I centonovanta cani di Totò

Totò Franca

1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Ogni giorno centonovanta festosi latrati accolgono, in un canile di Roma, l’arrivo di Totò: il popolare comico è il benefattore che li ha adottati in massa salvandoli dalla fame, fornendo loro cucce confortevoli, e perfino un autista e un veterinario personali


1961 Antonio de Curtis 000 00 Tabu LAppena oltrepassato il cancello di legno dipinto d’azzurro, comincio a capire per quale ragione un tremendo frastuono, un chiasso assordante, una rumorosa confusione si chiamava, in dialetto romanesco, "cagnara". Centonovanta cani innervositi dall'arrivo di estranei ed eccitati dalla presenza del loro più grande amico stanno abbaiando in tutte le possibili gamme: il latrato breve ed energico dei cani da caccia, lo squittio sottile dei pechinesi, il guaito di un piccolissimo bastardo che è stato ammalato di cimurro nervoso (che è per i cani l’equivalente della poliomielite) e adesso ha una zampetta pateticamente percorsa da un brivido continuo, l’abbaiare pervicace e fragoroso dei cani da guardia e da pastore.

Proprio al centro della cagnara, con un volpino in braccio, un barbone che gli tira una manica, un bastardo nero che tenta di arrampicarglisi addosso e tutto un ricamo di impronte di zampe fangose sull’impermeabile bianco, il principe Antonio de Curtis, eccezionalmente senza occhiali, grida: «Milla, stai giù!», è l’inconfondibile, straordinaria voce di Totò. «Cagnoni! Smettetela! Che mi volete, mangiare vivo? Cagnoni, state giù!».

Ma si vede che sono rimproveri e minacce scherzose, e che Totò è contento di sentirsi intorno l’affetto degli indisciplinati animali che da qualche mese ha adottato, e che gli debbono la vita. Accanto a lui Franca Faldini, con un colbacco verde e un lungo impermeabile che le protegge la pelliccia di visone, ci racconta la storia di questa adozione:

«Tempo fa, leggemmo su un giornale un episodio commovente: una signora che viveva con cinquantasei cani morì in un incendio. Le bestiole furono portate al canile comunale, e sarebbero finite tutte nella camera a gas se un’altra appassionata cinefila, la signorina Elide Brigada, che dal canto suo provvedeva già a più di cento cani, non li avesse presi con sé. La notizia ci colpì e commosse, e decidemmo di andare a trovare la signorina Brigada, di offrirle il nostro aiuto. Ne aveva davvero bisogno, povera signorina, con tutta quella famiglia da mantenere! Cominciammo ad offrirle un po’ di danaro, ma erano gocce nel mare: da due mesi, abbiamo dunque adottato i cani. Ogni attimo libero lo passiamo qui: appena arriviamo, i cani ci fanno una gran festa, ormai ci conoscono. Soprattutto Totò, li conosce tutti, uno per uno, e vuol bene a tutti».

«Ai cagnoni io ho sempre voluto bene», interviene Totò. «Ne ho sempre avuti in casa. Mi ricordo il dolore che patii quando morì Dick, un lupo a cui ero affezionatissimo e che era vissuto con me per diciotto anni. E come si fa a non volergli bene? Sono così simpatici, bisognosi di cure».

«Fortuna che ho trovato il principe», dice a sua volta la signorina Brigada. È una donna sulla quarantina dal volto sereno e aperto, che quando parla delle sue bestiole si illumina di una luce fervida e affettuosa. Si è dedicata ai cani randagi da diciotto anni. «Non sono mai stata capace di rifiutarne uno», confessa, «non sono mai stata capace di permettere che un cane venisse ucciso, se appena potevo far qualcosa». Per questo li ha accolti nel suo rifugio all’estrema periferia di Roma; ma qualche mese fa era in condizioni davvero diffìcili, e la notte non riusciva a dormire pensando che le sue bestiole sarebbero morte di fame e di malattia, perché lei non aveva più danaro e non poteva comperare cibo e medicine.

«Per fortuna ho trovato il principe, anzi, il principe ha trovato me. Lei non ha idea di quello che ha fatto per questi cani: dormivano al freddo e nel fango, e lui ha fatto costruire delle belle cucce di legno celeste, i recinti e la pavimentazione di cemento. Erano malati, e lui ha assunto per curarli un bravissimo veterinario, il dottor Mascia, ha messo a disposizione un’automobile e un autista per te necessarie commissioni. Mangiavano poco e male perché io non ce la facevo a mantenerli e adesso, grazie a lui, hanno il loro pastone di carne, verdura e pasta tutti i giorni, stanno ingrassando e sono diventati persino più allegri. Davvero è un benefattore di straordinaria generosità perché costa, sa, mantenere centonovanta cani: costa almeno 350.000 lire al mese».

«Sì, costa», conferma Totò, che è riuscito finalmente a liberarsi dall’assedio affettuoso dei suoi protetti, «costa tanto, che anch’io, da solo, non posso farcela. Già molti amici sono intervenuti, hanno mandato il loro aiuto. Ma non basta, abbiamo bisogno di tanto aiuto per salvare queste bestiole dalla fame, dalla morte. Lei scrive un articolo? E allora, senta, mi permetta di fare una cosa che alla televisione non permettono mai. Un appello, sì, un appello alle lettrici del giornale, che sono tante, che certo hanno buon cuore e amore per gli animali, un appello rivolto anche ai loro bambini. Ecco, un appello che dice così: questi cani non sono belli, non sono di razza pura, qualche volta sono ammalati, qualcuno ha perso un orecchio o la coda in chissà quale avventura. Ma sono leali, affettuosi, amici nostri e vostri, hanno bisogno di noi e di voi per salvarsi. Aiutatemi come potete a salvarli: rivolgetevi al ”Club amici dei cani di Totò, via Monti Parioli 4, Roma”. E grazie, anche a nome dei cagnoni».

Lietta Tornabuoni


Il Piccolo  Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961