La malattia agli occhi: sono sempre Totò e tornerò a farvi ridere

1959 Sanremo Uomo di paglia

1959 12 24 Oggi intro

In questo articolo il principe Antonio de Curtis racconta il pericolo che ha corso la sua vista e, rivolgendosi particolarmente a quelle persone che gli hanno offerto in dono gli occhi, preannuncia il suo prossimo ritorno


1963 Antonio De Curtis Franca Faldini 000 02 LTre anni fa, quando i giornali annunciarono per la prima volta che correvo il pericolo di perdere la vista, sessanta persone vollero offrirmi i loro occhi, e molte di esse si fecero premura di precisare che non intendevano chiedere nulla in cambio. È per loro che ho acconsentito di scrivere questo articolo: per loro e per il pubblico che mi è affezionato e al quale ho sempre voluto bene. Avrei preferito tacere, perché ritengo che un uomo debba avere il pudore dei propri malanni. Ma ora che la notizia è trapelata, sento il dovere di spiegare come stanno le cose: i familiari hanno il diritto di essere informati di tutto, e il pubblico — si sa — è la grande famiglia di un attore.

Niente paura: non sono diventato cieco. Ho avuto, è vero, una ricaduta del male che mi aveva già colpito una volta, e la mia vista si è indebolita al punto che oggi riesco a distinguere poco più che delle ombre. È una situazione estremamente sgradevole, e occorre molta pazienza per sopportarla. Ma fortunatamente si tratta di una cosa passeggera: fra un mese o due le mie condizioni miglioreranno e io tornerò a vedere normalmente. Spero anzi di poter riprendere entro breve tempo il mio lavoro. Me lo hanno garantito i medici e non ho alcun motivo di dubitare del loro verdetto.

Lettere commoventi

L’altra volta — nel 1956 — fu diverso. Allora temetti veramente di perdere la vista. Durante l’inverno, a Torino, ero stato colpito da una polmonite che aveva causato una congestione alla retina con conseguente abbassamento della vista. Non mi si chieda di usare i termini scientifici esatti: non c’è nulla di più ridicolo del profano che tenti di servirsi del linguaggio dei medici. Il fatto è che cominciai a veder male e, quel che è peggio, a veder doppio, come certi ubriachi delle commedie e dei film. Dapprincipio non vi badai, ma con l’andar del tempo la cosa incominciò a infastidirmi. Mi sentivo confuso, malsicuro nei movimenti. Alla fine, dovetti sottopormi a una visita, e il medico, piuttosto allarmato, mi ordinò di interrompere immediatamente il lavoro. Pochi giorni dopo, il mondo per me era ridotto a un vago susseguirsi di ombre e di macchie chiare.

Trascorsi momenti terribili. Dal tono di voce dei medici capivo che si temeva il peggio, e l’idea di dover restare cieco mi dava un misto di disperazione e di furore. Il mio solo conforto, in quei giorni, fu l’atteggiamento del pubblico che partecipò, con commovente solidarietà, alla mia disgrazia. Piansi quando mi lessero le prime lettere di coloro che si dichiaravano pronti a sacrificare un occhio per salvarmi dalla cecità. Non avrei potuto approfittare di quelle nobilissime offerte, anche perché, nel mio caso, si trattava della retina e non della cornea il cui trapianto è, come tutti sanno, possibile. Ma quelle lettere, che conservo, mi ridiedero la volontà di vivere.

Poi i medici fecero il miracolo. Il professor Bietti é il mio medico di famiglia, dottor Mario Galeazzi (da non confondere con un suo quasi-omonimo), riuscirono a ridarmi la vista. A poco a poco, tornai a "mettere a fuoco” le immagini e, in capo a sei mesi, potei considerarmi completamente guarito. L’anno dopo fui in grado di riprendere il lavoro. I miei occhi erano ridivenuti normali: soltanto i riflettori mi infastidivano un poco.

A quel tempo i giornali scrissero che erano stati appunto i riflettori a provocare la mia malattia. Non era esatto. Le luci — quelle del palcoscenico più ancora di quelle del teatro di posa — sono certamente dannose. (Per rendersi conto della loro potenza, basta pensare che il migliore dei frac, indossato in un certo numero di rappresentazioni, perde il colore e acquista una strana sfumatura verdognola). Ma, nel mio caso, il fatto di avere avuto gli occhi affaticati dai riflettori, ebbe il solo effetto di aggravare la situazione e di rendere più difficili le cure. La causa del male, come ho detto, fu una congestione dovuta alla polmonite.

Anche la mia attuale ricaduta si deve a uno di quei banali "colpi d'aria” che di solito passano inosservati. Avvertii i primi sintomi nel maggio scorso, durante la lavorazione del film La cambiale. In seguito le mie condizioni peggiorarono e fui costretto a interrompere le riprese. I medici mi ordinarono alcuni mesi di riposo assoluto: mi rinchiusi in casa e aspettai. Questa volta sapevo che era tutta una questione di tempo e potevo attendere con fermezza e con serenità.

“Buongiorno eccellenza"

Ora sono entrato in convalescenza. Miglioro di giorno in giorno e sono convinto che presto potrò riprendere il lavoro, senza il quale non sarei capace di vivere. Questo è tutto. Sono — ripeto — sereno, e non provo nessuno di quei sentimenti di amarezza che, a quanto apprendo, mi sono stati attribuiti negli ultimi giorni. Perché del resto dovrei amareggiarmi? Non ho "grandi progetti”, non intendo recarmi né in America né in Giappone, e non mi risulta che Kruscev mi abbia invitato a Mosca. Ma ho il mio lavoro e il mio pubblico che mi attende. Ancora qualche mese e tutto sarà come prima.

Mi dispiace soltanto che la notizia della mia disavventura si sia diffusa. Su questo punto devo al pubblico una spiegazione: so che qualcuno mi ha accusato di misantropia, e perfino di superbia, e credo di poter affermare che si tratta di accuse profondamente ingiuste. La verità è che, secondo me, un attore deve separare nettamente la sua vita personale da quella artistica. Il pubblico, vedendoci sul palcoscenico o sullo schermo, si fa di noi un’immagine che non ha nulla a che vedere con quella "privata". I/una e l'altra non devono essere confuse. Ricordo a questo proposito un episodio: molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della mia carriera, abitavo con mio padre in un palazzetto di viale dei Parioli. Era una casa cosiddetta chic e il portiere, che ignorava la mia professione, mi chiamava "eccellenza’’ e mi salutava ogni volta con una scappellata seguita da un cerimonioso inchino. Poi, un giorno, per compensare non so quale servizio, mio padre gli regalò un biglietto per il teatro Valle dove io recitavo. Ebbene, all’indomani, uscendo di casa, trovai il portiere completamente mutato. Non s’inchinò, e non si sognò nemmeno di darmi dell”'eccellenza": rimase a guardarmi con il berretto in testa, la pipa in bocca e la scopa in mano e, quando gli passai vicino, sibilò un "buongiorno” carico di disgusto. Il fatto di avermi visto sul palcoscenico aveva distrutto l’immagine del "signore per bene” che egli si era fatta di me.

Un episodio che, in un certo senso, è il rovescio di quanto accadde invece a Livorno, dove un’affittacamere che aveva ospitato una delle attrici della mia compagnia, rimase profondamente delusa apprendendo che nella mia vita privata io non facevo boccacce, non pronunciavo battute "spinte” e, soprattutto, non portavo la bombetta. Io stesso, del resto, ebbi un attimo d’imbarazzo vedendo per la prima volta quel distinto signore che è il Charlie Chaplin "privato".

Ecco perché ho sempre cercato di essere riservato; di non mettere ”in piazza" le mie vicende personali. È stato per me un segno di rispetto verso il pubblico che mi rimane fedele nonostante la strana avversione che la radio, la TV, gli organizzatori dei vari Festival sembrano provare nei miei confronti. Il pubblico conosce e ama il "suo" Totò, e non è giusto affliggerlo con i guai personali di Antonio De Curtis. Tanto più che Totò sta per ritornare, con la sua bombetta, le sue battute e quell’espressione triste che ”fa ridere”.

Antonio De Curtis


Il Piccolo Antonio de Curtis, «Oggi», anno XV, n.32, 6 agosto 1959