Daniele D'Anza: Totò sfiorò la morte in palcoscenico

Daniele-D-Anza

1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Napoli, aprile

1966 Tuttototo set 004 LQuanta fretta intorno a Totò, quest'anno, come tutti sapessero che per lui sarebbe stato l’ultimo, e ciascuno si affannasse a riguadagnare il tempo perduto. Tutt’assieme, in una sola stagione, «miglior attore» per i critici italiani del Nastro d'Argento, per i giurati del Festival di Cannes, per i critici internazionali del Globo d’Oro. Tre premi non da tutti, certo, ma per i quali di solito artisti molto meno dotati di lui, soltanto più seriosi, non fanno un’anticamera di quarant'anni di teatro e di 106 film.

Totò accettava l’improvviso plebiscito con sincero e riguardoso stupore, temperato da una punta di ironia però non ostentata, perché questo gli sarebbe parso una mancanza di delicatezza: guastare la festa alla quale l’avevano invitato.

Totò e il portiere

Ma a festa finita, a Cannes, mi raccontò la storia del suo portiere. «Abitavo nella mia prima casa ai Parioli, il portiere gallonato dava dell’eccellenza a me come ambasciatore del piano di sopra. Una volta si fece coraggio e mi confessò che non mi aveva mai visto in teatro. Gli procurai due biglietti. Il giorno dopo, non solo non mi salutò, ma mi rise in faccia. Non ero più una persona rispettabile, ma un saltimbanco. Ora, non dico che questi critici siano parenti stretti di quel portiere; anzi sembrerebbe il contrario: però è un fatto che, per caricarmi di premi e insomma per darmi dell'eccellenza, hanno aspettato che facessi la faccia feroce in un film impegnato come Uccellacci e uccellini. Segno che prima mi vedevano solo come un saltimbanco. Ma forse hanno ragione loro ».

Si capiva, invece, che per lui quei critici avevano torto, e che nei loro panni egli avrebbe piuttosto premiato il saltimbanco. Perché quell'altro, quell'attore impegnato cui ora tutti davano dell'eccellenza, lo sentiva estraneo, come l'ambasciatore del piano di sopra. E per di più gli stava antipatico.

Soltanto l'altro giorno, alla notizia della sua morte, mi son reso conto che anch'io avevo una strana fretta, come tutti gli altri, mentre giravo con Totò la serie che ora vedrete in TV. Forse aveva fretta anche lui. Era rimasto l'unico a resistere al richiamo del video, che era invece diventata la sua abitudine quotidiana, da spettatore. Ma alla TV si arrendeva adesso, all'ultimo momento, perché senza saperlo voleva fare in tempo a lasciare un monumento elettronico a quel saltimbanco che si portava dentro dai lontani debutti del baraccone Elena e dello Jovinelli. In tal senso questo Tutto Totò, che pure è stato girato con le cineprese e non con le telecamere, diventa televisione. Persino la precipitazione con la quale viene messo in onda contribuisce al fenomeno, confondendo spettacolo e cronaca, una contaminazione tipica della TV. Non un programma da seguire come una commemorazione, ma una testimonianza dal vivo, cronaca di un sentimento, punto d'incontro tra quell'estremo desiderio dell'attore verso il suo pubblico e il desiderio di quest'ultimo di richiamare alla ribalta l'attore appena uscito dalla comune. Anche in teatro, ai tempi mitici del Totò saltimbanco, era così. Dava ogni sera la sua serata d'onore. E il vero spettacolo cominciava quando, calato il sipario sul gran finale, il pubblico riusciva a farlo rientrare in scena per fare le ore piccole soltanto con lui, chiedendogli macchiette e « gag » che tutti e due, al di qua e al di là della ribalta, conoscevano a memoria.

«A richiesta»

Anche Tutto Totò, a suo modo, diventa così un supplemento di spettacolo « a richiesta», secondo il rituale e la terminologia del glorioso teatro di varietà. Ci sono tutte e due le facce, una vecchia, e una nuova, della stessa maschera antica. Un'antologia di sei telefilm che comprendono, appena rielaborati, i vecchi cavalli di battaglia, dal direttore d'orchestra che nei momenti difficili ricorre alla marcia dei bersaglieri (l'improvvisò quando un bersagliere gli lanciò dal loggione il suo piumetto) al parrucchiere apprendista (era in Bada che ti mangio, 1949); dal Don Giovanni trasformato in manichino per sfuggire alle ire del marito tradito, allo strano viaggiatore dei vagoni letto, uno « sketch » che all'inizio in teatro durava dieci minuti, poi tra « gag » e soggetti toccò il record dei cinquanta. Inoltre, per la prima e ultima volta, un Totò-show-man, tre canovacci ideati originalmente per il video: Totò yé-yé, lui compositore di canzoni dal cuore in mano scatenato nell'inferno - beat; Totò-ciak, ossia interprete di film musicali, western e alla Bond; infine, Totò a Napoli. L'ultimo « sketch » di quest'ultima puntata, Totò cicerone abusivo alle prese con la turista Luisella Boni, l'abbiamo terminato una ventina di giorni fa appunto a Napoli. La mattina disertavo gli studi televisivi di Fuorigrotta, dove stavo realizzando lo sceneggiato su Lincoln, e giravo con lui a Mergellina.

«Città stupenda», mi diceva nelle pause, lui che a Roma viveva nel silenzio e nell'ombra, con l’aria dell’emigrato tornato in patria che non cessa dallo stupirsi di ritrovarvi il sole, i rumori, e tutto il resto. Ha avuto il tempo di ripeterlo anche in punto di morte, e gli deve essere piaciuto quel grande applauso al suo feretro in piazza.

Tre mesi di lavoro

Mi riferirono quest’episodio quello stesso pomeriggio dei suoi funerali, mentre nello Studio 2 di Fuorigrotta stavo realizzando l'ultima scena del Lincoln. Riconobbi allora in quelle sue ultime battute da emigrato, il tempismo meraviglioso del vecchio comico, anche nella vita. Ma pensai anche che, perché il ritratto fosse completo, aveva mancato un’ultima occasione che pure l’aveva sfiorato: la morte in palcoscenico come Antonio Petito, il grande Pulcinella del San Carlino. Proprio la sera della sua morte, esordiva infatti al Valle di Roma Napoli di notte e di giorno dedicato a Raffaele Viviani. Patroni Griffi, regista dello spettacolo, gli aveva chiesto di esserne il protagonista. Erano appunto i giorni dell'anno scorso in cui stavamo girando Tutto Totò. Mi disse che si sentiva « onorato » della proposta. Se l'avesse accettata, forse sarebbe morto in palcoscenico. Ma il giorno dopo tornò da me con il copione del Viviani. «E' impossibile — disse — è un bel lavoro, Viviani era grande, rimango onorato: ma io non sono adatto a questi personaggi così umili, la mia comicità è aggressiva». Aveva ragione, ma bisognava saperlo. Se ora tento di riassumere in un'immagine sola l'esperienza dei tre mesi che ho passato accanto a Totò, suo ultimo regista e suo primo regista televisivo, ritrovo, sì, quel segno aggressivo della sua mimica scattante anche sull'orlo dei settanta, ritrovo la prodigiosa marionetta che continuava ad essere dopo otto lustri di palcoscenico e 106 film. Ma lo ritrovo marionetta anche in questo, nella carica che durava esattamente per il tempo previsto per la scena, e poi nel suo istantaneo afflosciarsi o irrigidirsi appena la scena era finita, quel suo miracoloso uscire dal personaggio teatrale per rientrare di colpo nel principe De Curtis. Però, sulla tomba, ha voluto soltanto un nome: Totò. E questo mi pare il suo ultimo capolavoro.

Daniele D'Anza


Il Piccolo Daniele D'Anza, «Radiocorriere TV», anno XLIV, n.18, 30 aprile - 6 maggio 1967