Liliana: «questa bombetta è il regalo più bello di papà»

Liliana de Curtis

1978-08-12-Oggi

Liliana De Curtis, figlia del popolare comico, è tornata dal Sud Africa per aprire a Montecarlo un ristorante che ha avuto, fra i suoi primi clienti, anche la principessa Grace • «La famosa bombetta lasciatami in eredità da papà», dice Liliana, «mi aiuta a farmi un po’ di pubblicità» • «È vero, sfrutto il nome di mio padre, ma per lavorare: sono sicura che se lui potesse vedermi sarebbe orgoglioso di me»

1978 08 12 Oggi intro 2

Montecarlo, agosto

Antonio De Curtis, in arte Totò, aveva una bombetta che, sul lavoro, ha usato per quarantacinque anni di seguito. Sempre la stessa, rappezzata ogni tanto con cura, dall’inizio alla fine della sua carriera. Totò, da buon napoletano, ci teneva e ci credeva a certe scaramanzie.

1978 Liliana De Curtis Sergio Anticoli LDa quando lui è morto, undici anni fa, questa bombetta l’ha avuta e l’ha portata sempre con sé Liliana De Curtis, sua figlia. Così, la bombetta di Totò è stata prima in Sud Africa, a Johannesburg, per una decina d’anni e ora, da circa un mese e mezzo, è a Montecarlo. Fa bella mostra di sé nel ristorante che Liliana De Curtis ha aperto proprio nel centro di Montecarlo, a poche centinaia di metri dal celebre Casinò del principato. Sotto la bombetta di Totò ha mangiato «spaghetti alla checca» la principessa Grace e ogni sera mangiano «specialità della casa» gli ultimi esemplari di una nobiltà che, qui a Montecarlo, viene a illudersi, nonostante i tempi, di vivere ancora all’epoca delle operette.

Ogni tanto, quando è in vena, Liliana De Curtis prende la bombetta e rifa il verso al padre. È bravissima. Gli è stata sempre vicina, fino all’ultimo, e quindi conosce bene tutti i suoi segreti. La somiglianza, poi, è fortissima. In certi momenti, addirittura impressionante. Alcuni, però, hanno rimproverato Liliana De Curtis per queste sue esibizioni. C'è anzi chi pensa che sia di cattivo gusto anche il solo fatto di tenerla in mostra in un ristorante, questa bombetta: «Pubblicità sulle ossa di un morto», dicono.

Siamo andati a trovare Liliana De Curtis: anche noi curiosi e severi. C’era con lei il marito, Sergio Anticoli. Il ristorante è piccolo e grazioso. Il discorso con la figlia di Totò è caduto subito sulla bombetta. È stata lei la prima a parlarne.

«Questa bombetta», dice, «è la più grossa eredità che mio padre mi ha lasciato».

L’eredità

Per la verità, a proposito dell’eredità di Totò, si era parlato di miliardi.

«Lo so, so benissimo tutto quello che è stato detto. La verità è che io lavoro e non lo faccio certo solo per hobby. Mi sono trasferita in Sud Africa, dopo la morte di papà, e da allora ho sempre lavorato. Ho aperto un ristorante, a Johannesburg, che si chiama "Rugantino” come questo e ho avuto fortuna, ma non soltanto fortuna. Il nome di mio padre mi ha aiutato. Gli italiani di Johannesburg sono venuti, all’inizio, per curiosità, per vedere la figlia di Totò. Poi, naturalmente, è stato importante che si mangiasse bene, perché io ho la passione della cucina; ed è stata importante l’atmosfera che mio marito ha saputo creare, il modo di condurre il locale, intendo dire. Fatto sta che abbiamo avuto successo».

Come mai, dopo la morte di suo padre, decise di emigrare?

«Io ero una moglie separata e Sergio era un marito separato. Convivevamo senza essere sposati e c’erano di mezzo sei figli: quattro suoi e due miei. Certe cose, almeno dicci anni fa, non erano ben viste, non so perché. Insomma, avevamo delle difficoltà. Diciamo che ce ne siamo andati per ragioni familiari».

Ora siete sposati?

«Ora sì. Divorziati e risposati. Abbiamo anche una figlia, Elena, che ha nove anni. In totale abbiamo sette figli, e anche per questo abbiamo dovuto sempre lavorare».

Come mai avete scelto il Sud Africa?

«Mio marito aveva delle conoscenze. In un primo tempo siamo andati giù con l’intenzione di lavorare nel settore dell’abbigliamento. Abbiamo aperto una boutique. Ma quel genere di lavoro a me non piaceva. Così, a un certo punto, mi son detta che se l’unica cosa che mi piaceva e che sapevo fare davvero era far da mangiare, forse era giusto tentare con un ristorante».

Il ristorante in Sud Africa lo avete ancora?

«Certo. Ora se ne occupa il figlio più grande di mio marito».

Perché siete venuti a Montecarlo?

«Prima di tutto perché dodicimila chilometri dall’Italia sono tanti. Abbiamo pensato di avvicinarci. Poi c’è nostra figlia Elena, che vorremmo avesse un’educazione europea».

Ma perché proprio Montecarlo?

«Papà veniva qui, negli ultimi tempi. Era diventato vecchio, era malato e amava l’atmosfera un po’ da Belle époque che ancora si riesce a trovare in questa città. Amava la tranquillità. Così, quando ho pensato che forse era meglio tornare in Europa, anche perché giù in Sud Africa, come lei sa, c’è un'atmosfera un po’ tesa, mi è venuto in mente Montecarlo. Per papà e per la tranquillità».

Non le è venuto in mente che poteva tornare in Italia?

«Mi spiace dirlo, ma l'Italia non è certo un paese dove uno si possa sentire tranquillo».

Che paese è l’Italia?

«Un paese troppo violento».

Le cose, qui, le stanno andando bene?

«Forse è un po’ presto per dirlo, dato che è solo un mese e mezzo che abbiamo aperto. Però l’inizio è stato ottimo. Abbiamo avuto subito un grandissimo successo. È venuta a mangiare da noi anche la principessa Grace e questo fatto, naturalmente, ha dato tono al locale».

Anche qui il nome di suo padre l’ha aiutata?

«Ma certo, la memoria di mio padre è ancora vivissima».

Per lei qual è il ricordo più importante di suo padre?

«Lui mi ha insegnato il senso del dovere e l’amore per il lavoro. Bene, ricordo che eravamo a Palermo, io lo seguivo durante la sua ultima tournée teatrale, nel '57. In camerino vedevo che lui non riusciva a truccarsi, perché ormai non ci vedeva quasi più. Però continuava a lavorare, cercando di non farsene accorgere. Sapeva che stava rischiando la vista ma continuava. Ha continuato fin quando, una sera, in mezzo al palcoscenico, è diventato cieco del tutto. Una cosa tremendamente commovente. Poi, come sapete, con le cure ha riacquistato un po’ di vista».

Un nome come marchio

Le sembra giusto continuare a sfruttare la sua memoria, come un marchio pubblicitario?

«Giustissimo. Perché no? Io sono certa che se mio padre mi vedesse sarebbe contento di me. Lui mi ha sempre insegnato, sin da quando ero piccolina, che la cosa più importante nella vita è il lavoro. Ebbene, io lavoro e cerco di farlo con la massima coscienza e serietà, come lui. Questo è l’importante. Essere la figlia di Totò mi ha aiutato e mi aiuta nel mio lavoro, lo so benissimo e cerco di sfruttare questa cosa. Non uso mica il suo nome per truffare qualcuno. Finché mio padre era vivo, io non ho avuto pensieri. Lui era la mia colonna. Di fronte a qualunque problema sapevo che alla fine ci avrebbe pensato papà. Poi lui è morto, ma ha continuato ad aiutarmi. Di questo non può essere che contento. Mi ha sempre voluto molto bene, mi ha sempre tenuto vicina a lui e ora siamo ancora insieme, ancora lo sento vicino, con me. Mi ha lasciato in eredità la sua bombetta, che non è un oggetto inanimato».

Qualcuno l’accusa di cattivo gusto quando lei, con questa bombetta, rifà il verso a suo padre. Lo sa?

«Figurarsi se non lo so. Lo so benissimo. Ma si vede che non conosceva mio padre. Totò è stato un uomo pubblico e non ha mai avuto paura di prendere in giro se stesso. La sua grande forza è stata proprio questa. Lui mi ha lasciato i soldi per cominciare a lavorare e per non avere troppe preoccupazioni. Però non sono stati i soldi la cosa più importante che mi ha lasciato. Questa bombetta vale molto di più. Era il suo portafortuna, ora è il mio. So che posso mettermela in testa quando e come voglio, e se lui mi vedesse ne sarebbe orgoglioso».

Fabio Galiani


Il Piccolo Fabio Galiani, «Oggi», anno XXXIV, n.32, 12 agosto 1978