Festival di Sanremo 1960: hanno perso la testa

1959 Toto Piccirella 


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La presidenza di Totò è durata il breve spazio di tre settimane. Poi il principe Antonio de Curtis si è alzato dalla sua sedia e ha detto basta. Allora è cominciato il caos.


La parola «decennale» deve esser di quelle che fan perdere la testa. Ci si aspettava che Sanremo, por questa grande occasione, riuscisse a offrirci un festival limpido, senza sospetti, senza scandali, senza polemiche, E' inutile rinvangare il passato e chiedersi perché sia stato defenestralo Paolo Fabbri e perché non abbia accollato l'incarico Ferruccio Lanfranchi e cosi via. Acqua passata. Ma affidato il tutto all'organizzazione dì «Miss Italia» e fatto solennemente giurare il segreto ai commissari e scomodati i carabinieri per tener d'occhio la cassaforte dei motivi, c'era da aspettarsi un po’ più di serietà. Mai come questa volta, invece, giurato il silenzio, si è parlato tanto.

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Ci credete? Si sapeva tutto tre settimane fa. Se avessimo voluto, già fin d'allora avremmo potuto pubblicare la maggior parte del titoli scelti. Non lo abbiamo fatto perché non eravamo legati da alcun giuramento. Domenica 29 novembre, per esempio, una illustre cantante ha provato la canzone di Seracini che «dovrà cantare a Sanremo» e il giorno prima un autore ci aveva fatto ascoltare la sua canzone già sicura. Nei soliti ambienti, poi, si davano già, addirittura, i titoli delle tre canzoni che, a Sanremo, conquisteranno sicuramente i primi tre posti. Se questi titoli, poiché non siamo tenuti al giuramento, ci rimangono nella penna è perché non desideriamo né danneggiare né favorire gli autori che non hanno colpa di come, purtroppo, sono andate le cose quest'anno.

Se quello del «decennale» doveva essere l'anno della serietà, stiamo freschi, Mai, e crediamo di poterlo davvero dire, una commissione di scelta ha commesso tanti errori. Non intendiamo giudicare la qualità delle canzoni. Non siamo legati da giuramenti e, fino al 28 gennaio, per noi son tutte belle. Se poi non lo sono lo diremo a suo tempo. Ci limitiamo a giudicare lo stravagante comportamento dei giudici. Il loro compito era di scegliere, nella massa delle 435 canzoni, le venti migliori. Dovevano, cioè, alla data stabilita, comunicare venti titoli e basta. Si son comportati cosi? Magari.

No, hanno cominciato a far trapelare che solo su sette o otto titoli eran tutti d'accordo; e hanno spifferato i titoli. Poi hanno ammesso che le canzoni già scartate erano state riprese in considerazione. Infine, cosa davvero inammissibile, hanno firmato un comunicato dove si dice che lo «prime quindici canzoni son passate all'unanimità» e che le «ultime cinque sono state approvate da undici commissari su dodici presenti». Come se non bastasse, in ultimo, l’elenco delle venti canzoni è stato pubblicato con una numerazione progressiva. Il che equivale a strizzar l’occhio ai futuri votanti: «questo é l’ordine di scelta, ricordatevene quando farete la crocetta sulla scheda».

Una commissione che vuol essere obbiettiva e che non desidera prestarsi alla critica avrebbe dovuto dare un elenco con le canzoni in ordine alfabetico; non avrebbe mai dovuto parlare di unanimità o meno; e, giurato il segreto, avrebbe dovuto tacere. Ma forse si pretende troppo. Ci dispiace. però, che un festival come quello di Sanremo debita celebrare il suo decimo anniversario in questo clima scandalistico. Il «decennale» poteva essere una buona occasione, forse l’ultima, per riconquistare la stima di tutti. L’hanno persa. Peccato.

Alfredo Panicucci


Grazia Alfredo Panicucci, «Il Musichiere», 17 dicembre 1959