Il principe triste che donava sorrisi

1967 Antonio de Curtis


1967 04 26 Gente intro

Nobile di stirpe e di stile, Totò ha dato in beneficenza gran parte del suo patrimonio - "Con la mia faccia potrei esprimere qualunque cosa" - Un figlio maschio fu il suo sogno inappagato


1965 Antonio De Curtis 022 LSe fosse stato inglese, lo avrebbero fatto Sir, come Laurence Olivier e Alee Guinness, dei quali aveva la stoffa e, sotto molti aspetti, la statura; essendo nato italiano, dovette combattere a lungo per farsi confermare i titoli che gli spettavano. E il pubblico non si abituò mai del tutto all’idea che il "suo" Totò dovesse chiamarsi don Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, principe di Costantinopoli, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, conte palatino e cavaliere del Sacro Romano Impero. Accadde, anzi, che davanti a quei titoli qualcuno abbozzasse sorrisi: i soli che dispiacessero a lui, il gran maestro dell’arte del ridere.

In realtà, Totò aveva due volte diritto ai suoi predicati nobiliari: una "per discendenza" (sia pur riconosciuta attraverso un procedimento giudiziario) e un’altra "per stile". Totò non recitava la parte del nobiluomo. Era un autentico aristocratico, un gran signore che incarnava alla perfezione tutte le virtù della classe dirigente di un tempo. Era educato, solenne, misurato nelle parole, leale e profondamente buono. Sentiva il dovere di proteggere i deboli e di tendere la mano agli umili, così come provava l’impulso di sopraffare quelli che considerava prepotenti. Il suo patrimonio ammonterebbe a molti miliardi se egli non l’avesse in gran parte profuso in opere di beneficenza nelle quali il suo nome non compariva mai, o in aiuti a compagni d’arte bisognosi, o in "prestiti" che nessuno avrebbe mai restituito. Totò donava il suo denaro con grazia principesca e con enorme generosità: la stessa generosità con cui sprecava il suo talento.

L’oro del dopoguerra

E’ stato scritto che egli ebbe la sfortuna di nascere artisticamente "dopo" il cinema muto e che questo gli impedì di diventare un secondo Charlot. Lui stesso, del resto, amava ripetere: « Con la mia faccia potrei esprimere qualunque cosa, ma la parola mi rovina ». Non era esatto. La verità è che il grande nemico di Totò fu il suo successo. Era partito "da zero", cominciando con gli avanspettacoli in quei locali che all’epoca della prima guerra mondiale si chiamavano café chantant. Poi, aveva fatto parte di compagnie di operette, era diventato capocomico, aveva allestito spettacoli di rivista, il primo dei quali, intitolato Messalina, lo aveva portato alle soglie della celebrità.

Era però una celebrità di seconda mano, una celebrità quasi clandestina rispetto a quella degli Zacconi, dei Ruggeri e dei Falconi, che dominavano le scene dei teatri di prosa. Totò era un comico, una "macchietta", che faceva riempire i teatri ma che non sciupava l’inchiostro e la penna dei critici. Aveva fatto alcuni film, come li aveva fatti anche Macario, e il pubblico aveva applaudito. Niente di più.

Il grande "boom" di Totò esplose nell’immediato dopoguerra. La gente aveva un disperato bisogno di allegria, e i film di Totò furono in quegli anni il relax degli italiani. Il successo di cassetta, grandissimo e per molti versi insperato, spinse produttori e registi a riproporgli sempre lo stesso personaggio. Un personaggio che veniva annunciato addirittura nei titoli perchè nessuno avesse dubbi: Totò cerca casa, Totò cerca moglie, Totò imperatore di Capri, Totò sceicco, Totò Tartan, Totò e i re di Roma, Totò e le donne, Totò a colori, Totò te Mokò. Ridemmo tutti, in quell’epoca in cui il presente sembrava senza gioia e il futuro senza speranza. Ridemmo e pagammo il biglietto d’ingresso. Possiamo rimproverare a Totò di aver ceduto alla tentazione di scavare in quella miniera d’oro?

Non che egli avesse rinunciato alle ambizioni. Di film "buoni" ne aveva fatti parecchi, a cominciare da Yvonne la Nuit che gli aveva fruttato gli elogi un po’ sbalorditi dei critici. Poi erano venuti Napoli milionaria, Guardie e ladri e L’uomo, la bestia e la virtù, che gli aveva fatto conoscere la futura moglie, Franca Faldini. Ogni volta, c’era chi notava che "Totò aveva rivelato doti di grandissimo attore", ma ogni volta, produttori e registi tornavano a offrirgli le solite parti: Totò e Carolina, Totò lascia o raddoppia, Totò sulla luna, e così via, fino a Totò d’Arabia. Lui si rifaceva con L’oro di Napoli, Racconti romani, I soliti ignoti e La Mandragola. Ma invano.

Alla schiavitù del successo si aggiungeva lo scarso amore di Totò per quelle "massonerie" intellettuali che nell’epoca nostra si arrogano il diritto di concedere al prossimo patenti d’intelligenza. Questo scarso amore gli nuoceva non poco. Il pubblico lo ammirava, qualche critico gli dava un riconoscimento, ma dal giudizio "ufficiale" egli restava quasi sempre escluso. Per avere un premio, dovette fare Uccellacci e uccellini, che non era nè la prima nè, forse, la migliore delle sue grandi interpretazioni, ma che recava le firme di personaggi "iniziati" e "premiabili". E bisogna dire che Totò non si mostrò particolarmente felice di quel premio. A qualcuno sembrò perfino che ne fosse rattristato.

Avrebbe potuto fare del teatro "serio", così come avrebbe potuto fare infinite altre cose. Il talento non lo tradiva mai, e ogni suo tentativo era un successo. Scrisse canzoni, che si affermarono subito: tutti ricordano Malafemmena, ma forse non molti sanno che almeno una ventina di altre canzoni popolarissime recano la sua firma. Si dedicò a studi di araldica e poiché era un uomo colto, si occupò anche di problemi di cultura: scrisse articoli sulla pronuncia del latino e fece uno studio sui neologismi, entrati a far parte della lingua italiana nei primi vent’anni del secolo. Un anno prima di morire, pubblicò un libro di poesie napoletane, cariche di quella tristezza che in lui era assai più vera della comicità. Ma forse per pigrizia o forse per sfiducia, non volle andare mai fino in fondo. O forse non lo volle per umiltà.

1946 Toto 003 LUn giorno (aveva appena avuto i primi disturbi agli occhi), ci parlò del mestiere di attore con profonda amarezza: « Noi siamo come i camerieri. Il pubblico comanda, e noi lo serviamo. Che altro possiamo fare? La Duse diceva che gli attori scrivono sulla sabbia. Ma per noi comici la sabbia è ancora più sabbia ». Eppure lavorava col massimo impegno, studiava i copioni, li cambiava quasi sempre felicemente, litigava coi registi per imporre l’interpretazione che a lui pareva migliore.

Era un uomo equilibrato, saggio, profondamente coerente. La sua vita era limpida come limpide erano le sue idee: era liberal-conservatore in politica, tradizionalista in pittura, pirandelliano nel teatro. Alla vigilia delle elezioni del ’63 gli chiedemmo per chi avrebbe votato. Rispose: « Io sono un uomo d’ordine e amo i partiti dell’ordine. Indovinate voi per chi voterò ».

Il suo amore per i deboli abbracciava anche gli esseri più indifesi, gli animali. Totò si era fatto promotore di vere campagne a favore dei cani abbandonati e aveva speso somme considerevoli per aiutare chi voleva proteggerli. A differenza di molti altri attori arrivati, non rifiutò mai un’intervista, non si sottrasse mai a una domanda. E, quel che è più straordinario, non si fece tra i giornalisti un solo nemico.

Un solo sogno nella sua vita rimase inappagato: quello di avere un figlio maschio. Il bimbo che Franca Faldini gli diede nacque morto, e Totò, disperato, lo fece seppellire nella tomba di famiglia. Ora è andato anche lui a raggiungerlo. Sulla sua tomba scriveranno che è stato l’ultimo erede del trono di Bisanzio e, forse, che è stato un uomo di grande talento e di grande virtù. Una cosa sola forse non scriveranno, ed è la più vera: che è stato il più grande attore comico italiano di questo secolo.

Giovanni Cavallotti


Grazia Giovanni Cavallotti, «Gente», anno XI, n.17, 26 aprile 1967