E adesso ascoltiamo la Faldini

Totò Franca

1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Ricordo di Totò nel decennale della morte. Dopo i memoriali della nipote e della moglie, ecco la testimonianza della donna che fu accanto all’artista napoletano negli ultimi quindici anni - « Non era un erotomane, ma se una ragazza gli piaceva, non se la lasciava sfuggire: io lo sapevo, ma non ne ho mai fatto un dramma» - Prima di spirare, mi sussurrò: «Franca, t’aggio voluto bene assaie»

Roma, dicembre

Anche se era universalmente conosciuto come Totò, io preferivo chiamarlo Antonio, cioè col suo vero nome. Totò era l'artista, non il mio uomo: era una sorta di titolo accademico, di onorificenza, come una carica o un grado che si era meritato. A chi si stupiva che io lo chiamassi Antonio, ed ero forse la sola, lui stesso rispondeva: "Avete mai sentito chiamare un congiunto grand'ufficiale oppure tenente colonnello, consigliere delegato o architetto?". Antonio considerava Totò come una maschera cui era affezionatissimo, ma che riponeva nella cassapanca rincasando dal lavoro. "Come il magistrato indossa la toga andando a Palazzo di giustizia", diceva "io sul set di un film o sul palcoscenico indosso la sguaiataggine di Totò".

1950 Franca Faldini 102 L«Totò usava talvolta parole sconce, faceva mosse volgari, aveva delle battute piuttosto spinte, almeno per quei tempi. Antonio, invece, era la pudicizia e la discrezione personificate. Non gli ho mai sentito raccontare una barzelletta sconveniente; né gli è mai uscita dalla bocca una parolaccia o un'imprecazione. Totò e Antonio De Curtis avevano caratteri e modo di comportarsi completamente diversi: si stentava a credere che fossero la stessa persona».

E' Franca Faldini che parla, la donna che è vissuta per quindici anni accanto a Totò, dal febbraio del 1952 al 15 aprile 1967, giorno in cui il grande artista morì all’età di 69 anni. E' stato il periodo di maggiore splendore di Totò, ma anche il più difficile e doloroso, non solo per l'avanzare dell’età, ma anche per la malattia agli occhi, che lo portò alla quasi completa cecità.

Dopo le descrizioni e i racconti fatti dalla nipote Diana Buffardi (1) e dalla ex moglie Diana Rogliani, Totò è visto adesso da un’altra angolazione. Le polemiche che forse sorgono di tanto in tanto fra queste tre donne accomunate da uno smisurato amore per Totò scaturiscono solo dal desiderio di dare l’immagine più vera dell'uomo e dell’artista che ognuna ricorda in modo diverso.

«Nel libro che ho scritto assieme a Goffredo Fofi, Totò: l’uomo e la maschera», dice infatti Franca Faldini, che adesso ha 46 anni e nel 1975 si è sposata col principe Niccolò Borghese «ho inteso ricordare la personalità di Antonio De Curtis come mi è apparso nel lungo arco di tempo in cui gli sono vissuta accanto, nel bene e nel male, come in un vincolo legale e consacrato. Gli altri, gli estranei o le persone che per alcuni anni gli sono state vicine, sono liberi di ricordare e giudicare Antonio come meglio credono, ma non di fantasticare sulla sua vita, né tanto meno sui suoi rapporti con me. I nostri meravigliosi quindici anni, improntati a un reciproco affetto, a stima profonda e rispetto, non costituiscono per me solo un patrimonio di ricordi, come forse per altri, ma la vera eredità favolosa di Totò».

Il cugino povero

Dal giorno in cui è morto Totò, Franca Faldini si è dovuta rimboccare le maniche e mettersi a lavorare. Dall’agiatezza cui era abituata, si è trovata improvvisamente nella necessità di procurarsi di che vivere.

1952 Franca Faldini 051 Toto 1952 L«Antonio non ha lasciato un testamento, quindi a me non è toccato niente perché non avevo alcun diritto di successione essendo solo la sua compagna», racconta Franca Faldini. «Ho trovato lavoro come traduttrice di libri dall’inglese. Ero molto mal pagata: ricordo che mi davano mille lire per ogni pagina dattiloscritta. Poi ho cominciato a scrivere articoli sui giornali e curare qualche trasmissione radiofonica. Lavorando sedici ore al giorno e sbattendo a destra e a sinistra per trovare argomenti interessanti, sono finalmente diventata giornalista pubblicista. Il bello è che, mentre cercavo lavoro, spesso i giornali parlavano dell’eredità di Totò e della mia grossa fetta. La gente non capiva perché mai una donna così ricca si ostinasse a lavorare per poche lire. A tutti dovevo spiegare, ma non sempre ero creduta, che non avevo ricevuto alcuna eredità; che se avessi avuto del denaro, addirittura un miliardo, non mi sarei certo logorata gli occhi per intere notti sui libri da tradurre: me ne sarei andata alle Bahamas o alle Hawai. Posso dire di non essermi mai atteggiata a vedova di Antonio De Curtis. Persino nelle necrologie dì ringraziamento ho scritto semplicemente "Franca". Del resto, non sarei mai stata la vedova inconsolabile neppure se fossi stata davvero la moglie di Antonio. Come lui, anch’io trovo assurdi e ridicoli certi atteggiamenti.

«A 36 anni ho dovuto ricominciare daccapo. Avevo conosciuto Antonio quando ne avevo 21: tornavo da Hollywood, dove ero stata due anni, sotto contratto della Paramount. Antonio vide la mia foto sulla copertina di un rotocalco e mi mandò dei fiori. L’indomani mi telefonò dicendomi che voleva conoscermi. Io gli risposi che, nonostante l’ammirazione che avevo per lui, non ero abituata a uscire con gente che non conoscevo. "Non le rimane che aspettare l’occasione”, gli dissi; ”o fare in modo che un amico comune ci presenti”.

«Girai sei film assieme ad Antonio; poi decisi di abbandonare la carriera artistica: in primo luogo perché non mi andava di mendicare un ruolo nei film che Antonio interpretava; ma soprattutto perché mi resi conto che sullo schermo non valevo un soldo, anche perché non avevo alcuna passione per la recitazione. Io credo che nella vita sia giusto provare diverse strade per cercare quella giusta, ma non bisogna ostinarsi a intraprendere una carriera sbagliata.

«Alla morte di Totò mi trovai con un bagaglio di cultura ed esperienza, per fortuna, che mi consentirono di riprendermi. Nel 1972, poi, conobbi Niccolò Borghese, che sposai tre anni dopo. Adesso veniamo a Roma il meno possibile: preferiamo vivere in campagna, in una vecchia casa in Toscana che era di mia suocera.

«Chi, invece, ha dedicato tutta la propria vita ad Antonio ed è finito in miseria, dopo la sua morte, è stato il cugino Edoardo Clemente. Era figlio di un fratello della madre di Antonio, e per diciotto anni è stato la sua ombra: più che un segretario era il suo factotum, un uomo molto corretto e di grande fiducia. Nel ’49, rimasto solo quando la moglie se ne andò da casa, Antonio fece venire da Napoli il cugino perché gli tenesse compagnia. Edoardo aveva un avvenire sicuro come marmista: aveva costruito, fra l’altro, la cappella della famiglia De Curtis nel cimitero di Napoli. Antonio, che gli voleva molto bene, lo allettò perché si trasferisse a Roma, assicurandogli una vita più comoda e agiata. Alla sua morte, invece, si dimenticò di provvedere al suo avvenire e Edoardo si trovò a 55 anni senza un soldo e con cinque figli piccoli sulle spalle. Senza testamento neppure Edoardo ereditò nulla; ed era la persona che ne aveva maggiore diritto.

«Antonio non ha mai pensato alla morte. E, essendo molto superstizioso, come quasi tutti i napoletani, credeva che fare testamento portasse male. Neppure io, per la verità, avevo mai pensato che Antonio potesse morire. Stava benissimo: aveva una salute di ferro, a parte la malattia agli occhi. Un giorno accusò un malessere, venne il medico e gli ordinò qualche giorno di riposo; ma dall’elettrocardiogramma il cuore risultò sanissimo. Antonio era felice. Proprio quel giorno aveva cominciato le riprese del film "Il padre di famiglia", diretto da Nanni Loy: poi fu sostituito da Ugo Tognazzi.

«Disgraziatamente l’infarto viene proprio a chi ha il cuore sano. L’indomani sera, mentre Edoardo era andato in farmacia e io gli stavo dando una minestrina con una mela grattugiata, Antonio emise un urlo disumano, portandosi la mano al petto. Aveva avuto il primo attacco cardiaco, che nelle ore immediatamente successive si ripetè altre sei volte. L'intervento dei medici fu inutile. Antonio spirò alle tre e mezzo del mattino. Sul letto di morte, prima di perdere conoscenza, di fronte ai suoi amici più intimi che erano accorsi al capezzale, dedicò a me il suo ultimo pensiero. Non era stato un uomo verbalmente molto espansivo, anche se del suo amore avevo tanti attestati. Non mi aveva mai detto, però, ”Ti voglio bene". Mi ha dichiarato tutto il suo amore prima di morire, quindici anni dopo che aveva cominciato ad amarmi. Le sue ultime parole sono state: "Franca, t’aggio voluto bene assaie".

«Ecco perché mi sembra un parto di fantasia che Antonio abbia detto alla sua ex moglie, otto giorni prima di morire, che aveva intenzione di "liquidarmi” e di andare a vivere di nuovo assieme a lei. Tanto più che pochi mesi prima, per la quarta volta da quando ci conoscevamo, Antonio aveva chiesto i documenti in municipio perché deciso a sposarmi. Sono stata io, tutte le volte, a dissuaderlo dal matrimonio. Stavamo così bene per libera scelta, temevo che una legalizzazione della nostra unione, come spesso avviene, alterasse il meraviglioso rapporto che c’era fra noi.

«Ricordo la sua agitazione per un articolo pubblicato anni fa su un giornale romano della sera dal titolo: "Totò e la Faldini si sono separati”. Io mi trovavo in clinica. Ero stata sottoposta a un lieve intervento chirurgico e per qualche giorno non ero apparsa al braccio di Antonio. Forse lui era andato in giro con qualcun’altra: ecco come era nata la notizia. Antonio arrivò trafelato in clinica col giornale in mano: "Alzati subito: dobbiamo farci vedere assieme”. Chiamò un fotografo e un giornalista per chiarire la situazione.

«Antonio non era affatto un erotomane. Gli piacevano le donne e io lo sapevo; del resto, lui non ne faceva un mistero. Sapevo anche che qualche volta mi tradiva. Ma io non me la prendevo. Mi rendevo conto che un uomo può avere dei momenti di debolezza in certe circostanze. E se ad Antonio capitava di incontrare una ragazza particolarmente procace sul set di un suo film o altrove, non commetteva un delitto né sottraeva nulla al nostro amore andandoci a Ietto. Io, infatti, non consideravo quelle scappatelle come un tradimento anche perché il primo a parlarmene era lui. II nostro rapporto era basato sulla lealtà e la fiducia. Non ho mai scoperto qualcosa che Antonio non mi avesse già detto spontaneamente.

«Non posso dire di avere conosciuto un Antonio De Curtis geloso. Inizialmente sentivo talvolta di essere sorvegliata, ma in modo molto discreto. E ciò non mi dava nessun fastidio, dato che non avevo nulla da nascondergli. Del resto, trovavo anche naturale che un uomo di 33 anni più grande di me e che non mi conosceva ancora bene, fosse in qualche modo sospettoso. Ma nell’atteggiamento di Antonio non c’era nulla di morboso. Era un uomo che rispettava la libertà altrui perché lui stesso era un uomo libero.

«Ricordo che una volta scrisse: "Io amo troppo le donne. Sarà perché sono meridionale, sarà perché odio gli uomini. Ma le donne, per me, sono la cosa più bella che il Padreterno ha inventato. Io le amo talmente che riesco persino a non essere geloso. Tanto a che serve essere geloso? Se una donna ti vuol bene, ti è fedele. Se non ti vuol bene, ne prendi un’altra. Sì, lo so: dalle mie canzoni risulta il contrario. Ma quelle cose si scrivono così, perché fanno comodo...".

Niente politica

«Antonio non faceva politica, né simpatizzava con alcun partito. Aveva le sue idee, ma soprattutto aveva un modo di comportarsi che indicava chiaramente i suoi ideali. Eppure avrebbe fatto una carriera diversa se avesse preso la tessera di un partito o si fosse aggregato a un carrozzoni di moda. ”Un attore”, ripeteva a chi gli consigliava di farsi furbo "deve stare lontano dalla politica; altrimenti perde la propria credibilità col pubblico: la sua satira diventerebbe di parte e, quindi, priva di mordente e incisività”.

«La gente andava in visibilio per lui perché sentiva questa profonda onestà che lo animava. Un giorno percorrevamo in macchina la tortuosa e stretta litoranea della Costiera amalfitana quando ci imbattemmo in un funerale che veniva in senso inverso. L’autista si dovette fermare e attendere sul ciglio della strada che passasse il corteo. Quando la gente si rese conto che nella macchina ferma c’era Totò si dimenticò del feretro e del dolore; ci assediarono e ci fecero scendere di forza dall’automobile. Persino il vetturino del carro funebre, lasciato il suo posto a cassetta, venne a chiedere l’autografo e a battere la mano sulla spalla di Totò. II traffico fu bloccato per un paio d’ore. A differenza di Charlie Chaplin, Greta Garbo e altri attori che hanno avuto più gloria, Totò aveva il grande vantaggio di essere riconosciuto subito dal pubblico. Non c’era bisogno che qualcuno dicesse: "Ma quello non è Totò?"; perché gli altri rispondessero: "Sì, è proprio lui". Appena Antonio arrivava in un posto si sentiva un boato di voci: "Totò".

«Adesso, rivalutando il personaggio e la sua arte, qualcuno lo definisce borghese, altri qualunquista: un po' per i film piuttosto scadenti che ha realizzato un po’ per la faccenda del blasone. Antonio era per certi versi un conservatore, ma talvolta sembrava addirittura un anarchico. Era un uomo poliedrico e imprevedibile. Ma non è dai film che interpretava che si può giudicare l’uomo. Anche perché i tempi sono cambiati.

1977 Franca Faldini 001 L«Antonio ha sempre sognato di fare dei buoni film, ma finiva per lasciarsi convincere dai produttori che non volevano investire grossi capitali su di lui, tanto sapevano che con qualsiasi film il successo era assicurato. C’è da dire, però, che anche nei film più scadenti ci sono almeno dieci minuti in cui Totò è grande. Più di una volta grossi registi, come Lattuada e altri, gli proposero dei buoni copioni; ma, mentre loro si davano da fare per trovare i finanziamenti, Antonio aveva già firmato contratti per quattro o cinque film tutti assieme. In questo campo era un debole: non sapeva aspettare, anche perché aveva bisogno di lavorare. Nell’ immediato dopoguerra, fino agli anni Cinquanta, la sua quotazione era di 15 milioni a film; negli ultimi dieci anni era salita a 40-50 milioni. Le spese che Antonio aveva erano tante. Soprattutto per la sua esigenza di fare del bene alla gente.

Tanta beneficenza

«Già la malattia agli occhi, nel 1957, e un anno e mezzo di inattività forzata, gli avevano prosciugato i risparmi. Proprio durante la malattia c'è stata la batosta fiscale. Antonio ha dovuto svendere per pochi soldi moltissime proprietà per far fronte agli impegni. Non è vero che non pagava le tasse. Era riuscito ad ottenere dal fisco una dilazione per tasse arretrate che lui riteneva troppo esose: doveva pagare trenta milioni al mese per diversi anni per mettersi in pareggio col debito che aveva. Quando morì stava ancora pagando.

«Nonostante tutto il denaro che guadagnava rimaneva spesso senza soldi. Faceva tanta beneficenza. C’era un brefotrofio il nido "Federico Traverso” di Volta Mantovano, che gli stava particolarmente a cuore e che di tanto in tanto andavamo a visitare. Antonio sentiva molto il problema della infanzia abbandonata. Un giorno, girando un film davanti al brefotrofio di Roma, conobbe una bambina che gli aveva consegnato un mazzo di fiori. Antonio si commosse e prese sotto la sua protezione quella bambina e la seguì per diversi anni finché non divenne una signorina.

«Chiunque bussasse alla sua porta otteneva qualcosa. Un giorno arrivò in casa un cieco, gli occhiali neri, il bastone bianco e un soldato che gli faceva da accompagnatore. Antonio si commosse e gli diede del denaro. Quando il cieco se ne andò, ci affacciammo casualmente alla finestra e assistemmo a una scena disgustosa: il cieco ci vedeva, si era tolto gli occhiali neri e, dopo aver consegnato al militare alcune banconote, se ne andava disinvoltamente a passi spediti attraverso il traffico di viale Bruno Buozzi, dove allora abitavamo.

«Altri soldi Antonio li spendeva per mantenere un canile. Figuriamoci se era uomo che torturava i gatti per fare dispetto alla madre che, invece, venerava e che visse con lui fino a quando morì, nel 1945. Io non la conobbi, ma Antonio ne parlava continuamente, come un bambino rimasto orfano giovanissimo; tanto le mancava. Amava anche il padre, verso il quale avrebbe potuto avere un certo risentimento. Giuseppe De Curtis, infatti, aveva sposato la madre di Antonio diversi anni dopo la sua nascita ed era quindi responsabile della sua iscrizione all'anagrafe come figlio di NN.

«Antonio prese con sé il padre nonostante la grave forma di sclerosi cerebrale da cui era affetto. Giuseppe De Curtis, negli ultimi anni di vita, aveva la psicosi del freddo e faceva dei pediluvi in acqua bollente, tanto da ustionarsi i piedi e le caviglie. Ogni sera Antonio doveva fargli dei massaggi con unguenti e pomate per curargli le scottature. Il padre, poi, gli faceva fare delle figuracce con i vicini di casa perché andava in giro a chiedere da mangiare accusando il figlio di lasciarlo affamato. In realtà, Antonio non gli dava da mangiare per rispettare la dieta ordinata dai medici.

1982 Franca Faldini 089 L«Antonio era molto credente, ma andava raramente in chiesa. Diceva: "Il dialogo con Dio un buon cristiano lo può trovare ovunque: per essere vicini a Dio non serve andare in chiesa, bisogna vivere cristianamente". Continuò a credere in Dio anche quando, subito dopo la morte di Massenzio, al parto, un prete mi disse che nostro figlio era morto per la punizione che Dio aveva mandato su due concubini. Da allora non abbiamo più avuto figli, purtroppo. Non è vero che io abbia tentato la fecondazione artificiale. Non volevo un figlio che non fosse di Antonio. Avrei voluto un figlio che avesse la sua personalità, non solo il suo nome.

«Nonostante la sua religiosità, Antonio non era considerato dalla chiesa un uomo che viveva in grazia di Dio. Quando, alle quattro del mattino del 15 aprile 1967, chiamammo un sacerdote per benedire la salma di Antonio, io dovetti uscire sul pianerottolo: il prete disse che non sarebbe entrato in una casa dove ci fosse anche la concubina del morto. La città di Roma non volle fare delle onoranze funebri religiose alla morte di Antonio De Curtis perché era un uomo divorziato che viveva con una donna che non aveva sposato in chiesa. Il parroco di Sant'Eugenio ci disse che avrebbe potuto fare una cerimonia molto ristretta e senza sfarzo. Ecco perché la funzione religiosa si svolse nella chiesa del Carmine a Napoli, con la città paralizzata per il lutto.

«Antonio De Curtis non aveva manie di nobiltà. Era riuscito a ricostruire il suo albero genealogico e a ottenere il riconoscimento del titolo che gli competeva; ma non lo avrebbe mai pubblicizzato, modesto com'era, se non fosse stato tirato in ballo da mistificatori che, spacciandosi per i veri principi di Bisanzio, facevano commercio di titoli nobiliari e cariche onorifiche. Antonio, assistito dal valoroso avvocato Eugenio De Simone, che oltre a essere il suo legale di fiducia è stato il suo migliore amico per vent'anni, li denunciò. Sia in Tribunale, che in Corte d'Appello e in Cassazione, i falsi principi di Bisanzio furono condannati, nonostante che il loro collegio di difesa fosse guidato dal famoso Camelutti.

«Le tre sentenze furono la migliore convalida delle origini aristocratiche di Antonio, che, però, non si vantò mai. Qualcuno fece dell'ironia sulla sua discendenza dall'impero di Bisanzio. "La mia corona più bella", diceva sempre Antonio "è la bombetta logora di Totò". Il popolo, infatti, sentiva che Totò era uno di loro. Mussolini non riuscì mai a radunare a piazza Venezia la folla che era presente, invece, ai funerali di Totò a Napoli. Una delle testimonianze più commoventi, fu il cuscino di fiori dei portabagagli della stazione Termini. Da Roma a Napoli, lungo l’Autostrada del Sole, migliaia di persone hanno atteso il passaggio del feretro lungo i raccordi e sui cavalcavia dei caselli: applaudivano e lanciavano fiori per la sua ultima esibizione».

Angelo De Robertis


Note

  • (1) La vita privata di Totò, nel racconto della nipote Diana (Parte 1 - Parte 2

Gente Angelo De Robertis, «Gente», anno XXI, n.50, 17 dicembre 1977