La malattia agli occhi: ricco di canzoni il buio di Totò

1954 Massenzio 


1954 10 24 LEuropeo intro


Il comico napoletano, colpito da infermità all’occhio destro, trascorre questo periodo di riposo forzato componendo versi di canzoni. Alla malattia si è aggiunta ora l’azione legale intentata contro di lui da Paone.


Napoli, maggio

1956 A prescindere 006 102 L«Il teatro è crudele e non perdona, dice Totò. Non perdona neanche ad un vecchio attore come me che qualche cosa l’ha data al teatro». E sorride. Con un sorriso mesto, però, un sorriso amaro che denota, oltre la maschera, un cruccio interno, un sorriso che contrasta con il vestito grigio-ferro, con la cravatta dai toni cupi, con gli occhiali neri. Davanti a noi non è il Totò scanzonato, nobile e plebeo, maschera e cuore: è un Totò solo uomo, amareggiato da questi colpi gobbi che gli sono venuti, in definitiva, dal suo eccessivo amore per l’arte e per il teatro.

La vicenda, infatti, è nota. «La colpa, dice Totò, è tutta di quell’autentica miniera che è il palcoscenico del Teatro Nuovo. Una Siberia. Freddo ed umido. Lì mi buscai in febbraio una bronco-polmonite e, per guarire presto, feci abuso di antibiotici. Questi mi hanno rovinato». Gli antibiotici, infatti, lo indebolirono molto, anche perchè due anni prima, per un tuffo fuori stagione nel Tevere durante la lavorazione di "Guardie e ladri" (Totò e Carolina, n.d.r.) Totò aveva sofferto un’altra bronco-polmonite non meno violenta della seconda.

Per la malattia del noto attore, la compagnia fu costretta a sospendere le recite. Poi Totò si rimise e dopo i successi in Alta Italia la compagnia passò a Napoli. Durante le trionfali recite al Mercadante gli amici intimi dell’attore e gli spettatori più smaliziati si accorsero che Totò accusava improvvisi quanto rapidi sbandamenti i quali, a volte, gli impedivano addirittura la tanto richiesta "passerella". Il principe de Curtis, evidentemente, non si era ancora rimesso. Ma Totò, è noto, è un testardo. A chi gli consigliava di starsene a riposo, Totò rispondeva: «Per riposare c’è sempre tempo». E riprese il giro che lo portò in Sicilia, con debutto al Politeama Garibaldi di Palermo.

Il fatto avvenne la sera di lunedì 6 maggio. Ad un certo momento Totò brancolò nel buio, non vide più niente, sentì nelle orecchie un grande ronzio. In quel momento l’attore — si era alla chiusura del primo tempo — faceva la parodia di Gassman in Otello. La recitazione andò avanti a strappi. L’attore non si muoveva. Il pubblico che ignorava il dramma intimo di Totò cominciò a rumoreggiare. Totò si appoggiò al boccascena. Poi venne giù il sipario. Nel camerino dell’attore fu un accorrere di impresari, tecnici, ammiratori. Nella sala il pubblico rumoreggiava ancora. Qualcuno faceva notare che Totò non era più il Totò di un tempo, schietto, buono comunicativo. «Ha messo superbia, non vuole fare più neanche le passerelle».

Totò, nel camerino, soffriva le pene dell’inferno. Venne un medico, ma non fece responsi. Il responso lo dette il giorno dopo il prof. Guido Sala, un illustre oculista di Palermo. Occorrevano molto riposo e molte cure: il sangue che dai vasi capillari era travasato invadendo la retina ed oscurando gli occhi si sarebbe riassorbito. La sera stessa Totò partì per Napoli via mare. Mercoledì mattina, al porto, erano ad attenderlo in molti. Quando il piroscafo attraccò l’attore era nel salone-bar, protetto da un vigile e da un "amministrativo" della compagnia il quale saltellava a destra ed a manca respingendo con la piccola mano i curiosi e pregando ed ammonendo: «Per carità, niente lampi! Niente lampi!».

Non ci furono lampi. A Napoli tutti vogliono bene a Totò e i fotografi avrebbero rinunziato al mestiere piuttosto che fare male agli occhi di Totò. Attesero, invece, che egli scendesse. Volevano accompagnarlo tutti dall’oculista, dal prof. Lo Cascio siciliano anche lui — al quale l’attore Tino Scotti aveva già telefonato da Milano offrendo un occhio per la "pronta guarigione di Totò". Totò era con la moglie, Franca Faldini, e con la figlia Liliana. Sorrise a tutti, ebbe qualche battuta, disse «Grazie a tutti!» e s’infilò in una potente auto color cremisi che lo portò a Roma.

Mercoledì 8 maggio Totò fu visitato dai professori Piccicchè e Frugoni e dal dott. Galeazzi, suo medico curante. Durante il consulto, Dik, un vecchio fedele cane lupo che da 14 anni vive con il comico, non volle allontanarsi dalla camera. Dopo due ore fu emessa la diagnosi: corioretinite essudativa emorragica, interessante la regione maculare e paramaculare dell’occhio destro cui è dovuta la nota diminuzione della vista. La malattia era riferita, per la sua natura, al male virale sofferto dall’attore nel febbraio scorso e facilitata dall’avere lo ammalato ripreso il suo affaticante lavoro anzi tempo è tir condizioni di evidente deperimento organico. Terapia: riposo assoluto, per lungo periodo al buio, e cure specifiche.

1956 A prescindere 006 103 LTotò, rassegnato, si ritirò in una stanza d’angolo lontana da ogni rumore. Ma, evidentemente, era destino che egli abituato alle luci, ai rumori, agli applausi, ai lazzi, alla girandola fantasmagorica del mondo teatrale, non potesse restare nell'ombra e nel silenzio. La diagnosi era stata appena emessa e già sul capo di Totò si addensava il temporale sotto forma di citazioni, proteste, richieste. Lo impresario siciliano Salvatore Mazza, considerato che la tournée doveva concludersi il 20 maggio, chiede a Remigio Paone, organizzatore dello spettacolo, il risarcimento dei danni. Paone lo chiede a Totò. Tutti protestano, anche le ballerine dello Show girls. Vogliamo essere pagati fino al 20 maggio. Totò resiste. «Amici miei, voi scherzate. Se proprio volessi prescindere da niente, non potrei prescindere dalla mia vista. Non voglio finire cieco, con un bastone ed un cane lupo, e riscaldarmi al sole dei giardini pubblici. Causa di forza maggiore... Che volete? Agite, agite! Io vi risponderò. A prescindere...». E ricorda che quella sera, al Politeama, tutti gli si strinsero intorno, tutti gli dissero: « Abbiate cura di voi! Piantate tutto! La vista è la prima cosa!».

Ma l’azione continua implacabile, su due fronti. L’impresario siciliano fa partire una citazione per 18 milioni e sostiene che Totò, sottoposto a Palermo alla visita del prof. Sala, non risultò così gravemente ammalato da dover troncare subito le rappresentazioni. Secondo l’oculista palermitano sarebbero bastati due o tre giorni di riposo perchè scomparisse l’emorragia. Remigio Paone, a sua volta, dichiara «Di fronte alla situazione aggravata dalla citazione dell’impresario Mazza, è logico che io stia per iniziare un’operazione di rivalsa nei confronti del principe de Curtis. Nulla da obiettare se il male di Totò risulterà veramente grave, ma comunque ogni decisione sulle sorti dello spettacolo spettava al titolare che ha corso tutti i rischi fin dal giorno in cui è stato formato. Chi ha agito non nell’ambito delle sue mansioni e dei suoi diritti dovrà pagarne le conseguenze».

Chi ha ragione? Chi ha torto? Lo sapremo fra qualche tempo, quando la Magistratura avrà detto la sua. Ora, intanto, si possono raccogliere solo le voci che circolano in ambienti molto vicini ai due uomini di teatro. Sembra che Paone rimproveri a Totò un certo piglio dittatoriale ed una costante preoccupazione per alcuni impegni cinematografici che lo avrebbero indotto a non completare la tournée siciliana. Totò respingerebbe queste accuse, inventate, a suo giudizio, di sana pianta. «Eh! Che scherziamo? Qui non ci si può neanche ammalare? Ho detto forse io ai miei occhi di fare le bizze?». «No, — si replica negli ambienti vicini a Paone — è che preferisce fare i film anche perchè è pressato dagli impegni fiscali che, con gli arretrati di tasse affibiategli, ammontano ad una quindicina di milioni a bimestre».

Il principe de Curtis, intanto, non perde il buonumore. «Passerà — dice — passerà. Ho fede in Santa Lucia, nella nostra Santa Lucia. Dovrei iniziare in giugno un film con Peppino De Filippo, "Totò e Peppino mariti imbroglioni", ma non so se per quell’epoca sarò guarito. Continuerò a lavorare. Il lavoro è per me la vita. Vedete, anche adesso lavoro. Ho composto una poesia, una canzone, ascoltate:

- Chitarra mia l'aggio volute bene - e sulo tu cunusce chi-st’ammore - ’Ncoppe a sti corde - quante quante pene - ve-neve a cuntà atte - povero core.
- E ramò ch’essa ha pigliata n’ ’ata via - che t'aggia cunta cchiù - chitarra mia!

«Vi piace? Vi piace?». E non aspetta la risposta. «Ora che le canzoni me le boicottano, io le scrivo solo per me. Le scrivo, ed ogni tanto me le ripeto. A Napoli — aggiunge, — tutto questo non sarebbe successo. Ah, Napoli mia! Ma state tranquillo: io a Napoli sono nato, quella è la mia città, solo lì sono come a casa mia ed a Napoli voglio morire. Sapete che mi sono comperata ed ho sistemata a Poggioreale una bella casetta?». A Poggioreale, per chi non lo sapesse, c’è il cimitero di Napoli. «State tranquillo; io là tornerò, nella mia città. E là voglio morire».
«Principe, che dite mai? Cent’anni di salute...».
«Grazie, grazie... Però... A prescindere...». E sorride ancora. Mestamente.

Antonio Pugliese


Grazia  Antonio Pugliese, «Visto», anno VI, n.21, 25 maggio 1957