Fora lo schermo il mento di Totò

1953-Il-piu-comico-spettacolo-del_mondo

Nel suo ultimo film, «Il più comico spettacolo del mondo», parodia di un recente successo di Cecil B. De Mille, il Principe De Curtis apparirà in rilievo agli spettatori.

1953 06 06 Festival foto1Fra i cineasti italiani Totò è certamente il più fortunato: è quello che può vantare il più alto titolo nobiliare, essendo il Principe Antonio De Curtis Griffo Focas, con precedenza sul Duca Luchino Visconti di Modrone, sulla Duchessa Laura Adani, sulle contesse Carla Candiani da Zara ed Elsa De Giorgi Contini Bonaccorsi, sulle baronesse Clara Calamai Bonzi e Gisella Sofio, sui marchesi Marcello Caracciolo di Laurino e Antonio Altoviti; ha un nome d’arte brevissimo e facile a pronunziare, Totò, con due O e due T; ha interpretato il primo film a colori, sta interpretando il primo film in rilievo (3D), e sarà per questo il primo attorte italiano che forerà lo schermo col suo mento regale.

La febbre del 3D ha preso, naturalmente, anche gli italiani; tutti ne parlano, tutti si propongono di girare in rilievo, tutti pensano di fare grossi affari con questa invenzione riesumata dagli archivi dell’ufficio brevetti di venti anni fa, che riporterà il cinematografo nel girone del "fenomeni" da baraccone, dal quale avevano tentato di tirarlo fuori Chaplin e De Sica, Ford e Clair, Kossellini e Clouzot, Capra e Visconti, per farne un’Arte con la A maiuscola. Anche In Italia, quindi, si prepara il grande film in tre dimensioni: Ulisse, a colori e in rilievo, con attori americani, italiani e francesi; e prima che l'eroe omerico cominci il suo viaggio doppiamente periglioso, si prova il 3D sulla pelle di Totò e dei suoi compagni di avventura, per un film comico a colori e in rilievo cui è stato finalmente trovato da poco un titolo: «Il più comico spettacolo del mondo»; titolo abbastanza impegnativo, che dovrà portarsi dietro, con la fatalità delle etichette applicate ai bagagli degli artisti da circo, un sottotitolo esplicativo e commerciale: «Totò 3D a colori».

Questo sistema tridimensionale di cui tanto si parla, è un procedimento che riesce in effetti a creare l'illusione della profondità nella scena cinematografica e si presta, per questo, a trucchi e diavolerie di ogni genere che dovranno sbalordire lo spettatore. allo stesso modo di come lo sbalordì cinquant'anni fa il primo timido cinema, col treno che arrivava alla stazione di La Ciotat e L’Arroseur arrosè.

I sistemi cinematografici tridimensionali si somigliano un po’ tutti; parecchi sono tornati in vita, dopo lunghi anni di abbandono, in seguito al clamoroso esperimento del Cinerama (procedimento diverso e molto più complicato del 3D, ma che riesce a creare una tale atmosfera di confusione tra gli spettatori, da far pensare a una protezione che dallo schermo si diffonda nella sala), il sistema adoperalo dalla Rosa Film per Totò, col quale verrà più tardi ripreso anche l'Ulisse, è il Podelvision ed ha molti punti di contatto col Naturalvision; una diversità tra i due sistemi consiste nell'uso di macchine da ripresa differenti: Mitchell per il Podelvision ed Eclair per il Natural.

Come s’è detto, gli esperimenti per il cinema tridimensionale risalgono a venti-trent’anni fa: molte scoperte oggi sono fra quelle abbandonate allora e messe da parte perché imponevano faticosi sforzi agli spettatori; proprio di questi tempi, spinta da uno spirito speculativo che non deve difettare ai buoni bottegai, una società cinematografica americana ha tirato fuori il Metroscopix di quindici anni fa con lo stesso repertorio di allora e gli stessi occhiali rossi e verdi che cl fecero impazzire d’emozione e di emicrania in quei tempi lontani.

Il sistema rilievo che viene adoperato in Italia per il film di Totò è certamente il più progredito: la macchina da ripresa è composta da due macchine in una unità che impressionano due pellicole separate; le due pellicole, a loro volta, saranno proiettate simultaneamente sullo stesso schermo da due proiettori che marciano all'unisono; per assistere alla proiezione è necessario munirsi di occhiali polaroid. In sostanza, le due macchine da presa vedono e registrano la scena come la vedono gli occhi umani e cosi la proiettano sullo schermo le macchine da proiezione, fondendo la doppia immagine: solo che lo spettatore, per vederci chiaro e per aver la sensazione del rilievo e della profondità dello scena, dovrà usare gli occhiali.

Da cinque o sei mesi a questa parte, anche se il 3D non è ancora un procedimento puntualizzato e impone qualche sacrificio agli spettatori, l'attenzione dei produttori cinematografici è monopolizzata da questo avvenimento. In America e in Europa non si parla che del 3D e si cerca di semplificarlo per renderlo più comodo possibile. I sistemi di cinematografia in rilievo in America (che vertono tutti, più o meno, sul procedimento cui abbiamo accennato) non si contano; altri procedimenti vengono studiati in Francia, Gran Bretagna e Svizzera, mentre pare che in Russia il film stereoscopico sia conosciuto dal 1941 e da tempo in funzione per la realizzazione dj brevi film. Da parecchio tempo anche studiosi italiani lavorano intorno al 3D e si parla di buoni risultati che sarebbero stati conseguiti coi sistemi Cristiani, Betti e Bartorelli-Maffi; nessuno dei tre sistemi italiani ha però avuto finora applicazione pratica nella produzione.

Intanto, i primi film stereoscopici o tridimensionali cominciano ad avere in America inattesi effetti in altri campi. La censura dello Stato dell'Ohio, nota per la sua eccessiva severità, dopo aver esaminato un film in rilievo, lo ha respinto a causa dello provocante presenza di un'attrice troppo «ben fornita»... Infine, pare che col 3D non si possa fare uso di parrucche, barbe e baffi finti, perché il trucco, risultando troppo chiaro alla vista degli spettatori, potrebbe avere effetti sgradevoli e precipitare gli attori nel ridicolo.

Gli impianti Podelvlsion necessari per la ripresa de «Il più comico spettacolo dei mondo», sono stati portati in Italia da Karl Struss, uno dei più vecchi e noti operatori di Hollywood, autore della incomparabile ripresa fotografica di Limelight, che fu il primo a maneggiare gli apparecchi stereoscopici per un film spettacolare. Karl Struss ha affidato le sue macchine al nostro Fernando Risi, di cui riconosce l'eccezionale bravura, e se ne sta intorno al set con l’aria incantata di un turista americano che stia a guardare i monumenti delia Roma dei Cesari; alcuni dicono che Struss cerchi soltanto di sottrarsi all'infernale ambiente del set sul quale convergono gli infuocati fasci di luce di decine di riflettori. E di questo avviso è anche Mario Mottoli. Il regista del film, che pare abbia accettato l'incarico come si accetta una dolorosa, ma salutare cura dimagrante...

«Il più comico spettacolo del mondo», oltre che primo film italiano in rilievo, sarà una parodia de «Il più grande spettacolo del mondo», il noto film diretto da Cecll B. De Mille alla solita maniera magniloquente, rumorosa e sfarzosa che ha sempre caratterizzato le produzioni del resista di «Cleopatra» e di «Sansone e Dalila». Facile parodia di un soggetto già preparato e inquadrato, il film di Mattoli, oltre a quella del rilievo, a quella del colore e a quella del circo, punta sulla quarta carta delia comicità, affidati alla bravura di sceneggiatori collaudati e di attori abbastanza esperii come Totò (che rivive la parte, rimaneggiata, del misterioso clown sostenuta da James Stewart nel film di De Mille), Marc Lawrence (il padrone del circo), Mario Castellani (il domatore di leoni), Alberto Sorrentino (l'acrobata) e Maj Britt (nella parte dell’efephant girl, sostenuta da Gloria Grnhame), Tania Weber (la trapezista, al posto di Betty Hutton), Franca Faldini (la fantasista, al posto di Dorothy Lamour).

1953 06 06 Festival foto2Anche se può apparire troppo ambizioso Il disegno di affidare alle tre giovani attrici del cinema italiano i ruoli sostenuti nel film americano da Dorothy Lamour, Betty Hutton e Gloria Grahame, bisogna pensare che, in fondo, si tratta di una parodia e che gli spettatori andranno al cinematografo soprattutto per vedre Totò clown, domatore di leoni e mozzo di stalla, impegnato a ricordare allegramente la silenziosa e misteriosa presenza di James Stewart nell'altro film. C’è stato, da parte di Darix Togni, domatore e uno dei proprietari del circo dove si gira il film, il tentativo di fare entrare veramente il principe De Curtis nella gabbia dei leoni per dare alla vicenda un sapore di veridicità che pochi spettacoli del genere possono dare; in un primo tempo Totò pareva convinto dalle assicurazioni e dalle garanzie di Darix; ma più si avvicinava il giorno delle riprese in gabbia e più l'entusiasmo si affievoliva, finché al momento decisivo Totò non s'è fatto sostituire dalla solita controfigura, tratta dal personale del circo, e s'è limitalo a posare accanto alla carcassa di un leone imbalsamato, tanto per dare qualche brividucclo agli spettatori. Totò ha spiegato il rifiuto col fatto che le sue nobili origini gli impongono di non mettere in pericolo iI trono e la vita dell'ultimo erede di Costanlino; Darix Togni, da parte sua, andava insinuando chr Totò era «troppo ricco» per affrontare un rischio del genere... Del resto, Totò non ha avuto torto a rifiutare il pericoloso esperimento; se il suo compito consiste nel divertire iI pubblico, perché dovrebbe farlo a rischio dello vita? Trono o non trono, il principe De Curtis non ci tiene a «vivere pericolosamente» e fa bene, anche se la suo decisione potrebbe far fremere nella tomba i lontani, gloriosi e battaglieri avi di Bisanzio...

Siamo entrati nel Circo Togni una mattino che il sole già si faceva sentire; ma il tepore del sole era un refrigerio, in confronto al caldo soffocante alimentato dal riflettori sotto il grande tendone. Totò se ne stava in un angolo ad aspettare il suo turno, circondato dalle tre belle figliuole che nel film fanno di tutto per innamorarlo. Sudato, accaldato, svociato, il regista Mattoli si agitava davanti a un microfono per trasmettere gli ordini alle comparse lontane e soffriva le pene dell'inferno, accucciato com'era sotto la macchina da presa, crollato su sè stesso, cotto a fuoco lento dai raggi incrociati dei riflettori. La pancia onoratissima e rispettabile di Mattoli pareva si gonfiasse di più al caldo e, in mezzo a tanti clows, lo rendeva simile a un clown appena struccato, che si senta crollare per i troppi capitomboli eseguiti. Mattoli era lieto di quell’esperimento, ma i suoi occhi, mentre parlava, vagavano lontano, cercavano nel passato i ricordi di film più freschi, di quei film "spumeggianti’' che il regista allestiva alla garibaldina e ambientava di solilo in riva al mare o su sperduti e freschi paesini di montagna.

Mattoli ci parlava con entusiasmo di questo suo esperimento in rilievo e a colori, si diffondeva nei particolari, diceva che gli piaceva molto vivere alcuni giorni nell'arena di un circo, in mezzo alla gente più strana che si possa mai conoscere, ma le sue labbro erano aspre, assetate e i suoi occhi correvano dietro alle perigliose escursioni in montagna di un film girato qualche anno fa con Billi e Riva o, forse, naufragavano nelle acque agitate di un vecchio film con Macario ambientato nel mondo della pirateria. Che importava se il regista fingeva di essere attivo e vispo? Attraverso la stanca descrizione che ci faceva di un sistema scientifico, noi intuivamo la sua pena, noi capivamo il suo tormento, giacché anche le nostre tempie s’imperlavano di sudore primaticcio. Ma se Mattoli disponeva di un aiutante che gli passava fazzoletti sempre freschi per asciuttare il copioso sudore, noi potevamo rischiare di crollare sulla pista senza un cane che ci rinfrescasse e perciò ci attaccavamo disperatamente a quei lontani ricordi che abbiamo attribuito al regista: ricordi meravigliosi, che avremmo rivendicato con piacere, se Mattoli avesse chiaramente fatto capire di rinnegarli.

Una delle sorprese più rilevanti di questo film (oltre al "rilievo" che, alla prova dei fatti, potrebbe rivelarsi per una maniera piacevole di fare belle fotografie) sarà costituita dalla presenza di Alberto Sorrentino. Il comico silenzioso — l'erede “muto" di Buster Keaton in un mondo cinematografico che ha fatto parlare anche gli animali — il quale interpreta in «Il più comico spettacolo dei mondo» la parte dell'affascinante acrobata francese Bastian, idolo delle donne, ritmico pubblico degli uomini, ridotto all'invalidità per amore. La presenza di Sorrentino in un ruolo del genere, brutto com’è, sarà davvero una piacevole sorpresa per tutti quegli spettatori che non possono vantare parentele con Adone. Il silenzioso Sorrentino sventolerà in questo film la bandiera della bruttezza e chiamerà a raccolta i brutti di tutto il mondo perché, armati della stessa incosciente presunzione, partano verso l’impegnativa conquista del mondo femminile. Sono queste, forse, le segrete soddisfazioni che un cinema stanco, svogliato, privo di fantasia potrà ancora darci: la soddisfazione di vedere un attore bruttissimo, fastidioso, orripilante come il partner di Jean Crawford in «So che mi ucciderai», stringere fra le braccia una bellissima donna, e quella di trovare Alberto Sorrentino, brutto tra i brutti, brutto se sta zitto e più brutto quando parla, destinato ad ereditare il prestigioso e fascinoso ruolo dell’acrobata-dongiovanni, già sostenuto dall'apollineo Cornei Wilde.

Con la presenza di Sorrentino, in questo film di Totò, è suonata dunque la diana della riscossa nel mondo dei brutti e l'assalto alla fortezza femminile parte proprio dal campo di battaglia di un circo equestre, ove i brutti, di solito, erano relegati nel ruoli di inservienti, di clowns o al più, di "fenomeni'’ con qualche specialità.
Vecchio circo equestre, ancora uno ragione di più, per tenerti nel cuore, dopo il doloroso distacco degli anni verdi, di quando correvamo agli ultimi posti per fare il “tifo" per gli acrobati, per i mangiatori di funco e per le cavallerizze, che erano soltanto cavallerizze e non ancora rappresentanti di quel sesso che ha trasformato ciascuno di noi in uno spelacchiato e timoroso leone ubbidiente... Vecchio circo equestre, anche se la nostra strada fiancheggiata di rimpianti e di ricordi che non tornano più. cl porta sempre lontano, dobbiamo ammettere che l'ingiuria degli anni non ti ha scalfito, che il tuo cuore è sempre pulsante e generoso come un tempo, che il tuo fascino é irresistibile come una volta per chi tl amò e sognò sul tuoi logori sedili le più straordinarie avventure.

Siamo ritornati in un circo dopo un quarto di secolo di distacco, ma vi abbiamo ritrovino il profumo di un tempo, il profumo delle cose perdute, degli anni lontani, delle gioie di un tempo. Mentre tutti noi Invecchiamo, il mondo del circo vive e rimane giovane attraverso gli anni. Vecchio ma sempre giovane circo equestre dei nostri anni migliori: chi mal potrà strapparti dal nostro cuore? A distanza di anni, noi ti abbiam ritrovato con l’emozione di una volta, abbiam risentito l’odore di un tempo, abbiam rivisto, come un tempo, i bambini del circo che volteggiavano all’aperto, sulle transenne dell'ingresso, seguiti dall'amorevole sguardo dei genitori.

Quei bambini che si esercitano all’aperto saranno gli acrobati, i cavallerizzi, i giocatori, i domatori di leoni del 1970: saranno coloro che rinnoveranno con la disciplina e i sacrifici il prestigio dell’ultimo circo e gli daranno nuova giovinezza. Cosi come i vari Togni di oggi, che sbalordiscono il mondo, non sono che gli intrepidi ragazzini che si allenavano alle transenne venti anni fa, in presenza di felici genitori, mentre noi entravamo sotto la tenda, richiamati da un'eterna e festosa musichetta..

Italo Dragosei


Grazia Italo Dragosei , «Festival», 6 giugno 1953