La tardiva RIscoperta di Totò

Totò Franca

Quando sarò morto e non più scomodo per nessuno, daranno la stura ai paroloni e, rispolverando la mia vis comica, affermeranno che se non me ne fossi andato mi avrebbero visto giusto per questo o quel personaggio, chi meglio di me avrebbe potuto farlo? Non vanno sempre cosi le faccende a casa nostra? Questo è un bellissimo paese in cui però uno ha da morire per essere compreso.

Totò


Finalmente la televisione si ricorda di Totò presentando alcuni dei suoi film più significativi

1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Vestì il suo personaggio con il frac del nonno e i calzoni a mezz’asta del papà, gli diede il diminutivo del suo nome (Antonio), una bombetta per cappello e una stringa da scarpe per cravatta - La "marionetta disarticolata” aveva un cuore appassionato, mentre Liliana Castellana (5) fu l’amore fedele. Si tolse la vita non appena scoprì di essere stata tradita


Da noi, il ritardo si addice alla Tv. Guardate, per esempio, il caso del 'colore’. Perfino tra i Paesi sottosviluppati ce n’è qualcuno che ha ormai raggiunto da un pezzo questo traguardo, e in Italia ancora non se ne parla. O meglio, non se ne parla più. Perché di chiacchiere, al riguardo, se ne son fatte 1919 Antonio Clemente 000 000 Lmolte, anche se, più che parole, correvano cifre, visto che da noi si ragiona soprattutto con la pancia e c’è chi spera di riempirla meglio con il sistema ”Secam” francese e chi con il sistema ”Pal” tedesco. Di questo passo può darsi che l’Italia arrivi alla televisione a colori quando altri Paesi avranno già quella a rilievo.

Ma non è di questo ritardo che vogliamo occuparci, bensì di quello impiegato da 'mamma Rai’ per rievocare Totò, scomparso nel 1967, e da allora non ricordato sul piccolo schermo se non rendendo un cattivo servizio alla sua memoria. Fu di poco posteriore alla triste data, infatti, quel cattivo servizio che nemmeno la fretta basta a giustificare: nei pochi sketches e brani di film, imbastiti come capitavano, il valore del 'principe-clown' risultava sminuito. La Rai-Tv avrebbe dovuto realizzare un 'revival' di Totò senza lasciarsi bruciare l’occasione dalle sale cinematografiche, le quale nel 1971 si riempirono fino all’ultimo posto in piedi, sia a Roma che in altre città, presentando uno dopo l’altro molti suoi film. Bastò ai giovanissimi per scoprire il formidabile Totò, che avevano sentito soltanto nominare; ai giovani per riscoprirlo e agli adulti per esclamare: "finalmente!”. Il boom contribuì al perpetuarsi del mito dell’unico grande vero attore comico italiano meritevole di una fortuna maggiore di quella attinta.

Auguriamoci che il ciclo riparatore deciso dai cervelloni di via Teulada & viale Mazzini sia tale da risultare davvero una riparazione, poiché lo stesso fatto di essere stato preceduto dal ritorno del grande protagonista sugli schermi delle sale cinematografiche ne riduce l’effetto. Se la Tv fosse arrivata prima, la rievocazione sul piccolo schermo sarebbe apparsa ben più efficace che non oggi, quando il pubblico ha visto o rivisto i film sul grande schermo, su quello panoramico, e taluni a colori. Rivedendoli sul video gli appariranno ovviamente minimizzati. Inoltre, tra quelli otto predisposti per il varo dalla Tv non c’è, ad esempio, Guardie e ladri (di Steno e Monicelli), non c’è Napoli milionaria (di Eduardo De Filippo), né Totò cerca casa (di Steno e Monicelli), e nemmeno quello stupendo film scritto e diretto da Aldo Fabrizi: Una di quelle. La Tv li ha già, taluni, presentati casualmente (magari come ’tappabuco’), ma l'amatore del genere in cui il principe Antonio De Curtis fu più che mai principe, sedendo ogni settimana davanti al televisore, vorrebbe vedere tutti quelli più validi, che hanno assicurato la fama di lui. Come rinunciare a Dov’è la libertà di Roberto Rossellini (regista pur gradito particolarmente alla Tv) nel quale Totò ha interpretato in modo inimitabile un campione umano cosi frequente nella odierna vita sociale?

Altro augurio, altra speranza che per noi si tinge di timore, è che le forbici della censura non abbiano effettuato tagli capaci di rendere minore la dimensione dei film prescelti, non soltanto misurandola a pollici.

Quali i film prescelti per il ciclo dedicato a Totò? Il programma, curato da Domenico Meccoli (è bravo, se ne intende molto, ma ha dovuto anche molto combattere con i competentoni della Rai-Tv che se ne intendono poco) si riferisce all’arco di tempo che va dal 1947 al 1966. Dal 28 marzo, ogni mercoledì (secondo canale) si seguono in quest'ordine: I due orfanelli (1947) diretto da Mario Mattoli, Totò le Mokò (1949) di Carlo Ludovico Bragaglia, Yvonne La Nuit (’49) di Peppino Amato, Totò sceicco (1950) di Mario Mattoli, Totò e Carolina (1955) di Mario Monicelli, I due marescialli (1961) di Sergio Corbucci, Il comandante (1963) di Paolo Heusch, e Uccellarci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini.

Scoperto dai giovani, riscoperto dalla Tv, dopo sei anni di silenzio più o meno assoluto, è arrivata dunque per Totò una inaspettata stagione di celebrità, grazie anche alla straordinaria potenza divulgativa del mezzo televisivo, ed eccolo consacrato il più famoso attore comico.

1906 Antonio Clemente 000 000 LQuando e dove nacque Totò? Secondo lui, nel più famoso rione di Napoli, perché così egli definiva il rione Sanità; secondo l'anagrafe, il 15 febbraio 1898; secondo il suo più affettuoso e gustoso biografo, Goffredo Fofi, autore dell’ormai introvabile ”Totò” (Edizioni Samonà e Savelli), da Giuseppe De Curtis e Anna Capitani, praticamente in miseria.

Sul blasone di Totò-principe si è molto detto e scritto: ereditato ai tempi delle Crociate, comprato o avuto per adozione o in qualunque altro modo, il titolo di 'principe’ risulta in piena regola per Antonio De Curtis, in arte Totò, nei Gotha italiani, e i processi vinti contro temibili concorrenti dell’attore, glielo hanno garantito con piena conferma.

Antonio De Curtis frequentò le elementari "più per la strada che in classe” e messo in collegio, grazio all’intervento di uno zio, non vi emerse molto come scolaro diligente, ma già moltissimo come imitatore allora in voga, con alla testa Nicolino Maldacea (il suo idolo). Poiché i dirigenti del collegio — il Cimino — non volevano che l’Istituto diventasse una succursale del 'Varietà', gli aprirono la porta prima che avesse conseguito il diploma.

Cominciò a fare il teatro dell'arte (e con questo la fame) costruendo il proprio personaggio senza essere ispirato da nessuno. Il frac di Totò era di suo nonno, e i calzoni a mezz’asta di suo padre. Il nome era il suo, nel diminutivo napoletano che di ogni Antonio fa un Totò. Senza alcun riferimento, senza nessuna imitazione, aggiunse una bombetta e un laccio da scarpe come cravatta. Dopo essersi fatto lodare e poi ammirare nelle riunioni di famiglia e di quartiere, tentò il grande passaggio al palcoscenico nelle 'periodiche’ e nelle 'staccate', a Napoli e dintorni, con farse a soggetto della "Compagnia” di Peppino Villani, e in altre ugualmente piccole, insieme a "Pulcinella", uno dei tanti in sedicesimo che allora pullulavano.

Gli 'artisti’ si radunavano in camerino, Pulcinella seduto, i più importanti degli altri lo stesso, e i ragazzi, fra i quali Totò, in piedi. Pulcinella spiegava il 'canovaccio’ della commedia e indicava la battuta che avrebbe detto lui e alla quale quello o quell’altro dei suoi 'attori' avrebbe dovuto controbattere inventando. Un canovaccio sul quale dovevano 'ricamare', e i primi titoli di quei non sempre applauditi lavori nei quali si cimentò il giovane De Curtis furono La camera affittata per tre e La scampagnata dei tre disperati. Tale vecchia 'arte' eserciva l’attore a improvvisare, a sciogliere lo scilinguagnolo, e Totò seppe trarne profitto.

1925 Antonio Clemente 000 000 LLa méta del giovane comico era ormai Roma, dove esistevano locali in grado di 'etichettare’ un artista: il Teatro Jovinelli e la Sala Umberto, due importanti pedane per un bel salto verso la celebrità. Aldo Jovinelli, il giovane Totò (era il 1917) imitava con successo un comico in gran voga, Gustavo De Marco, con macchiette presentate secondo la moda del tempo. Ma era nei finali di tali macchiette che egli trascinava il pubblico (un pubblico piuttosto esigente) all’entusiasmo con una sorta di danze sincronizzate da gesti, mosse, smorfie, al ritmo dei piatti e della grancassa, con tale perfezione che destò invidia e ammirazione di acrobati di professione. Nasceva così la caratteristica 'marionetta disarticolata’ di Totò, resa singolarissima dalla bazza ben pronunciata che doveva formare la gioia dei carica-turisti.

Nel 1926, il ventottenne attore comico, dopo il caffè-concerto, affronta una nuova esperienza: l’impresario Achille Maresca lo chiama nella sua compagnia di riviste e operetta nella quale trionfa Isa Bluette, la ’Eva’ delle italiche soubrettes (in seguito moglie di Nuto Navarrini, recentemente scomparso). Totò vi trova come 'spalla’ il bravissimo Mario Castellani che gli sarà compagno per tutta la carriera nel Teatro, nel Cinema e nelle rare apparizioni in Tv. In repertorio figurano Madama Follia, Mille e una donna, Girotondo eccetera, di Ripp e Bel Ami (i Garinei e Giovannini degli anni Venti).

Con questa aureola di conseguiti successi, Totò, nel 1928, viene scritturato al Teatro Nuovo di Napoli e recita con la compagnia di Luciano Molinari (altro divo del varietà di allora) in farse napoletane di Eduardo Scarpetta e di Antonio Petito, per le quali ha spesso come partner Titina De Filippo: Un turco napoletano (portato poi sullo schermo con successo notevole), ’Na criatura sperduta, ’O balcone ’e Rusinella e altre. Nel 1929 passa alla Compagnia "Cabiria” per tornare l’anno dopo con Maresca.

Il richiamo del varietà lo riporta agli antichi amori negli anni 1931 e ’32. In questo genere di spettacolo la sua inventiva, staremmo per dire fisica, ne fa un attore inimitabile. Per un potere di misteriose cause anatomiche, sa rendere autonome tutte le parti del corpo: braccia, gambe, occhi e perfino la testa, che appare ’svitabile’. In una assurda sinfonia di movimenti inventa contorsioni e distorsioni da marionetta. Dritto come un palo di fronte alle sue ballerinette, si piega d’improvviso in modo da formare con la metà del corpo dalla cintola in su, piegata orizzontalmente, un perfetto angolo retto con l’altra metà. Ma ecco che collo e testa tornano verticali, e un ondeggiamento ripetuto di tutto il corpo lo porta con il capo all’altezza delle caviglie di una delle ragazze, per salire, di onda in onda, alle ginocchia, al ventre, ai seni, al volto di lei. Comiche espressioni del viso, gli occhi sbarrati o incrociati, la bazza fluttuante da destra a sinistra e viceversa, sottolineano l’approvazione del controllo di ogni zona passata in rassegna.

Le gags non si contano e perdono il loro valore a descriverle; come quando, colpito dal fascino di una soubrette, trae di tasca una spazzola ricurva, ci si spolvera la bombetta senza togliersela dal capo, se ne serve per ravviarsi ciglia e sopracciglia e la rimette in tasca compiaciuto, mostrando tutti i denti alla 'preda' in un sorriso che evidenzia il desiderio di ammaliare e sbranare.

E il suo cuore che cosa ha fatto finora?

Ha battuto dapprima su un ritmo sentimentale, poi passionale. La cronaca non ha registrato, naturalmente, i nomi delle compagne degli inizi e dei primi passi; amori fugaci, che forse non furono neanche sempre a-mori, ma qualche volta sì. E allora la cronaca non solo li registra, ma ci ricama sopra.

1926 Liliana Castagnola 00 LFra il 1929 e il ’30, Totò ebbe un periodo d’amore con una compagna di palcoscenico: Liliana Castellana (5), che secondo qualche bene informato ispirò a Guido Da Verona il famoso romanzo Mimi Bluette, fiore del mio
giardino, che fece piangere le sartine di tutta Italia e far tardi la notte, con il lume acceso sul comodino, i coniugi di ogni ceto ed età per leggere le struggenti pagine.

Insensibile ai giovani ’viveurs’ e ai maturi 'dongiovanni’ che le inviavano omaggi floreali e l’attendevano all’uscita degli artisti per rinnovarle le loro profferte d’amore, Liliana Castellana (5) non vedeva che Totò e a lui si attaccò con una fedeltà che se dapprima mandò il giovane comico in visibilio, finì poi per stancarlo. Se ne stancò tanto che, ogni giorno, andava a riposarsi fra le braccia di altre, spesso bellissime.

Quando Lilana Castellana (5) accertò che i suoi sospetti erano fondati, non esitò a togliersi la vita. Anche un comico può essere protagonista di una tragedia. Sulla pietra tombale della famiglia De Curtis, nel cimitero di Napoli, è inciso anche il nome di Liliana Castellana (5).

Fu probabilmente per superare il conseguente choc che Totò si legò, sposandola, a Diana Rogliani, nel 1932. Da lei ebbe una bambina cui egli volle imporre il nome di Liliana e grazie alla quale le affrettate nozze non naufragarono che nel 1939.


1973 03 Settimana TV 2 intro

Dal teatro dell’arte napoletano e dalle "sceneggiate” sale alla ribalta nazionale - Poi arrivano gli anni neri della guerra, ma lui trova il coraggio di sfottere i potenti rischiando di persona - Il pubblico, però, non è ancora pronto a capire la sua comicità più genuina

E così, come abbiamo visto nella puntata della scorsa settimana, il Totò quasi posteggiatore che si esibiva in casa di amici, e nelle strade, e nei bassi del quartiere natio, il Totò del Teatro dell’Arte, il Totò delle sceneggiate nei teatrini di Napoli e dei paesini del circondario, il comico - macchietta del caffè-concerto, il Totò maturato poi attraverso anni di esibizioni nelle operette e nelle riviste della Compagnia di Achille Maresca con tournée nelle principali città della Penisola), nel 1933 diventa capocomico. Marito di Diana Rogliani e padre di una bambina, Liliana (lo stesso nome della soubrette Castagnola che si è suicidata per lui), Totò — trentacinquenne — vuole diventare qualcuno, senza dipendere dagli altri. Con Compagnia propria può ora passare, con lo stesso successo, da piccoli locali a teatri di un certo livello. A Roma, per esempio, dallo Jovinelli all’Eliseo.

1933 Toto 032 LLa sua Compagnia è un avanspettacolo, genere in auge negli anni Trenta, ricercatissimo e applauditissimo. L’avanspettacolo agisce nei cinema-teatro, fra una programmazione e l’altra del film; dà due spettacoli al giorno, qualche volta tre; una bella sfacchinata. Il successo è innegabile, ma un capocomico deve avere il cuore duro se vuole che il bilancio si chiuda almeno in pareggio; e il cuore di Antonio De Curtis, in arte Totò, è facile a contrarsi, tenero, arrendevole come le articolazioni del suo fisico disarticolato Quando vede che un suo scritturato non se la cava con la magra paga assegnatagli, gliel’aumenta senza aspettare di sentirselo chiedere.

Se il mondo è piccolo, anche preso tutto insieme, figuriamoci che cosa poteva essere il ristretto mondo di una compagnia d’avanspettacolo.

Il fine-dicitore che, mettiamo, si è visto aumentare spontaneamente il cachet (la paga, in gergo teatrale), lo dice esultante alla soubrette, che non mancherà di riferirlo alle 4 girls 4, e queste agli altri (pochi) elementi che formano il cast. Per non rimetterci troppo, Totò la pianta di fare il capocomico e nel ’36, invece di scritturare, si fa scritturare.

Le sue compagne di palcoscenico si chiamano Ilda Springer, Clely Fiamma (figlia di Bruno Cantalamessa e indiavolata caratterista, dotata di notevole carica comica e di una voce eccellente. Una Delia Scala avanti lettera. Oggi Clely Fiamma è ancora sulla breccia per i programmi di teatro comico e varietà della Rai), Wanda Osiris, ancora alle prime armi e non ancora complessata dalle scale. Altra compagna di Totò in questo periodo è Gioconda da Vinci: non è discendente di Leonardo, ma così giovane è già avviata abbastanza in alto; statura, senza tacchi, un metro e 85, un palmo più di Totò, il quale non manca di sfruttare i venti centimetri di differenza per ottenere effetti esilaranti. Quando parla con Gioconda da Vinci, non potendo fissarla negli occhi ripiega... più in basso e di tanto in tanto si volge verso il pubblico per mormorare: "Questo viso non mi è nuovo...”. La stessa frase la utilizzerà in seguito, quando una ballerinetta, in sua presenza, fingendo di allacciarsi le scarpe gli volterà la schiena, mettendo in mostra una bella... luna appena coperta dallo slippino: "Questo viso non mi è nuovo!”.

Altre partner del comico napoletano nella seconda metà degli anni Trenta: Lina Gennari, simpatica e brava cantante che alterna la propria attività fra la ribalta e i microfoni dell’Eiar (la Rai di allora); Clery Sand, l’austro-ungherese Erzi Paal e altre. Fra i titoli del repertorio vanno ricordati: Era lui... sì, sì... Era lei... no, no, Il mondo è tuo, Belle o brutte mi piaccion tutte, Se quell’evaso fossi io, Fra moglie e marito, la suocera e il dito, i Tre moschettieri di Nelli e Mangini. In questa rivista, a fianco di Totò-D’Artagnan sono due Guglielmi: Inglese e Sinaz. Guglielmo Inglese è ancora ricordato da molti, sicuramente, per riuscite caratterizzazioni cinematografiche in film degli anni Cinquanta con le quali divertiva sfoggiando un esasperato dialetto barese. Guglielmo Sinaz, che, sempre in cinema, divenne poi un ottimo attore drammatico, si suicidò buttandosi dalla finestra del suo appartamento al Flaminio, mentre giungevano a Roma gli alleati, nel giugno del ’44. Nessuno ha mai capito perché.

Tornando alla rivista Tre moschettieri, Totò, Inglese e Sinaz, nelle vesti degli eroi dumasiani, arrivavano in scena a cavallo ad asinelli sardegnoli e restavano alla ribalta per una buona mezz’ora, senza che il pubblico si stancasse dei loro lazzi, non certamente da solotto, il più delle volte improvvisati.

Alcune felici creazioni personali di quel periodo, saranno spesso da Totò ripetute in futuro: il 'manichino’, il 'pazzo', il 'chirurgo', ’Tarzan’ e 'l’impiegato postale afflitto anche fuori l’ufficio dalla manìa di timbrare’; una macchietta, questa, derivata dallo Charlot operaio di Tempi moderni: ricordate?, dopo aver avvitato per molte ore i bulloni alla catena di montaggio, Charlot, fuori lo stabilimento, "avvita” i bottoni dei passanti.

Ora Totò si rende conto che la sua comicità assurda, aggressiva, estemporanea, ha bisogno di qualcuno che gli faccia eco, che sia pronto al pingpong della battuta e della controbattuta, insomma della "spalla”, e ne trova due validissime: il fedele e bravissimo Mario Castellani, e il cugino Eduardo Passarelli, altra scaltra volpe del palcoscenico che in appresso diventerà suo segretario (1).

"La spalla è importante — ha sempre sostenuto Totò — segue l'attore, lo capisce, si affiata, lo 'sente’”. E in effetti è stato proprio così, sia in teatro che nei film. Quando Totò faceva le grandi riviste teatrali non andava mai a provare e lo sostituiva Castellani.

Perché Totò non provava? ”La prova — diceva — mi raffredda, mi stanca, mi scarica. Corro il rischio di arrivare a un risultato meccanico, non più spumeggiante”. Così, il comico andava sul palcoscenico solo gli ultimissimi giorni di prove, per stabilire le entrate e le uscite; per avere nell’orecchio le battute che poi cambiava e adattava alla sua personalità. Del resto era un improvvisatore nato, anche in cinema, con un’inventiva formidabile, sempre valida ed efficace.

Nel 1937 la popolarità di Totò è tale che il cinema non può non accorgersi di lui. Il produttore Gustavo Lombardo (marito di Leda Gys e papà di Goffredo, attuale presidente della Titanus) scrittura Totò. Lombardo è napoletano, Totò pure ("Io sono partenopeo e parte napoletano”, diceva il comico): occorre un terzo napoletano per formare il numero perfetto. Il terzo napoletano è un commediografo, giornalista e autore di parole per canzoni con lo pseudonimo di ’Zorro’. In realtà si chiama Guglielmo Giannini, il futuro fondatore del partito dell’ "Uomo Qualunque”, suocero dell’ex calciatore e allenatore Fulvio Bernardini e nonno di Sabina Ciuffini di "Rischiatutto”. Guglielmo Giannini scrive soggetto e sceneggiatura del primo film per Totò: Fermo con le mani, diretto da Gero Zambuto. Vi partecipa la statuaria Erzi Paal e c’è anche una bambina "prodigio” che fa la doppiatrice cinematografica (presta la voce a Shirley Tempie, bimba prodigio ma-de in Hollywood!). La piccola attrice si chiama Miranda Bonansea, oggi ancora doppiatrice e moglie separata di Claudio Villa.

Fermo con le mani è la storia di un vagabondo che trova lavoro presso un Istituto di Bellezza. Un giorno, essendo assente la massaggiatrice, egli si traveste da donna e va a massaggiare una favolosa cliente. Eccitato, cerca di calmarsi schiaffandosi sotto la doccia; maldestramente perde la parrucca ed è subito scandalo. La massaggiata è soprattutto offesa perchè il suo amico del cuore, presente alla scena, non ha reagito con la dovuta energia nei confronti del vagabondo travestito da ’masseuse’. Per ristabilire l’armonia fra la donna e il suo 'ganzo’, il vagabondo acconsente di farsi schiaffeggiare in un pubblico locale. Dietro compenso, ovviamente. In questo modo l’altro potrà riabilitarsi agli occhi della sua bella. La baruffa che ne consegue, però, conduce i protagonisti in questura, dove il vagabondo, nel dare le proprie generalità, apprende di essere da tempo ricercato come u-nico erede di un cospicuo patrimonio.

La vena lunatica di Totò, tuttavia, risulta meglio sfruttata dai due film che seguono: Animali pazzi (1939), soggetto e sceneggiatura di Achille Campanile, e San Giovanni decollato tratto dalla commedia omonima di Nino Martoglio (un lavoro teatrale, cavallo di battaglia di Angelo Musco), girato nel 1940.

Animali pazzi, sempre prodotto da Gustavo Lombardo, è diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. Accanto a Totò c’è Lilla Dale, ballerinetta triestina, e c’è pure Luisa Ferida, in una parte di secondo piano (la Ferida, com’è noto, aderirà alla Repubblica di Salò e verrà fucilata a Milano, insieme a Osvaldo Valenti, dai Partigiani, nel 1945). La vicenda di Animali pazzi è estremamente lineare. Per entrare in possesso di una vistosa eredità — che altrimenti sarà devoluta a una specie di clinica per animali — un giovane nobiluomo deve sposare entro un certo tempo la propria cugina. Egli ci starebbe, però c’è l’ostacolo costituito da una ragazza gelosissima con la quale è in relazione. Come rimediare? Con l’aiuto di un sosia (nel film, Totò interpreta la doppia parte), naturalmente. Infatti il giovane nobiluomo riesce a sposare la cugina, a entrare in possesso della eredità e a liberarsi della gelosissima ragazza.

In San Giovanni decollato, prodotto da Liborio Capitani e diretto da Amleto Palermi, Totò ha come partner Titina De Filippo. La storia è nota: un portinaio ciabattino, devoto del Battista decollato (divertenti le chiacchierate dell’attore con la immagine sacra), da 'paraninfo’ a una coppia di giovani il cui matrimonio è o-stacolato dalle rispettive famiglie. Il tutto si risolve in bene.

1948 Diana Antonio de Curtis 001 LMeno bene si risolve la vita familiare di Totò che nel 1939, dopo anni di tensioni. divorzia (in Ungheria, una scappatoia di quel tempo) da Diana Rogliani. La figlia Liliana viene affidata alla madre, ma il comico, molto affezionato alla bambina, continuerà a vederla e ad averla con sé per lunghi periodi.

Continua, intanto, l’attività teatrale, con l’avanspettacolo. Totò, fra un successo e l’altro, conosce pure l’amarezza dell’insuccesso. Accade al cinema-teatro Bernini di Roma, in via Borgognona, quando tenta un’u-
scita di quella comocità metafisica che in seguito sarà portata alle stelle. Siamo agli inizi del 1939 e il comico napoletano, in passerella, attacca una conversazione con la 'spalla” (Eduardo Passarelli); è una chiacchierata senza capo né coda, infarcita di ”a prescindere”. Il pubblico che fino a un attimo prima aveva accolto con calorose risate il mitragliamento di scurrilità cui era stato sottoposto da parte di Totò, Passarelli e dalla soubrette, prorompe in urla e fischi. E il comico, per salvarsi, deve ricorrere al suo repertorio di contorsioni e allo scambio di battute con la 'spalla’:

— Io da piccolo ho viaggiato molto. Sono stato pure sulla riviera ligure, a Rapallo.
— Sulla riviera ligure? Ma fammi il piacere!... E a Rapallo, poi...
— Sicuro. Una volta sono uscito con mia madre e abbiamo incontrato un’amica di famiglia la quale ha chiesto alla mamma: ”Dove lo porti questo bambino?”. E mia madre ha risposto: ”A rapallo, dal barbiere...’.

Il 1939, che sembrava all’inizio decisamente nero, è invece l’anno magico per Totò, e grande merito spetta a Michele Galdieri, che è già un nome nel campo della rivista teatrale. E’ lui che porta il comico napoletano in primo piano, cambiandone completamente impostazioni e preferenze, obbligandolo perfino, in alcuni spettacoli, al 'finale’ in frac. Con don Michele Galdieri, raffinato autore, Totò conquista il sofisticato pubblico dei Parioli (l’elegante quartiere di Roma) e poi la Milano bene e gli altri spettatori chic di altre importanti città italiane.

Nel ’40, anno in cui l’Italia entra jn guerra, Totò trova una soubrette esplosiva, partner ideale: Anna Magnani, provocante e irruenta rappresentante delle belle ”bulle” di Roma. La scarmigliata ”Nannarella”, moglie non troppo soddisfatta del regista Goffredo Alessandrini, è pressoché ignorata dal cinema (i suoi primi successi sullo schermo verranno nel dopoguerra: trampolino di lancio Roma, città aperta). Per ora alterna l’attività di attrice fra prosa e varietà, con caratterizzazioni di secondo piano in filmetti brillanti.

Michele Galdieri è per Totò (e anche per la Magnani) autore e regista di azzeccate riviste, tutte di successo: Quando meno te l’aspetti (1941), Volumineide (1942), Orlando curioso (1942-’43), Che ti sei messo in testa? (1943-’44), Con un palmo di naso (1944), Il figlio di Jorio (1944) (2). Sono questi gli anni più luminosi dell’arte teatrale di Totò, che si sbizzarrisce, si scatena sul piano dell’inventiva e inizia a sfruttale una vena nuova, quella della satira, con riferimenti — meditati o improvvisati — alla dura vita del momento, non senza rischiare di attirare su di sé i fulmini del Minculpop, il ministero fascista della Cultura popolare, che si occupa anche di spettacolo.

In questi anni difficili, Totò non ha tempo e voglia per l’amore. Per l’amore vero, vogliamo dire, perché le avventure non gli mancano, né lui le trascura. E non trascura nemmeno il cinema. Nel 1941 interpreta L’allegro fantasma, prodotto da Capitani e Fono Roma, regìa di Amleto Palermi, partner femminile Amelia Chellini. Nel 1943 gira Due cuori fra le belve (produzione Cinesi per la regìa di Giorgio Simonelli su soggetto e sceneggiatura di Vittorio Metz, Steno e Vincenzo Rovi, tre redattori del "Marc’Aurelio”, bisettimanale umoristico, il più popolare di quel tempo. Nel cast figurano Vera Carmi, Enrico Glori e Primo Camera, ex campione del mondo dei pesi massimi.

Dopo l’8 settembre del ’43 (il regime è crollato da circa un mese e mezzo) si costituisce a Salò la Repubblica sociale italiana e si ricostituisce il partito fascista. Totò si trova a Roma ed è costretto a fare i salti mortali per evitare di essere 'trasferito’ al Nord, come accade a molti attori, registi e autori che volenti (pochi) o nolenti (molti) vanno a formare la cinematografia della Rsi, a Venezia. La città lagunare non è più sfarzosa e mondana come ai tempi del Festival e delle 'Coppe Mussolini’; grigia, triste, è poco produttiva anche dal punto di vista dei film realizzati.

Totò in quei momenti sì sente tenuto d’occhio, perché, già durante i primi anni di guerra, il regime che impone la bocca chiusa e castiga col duro confino i 'mormoratori’, sa che dal palcoscenico il comico si lascia scappare pesanti battute. Se ne spaventa Galdieri; ma anche Totò — lo ha scritto — ha "una fifa terribile”. Dopo, però; dopo ogni volta che gli scappa una battuta pericolosa.

1944 Che ti sei messo in testa 02 LNella Roma dei primi mesi del 1944 c’è poco da stare allegri, col coprifuoco, la fame nera e la borsa ugualmente nera. I cittadini, dopo il tramonto, devono starsene tappati in casa. Gli spettacoli teatrali, per forza di cose, si svolgono nel pomeriggio ed è difficile lo stesso trovare il pubblico perché fascisti e tedeschi effettuano sempre più spesso le 'retate’ e i romani non vogliono correre il rischio di essere presi e spediti in Germania. Qualche settimana prima che le truppe angloamericane arrivino nella capitale, qualcuno telefona a Totò avvertendolo che farebbe bene a starsene ’inguattato” perché hanno intenzione di andarlo a prelevare (i fascisti, ovviamente) per portarlo al Nord. E Totò si ’inguatta’. Forse in casa di un compiacente e pure coraggioso amico. Mentre è nascosto, in attesa della liberazione, ripensa ai rischi corsi durante gli ultimi spettacoli, quando ha preso in giro la censura nazifascista, il razionamento dei viveri, il linguaggio del 'mercato nero’ (farina uguale cipria; uova uguale palline) con dialoghi telefonici di questo tipo: ”Ho trovato un chilo di cipria e una mezza dozzina di palline; venite stasera da noi...”. ”Benissimo! Noi portiamo la Francesca (cioè la ciccia; carne, in romanesco)”. E’ ovvio che si sarebbe trattato di una cena a base di fettuccine e bistecche.

Nella rivista Il figlio di Jorio, (2) Totò-Aligi si ridesta dopo 700 anni e si ritrova in Italia, nel '43. E invita le 'pecore' a smettere di 'belare' e a diventare lupi. Se una di quelle sere, a teatro, fosse stato presente un fascista velleitario (perché magari di fascisti, fra lo scarso pubblico ce n’erano), altro che trasferimento ai Nord. In uno degli sketches Totò-Aligi era a colloquio con il portiere di uno stabile. Il portiere gli chiedeva l’età e avanzava l’ipotesi che fosse della classe 1924. Totò rispondeva:

— Nossignore, sono del ’25.
— Del ’25? Allora ti devi presentare... (in quel periodo la classe 1925 era stata chiamata alle armi dalla Repubblica di Salò). Ti devi presentare, capisci?

E Totò, allungando una mano, per stringere quella del portiere:

— Aligi... Fortunatissimo!
— Ma no — replicava il portiere — che hai capito? E’ in un altro modo che ti devi presentare...

Totò allora univa le dita della mano destra a ’pi-jna e battendosi la fronte, a significare ”tu sei picchiato”, diceva:

— E chi si presenta!?!?

(dopo di che si metteva una barba finta). Roba da fucilazione, visto che i chiamati alle armi (e i richiamati dal bando del generale Graziani) preferivano nascondersi o darsi alla macchia, piuttosto che indossare la divisa dei 'repubblichini’. Totò, nascosto, pensava a quanto era stato incosciente e intanto sperava che gli angloamericani facessero presto ad arrivare a Roma, provenienti da Cassino e da Anzio.


1973 03 Settimana TV 3 intro

I suoi film si realizzavano con poco e incassavano molto - Nastro d’argento (1951) per Guardie e ladri” (che la TV ha inspiegabilmente ignorato) - Dal breve amore con Silvana Pampanini a quello vero e sincero con la bella Franca Faldini

Il 4 giugno 1944, l’attesa di Antonio De Curtis, in arte Totò (nascosto per evitare d’essere trasferito al Nord dai fascisti ”repubblichini”), è appagata: le truppe americane e inglesi arrivano finalmente a Roma e il comico napoletano può lasciare il rifugio dove si era ”inguattato”. Riprende a farsi vedere in giro, riprende a mangiare decentemente e soprattutto riprende l’attività teatrale.

1945 Il ratto delle Sabine 002 LIn questo periodo il mondo cinematografico della capitale "liberata” dagli alleati è a terra e i cinematografari pensano che, per risollevarsi, il meglio da fare sia puntare su Totò. Infatti, uno dei primi film di quell’incertissimo periodo è Il ratto delle Sabine, prodotto dalla Capitani Film. Il regista Mario Bonnard mette accanto a Totò il bravo Campanini, Lia Corelli, Clelia Matania, Olga Solbelli e Aldo Silvani.

La vicenda, scritta da Mario Amendola, racconta le traversie di una compagnia di guitti capitata in una cittadina di provincia per alcune recite. Incassi magri e fame, fino a che un maestro del luogo, autore di un mai rappresentato dramma in versi, Il ratto delle Sabine, propone al capocomico il suo lavoro offrendo anche un compenso. Il responsabile di quella compagnia accetta la proposta. La sera del debutto il teatro è gremito perché malgrado il desiderio dell’autore di conservare l’anonimo, tutti i suoi concittadini, al corrente della cosa, vogliono assistere alla recita la quale, manco a dirlo, si risolve in un colossale fiasco, con conseguente parapiglia che coinvolge pubblico, guitti e il povero ambizioso autore.

In questo film, che indubbiamente — come afferma giustamente Gaetano Fofi (3) — fornirà l’ispirazione, mai confessata, a Fellini e Lattuada per il loro Luci del varietà e a Steno per Vita da cani, Totò sfoggia tutte le sue eccellenti qualità di mimo facendo del guitto capocomico una stupenda caratterizzazione.

E siamo al dopoguerra. Il comico napoletano, con la ricostituita compagnia, lascia per la prima volta l’Italia e va a fare una tournée in Spagna dove fra il 1945 e il 1946 furoreggia nei teatri della penisola iberica, soprattutto a Barcellona. Al ritorno in patria, Totò pensa a un grosso spettacolo di sapore satirico. Per questo, fa lavorare insieme due vecchi e collaudati autori di sua fiducia, Nelli e Mangini, con due giovani promettentissimi: Garinei e Giovannini che hanno sfondato con il settimanale umoristico Cantachiaro e una serie di riviste che ne hanno ripetuto il titolo. Nasce così Ma se ci toccano nel nostro debole..., cui seguono due grossi successi di Michele Galdieri: C'era una volta il mondo (1947) e Bada che ti mangio (1949) dove l’attore continua a proporre la straordinaria galleria di personaggi, di situazioni comiche, di frecciate satiriche (adesso non deve avere più paura) e di caricature impietose.

Si deve anche a queste ultime riviste, se, dopo il grosso pubblico, anche una parte dei cosiddetti "intellettuali” si accorge di Totò, di questo grande comico inquietante che sembra fisicamente in polemica con la civiltà meccanica; che ha il magistero dell’improvvisazione e il gusto della battuta fulminante; che propone una interpretazione nuova, stralunata e ’napoletana’ dell’assurdo alla Petrolini; che ha l’arte del grande mimo e che sa trascinare la platea alla risata irrefrenabile, vuoi quando dirige una invisibile orchestra o attraversa di corsa palcoscenico e passerella al suono elettrizzante della marcia dei bersaglieri, vuoi quando si irrigidisce in una immobilità astratta, come dominato da un torpore metafisico.

1949 Bada che ti mangio 003 LQuanto alla rivista galdieriana Bada che ti mangio, c’è da ricordare che, nonostante la prestigiosa sigla Errepi, ossia l’impresario Remigio Paone, e il grosso battage pubblicitario, alla prima rappresentazione a Milano lo spettacolo fece un fiasco colossale. Ma fu quel fiasco che collaudò il gusto acquistato ormai da Totò, il quale preso in pugno il copione di Galdieri, lo tagliò, lo trasformò, lo sistemò in maniera che poi le repliche si susseguirono e furono successi sempre maggiori per due stagioni. Tutto quello che trovò inutile, che aveva giudicato pesante, barboso, retorico, scomparve sotto la bacchetta magica del comico, e, a sostituire ogni passo soppresso, fiorirono trovate comiche, battute, gags di inarrivabile carica umoristica.

Isa Barzizza, Elena Giusti, il fantasista Rudi Bauer e Mario Castellani, che la sera milanese del fiasco avevano pianto, adesso ridevano beati, proprio come i coautori Galdieri e Totò. Il bravo e fedele Mario Castellani fece anche la proposta di cambiare titolo alla rivista, chiamandola Totoneide. Lo spettacolo, infatti, poteva definirsi una vera sagra di Totò che vi imperava dalla presentazione al finale, allietato questo da fuochi d’artificio, corsa sulla passerella a passo di carica, orchestra in scena. Il batterista, poveretto, doveva sudare ogni sera sette camicie per seguire l’indiavolato Totò nella irresistibile conclusiva sparata.

Nel cuore di Bada che ti mangio, il comico era apparso come un uomo dell’avvenire, un robot con la corazza di latta, i manometri, la bombetta metallizzata sormontata dall’antenna radio; si era cimentato nella fecondazione artificiale in cui finiva per essere fecondato; sfortunato e maldestro lavorante, combinava guai in un istituto di bellezza. E in ogni nuova personificazione sparava slo-gans come quello non dimenticato: Siamo uomini o caporali?, che, tirato fuori con noncuranza tra una battuta e l’altra, ogni volta provocava un Niagara di risate e di battimani. In linguaggio militare, i caporali non sono mai di ramazza: non scopano. Quindi non sono uomini.

Intanto, mentre continuava l’attività teatrale, i produttori cinematografici non avevano mollato Totò, ma gli si erano attaccati come ostriche. Nel 1947 apparve sugli schermi il bizzarro e scucito film I due orfanelli, che nonostante la bravura del comico napoletano e di Carlo Campanini resta una "schifezza” come definiva Totò quel genere di farse puerili.

La nostra Tv non ha davvero saputo scegliere — come abbiamo già rilevato nella prima puntata di questo servizio — aprendo il revival del ”principe-clown” con una delle più deboli pellicole di quel genere da serie B. Nel 1948 il numero dei film di Totò passa da uno a due: Fifa e arena di Mario Mattòli (con Isa Barzizza, Mario Castellani e Alda Mangini) e Totò al giro d’Italia, sempre per la regìa di Mattòli. Fra gli attori figurano Gino Bartali e Fausto Coppi in divertenti caratterizzazioni comiche di loro stessi.

Nel 1949 i film interpretati da Totò non sono più due, ma cinque. E scoppia il boom che è destinato a dilatarsi negli anni successivi! un boom che prende il via dagli incassi di Fifa e arena (395 milioni e quinto posto nella graduatoria commerciale) e da Totò al giro d’Italia (302 milioni; ottavo posto in classifica). I cinque film del ’49 sono Yvonne la Nuit (regìa di Peppino Amato, con Olga Villi, Eduardo De Filippo, Gino Cervi e Frank Latimore), I pompieri di Viggiù (diretto da Mattòli, un’antologia di sketches che accanto a Totò vede Isa Barzizza, Nino Taranto, Carlo Campanini, Carlo Dapporto, Wanda Osiris e Silvana Pampanini; questo film incassa 400 milioni e si classifica al quarto posto della graduatoria commerciale); Totò cerca casa (di Steno a Mario Monicelli, con Alda Mangini, Aroldo Tieri e Marisa Merlini); Totò le Moko di Carlo Ludovico Bragaglia, con Carla Calò, Gianna Maria Canale, Carlo Ninchi e Franca Marzi (attualmente moglie dell’ex pugile Franco Festucci), e infine L’imperatore di Capri, diretto da Luigi Comencini, con Yvonne Sanson, Marisa Merlini e Alda Mangini.

D’ora in poi i soggetti forniti a Totò sono spesso e saranno più che mai delle farse raffazzonate; un pretesto per l’interpretazione (ed è per essa sola che si salvano) del grande comico. Per i produttori costituiscono un filone d’oro. Costano poco soprattutto perché grazie a Totò si riesce a girarli in poche settimane, perfino tre. Inoltre non si spreca un metro di pellicola perché il grande attore non ha mai bisogno di ripetere una scena; per il regista è sempre "buona la prima!”.

1952 Toto a colori 011 LUna certa rilassatezza professionale non fa spremere le' meningi ai soggettisti e agli sceneggiatori, impegnati del resto come sono a 'inventare’ una storia dopo l’altra. Gli autori si impegnano con deplorevole trascuratezza.

Uno di loro, Marcello Marchesi (il popolare 'signore di mezza età) ha onestamente confessato quanto noi affermiamo nella prefazione al suo libro Essere o benessere (Rizzoli, 1962). Scrive Marchesi: "Ricordo che un giorno, mentre sceneggiavo con Metz il film Totò Tarzan e Totò le Moko, insomma una Totoata, insistevo con Vittorio perché vi fosse una sequenza 'poetica' fra una torta in faccia e l’altra. Vittorio Metz mi afferrò per un braccio e con un ghigno satanico, attenuato dallo spessore delle sue lenti appannate, mi disse: ’A Marce’, Totò non ha bisogno di due poeti; ha bisogno di due complici’

Le "Totoate” rappresentarono un filone d’oro per i produttori; fecero, infatti, registrare incassi formidabili (quando i biglietti d’ingresso nei cinema costavano 200-300 lire) e poiché il numero di questi film andò aumentando con progressione geometrica di anno in anno, è lecito affermare che furono per un lungo periodo la spina dorsale della nostra industria cinematografica.

Se si spiega come, arrivati al boom quantitativo, Totò si piegasse a interpretare anche le 'schifezze’, può restare oscuro il perché vi si fosse rassegnato in principio. Sta di fatto che oltre alle proprie condizioni economiche, egli guardava preoccupato e preoccupandosene, anche a quelle degli attori, dei generici, delle comparse, dei tecnici e di quanti altri lavoravano sul set e intorno al set. Era perciò ben felice che anche quel lavoro di non soddisfazione potesse valere allo scopo di migliorare la situazione sua e altrui. D’altra parte egli aveva conosciuto bene la miseria. Diceva: ”Io so a memoria la miseria e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza, la disperazione della solitudine di certe squallide camerette ammobiliate, alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffelatte, la prepotenza esosa degli impresari; la cattiveria del pubblico senza educazione. Insomma, non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita”.

A proposito di solitudine, nel 1950 — anno in cui Totò lascia definitivamente il teatro per passare al cinema (tornerà in rivista nel 1956, ma ne parleremo più avanti) — il comico crede di aver trovato la medicina per curare il "male di essere soli”. Il farmaco si chiama Silvana Pampanini, una giovane attrice (cantante lirica mancata) che Totò aveva avuto a fianco sul set de I pompieri di Viggiù (1949) e che si ritrova accanto quando gira 47 morto che parla, diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. L’amore che ne seguì movimentò la vita privata dell’attore. Sembrava un apporto destinato a durare a lungo e invece appassì nel giro di pochi mesi. Fu in questo periodo che l’amareggiato Totò scrisse la nota canzone Malafemmena:

Femmena, tu sì
’na malafemmena chist’uocchie ’e fatto chiagnere lacreme e ’nfamità. Femmena, tu si peggio ’e ’na vipera, m’e ’ntussicata l’anima,
nun pozzo più campà. Femmena, sì ddoce
comme ’o zucchero però sta faccia d’angelo
te serve pe’ ’ngannà...
Femmena,
tu sì ’a cchiù bella femmena, te voglio bene e t’odio
nun te pozzo scordà...

A consolare Totò non valse il prestigioso Nastro d’Argento (l’Oscar italiano del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici) che gli fu assegnato nel 1951 per Guardie e ladri. Questo film fu uno dei migliori del grande comico che aveva accanto un formidabile Aldo Fabrizi (che era anche sceneggiatore della vicenda), Ave Ninchi e Rossana Podestà. La regìa era di Steno Monicelli.

A questo proposito, non si capisce perché la nostra Tv non abbia inserito nella serie dedicata a Totò Guardie e ladri, questo film eccezionale dove per la prima volta la maschera sofferta del comico assunse un piglio grottesco, drammatico.

Nel 1952, l’attore è in crisi. In quell’anno gira Totò a colori (il primo film italiano 'colorato’) e le luci utilizzate per le riprese gli danneggiano la vista. La sua grave malattia, però, è ancora la solitudine. Per la seconda volta pensa di guarirne e accade quando incontra sul set del film Totò e le donne una giovane attrice e soubrette: Franca Faldini, tornata da poco in Italia dagli Stati Uniti.

La grazia e la semplicità di questa giovane colpiscono Totò e stavolta è il vero grande amore. Franca Faldini recita al fianco dell’attore in qualche film, finché nel 1954, mentre si gira Totò all’inferno, il popolare comico entra in paradiso sposando in Svizzera quella giovane che gli ha fatto tornare la fiducia negli affetti. (4)

Franca Faldini rinuncia al cinema per dedicarsi esclusivamente al ruolo di moglie. L’unione si rivela felicissima ed esalta la innata tendenza dell’attore a dedicarsi finalmente alla casa e alla famiglia...

Luciano Mattino


La serie degli articoli realizzati da Luciano Mattino sul periodico "Settimana TV" dedicati a Totò, termina qui. Appena saranno disponibili i numeri successivi, provvederemo alla loro pubblicazione. Per completare la lettura della biografia, vi rimandiamo al nostro articolo completo di tutti gli avvenimenti della vita di Totò, personali ed artistici, suddivisi per anno.


NOTE

  • (1) Eduardo Passarelli, ottimo caratterista, fratellastro dei De Filippo, sarà una delle spalle più assidue, specie in campo teatrale, di Totò. L'autore dell'articolo, intendeva riferirsi a Eduardo Clementeil quale coadiuvò Totò dall'inizio degli anni '50 fino alla sua morte, nelle funzioni di segretario, amministratore e factotum.
  • (2) Da precisare che "Il figlio di Jorio" è uno sketch inserito nella rivista Che ti sei messo in testa? (1944)
  • (3) Goffredo Fofi
  • (4) Come dichiarato dalla stessa Franca Faldini in molte interviste, postume alla morte di Totò, i due "inventarono" la storia del matrimonio in Svizzera per mettere a tacere la stampa bigotta, che prese di mira la coppia, non legata "ufficialmente", per la loro differenza di età.
  • (5) Liliana (Eugenia) Castagnola fu la soubrette che nel marzo del 1930, si tolse la vita per amore di Totò.

Il Piccolo  Luciano Mattino, «Settimana TV», anno XX, marzo-aprile 1973