Il principe de Curtis odia Totò

Antonio-Toto

1966-01-13-Oggi

Con questo malizioso ritratto della maschera più popolare d’Italia iniziamo una serie di articoli dedicata ai personaggi che ci fanno divertire. Totò si confessa: «Sono un formidabile Pulcinella, rendo allegra la gente triste, non è vero che i miei film siano brutti: l’unico a sostenerlo è quel parassita del principe che fa il grande alle mie spalle». Antonio De Curtis accusa: «Totò è un burino, veste come un pagliaccio, mangia male, beve peggio, e persino con le donne dimostra un pessimo gusto»


Roma, gennaio

1942 Toto 002 LÈ un signore dal sorriso pacato, in vestaglia blu-mare, con un foulard attorno al collo. Sulla maschera scavata e tragica, che ha fatto ridere tre generazioni, porta occhiali scuri. Mi vede e si sbraccia dall’altra parte di una grande sala, dorata da una moquette gialla e morbidissima che spegne con languore i passi. Aggrappato al telefono agita le mani per indicarmi il divano, le poltrone, per invitarmi ad avere pazienza: questione di un minuto e poi corre da me. Subito arriva «Ma come? Non si è accomodato?», e la sua cordialità napoletana mi investe con una raffica di gentilezze. Voglio un caffè? Un cognac? Una bibita? Una sigaretta? Mi spiega che stava parlando con Franca Faldini: lei è a Lugano, ma domani tornerà a Roma. Abbiamo degli affari lassù», aggiunge con l’aria di darmi una spiegazione, e nel dire «Franca» si volta verso il pianoforte a coda, sul quale, come nei salotti delle buone case di provincia, c’è un ritratto in una cornice d’argento antico: è proprio Franca, con le mani incrociate sotto il mento e i capelli corti che danno alla sua bellezza nostalgica un tono lievemente démodé.

Questo Totò, che parla sottovoce, che misura i gesti e non torce il mento, gli ammiratori non lo conoscono. Questo vecchio signore dalla vista incerta, un po’ pallido e un po’ ingenuo, talmente diverso dall’omino, che scioglie in matte risate le sale di periferia, facendo boccacce e raccontando storielle, non lo sospettano nemmeno: non sanno che vive dietro finestre protette da pesanti tende di velluto attraverso le quali la luce filtra appena, appena, e non disturba gli occhi malati del padrone di casa; e questa luce un po’ spettrale si posa con un curioso effetto scenografico sui volti appuntiti dei principi De Curtis di tre, quattro, cinquecento anni fa, un po’ tristi nelle loro trine o, poveretti, impalati dentro armature che devono averne appesantito gli slanci.

"La risata non mi piace”

I ritratti Totò li ha scelti con cura nelle botteghe degli antiquari: con il pedigree del casato in mano ha messo assieme quella galleria di facce che qualche volta un po’ gli somigliano. Ce n’è uno (1458-1560) con la stessa sua espressione scocciata. Totò si accorge che lo osservo e si lascia sfuggire: «Povero zio Vincenzo! Era tanto buono!».

Il nostro incontro comincia così, con una battuta: non è stato un colloquio facile anche se il mio interlocutore si è sforzato di seguire il tracciato dell’intervista con estrema coerenza ed una profonda sincerità. Ho commesso l’errore di fantasticare un Totò effervescente, dal frizzo insistente; invece Antonio De Curtis (che è un grande attore con nel sangue una comicità di piazza) fuori dal palcoscenico ragge la la sua maschera in una espressione sdegnosa. Lui fa il comico, non inventa la comicità. Lui recita creando pochissimo e lasciandosi guidare da un istinto e da una mimica che sono irresistibili. Ma le parole sono parole: scavano sotto la pelle e sotto la pelle c’è un signore un po’ malinconico.

«Come mai, principe, in privato sorride pochissimo e non ride mai?».

«Perché non ho più vent’anni ; perché quando faccio le scale mi viene il fiatone; e poi lei quando è in casa fa sempre lo spiritoso? Vede, la risata non mi piace: la risata fa rumore e a me il rumore disturba. Però non è nemmeno esatto dire che sono triste: sono tranquillo, silenzioso, privo di ansia, com’è giusto che sia alla mia età. Quando chiacchiero o ascolto storie divertenti mi limito a sorridere un po’ per educazione e un po’ per non assomigliare troppo a Totò. Il personaggio non mi ha preso la mano: resto il principe Antonio De Curtis, un distinto gentiluomo...».

«Me l’avevano detto, principe, che il discorso si sarebbe impantanato proprio qui: Antonio De Curtis che deve successo, denaro, notorietà e persino la corona a Totò, disdegna lo strettissimo legame che indissolubilmente l’unisce alla marionetta dal mento di gomma. Le pare giusto?».

«Un momento: Totò sono sempre io, ma io sono anche un signore decaduto che per vivere deve fare strane cose: saltare, dipingersi la faccia, indossare buffi costumi. Amo il lavoro come una droga, ma resta sempre un lavoro: dietro queste tende, fra questi cari, vecchi, amati oggetti mi sento felice e quieto, di nuovo un signore. Come posso in simili momenti adorare l’altro me stesso, il burattino?».

«C’è tanta differenza, principe, tra Antonio De Curtis e Totò?». (Finalmente sorride, sorride come sono abituato a vederlo sullo schermo; finalmente è diventato un personaggio familiare simpatico ed amico da tanti anni: la maschera uggiosa è caduta).

«C’è differenza, eccome! Totò è un villano: quando parla agita le mani, fa gestacci, strizza l’occhio. Ha mai notato come veste? In maniera assolutamente ridicola, devo dire: abiti troppo larghi oppure giacche strettissime come usavano nei caffè chantant dell’altra Napoli, quella col pennacchio sul Vesuvio, che lei non ha visto. Il principe De Curtis è un signore compassato, non troppo loquace, riservatissimo. Il suo sarto ha l’ordine dì vestirlo di scuro disdegnando le eccentricità della moda, con un taglio classico che lo rende elegante senza essere vistoso. Totò è burino anche nella scelta delle donne. Gli piacciono formose, cariche di lustrini: va matto per le ballerine d'avanspettacolo. Il principe De Curtis ama invece creature di classe sofisticate e un po’ evanescenti» (guarda dalla parte del pianoforte dove c’è il ritratto della Faldini).

Un uomo all'antica

«Totò beve male. Preferisce la birra al vino, e quando sceglie il vino, per carità, non ne parliamo! La colpa alle volte è anche degli sceneggiatori: però che schifezze manda giù! Il principe De Curtis beve pochissimo, ma le sue scelte sono attente, di gusto: un po’ di bordeaux durante i pasti, due dita di champagne alla sera. Un bourbon come aperitivo (sì, mi piacciono le cose forti!) e un cognac spagnolo (Cardinal Mendoza) alla fine del pranzo. Totò non viaggia quasi mai, se naturalmente non consideriamo viaggi i piccoli tragitti in corriera o su accelerati asmatici e tremolanti che lo portano dal paese in città. E anche in questi atomi di movimento trova il modo di meravigliarsi di tutto. Una sola volta è finito in vagone letto, ma non è riuscito a chiuder occhio. Per fare i ricchi bisogna essere allenati, signore mio!

«Anche se non lo confessa, Totò vorrebbe salire in aeroplano, che gli mette, è vero, una paura d’inferno, ma che soddisfa la sua vanità di contadino. Com’è lontano dal principe De Curtis! Tutti i mesi il principe va a Parigi. A cosa fare?, chiederà. Così, a Parigi, per prendere un caffè, in un certo caffè, e andare a teatro. Va in treno, naturalmente. Il principe non sopporta la velocità. È rimasto all’antica: subisce il fascino dei treni in maniera struggente. Ah, la "Valigia delle Indie”! La bella e misteriosa sconosciuta incontrata sull’ "Oriente Express”! Cos’è questa mania di fare in fretta. Il principe non si rende conto come in quattro ore si possa andare a New York. Gli fa una rabbia che ci vogliano solo quattro ore e non quaranta giorni, come una volta, quando l’America era veramente l’America, un mito, una favola, e non qualcosa a portata di mano che si può raggiungere in un baleno, nel tempo di un pranzo e di un caffè. Totò ama, naturalmente, le compagnie numerose, le battute grasse, le risate a gola piena. Nella casa del principe c’è invece un’atmosfera composta, di chiacchiere civili, di risate fra amici, i^a confusione non è gradita. Chi alza la voce non viene più invitato. Il principe...».

1965 Antonio De Curtis 018 L«Se ho ben capito lei parla del principe come di un favoloso "Gattopardo” che nobilita e in un certo senso riscatta l’onta di vivere nella pelle di Totò, con abitudini signorili e un lungo titolo nobiliare. Mi levi una curiosità: non capisco come mai in tempi in cui tutti impiegano la loro vita a costruirsi un futuro, lei si sia preoccupato, e si preoccupi tuttora, di mettere assieme, pezzo per pezzo, il passato. Trova tanto importante avere una corona di cartapesta sul capo, proprio oggi che le corone rotolano nel fango in tutta Europa, in tutto il mondo? Perché, principe, non va al passo coi tempi?».

«Amico mio, sulle corone non scherziamo: sono cose serie. Il sangue non è acqua, e il passato, se c’è ed è glorioso, è una preziosa eredità che non si può gettare alle ortiche. Un titolo vale più del denaro. I titoli non si comprano. Li danno i sovrani, e i sovrani sono quegli esseri straordinari che tutti sappiamo...».

Il favoloso stemma

(Vorrei dirgli che i re non sono tanto straordinari: quelli dei paesi intelligenti vanno addirittura in bicicletta a comperarsi il giornale, oppure si mettono in fila alla fermata degli autobus con operai ed impiegati, gente comune, «popolo» insomma, come s’usava dire un tempo quando c’erano i cocchi dorati e si credeva all’investitura divina. Vorrei ribattere che non sono d’accordo, che sta dicendo cose forse inesatte, ma il principe parla con commovente ingenuità. Per lui quel titolo non è una pergamena, una forma di snobismo, come qualcuno stupidamente ha scritto: è stato il sogno di guitto povero dal passato illustre che gli era misconosciuto e che dopo tante lotte è riuscito a riacciuffare. infilandosi la platonica e un po' distante corona di imperatore di Bisanzio).

«...Non si può ridere della storia. Ecco il mio stemma. Risale al 362 avanti Cristo: c’è l’araba fenice che guarda il sole nascente sotto le colonne d’Ercole; questa è la mezzaluna con tre stelle che rappresenta l’Oriente. Ho fatto una fatica a farmi riconoscere unico discendente di questa favolosa stirpe...».

E il suo racconto continua: comincia nel 1936, quando divenne marchese di Terziveri e girava con la corona sulla portiera di una berlina nera, e finisce nel 1955, con una sentenza del tribunale di Roma che gli concede il platonico diritto di fregiarsi del titolo di Sua Altezza Imperiale.

«Altezza: dovrei chiederle tante altre cose. Lei è un uomo felice? È innamorato? È fedele? È generoso? Mi rendo conto che il meccanismo delle interviste è impossibile. Fino a cinque minuti fa non ci conoscevamo ed ora, in pochi secondi, pretendo che lei condensi la sua vita e i suoi sentimenti in tre battute. Può aiutarmi?».

«Macché "altezza”: non diciamo fesserie. Io sono uno che lavora e tanto, sa. Se sono felice? Lo ero, e un po’ lo sono ancora. Ho una moglie adorabile. Trentadue anni meno di me, eppure riusciamo ad andare d'accordo come ragazzini. In principio ero preoccupato. Sono un animale notturno: dormo di giorno e sto alzato di notte. Mi piace passeggiare nelle strade vuote, fermarmi a parlare coi vagabondi, raccogliere i cani sperduti. Ne ho trecento in un recinto fuori città. Si sarebbe abituata a questa strana vita domestica, lontana dai locali alla moda, dalle com-.pagnie che danno prestigio? Si è abituata. Alla sera stiamo in casa. il più delle volte da soli. Le detto poesie, oppure suono il pianoforte. Franca mi legge libri e giornali. Cosa vuole, non sono tanto colto. Da giovane non ho potuto studiare perché ero povero, poi perché dovevo lavorare ed ora che un po’ di spazio vuoto ce l’ho, non ci vedo quasi più. Non lo scriva, però, questo: alla gente non farà piacere sapere che sono un po’ ignorante.

«Vede, quella parte d’infelicità che accompagna la mia vita, la devo proprio agli occhi. La mia vista è stata rovinata dal flash di un fotografo: si stanca subito e le persone diventano ombre. Solo quando recito riesco a muovermi con scioltezza: gliel’ho detto prima, il lavoro è la mia droga.

Il mito di Petrolini

«Sono infelice e felice per tante altre ragioni: per i brutti film che ho alle spalle dovrei essere malcontento, ma se penso che hanno fatto ridere tanta povera gente, che in quel momento ha dimenticato la bolletta del gas, le cambiali che scadevano, un episodio triste della loro giornata, ecco, i brutti film subito mi piacciono e divento sereno. Ora sto facendo cose grosse: "La mandragola" e tre storie con Pasolini. Ha visto "La mandragola"? Come le sono sembrato? Ho ancora benzina, vero? Ma sono soprattutto contento quando vengono apprezzate le mie poesie. Ne vuole sentire una? Gliela dico subito a memoria...».

E comincia a declamare con la sua voce profonda e triste che ha dovuto sempre usare per far ridere. Sono poesie dì una dolce bellezza popolare, in napoletano. Parlano del mare, della luna, di povera gente che vive nei «bassi». Alla povera gente il principe-Totò (non si scandalizzi, altezza, dell'accostamento) vuole un bene dell'anima. Ne intuisce i problemi perché furono anche i suoi problemi: per loro quante volte mette mano al portafoglio! Non lo dice, se ne vergogna, ma lo sanno tutti a Cinecittà che l’attore più prodigo è il signore in vestaglia blu-mare che con gli occhi chiusi mi recita versi bellissimi, un signore che ha una grande paura: di essere dimenticato nel respiro di una generazione.

«Chi parla più oggi di Petrolini?», s’immalinconisce. «Gli attori, si sa, scrivono sulla sabbia: basta un’onda piccola, piccola per cancellare la loro opera».

Invece, aggiungo io, il ricordo degli imperatori di Bisanzio veniva eternato in preziosi ritratti: povero Totò, che è nato con millecinquecento anni di ritardo e non potrà assolutamente sorridere come i suoi avi, nel gioco variopinto di un mosaico, sulle volte delle chiese di Ravenna.

Maurizio Chierici


Oggi  Maurizio Chierici, «Oggi», anno XXII, n.2, 13 gennaio 1966