Addio Totò

1965 Lamento del vecchio Toto

1961 04 18 Settimo Giorno intro

A pagina 48 del volume 24 della Consulta Araldica, il principe Antonio De Curtis (al quale spettava di diritto il titolo di Altezza Imperiale, nonché dì «basileus» e imperatore di tutto l'oriente romano, quale discendente diretto dell’imperatore di Bisanzio, Niceforo Focas II) è indicato con i seguenti dati: Focas Flavio Angelo Commeno De Curtis di Bisanzio, marchese, principe e cavaliere del Sacro Romano Impero.


1966 Antonio De Curtis 154 LMa per la gente qualunque, per tutti i milioni di persone che, per merito di lui, hanno riso e pianto, Sua Altezza Imperiale il principe Antonio De Curtis resterà per sempre solo Totò. Un attore diverso da tutti, con una maschera carica di una particolare e inimitabile malinconia la quale, per paradosso, diventava strumento di ilarità. Una maschera strutturata in modo assurdo, plasmata su una specie di materia mobilissima e pronta a «deformarsi» a comando, a distorcersi. a piegarsi, a fissarsi, a vibrare, come percorsa da una corrente elettrica, tutta dominata dall'interno, quasi meccanicizzata al comando del cervello del principe-attore.

Totò, e qui sta il suo segreto forse non mai capito sino in fondo e soprattutto non mai dichiarato per altre vie, ha vissuto sino alla morte due vite: quella del principe e quella dell'attore. L’uno (il primo) era lo schiavo dell'altro, del giullare, del mimo prodigioso che consentiva all'altro la sopravvivenza, che, anzi, gliela garantiva col proprio lavoro e col proprio guadagno. Ma il principe e l’attore si detestavano perché erano due fratelli siamesi male accoppiati dalla sorte, perché il principe ha sempre anelato a liberarsi dal gramo giullare, dall’istrione malvestito e famelico che lo faceva ricco. Il principe ha sempre sognato di sbattere fuori di casa il povero Totò, di non aver niente a che fare con lui, che tuttavia era e restava il suo padrone. Il principe ha sempre vissuto una vita intimamente drammatica con il distacco del gran signore, Totò ha sempre vissuto in giacchette rivoltate e lise, con cappellucci miserevoli, scarpe slabbrale, Totò ha sempre vagato, pellegrino del mondo, ai margini di una periferia popolata di ladruncoli, di donnette, di baracche, di marrane, mentre il principe portava cappotti di finissimo castoro, giacche di taglio perfetto, vestaglie da casa morbide come visone. Totò aveva il lazzo facile, le risate che suscitava erano intrise di commiserazione, paragonabili a quelle del vecchio Charlot della grande epoca d’oro: qualcosa, anzi, li accomunava nel modo di esprimersi (come attori), di ottenere una specie di ilarità patetica, di riuscire a far ridere con la lacrima nascosta. Ma il principe non ebbe mai la gioia di vedere Totò elevato fino al suo vero ruolo di attore drammatico, di vederlo riscattato fino al punto di potersi identificare in lui, o per lo meno di poterlo accettare con maggiore indulgenza.

E adesso che Totò è morto, adesso che la sua maschera si è ricomposta e fissata per sempre nell'immagine del principe, adesso che tutti parlano solo di Totò, dimenticando l’altro che in lui e di lui visse, siamo più che certi che il principe chiede finalmente «la parola», che questa è l’ultima volta che il principe può ricordarsi al mondo e far sentire la propria voce.

Per anni il principe è stato bistrattato e incompreso, per anni si è messa in dubbio la sua «autenticità» e se Totò rideva, Antonio De Curtis piangeva, perché era Totò ad impedirgli di esistere. La loro storia (perché, come storia, i due hanno avuto una vita inscindibile) era cominciata settant’anni fa, con la nascita di un bambino, anzi di «un infante di sesso maschile» registrato negli uffici anagrafici di Napoli quale figlio di Anna Clemente e di padre non nominato. Al bambino venne imposto il nome di Antonio.

Anna Clemente era una bella popolana, analfabeta, e il padre, nominato o no, era il nobile cavaliere del Sacro Romano Impero marchese Giuseppe De Curtis, il quale, pur essendo innamorato di Anna, non aveva trovato la forza di opporsi al divieto impostogli dai suoi genitori di sposare la bella popolana né di legittimare il figlio.

Tuttavia, fra il marchese De Curtis e Anna Clemente restò sempre, invisibile ma potentissimo, il legame del dovere e dell’affetto che nessun familiare poteva impedire. La donna allevò il figlio come poteva, destreggiandosi in lavori umili, sobbarcandosi fatiche senza nome e Totò. sospinto da una passione innata cominciò a bazzicare i palcoscenici, restando ai margini, magico e incompreso «pazzariello», con la sua faccia distorta.

Fanciullescamente fiero del titolo

Finché un giorno, come accade soltanto in certe favole troppo belle per trovare riscontro nella vita, suo padre (essendo mutate le condizioni di famiglia che gli avevano impedito di compiere il proprio dovere) sposò la popolana Anna Clemente e riconobbe al tempo stesso ciuale legittimo figlio il piccolo Totò. E Totò venne così ad assumere di colpo, col nome paterno, i titoli a lui spettanti, cioè quello di marchese e di cavaliere del Sacro Romano Impero, conferito al suo trisavolo da Carlo VI e quello di principe conferito da Francesco II, quale segno di benevolenza, a suo nonno Luigi. Di ramo in ramo, l'esperto araldista che era nato ipso-facto in lui, suggerì ad Antonio De Curtis l’idea di rivendicare a sé tutti i titoli che gli spettavano di diritto. E ciò non tanto perché aspirasse a sedere sul trono di Bisanzio, quanto perché la cosa gli stava addosso a pennello. Totò era fanciullescamente fiero delle proprie origini nobiliari (inoppugnabilmente documentate e riconosciute valide anche dalla magistratura italiana).

1966 Franca Faldini Antonio de Curtis 001 LDiciamo la verità, una scoperta simile. anche in tempi fieramente repubblicani, non potrebbe lasciare indifferente nessuno, né poteva lasciare indifferente un napoletano, un uomo come Totò che aveva conosciuto la malinconica condizione di figlio senza nome e che per anni, senza poterci far nulla, aveva dovuto veder piangere di umiliazione sua madre.

L’idea di rivendicare per sé il titolo di discendente degli imperatori di Bisanzio, gli era nata più che altro dal bisogno tenerissimo di offrire alla madre una specie di trono ideale, in cambio di quello che lei era stata per lui.

La sua storia di attore è troppo nota perché se ne possa parlare dicendo qualcosa di nuovo. Di nuovo, ma solo fino ad un certo punto, si potrebbe dire che Totò ha sempre sognato di interpretare ruoli più profondi di quelli che tutti conosciamo e che ce lo hanno fatto amare come pochi altri.

Tolto il cerone, rivestiti i suoi panni di signore, Totò ridiventava in ogni senso il principe De Curtis, generoso come un re con i poveri, pronto a sollevare, in silenzio, le miserie della gente più umile e più ingenua, ma incapace di mescolarsi alla gente, al chiasso, alla mondanità, isolato in un suo mondo, fatto di amarezze, di poesia, di sogni inespressi, solitario per natura e per vocazione, canzoniere e poeta, innamorato della vita, ma incapace di sentirsi allegro, circondato soltanto da una piccola corte di intimi, sempre dominato, anche senza volerlo e senza saperlo, dal pensiero della morte. Le sue poesie più belle, quelle che Franca Faldini, la sua giovane squisita e davvero principesca compagna, gli leggeva ad alta voce per farle sentire agli amici, parlano quasi tutte di morte. Dalla prima moglie ha avuto una figlia, che ha quasi l’età di Franca e da Franca un figlio maschio, il «piccolo principe» del suo sogno che è morto nascendo e che dorme sotto una tomba monumentale nel cimitero di Napoli.

A quel piccolo figlio mai cresciuto era legata tutta la invincibile malinconia di Antonio De Curtis, principe e attore.

A sera, il principe De Curtis appendeva fuori della porta di casa, al di là dell'ingresso, al di là delle silenziose moquettes che attutivano ogni passo (anche i suoi passi leggeri e annaspanti di quasi cieco che si ostinava a fingere — signorilmente — di vederci per non ispirare pietà) le spoglie di Totò. Franca accoglieva il principe suo consorte con il sorriso più bello dei suoi occhi verdemare. E' lei, con la sua giovinezza generosa, con la sua vigile pazienza, che ha permesso al principe De Curtis di arrivare fin qui. è lei che ha aiutato il mimo Totò a reggere, è lei che oggi lo piange, è lei che li ha conosciuti e capiti entrambi, è lei che ha prestato ad entrambi i suoi occhi meravigliosi, è lei che, giovane e bella, vivendo per tanti anni al fianco di un uomo che avrebbe potuto aprirle le vie del cinema, ha rinunciato a brillare di luce propria per essere la compagna in ombra di un uomo che amava l’ombra, che andava solo a passeggiare, vigilato a distanza dal proprio autista, sulla riva del mare verso Fiumicino, dove nessuno poteva vederlo, dove nessuno poteva indovinare dal movimento incerto dei suoi passi, la sua quasi completa cecità.

Al principe De Curtis e a Totò piacevano i cani, anzi li amava svisceratamente e Franca ha amato i cani, svisceratamente. A Totò e al principe piaceva il silenzio e Franca ha vissuto con lui nel silenzio. Lo ha accompagnato fin qui, fino alla morte, con una fedeltà esemplare in un mondo dove le unioni anche fra le coppie in apparenza più assortite, durano tanto poco da potersi paragonare a separazioni in partenza. Soltanto con un vero principe e per un vero principe si può vivere così. Ed è l'elogio più bello e più sincero che si possa fare di entrambi: di lui che parte e di lei che resta sola. Infinitamente sola.

Flora Antonioni


Il Piccolo Flora Antonioni, «Sorrisi e Canzoni TV», anno XVI, n. 17, 23 aprile 1967