Prima di morire voleva lasciare la Faldini e ritornare da sua moglie

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La vita privata di Totò nel racconto della nipote

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«Mio nonno», dice Diana Buffardi De Curtis «è sempre stato un uomo solo che doveva comprarsi l’affetto di cui aveva bisogno: solo la moglie l’ha amato davvero» • «Da piccola, mi vergognavo di lui» • «Alla nascita, Totò fu registrato all’anagrafe come figlio di NN: solo sul letto di morte suo padre lo ha riconosciuto» • «Ogni giorno metteva alla prova la sua virilità: questo ritmo gli è stato fatale»

1955 Liliana de Curtis 013 1955 Diana L« Avevo otto anni quando ho cominciato ad amare Totò e ad essere orgogliosa di chiamarlo nonnino. Fino ad allora lo avevo considerato un buffone e mi vergognavo di esserne parente. Frequentavo il collegio francese di Trinità dei Monti, la scuola più chic di Roma, un ambiente snob e sofisticato, bambini accompagnati da maggiordomi e governanti, mentre Totò era un pezzente che divertiva la gente con le disavventure tipiche del povero diavolo napoletano. Mio fratello Antonello ed io arrivavamo a scuola con l'autista in livrea, a bordo di una Cadillac, bianca in primavera o nelle giornate di sole, nera in autunno e inverno: le automobili, ovviamente, erano state acquistate con i soldi del nonno. Anche la retta scolastica era lui a pagarla. Ma io evitavo, quando mi era possibile, di rivelare che Totò era il padre di mia madre. A casa sua, poi, ci andavo raramente e sempre malvolentieri ».

E' Diana Buffardi De Curtis che parla: 22 anni, molto bella, esuberante e vivace, adora il cinema e vorrebbe fare l'attrice. Per ora gestisce un ristorantino sofisticato, la "Cave Mirabelle", in via di Ripetta. Vive modestamente nonostante la cospicua eredità del nonno, ormai dilapidata dopo soli dieci anni.

« Un giorno, era l'estate del 1963, finita la scuola, io e mio fratello dovevamo partire per Capri, dove trascorrevamo le vacanze. Anche mio nonno andava a Napoli per girare un film e si offrì lui di accompagnarci. A quel punto ebbi una crisi : "Io un viaggio con Totò non lo faccio", protestai con mia madre. "Mi vergogno". Lui lo seppe e si precipitò a casa nostra. Fu la prima volta che parlammo a quattr'occhi: "Io non sono Totò", mi disse prendendomi sul le sue ginocchia: "io sono il tuo nonnino. Se tu mi conoscessi meglio ti renderesti conto di quanto ti voglio bene". Andai a Napoli con lui e fu il più bel viaggio della mia vita perché tra me e Totò nacque un affetto profondo.

« E’ stato sempre il suo destino di essere apprezzato e amato in ritardo: non solo dal pubblico e dalla critica, ma anche da coloro che gli vivevano accanto. Mio padre, per esempio, che è stato produttore di una cinquantina dei suoi film, qualche volta sosteneva addirittura che Totò fosse un idiota. Forse, pur esagerando, alludeva alla ingenuità del nonno, Totò pensava col cuore e, quindi, era di una illimitata naturalezza sia nella sua arte che nei rapporti umani. »

« Da quando se n’è andato Totò », continua la figlia di Liliana De Curtis e di Gianni Buffardi « a casa nostra è andato tutto a rotoli. Mia madre ha divorziato da papà e si è risposata. E’ partita per il Sudafrica, dove è rimasta per parecchi anni; adesso si è trasferita a Montecarlo; anche lei gestisce un ristorante, "Il Rugantino", poco distante dal palazzo dei principi di Monaco; del mezzo miliardo e mezzo ereditato dal nonno le sono rimasti solo pochi gioielli.

IL TRONO DI BISANZIO

1977 Diana Buffardi Gianni Buffardi L« Mio padre ha avuto una serie di avventure brillanti e di disavventure; ha tentato di rifarsi una famiglia assieme a una ragazza di 24 anni più giovane di lui, Igli Villani, cugina di Sofia Loren, da cui ha avuto una figlia, Francesca, nata tre anni fa. Mio fratello Antonello, a soli 25 anni, è già secondo matrimonio e vive in America: ha un figlio di 3 anni, Simone, e una bambina di un mese, Alexandra. Sono tutti infelici e soprattutto soli, perché si ostinano a rifiutare il messaggio di nonno Totò: l’unità della famiglia.

« Neppure Totò una famiglia ce l’ha mai avuta: né da bambino, né da adulto, né da vecchio. Il suo sogno, infatti, era di comprare un circo. "E’ l'unico modo", diceva "per avere una famiglia sempre unita e compatta. Sono le difficoltà a tenere vincolati gli affetti. Il denaro, le comodità, gli agi disgregano la famiglia". Totò, pover’uomo, l’affetto se l’è sempre dovuto comprare. I miliardi che ha guadagnato durante la lunga carriera gli sono serviti, più che per vivere nel lusso, per non rimanere solo. Quando ha capito che col denaro si possono comprare le persone ma non il loro cuore, era ormai troppo tardi. L’unica persona che lo ha amato disinteressatamente è stata Diana Rogliani, sua moglie, che poi Totò ha ripudiato. Gli è stata sempre vicina, cercando, attraverso noi nipoti, di incontrarlo tutti i giorni, fino alla sua morte. Purtroppo Totò è morto quando aveva deciso di lasciare Franca Faldini, sua compagna dal ’52, e tornare assieme alla moglie. »

« Mia madre andava a trovarlo tutte le sere. Negli ultimi tempi gli leggeva il giornale. Lo faceva anche con piacere, non dico di no, perché a nonno voleva molto bene, ma spesso considerava quella visita quotidiana un dovere perché il padre le permetteva di condurre un tenore di vita elevato. Anche mio padre era molto ricco, ma mia madre voleva contribuire alle spese familiari con denaro proprio, cioè quello di Totò. Infatti il nonno dava alla mamma, tutte le sere, centomila lire, oltre all'appannaggio mensile per le spese della casa, camerieri, cuochi, macchine, autisti, i nostri studi e tutto il resto.

« La casa dove Totò ha abitato negli ultimi anni, in via dei Monti Parioli, l'aveva intestata ai genitori di Franca Faldini, che, divenuti proprietari dell’appartamento per donazione, gli facevano pagare l’affitto come a un inquilino qualsiasi. E Totò era contento di pagare. Era generosissimo, non badava a spese, pur di essere attorniato da gente che gli tenesse compagnia. »

« Totò era nato a Napoli, nel rione Sanità, il quartiere più povero della città. La madre, che viveva di espedienti, aveva una relazione con un certo Pasquale De Curtis, che non aveva mai voluto sposarla, né riconoscere il figlio. Totò, quindi, fu iscritto all’anagrafe come figlio di Anna Clemente e di NN. Pasquale De Curtis si diceva discendente dei principi di Bisanzio e forse lo era davvero, ma viveva, pover’uomo, facendo il sarto ambulante. Aveva una vecchia macchina da cucire con le rotelle e si aggirava per i vicoli del rione Sanità offrendo i suoi servizi che consistevano nel rattoppare calzoni, rivoltare giacche consunte, cucire orli sfilacciati.

« Solo sul letto di morte, stando ai racconti del nonno, pare che Pasquale De Curtis si sia deciso a dare il proprio nome al figlio naturale. Totò aveva una certa età e faceva già l’attore. Essere figlio di NN a quel tempo era quasi infamanante, e il nonno è cresciuto con questo terribile complesso di inferiorità. Ecco perché, appena avutane la possibilità, cercò di ricostruire l'albero genealogico del sarto ambulante e di rivendicare la discendenza dal trono di Bisanzio. Totò non era ambizioso né vanitoso: era solo assetato di rispetto, considerazione, amore. Voleva cancellare col titolo di principe, vero o falso che fosse, un’infanzia vissuta nella miseria e nel disprezzo della società. Quando parlava dei gioielli che aveva regalato a mamma o a Franca Faldini, diceva: "i gioielli della corona". Cioè la corona di Bisanzio, eredità del sarto ambulante che non lo aveva neppure riconosciuto come figlio e dal quale aveva ricevuto in tutta la vita un solo regalo: un vestito marrone a righe alla vigilia della chiamata alle armi, nel 1917, quando Totò aveva 19 anni.

UN VESTITO PREZIOSO

« Con quel vestito addosso il nonno si sentiva un signore: ogni volta che se lo toglieva e lo riponeva nell'armadio, imbottiva le tasche di naftalina perché le tarme non glielo intaccassero. Finita la guerra e tornato a Napoli nel 1918, Totò non trovò più il suo vestito appeso all'armadio: la madre lo aveva venduto in un momento di necessità. Totò non perdonò mai alla madre quello sgarbo. Senza quel vestito Totò si sentiva condannato irrimediabilmente a fare il pezzente. Da allora, infatti, il suo legame con la madre, che prima adorava, fu caratterizzato da manifestazioni di vero e proprio odio. »

« Anna Clemente visse a lungo fra i dispetti del figlio ormai divenuto ricco e famoso: amava i gatti e ne teneva tanti per casa, e Totò glieli uccideva tutti avvelenando il cibo. Poi, a tavola, diceva alla madre: "Questa sera ti ho cucinato un bel gatto al forno". Anna Clemente è morta nel 1946: pesava 120 chili, dopo essere stata da giovane la più bella donna di Napoli. Brutto, invece, era il sarto ambulante, Pasquale De Curtis, al quale rassomigliava il nonno. »

« Tornato a Napoli dal servizio militare, affranto per la scomparsa del suo vestito elegante, Totò cercò inutilmente un lavoro. Non aveva mai imparato un mestiere da ragazzo e quindi non trovò di meglio che fare il trovarobe: alla carriera artistica non pensava neppure lontanamente. Fu il destino a prendere Totò per i capelli e a metterlo sul palcoscenico. Durante il suo giro serale di raccolta di cose vecchie, una sera Totò passò dal teatro San Ferdinando: c'erano dei costumi ormai da buttare e li avevano promessi a lui. Mentre Totò, dietro le quinte, metteva in una cesta i vestiti di scena, sul palcoscenico era in pieno svolgimento una tragedia di Shakespeare. Il protagonista aveva dimenticato di prendere con sé la spada che nella scena era un elemento determinante. Qualcuno a un certo punto intimò : "Porgetegli quella spada". Totò vide la spada appoggiata a una quinta, accanto a lui, e avendo capito: "Portategli quella spada", prese l’arma e, toltosi il berretto, entrò disinvoltamente in scena per darla al protagonista. A quel punto la platea scoppiò in una fragorosa risata. Totò, impaurito dagli sguardi feroci del protagonista, al quale aveva rovinato lo spettacolo, e paralizzato dagli applausi frenetici del pubblico, rimase per qualche secondo addossato allo scenario centrale tremante e imbarazzato. »

« Sembra che le sue smorfie abbiano talmente divertito gli spettatori e gli attori della compagnia che l’impresario costrinse a forza Totò a tornare sul palcoscenico e a ripetere quelle mosse. L’indomani tutta Napoli parlava di quel divertente incidente al San Ferdinando. Un gruppo di attori si mise subito alla ricerca di Totò per formare con lui una compagnia di avanspettacolo. Così Totò scoprì di possedere doti artistiche, per un incidente fortunoso.

LA SUA OSSESSIONE

« Per molti anni Totò nascose il denaro che guadagnava sotto il materasso. Delle banche non si fidava per niente. "Se poi mi negano i soldi, un poveraccio come me non verrà mai creduto", diceva. Finalmente Remigio Paone lo convinse ad aprire un conto in banca garantendogli che nessuno si sarebbe appropriato dei suoi soldi. Il nonno era già molto famoso e di banconote dentro il materasso ne aveva tantissime. »

« Il vero sogno di Totò », continua Diana Buffardi « era di vivere in campagna, una volta diventato vecchio, e trascorrere le giornate su un terrazzo ad osservare me e Antonello intenti a giocare. "Ogni tanto, quando il nonno vi farà cenno", ci diceva "voi salirete a trovarlo, a parlargli e a fargli una carezza. E il nonno vi darà diecimila lire".

« Il guaio era che lui non si sentiva vecchio. Misurava l’età non secondo gli anni che aveva ma secondo la potenza sessuale. Il collaudo continuo della sua virilità gli ha rovinato la vita e lo ha ucciso una quindicina di anni prima. Nonno Totò era ossessionato dal sesso: doveva fare l’amore tutti i giorni, come una prescrizione medica, con la moglie o con qualsiasi altra donna, anche negli ultimi tempi, quando aveva già 69 anni. »

« Nel 1966, un anno prima di morire, un cardiologo svizzero gli aveva predetto che, nonostante la sua fibra sana e robusta, sarebbe andato incontro a un infarto sicuro, se avesse continuato a fare l'amore col ritmo di un ragazzo di vent’anni. Ma lui non gli diede ascolto. "Tutti mi credono vecchio perché sono cieco", diceva. "Ma se gli occhi mi hanno tradito, gli altri organi sono diventati più efficienti". »

« In realtà l’operazione alla cataratta non era riuscita e Totò era diventato completamente cieco: nonostante ciò, continuò a lavorare. Sul set si muoveva disinvoltamente, come se ci vedesse perfettamente. Si muoveva guidato dalla luce dei riflettori, e sul pavimento faceva inchiodare dei pezzi di legno per meglio orientarsi. Quando Pier Paolo Pasolini lo scritturò per interpretare Uccellacci, uccellini, Totò fu l’uomo più felice del mondo. Un altro dei suoi complessi, infatti, era l’indifferenza e il disinteresse che i grandi registi dimostravano per la sua arte. Appreso, però, che Pasolini era omosessuale, Totò fu terrorizzato dal timore che il regista potesse corteggiarlo e fargli delle avances. Pover’uomo, aveva 68 anni ed era convinto che la sua virilità facesse gola, oltre che alle donne, anche agli omosessuali. Per togliere a Pasolini ogni illusione, aveva trovato un sistema secondo lui infallibile. Ogni mattina, andando sul set, salutava il regista con una stretta di mano fortissima, da vero uomo. E accompagnava il gesto con un vocione volutamente più robusto del normale: "Così", diceva "gli tolgo dalla testa qualsiasi velleità". »

« ERA GELOSO DI TUTTI »

1965 Liliana Diana de Curtis 002 L« Lui stesso raccontava che l’ossessione del sesso risaliva a un trauma che aveva subito in gioventù. Una bellissima ragazza napoletana si era innamorata di lui ma il nonno non aveva voluto sposarla. La ragazza, allora, si uccise. Si chiamava Liliana Castagnola. Appunto in suo omaggio, Totò chiamò poi Liliana sua figlia. Quando il nonno ha edificato la tomba di famiglia, ha voluto che il primo loculo fosse occupato dalla bara della sua prima fiamma. »

« Pur essendo basso, brutto e complessato, piaceva alle donne. Anche mia nonna Diana si innamorò di lui a prima vista. Di ottima famiglia fiorentina, lo conobbe nel 1931 da un palco di proscenio al teatro Gambrinus di Firenze dove la compagnia di Totò si esibiva. Lui la notò per la sua bellezza, e durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, inviò alla madre dei fiori e dei cioccolatini. Dopo lo spettacolo i genitori di nonna andarono a trovare Totò in camerino per ringraziarlo. Il nonno chiese la mano di Diana, a bruciapelo.

« Ebbe un rifiuto. I genitori della nonna non avrebbero mai consentito alla figlia di sposare un attore di avanspettacolo e per di più di 17 anni più vecchio di lei. Gli dissero: "La ragazza ha soli 16 anni, va ancora a scuola, fra un po’ di tempo ne riparleremo...". »

« Qualche giorno dopo la nonna, racimolate poche lire, anziché andare a scuola, prese il treno per Roma, col grembiule e il panierino, come si usava a quei tempi. Si sposarono senza il consenso dei genitori quando la nonna compì 18 anni ed era già incinta di mia mamma. Totò aveva 35 anni. »

« I nove mesi di gravidanza di nonna Diana furono un tormento. Chissà perché, Totò era convinto di non potere avere figli. Quando la moglie gli comunicò che aspettava un bambino, la sua reazione fu terribile. "E chi ne è il padre?", chiese alla povera nonna. "Certamente non io, dato che credo di essere sterile". "Ma se me ne sto rinchiusa in casa e in camerino dalla mattina alla sera e non vedo anima viva se non in tua presenza?", protestava candidamente la nonna. Infatti, quando Totò usciva di casa, chiudeva la moglie dentro con un robusto catenaccio. Anche la sera, a teatro (perché nonna Diana era costretta a seguirlo a teatro) mentre lui recitava, lei, povera donna, rimaneva chiusa a chiave nel camerino. "Ho assistito per la prima volta a uno spettacolo di Totò", mi ha raccontato nonna Diana "quando ormai ero una vecchia moglie, se no dovevo accontentarmi di vedere le prove. Lui non mi ha neppure permesso di occuparmi di mia figlia Liliana, perché dovevo seguirlo nelle tournées". »

« Finalmente nacque mamma, e ogni dubbio sulla paternità di Totò fu fugato dalla somiglianza che sin dal primo giorno apparve evidente. La nonna partorì all’albergo Trevi a Roma. Il nonno stava recitando all’Ambra Iovinelli e sospese lo spettacolo non appena gli arrivò la notizia del parto. "Scusatemi se sospendo la recita", disse al pubblico "ma mia moglie ha dato alla luce una creatura e io debbo andare a controllare se è davvero mia figlia". Ma non appena Totò vide la bambina disse: "Sembra il mio ritratto riflesso su un cucchiaino". »

« Il nonno era gelosissimo di tutte le persone che gli vivevano accanto, non soltanto delle donne. La mamma mi racconta che quando andavano al mare, lei e la nonna, oltre ad indossare un costume da bagno che sembrava uno scafandro, dovevano andare in giro con una vestaglia lunga fino ai piedi. Fortunatamente Totò aveva una barca e potevano andare al largo a prendere il sole e a fare il bagno. Se, però, da lontano vedevano avvicinarsi un’altra imbarcazione, allora mamma e nonna dovevano subito rimettersi l’accappatoio. Ovviamente la gita in barca avveniva senza marinaio, di cui il nonno sarebbe stato geloso. Ma lui non voleva ammetterlo: diceva che gli piaceva remare perché da giovane era stato campione di canottaggio. Non era vero. Nonno Totò era talmente pigro che non gli piaceva neppure passeggiare. »

« Una volta feci con lui un viaggio in vagone letto da Ginevra a Roma. Io frequentavo il collegio di Crans-sur-Sierre. Era la vigilia di Natale, e lui si trovava a Ginevra assieme a Franca Faldini. La mamma era venuta a prendermi per portarmi a Roma per le vacanze. Ovviamente decidemmo di fare il viaggio assieme tutti e quattro. Prendemmo due cabine comunicanti: in una si sistemarono il nonno e Franca, nell’altra mamma e io. Prima di darci la buona notte ci raccomandò di non aprire a nessuno durante la notte. "In vagone letto si verificano episodi raccapriccianti", diceva per intimorirci. "Se ne leggono continuamente sui giornali. Bisogna stare molto attenti". In realtà, era solo geloso. Nonostante la mia presenza, aveva paura che qualcuno corteggiasse la mamma. "Aprirete solamente se sarò io a bussare, neppure al controllore dovete rispondere", ci raccomandò. Per farsi riconoscere inventò un segnale particolare: tre tocchi intervallati regolarmente e uno un po’ più distanziato. Ci augurò la buona notte, e ci mettemmo a letto. Mezz’ora più tardi sentimmo bussare alla porta e la mamma aprì con la catena di sicurezza. Era lui e, per mettere alla prova la nostra ubbidienza, aveva bussato in maniera irregolare. Fece uno scandalo: si mise a urlare. Ricordo che indossava un pigiama a righe e una vestaglia: mi sembrava di rivedere la scena del wagon-lit del film Totò a colori. Io, mamma e Franca Faldini ci trattenevamo dal ridere: se lo avessimo fatto il nonno sarebbe andato su tutte le furie. »

« Il matrimonio tra il nonno e nonna Diana, che adesso ha 62 anni, non durò molto. Qualche anno dopo Totò volle separarsi legalmente pur continuando a vivere con la nonna. "Il matrimonio mi fa sentire prigioniero", le disse lui. "Io ti amo, ma ho paura che questa costrizione faccia affievolire il nostro amore". Pur di accontentarlo e vederlo felice, la nonna accettò. Continuarono a vivere in quello strano modo per qualche anno. Poi Totò si innamorò di Silvana Pampanini. La portava a casa, usciva sempre con lei la sera. La nonna allora se ne andò, alla chetichella, senza fare scenate, senza prendere da casa uno spillo, neppure uno dei tanti "gioielli della corona" che il nonno, già ricchissimo, le aveva regalato. Oltre al panierino con cui era arrivata portò con sé solo una valigetta con la camicia da notte e un vestito Quando Silvana Pampanini piantò Totò, lui si aggrappò di nuovo a nonna Diana e fece di tutto per farla tornare: le regalò un appartamento per l’anniversario del loro matrimonio. Al contratto allegò un biglietto: "Qualunque cosa succeda, ricordati che questa un giorno sarà la nostra casa" ».

Angelo De Robertis


Grazia Angelo De Robertis, «Gente» anno XXI, n.46, 19 novembre 1977