di sposarlo e per la quale Totò, deluso e amareggiato, compose una delle sue canzoni più struggenti, Malafemmena. «Le donne gli piacevano», raccontava Mario Castellani «ma era ombroso, peggio di un cavallo di razza. Bastava un niente perché pigliasse cappello e s’impuntasse. In amore, era un po’ musulmano: più che amare, gli piaceva sentirsi amato. Temeva sempre, però, di scottarsi troppo. Gli pesava sulla coscienza la storia della povera Liliana. Dopo quella tragica storia, non si tirò certo da parte, a recitare la parte del "vedovo inconsolabile”. Ma non era il tipo che le donne andasse a cercarle, come un Casanova: le aspettava al varco. Il suo fascino, soprattutto sulle giovani, era irresistibile, e lui lo sapeva. Quando ghermiva la preda, ne diventava il padrone assoluto, una specie di tiranno, possessivo, geloso come un Otello».

Lui scherzava, sulle sue manie di conquistatore. «Musulmano, io? E’ nella natura dell’uomo essere un po’ poligamo. Avete mai visto», domandava agli intervistatori «cento pecore e cento montoni insieme, dieci galli e dieci galline nello stesso pollaio? Io ho sempre visto cento pecore e un montone, dieci galline e un gallo...». Scherzava spesso, amaramente, anche sulla sua condizione di uomo solo. E ricordava che, quando da giovane era costretto a viaggiare senza una donna, portava sempre in valigia "una vestaglia femminile e un paio di scarpine col tacco". Così, diceva «prima di andare a letto, appendevo la vestaglia accanto alla mia, sistemavo le scarpine accanto alle mie, e mi sembrava di avere la donna accanto».

Diana Rogliani, la moglie, aveva 17 anni meno di lui. La incontrò sedicenne a Firenze nel 1931 (un anno dopo la morte della povera Liliana) ed ebbe da lei, due anni dopo, l’unica figlia. Si sposarono nel 1935 e il matrimonio fu annullato nel 1940. «Era di una gelosia mostruosa», raccontò la donna, passata nel 1949 a nuove nozze. «Per tenermi accanto a sé, mi impedì persino di andare al capezzale di mia madre morente. Ero arrivata al punto che da casa, senza di lui, non potevo uscire nemmeno per andare dal parrucchiere. Era un uomo stranissimo, di un egoismo incredibile. Aveva solo il merito di riconoscerlo».

Fu una vita d’inferno, la sua, prima e dopo il matrimonio. «Una sera, a Sampierdarena», raccontò la ex signora De Curtis «eravamo stati invitati a una festa, dopo lo spettacolo. Andammo in albergo per cambiarci. Io indossai un abito di raso color arancione, molto aderente, che a lui era sempre piaciuto molto. Ma quella sera, prima di lasciare la camera, mi fissò con i suoi occhi di padrone possessivo e geloso e mi disse: "Sembri proprio nuda, con questo vestito”. Io non sapevo che fare: era già tardi per cambiarmi ancora d'abito. Lui mi si avvicinò, introdusse un dito nella scollatura del vestito e con uno strattone lo fece in due. Un’altra sera, a Catania», era ancora il racconto della ex moglie «successe il finimondo in un ristorante. Quattro giovanotti che stavano nel tavolo accanto, alle sue spalle, non staccavano gli occhi da me. I giornali, a quel tempo, parlavano poco della vita privata dei divi: chi sapeva che io ero sua moglie? Quei quattro, vedendomi accanto a Totò, pensavano piuttosto a una delle sue ballerine. Io me ne stavo buona, tranquilla, ero vestita in maniera più che composta. Ma lui non tollerava neppure che la gente mi guardasse.»

RISSA AL RISTORANTE

«Non poteva vederli in faccia, quei giovanotti. A un certo punto, nervosissimo, con la scusa che gli era andato qualcosa dentro l’occhio, mi chiese di dargli il portacipria che avevo in borsetta. Piazzò lo specchietto in modo da osservare bene i nostri vicini di tavolo, senza voltare la testa. Poi si alzò, afferrò la tovaglia con tutto quello che c’era sopra e scagliò piatti, bicchieri, bottiglie contro di loro. Da quella sera, decise di non portarmi più in tournée. Fui costretta a restare a casa per molti anni, affidata alla strettissima sorveglianza di sua madre, che non mi permetteva neppure di andare a fare la spesa da sola».

Bello non era, ma le donne facevano pazzie per lui. Sempre molto riservato nella vita privata, altero e scontroso, uomo di vecchio stampo, malinconico e piuttosto orso, sulla scena si scatenava. Era il comico più popolare e più amato d’Italia, venerato da grandi e piccini. Con quella sua comicità istintiva, da grande istrione e funambolo della risata, con quel volto mal squadrato (conseguenza, come lui stesso rivelò, di un pugno che gli aveva provocato la deviazione del setto nasale, mentre tirava di boxe in collegio), gli occhi roteanti e folli, il corpo che si snodava incredibilmente, allungandosi o accorciandosi a sua richiesta, come se mascella, braccia e gambe fossero i pezzi sconnessi di un burattino di legno costruito in laboratorio da un Mastro Geppetto o da un puparo siciliano. E quella sua inventiva straordinaria, grossolana e un po’ da guitto, che gli consentiva di tirar fuori le battute più imprevedibili, buffe e paradossali, espressioni entrate poi nel gergo comune e riportate persino nei nuovi dizionari linguistici, come ’’fa d’uopo", "quisquiglie”, "pinzellacchere”.

Centoquindici film, quasi tutti di fattura artigianale, raffazzonati su trame assurde e dozzinali. Ma la gente andava al cinema per "vedere Totò e ridere con Totò”. Come era già avvenuto per il grande Charlot, era lui che dava spesso il titolo alle pellicole: Totò al Giro d'Italia, Totò cerca moglie, Totò cerca casa, Totò sceicco, Totò a colori. E si rideva di cuore. Come ridono oggi quelli delle nuove generazioni che hanno scoperto Totò attraverso i vecchi film riproposti (con grande successo) dalle televisioni.

Lui si schermiva. «Gli attori», era solito ripetere ai giornalisti «sono come i camerieri: il pubblico comanda e noi lo serviamo. Che altro possiamo fare? La Duse diceva che gli attori scrivono sulla sabbia, che le onde del mare poi portano via. Ma noi comici scriviamo addirittura sull’acqua. Dei miei film, non ne salverei nessuno. Eppure continuo a farli. Come potrei campare, altrimenti? Con il titolo di principe, non ci faccio nemmeno un uovo al tegamino. Con il cinema, invece, ci mangio dall’età di vent’anni. E, con me, mangiano i duecento-venti cani che ho raccolto dalla strada e vivono nella mia villa. Loro sono esigenti più di me: mangiano molto e mi costano moltissimo. Anche a me, dopo i giorni della fame, è sempre piaciuto vivere da gran signore, tra governante, camerieri in guanti bianchi e l’autista in divisa sempre pronto con l’auto tirata a lucido».

Era già ricco e famoso, il principe-clown, quando corteggiò e chiese in moglie Silvana Pampanini. Era il 1949 e giravano insieme Quarantesette, morto che parla: lui aveva 51 anni, lei 24. «Quando mi presentarono il principe De Curtis», racconta l’attrice «io ero insieme con mio padre, che aveva gli stessi suoi anni. Il principe mi baciò la mano, con molta galanteria, dopo avermi squadrata da capo a piedi, ed esclamò: "Ecco una donna tutta vera, di dentro e di fuori».

«Non era quello che si dice un bell’uomo, ma era così pieno di attenzioni che non si poteva restare insensibili. Sempre molto elegante, azzimato, profumo francese: di sera, l’abito blu con cravatta argentata che era il massimo della civetteria, in quegli anni. Introverso e difficile da trattare nella vita si scioglieva quando una ragazza gli andava a genio, diventava gran compagnone, sempre pronto alla battuta arguta, sapida, all’ironia di cui era lui per primo bersaglio. Con me (e con mio padre, che allora non mi mollava di un passo) legò subito. E mio padre, al ristorante, fece scorpacciate delle sue barzellette.»

SPLENDIDE POESIE

«Il corteggiamento, all’inizio, fu molto discreto», ricorda Silvana. «I suoi primi fiori non furono le rose rosse che mi mandavano altri corteggiatori, ma dei mazzolini civettuoli, stile Ottocento, guarniti di trine pregiate. Accompagnati, quasi sempre, da regalini di gusto raffinato, anche se non sempre costosi. E da poesie, naturalmente: ne scrisse molto belle, per me, che lui stesso mi recitava nei pochi momenti in cui restavamo soli. Fino alla dichiarazione d’amore che concluse bruscamente la nostra love story, con quella che ho sempre considerato la gaffe più clamorosa della mia vita. "Ti amo, voglio che tu diventi mia moglie”, mi disse lui, con tanta passione. Ed io: "Anch’io ti voglio bene, come una ragazza può voler bene a suo padre”. Ferito, non mi privò della sua amicizia: continuammo a lavorare insieme, in altri film. Qualche mese dopo, uscì il disco Malafemmena. Che per un napoletano come lui, sia chiaro, non significava donna di facili costumi, ma donna dal cuore inaccessibile, di quelle che tanto fanno soffrire gli innamorati respinti e "intus-sicare l’anema". Una canzone bellissima, che solo un grande artista (oltre che un grande innamorato) poteva scrivere. Mi ha fatto piangere, lo confesso, quella canzone. E me lo ha fatto ancor più voler bene, il mio Totò: senza rimpianti, con tanta stima e amicizia».

Non si risposò più, il principe attore. Si legò stabilmente a Franca Faldini, trentatré anni meno di lui, con la quale girò mezza dozzina di film. I soliti film, che, a sentir lui, gli servivano per campare, e che non andava mai a vedere. «La mia faccia», diceva ai giornalisti «preferisco dimenticarla. Voi continuate, benevolmente, a chiamarmi artista. Macché artista: i comici sono soltanto dei pagliacci venditori di chiacchiere e di risate, farse da quattro soldi».

COME UN LEONE

Si divertiva a recitare anche nella vita, soprattutto con i giornalisti. Disprezzava il proprio lavoro, i film che girava, diceva di non voler salvare nemmeno piccoli capolavori come Risate di gioia (quel memorabile duetto con la Magnani), Napoli milionaria del grande Eduardo, L ’oro di Napoli di De Sica, I soliti ignoti di Monicelli. E mentiva, si divertiva a mentire. Al suo lavoro, in realtà, teneva moltissimo, anche ai film più insignificanti. «Se volete farmi morire», disse un giorno ai medici che gli consigliavano di stare lontano dai riflettori per il rischio che correva di restare completamente cieco «toglietemi il divertimento, quel bel giocattolo che per me è il lavoro».

Non glielo tolsero, il bel giocattolo. Continuò a recitare fino agli ultimi giorni di vita, anche se intorno a sé vedeva ormai soltanto delle ombre. Gli occhi non lo tradirono del tutto. Lo tradì il cuore, che lui credeva di avere forte come quello di un leone, e se ne andò per un infarto, a 69 anni. Nella capella gentilizia di Poggioreale, era già pronta, da trentasette anni, la tomba che doveva accoglierlo, accanto a quella in cui aveva voluto che fosse sepolta Liliana Castagnola, la soubrette che per lui si era uccisa.

Restano, del grande Totò, quei centoquindici film (belli e brutti) che continuano a far ridere gli italiani delle vecchie e nuove generazioni. E, tra i grandi registi italiani, il rammarico di avere ignorato, per quarantanni, uno dei più grossi talenti del nostro cinema. Hanno scritto i giornali americani, dopo aver visto uno degli ultimi film interpretati da Totò, Uccellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini: "Hollywood, di un attore come questo, avrebbe fatto la sua bandiera, come un Buster Keaton, un Chaplin. Soltanto Pasolini, tra gli italiani, ha capito che, dietro la maschera del fantastico burattino Totò, c’era un artista vero, uno dei pochi autentici talenti del cinema di tutti i tempi”.

Gaetano Saglimbeni, "Gente", 24 aprile 1987