Franca Faldini: è ingiusto chiamarmi «vedova allegra»

Franca Faldini

1967-10-19-Oggi-intro

Franca Faldini, la compagna di Totò, è tornata a fare vita mondana dopo la scomparsa dell’attore avvenuta 4 mesi fa. «Sono giovane, devo continuare a vivere». «Mi piacerebbe, per distrarmi, fare del cinema». «Perché non porto il lutto»

Vorrebbero farne un monumento: la vedova di Totò. La desiderano calata nella consuetudine spagnolesca degli abiti neri, delle gonne severe, della veletta sugli occhi verde-acciaio. La morale comune, l'abitudine, la pigrizia, il rispetto umano dovrebbero condizionarla in casa per un anno, almeno, un anno di «dovere», dodici mesi di silenzio. Invece no. Eccola in bikini rosso, con la minigonna azzurra, con l'abito lungo e nero, ma un nero piccante nella scollatura, che non fa certamente mortificazione. E allora si parla di lei col linguaggio della commediona americana degli anni Cinquanta. Ma bene, la vedova allegra finalmente si sfoga: per un secolo chiusa in casa con un compagno tanto più vecchio e, da buon napoletano, anche geloso. Guarda come balla lo shake, come sorride agli uomini; e Vittorio Caprioli che lascia la moglie e corra in vacan za nel suo albergo, si mostra affettuoso al suo fianco, ride con tenerezza e non sghignazza più ironicamente come sempre fa.

1967 Franca Faldini 002 LHai visto? E' una bella donna. È una donna ricca. Totò le ha lasciato terreni, appartamenti, milioni. Si sposerà? Ma certo che si sposerà e prenderà un marito giovane che sappia ballare, un marito, questa volta, taciturno, che rida di quello che dicono gli altri e non si preoccupi proprio di far ridere la gente. Com’è abbronzata? Le piace stare al sole. Le piace saltare. Le piace nuotare. Non s’è vista per anni e adesso, a quattro mesi dalla morte del consorte, si butta di colpo in mezzo alla gente, parla e parla, vuole fare del cinema, vuole vivere, insomma. Ma la Faldini amava davvero Totò? Le cronache pettegole, le glornaliste pettegole. I fotografi curiosi la tengono d’occhio, la coccolano, la guatano in attesa dell'istantanea che dia corpo al loro pensiero, della confidenza che distrugga il mito di una donna che passava per paziente, quieta, dolce, buona, e che ora è balzata a suon di grancassa nelle pagine della cronaca mondana.

Non si arrabbia mai

Franca Faldini ascolta quello che le sto dicendo con tranquillità. Non si scandalizza di certe insinuazioni; non si arrabbia. Non le importa niente delle chiacchiere, «La gente può pensare quello che vuole. Mi può rimproverare tutto ciò che crede che lo faccia mentre, secondo la morale altrui, mi sarebbe rigorosamente proibito. Non metto il lutto perché non mi sento di addobbarmi con paramenti neri. Il dolore è qualcosa che si porta dentro di sé. Ad Antonio non sarebbe piaciuto vedermi conciata come certe vedove che egli beffava caricaturalmente nelle sue "gags". Una volta, quando persi quel figlio che avevamo tanto desiderato, mi consolò dicendo: ”Non bisogna rifletterci troppo. La vita continua. Quello che è stato è stato. Abbiamo il dovere di guardare avanti”. Antonio era un compagno indimenticabile. Ha arricchito la mia vita, le ha dato un senso per anni. Ora è morto. È una morte che però mi ha lasciata serena. Certe persone hanno tanta forza da riempire l’esistenza degli altri anche quando non ci sono più. Il suo ricordo mi accompagna, ma la vita è la vita. Si va avanti. Non chiedetemi di piangere in pubblico per lui. Sono una donna giovane. Devo comportarmi come una donna giovane. Ho trentasei anni. Ho diritto di guardare al futuro...».

Stiamo parlando nella vecchia casa di via Monte Mario. La moquette gialla, il pianoforte a coda, le tende pesanti per evitare che la luce calda di Roma ferisse gli occhi malati di Totò. Nulla è cambiato, ma tutto sta sfumando. «È una casa troppo grande per una donna sola. Sto cercando un appartamento più piccolo. Sarebbe triste vivere fra le cose che sono state sue. Non ho bisogno di immalinconirmi...».

La storia della Faldini è quasi misteriosa. Una ragazza fiorente parte nel 1951 per gli Stati Uniti. Si è diplomata in inglese, vuole fare del cinema, ha legato il suo nome a quello di Errol Flynn. A Hollywood sfonda di colpo. L’arroganza del busto, la dolcezza degli occhi la fanno paragonare a Dorothy Lamour. Hai Wollis, che è un big del cinema, la lega per sette anni alla Paramount. Gira un film (Attenti marinai), viene eletta «miss forze di occupazione» e «miss Cheesecake», cioè reginetta torta-formaggio. Ma in Italia nessuno se ne accorge. Siamo appena lontani dalla guerra, stiamo uscendo dalla fame. I quotidiani contano quattro pagine. Si parla di guerra fredda, di quel che succede in Corea; solo Coppi alimenta, pedalando, le righe frivole della cronaca.

“Cosa le ha tolto Totò?"

Nel 1952 la Faldini torna a Roma. E proprio il nostro giornale le dedica una copertina: tra mamma e papà come vuole la retorica rosa del tempo. «La nostalgia per l’Italia era troppo forte: eccomi qui», dichiara nella didascalia. Si racconta che ha gambe bellissime (che pudicamente ci si guarda bene dal mostrare ai lettori), tanto belle da entusiasmare un industriale del nailon che le fece un regalo straordinario: un paio di calze tessute con fili d’oro. Forse fu soltanto la trovata di un agente pubblicitario, ma erano storie bizzarre che aiutavano la gente a evadere da una realtà ancora grigia e in fondo facevano piacere ai giornali. Totò vide quella foto. La ragazza ricordava un’attrice che le era tanto piaciuta: Silvana Pampanini. Telefonò in redazione per conoscere l’indirizzo della Faldini. Lo ebbe. Le mandò un fascio enorme di rose.

Il giorno seguente la ragazza ricevette un gioiello con un biglietto che chiedeva di conoscerla. Non era donna da accettare simili regali. Restituì a Totò quel cofanetto, ma intanto lo vide, lo scoprì diverso, un po’ timido, all’antica. Baciava la mano, faceva l’inchino, parlava sottovoce. Insomma, una sorpresa. Si incontrarono di nuovo. Si sposarono in Svizzera sperando di regolarizzare la loro posizione anche in Italia. Invece...

«Cosa le ha tolto Totò, signora?», le chiedo. «Non usiamo la parola ”tolto”, è brutta e ingiusta. Diciamo che Antonio mi ha condizionato, ma come ogni uomo o ogni donna condiziona in un certo senso l’altro coniuge. A me, per esempio, piaceva viaggiare. Lui preferiva starsene a casa, soprattutto dopo che gli occhi cominciarono a indebolirsi. Non gli interessava restare lontano da Roma. Odiava tutti i mezzi veloci. Voleva che il nostro autista non superasse mai i sessanta all’ora. ”Sono nato quando si camminava piano. Certe fesserie lasciamole fare agli altri!”, esclamava. Preferiva il vagone letto all’aereo. ”Ma come? Adesso sono qui, fra un’ora a Parigi. Ma siamo matti? Voglio andarmene in Francia piano piano, altrimenti non mi rendo conto di quello che sto facendo e mi viene in testa una grande confusione”. Un po’ scherzava, un po’ diceva sul serio. Riuscii a portarlo in Grecia. Avevo tanta voglia di vedere la Grecia. Mi accontentò, malvolentieri. E non gli chiesi più nulla».

“Era geloso?"

«Era davvero geloso?»

«Moltissimo, anche se cercava di nasconderlo. Se mi sentiva ridere con qualche ospite s’incupiva, cessava di parlare: capivo che stava seccandosi. Smisi di fare del cinema perché a lui non piaceva che lavorassi. Non uscivo di sera, non andavo a ballare anche se lui mi invitava a ”stare con gente giovane” perché mi rendevo conto che le dava dispiacere. Ma non mi lamento. Però adesso, senza di lui, devo riprendere il ritmo che la mia età impone. Voglio lavorare. Farò delle traduzioni per una casa editrice e anche del cinema. Caprioli (che indicano come mio amante: è sbagliato, ma lasciamoli dire, non mi interessano i pettegolezzi) ha pronto un film graffiante e ironico. Mi ha proposto di essere una delle interpreti. Forse accetterò. Anche Risi mi ha mandato un copione».

«Si dice che lei ora abbia una fortuna. Perché vuole lavorare?»

«Non sono ricca, ma economicamente tranquilla. Ho delle necessità morali non materiali, ma se non voglio sentirmi una donna sola devo fare qualcosa».

«Si sposerà?»

«No, per il momento no. Mi sento libera. Non voglio dedicarmi a nessuno. Desidero pensare solo a me stessa».

«E la sua vita finisce dunque così?»

«Ma per carità, cosa dice! M’attendono tante cose. Farmi degli amici, rendermi utile, avere anche un figlio. E sarei una brava madre. Un figlio lo desideravo tanto. Purtroppo morì appena nato. Si sarebbe chiamato Massenzio».

«Ricomincia dunque a vivere a trentasei anni. Come giudica la sua età?»

«Un’età meravigliosa. Sono abbastanza matura per non commettere errori, e abbastanza giovane per godermi la vita. E mi sento giovane, sa? Mi piace la musica, amo la gente simpatica che diverte, sono contenta quando mi fanno la corte. Sono andata al festival di Venezia e agli "Incontri” di Sorrento. Non ero mai andata a un festival. Antonio si annoiava e senza di lui non mi muovevo. Ho scoperto che è divertente. A Venezia mi hanno rimproverato di alternare il lutto stretto ad abiti dai colori allegri. Non è vero. Adoro il nero come il turchese. Sono tinte che danno risalto al mio viso. E poi critichino pure fin che vogliono. Non terrò conto di nessuna insinuazione. Bisogna fare così per campare felici...».

Ora deve uscire. Deve far visita a un certo antiquario dove spera di scoprire un vaso antico per il nuovo appartamento. Alle sei un’amica l’aspetta per il tè. E stasera? «Resto a cena fuori. Ho un appuntamento di lavoro. Si parlerà di cinema. Le farò sapere se porterò sullo schermo questo mio personaggio di donna elegante e un po’ annoiata. A presto, e buon viaggio».

Maurizio Chierici


Il Piccolo Maurizio Chierici, «Oggi», anno XXIII, n.42, 19 ottobre 1967