Per una canzone Napoli contro Totò

1954 Napoli contro Toto

La sua partecipazione come autore al festival di San Remo ha scatenato le più accanite polemiche sui giornali napoletani

Totò è triste. Nel grande appartamento pieno di sole e di mobili antichi, nei saloni con il pavimento di marmo istoriato e i muri ricoperti di quadri preziosi, quando è triste il padrone, tutti perdono il sorriso. La cameriera, in polsi e crestina inamidati, introduce gli ospiti accennando appena con il capo, la bocca chiusa, gli occhi che guardano altrove; l’autista viene a prendere ordini inchinandosi serio e compunto; il segretario del principe scuote la testa e sospira. Persino Dick, il lupo alsaziano cui Totò ha dedicato una canzone d’amore, se ne sta accucciato ai piedi del padrone buono buono, senza neppure muovere la coda. Totò è triste perchè i napoletani gli fanno la guerra. « Mi trattano — dice — come se fossi nato a Milano, anzi peggio, perchè ormai anche le antipatie tra nord e sud sono diventate una fola ». Totò non può sopportare che i napoletani ce l’abbiano con lui. « E’ come se mia madre mi dicesse che sono brutto. Per le mamme i figli debbono sempre essere i più belli, i più buoni e i più bravi. Invece i napoletani mi vogliono far passare per un essere spregevole, bugiardo, mistificatore. E io ci soffro. Queste cose mi fanno male. Non dovrebbe essere permesso alla gente di inventare le cattiverie per il solo gusto di sputare veleno sul prossimo ».

 

A dir il vero il veleno non lo hanno sputato soltanto i napoletani, anche se l’amarezza di Totò è causata proprio dal fatto che i suoi concittadini si sono schierati contro di lui. La cosa veramente grave, poi, consiste nel fatto che le « cattiverie », come le chiama Totò, non si sono accontentati soltanto di dirle, ma le hanno stampate e su parecchi giornali e sotto titoli cubitali. Tutto questo per una canzone, una breve canzone sentimentale, suonata su tempo di slow, una delle venti canzoni prescelte come candidate agii allori del festival di San Remo. L’autore della canzone è Totò.

Quella di scrivere canzoni è diventata per Totò qualcosa più di una innocente mania o di un passatempo per serate di noia. E’ una vera e propria necessità spirituale, psicologica o come meglio vorrete chiamarla. Insomma, non può farne a meno. Quando ha passato un’intera giornata nei teatri di posa, a sbuffare sotto i riflettori, ad arrabbiarsi con il truccatore, a sopportare i nervi del regista, a rifare dieci volte la stessa scena, a manovrare i fili segreti del Totò che fa ridere, del Totò burattino che spinge avanti la mascella e strabuzza gli cechi, Totò arriva a casa e si siede al pianoforte. Non lo sa suonare, nessuno glielo ha mai insegnato. E, se non altro in questo, ricalca le orme di molti celebri compositori napoletani — come E.A. Mario, ad esempio, l’autore del Piave e di Santa Lucia — i quali non conoscono la musica. Ma Totò perde delle ore a comporre melodie e ritmi con un aiuto solo, pazientemente, in cerca della nota giusta, dell’accordo indovinato. E’ il suo modo di distendersi, di riposarsi, di rimettersi in pace con se stesso e con l’umanità. Quando gli sembra di aver trovato il « tono » della musica, canticchiandolo tra i denti si mette a tavolino e scrive la poesia che su quella musica dovrà essere cantata. E’ capace di rimanere alzato una notte intera a comporre versi in dialetto napoletano.

Queste poesie notturne sono le canzoni di Totò. Quasi tutte parlano d’amore, l’amore dei napoletani che, come dice Totò stesse « ci mettono il cuore, il sentimento ». Totò il sentimento lo regala, da gran signore, a piene mani.

Malafemmina

A sentirlo recitare la sue canzoni, come fossero madrigali, con le parole appena sussurrate, una mano sul cuore e gli occhi pervasi di una straordinaria tenerezza, ci si dimentica che da trent’anni siamo abituati a ridere della sua faccia troppo lunga e dei suoi gesti da marionetta. Anche se questo Totò riaffiora subito con una battuta ironica a commento di quel poetico madrigale, come volesse distruggere immediatamente nell’ascoltatore l’impressione suscitata dalle parole e dalla voce.

La sua prima canzone Totò la scrisse nel 1951 e la presentò durante le feste di Piedigrotta a Napoli. Si intitolava « Malafemmina », fece piangere il pubblico e diventò di colpo la canzone alla moda. Dissero allora che Totò l’aveva scritta, in seguito ad una terribile delusione d'amore, pensando alla donna che si burlava della sua passione e che si poteva facilmente individuare in una notissima attrice del nostro cinema. Totò racconta tutto questo ridendo. Dice di quella tale attrice; « Ma perchè mai avrei dovuto trattarla da malafemmina? E' una bravissima ragazza, con un cuore grande cosi e tutte le qualità che di solito mancano alle donne troppo belle e troppo ammirate. Soltanto, la gente ha bisogno di mettere in ogni cosa un pizzico di scandalo, soprattutto quando si parla di attori e di attrici ».

Anche questa volta, secondo Totò, « la gente » vuole a tutti costi metterci un pizzico, anzi « una manciata » di scandalo. Non si tratta più, però, di uno scandalo a sfondo sentimentale, ma di qualcosa di molto meno poetico. Si parla infatti di milioni spesi da Totò e intascati da chissà chi, di canzoni «comperate », di giurie « compiacenti ». Che cosa è dunque successo? Un fatto che a prima vista può sembrare normale e tranquillissimo ed è invece scoppiato come una bomba intorno al nome di Totò, lanciando da tutte le parti pezzi di ferro incandescente. Totò ha deciso di presentare una sua canzone al festival di San Remo. Anzi non è stato neppure lui a decidere, ma gli amici cui di tanto in tanto capita di assistere alle sue improvvisazioni poetiche, alle sue pazienti ricerche di una melodia sulla tastiera del grande pianoforte a coda che orna uno dei saloni nella casa del principe De Curtis. E ci è voluto del bello e del buono per convincerlo a scrivere versi che non fossero in dialetto napoletano, ma in « lingua » come vogliono i regolamenti del festival, dal quale, per esempio, sono sempre rimaste escluse tutte le bellissime canzoni napoletane che hanno avuto maggior successo in questi ultimi anni.

E Totò ha scritto « Con te ». Nessuno ha sentito questa canzone, all’infuori dei giudici che l’hanno scelta per mandarla a San Remo, nessuno sa quale melodia e quali parole Totò abbia trovato per parlare ancora una volta d’amore a quella che egli definisce « l’innamorata ideale », e alla quale dedica tutte le sue canzoni. Il regolamento esige che al festival siano presentate canzoni del tutto inedite. Per questo Totò ha tenuto gelosamente segreta la sua ed ha persino resistito alla tentazione di recitarne i versi, cosa che di solito fa molto volentieri. Però è bastato che il nome del comico napoletano fosse accoppiato a quello di « festival » e di San Remo perchè si scatenasse tutta una serie di « si dice », « sembra », « pare sicuro », «certi affermano » che hanno fatto rapidamente il giro dei salotti, delle redazioni dei giornali, dei ristoranti alla moda, dei teatri di posa, delle case cinematografiche, dei corridoi degli uffici di pubblicità e, addirittura, dei profumati salottini dei parrucchieri dove vanno a « farsi la testa » dive e signore eleganti. Fino a che tutte queste « voci » sono apparse anche stampate sui giornali.

La scena madre

Abbiamo appreso cosi che i « canzonieri » napoletani sono in sorti contro la scelta della commissione giudicatrice, che si protesta vivacemente contro l’esclusione dal festival di « nomi » arcinoti e ormai consacrati di compositori di canzoni (i quali, naturalmente, sarebbero stati sacrificati al nuovo astro Totò) e che, cosa assai più grave, Totò arriverebbe a San Remo con la sua brava corona d’alloro già confezionata su misura e aspetterebbe soltanto di essere proclamato a « furor di popolo » vincitore assoluto della competizione, il che gli permetterebbe di girare, durante la stessa serata della finalissima, la scena madre di un film a colori sul festival della canzone.

Un giornale di Napoli ha addirittura raccontato la trama del film. Totò impersonerebbe un oscuro maestro di banda che, per un seguito di vicende comico-sentimentali, si troverebbe improvvisamente e inaspettatamente sul palcoscenico del Casinò, giusto in tempo per cogliervi l’alloro del trionfo musicale. E il giornale continua : « Che Totò possa vincere anche nella realtà è un’idea che dà terribilmente e logicamente ai nervi ai canzonieri napoletani. Per tre ragioni: perchè Totò come attore guadagna un milione al giorno; perchè la canzone presentata da Totò è mediocre; perchè Totò non ha la stoffa dell’autore ».

Ecco perchè Totò è triste. Non capisce la ragione di tanto accanimento contro di lui, si stupisce che proprio i suoi concittadini protestino perchè una sua canzone « potrebbe » vincere al festival di San Remo. « Se invece di chiamarmi Totò, di essere sulla piazza da trent’anni e di guadagnare — come dicono — milioni, fossi un napoletano sconosciuto, penso che farebbero il tifo per la mia canzone e pregherebbero San Gennaro di darmi l’alloro della vittoria. Ma che differenza fa? Come autore di canzoni io sono poco più di uno sconosciuto. E allora? Se la mia canzone piacerà più delle altre al pubblico di San Remo, mi lascino vincere in pace e mi consentano, una volta tanto, di commuovermi agli applausi che spero saluteranno questo mio lavoro, come dire, straordinario. Se, invece, non riporterò da San Remo nessun alloro, cantino lo stesso la mia canzone: mi faranno tanto piacere, come quando, all’ultimo Piedigrotta, li ho sentiti seguire a mezza voce « Margellina blu » o « Maria Resa ». Ma è mai possibile che, soltanto perchè mi chiamo Totò e sono* un attore cosiddetto celebre, io non possa fare ciò che a qualsiasi altro è permesso, purché ne abbia l’estro e la capacità, cioè scrivere una canzone?».

In bolletta

Totò aggiunge che « Con te » può anche essere una canzone mediocre, ma « quei signori » non possono saperlo, dal momento che nessuno l'ha sentita. « Del resto, perchè debbono contestarmi la possibilità di essere autore di qualche cosa? Sono iscritto alla Società degli autori da trent’anni, da quando cioè mi fabbricavo da solo gli sketchs per le macchiette che interpretavo sui palcoscenici dell’avanspettacolo. E ne scrivevo anche per i miei compagni e persino per i miei concorrenti. Ero in bolletta e il fatto che me li pagassero due lire l’uno mi spronava ad inventare sempre nuove battute e nuovi personaggi. Di canzoni ne ho già scritte una cinquantina. Alcune hanno avuto successo. Perchè quella che ho presentato a San Remo non potrebbe essere nel numero? ».

Insomma l’amarezza di Totò è dovuta al fatto di non poter essere considerato, almeno per una volta, una persona qualunque e alla constatazione che la celebrità può anche nuocere, oltre che dar fastidio al prossimo. Ma sembra che la polemica sorta intorno alla sua partecipazione al festival di San Remo, al quale interverrà personalmente (« perchè le battaglie bisogna combatterle sul campo di battaglia », dice scherzando e assumendo una buffissima posa napoleonica, con la mano infilata nel panciotto e la faccia più scura e lunga che mai), invece di deprimerlo, come potrebbe sembrare a prima vista, lo galvanizzi. Ci hanno detto che gira per casa cantando a gran voce la sua canzone e interrompendosi ogni poco per esclamare: «Forza Totò, che se nessuno fa il tifo per te ci sarò sempre io ad applaudirti. Non si dovrà mai dire che un napoletano neghi il suo appoggio ad un altro napoletano e che il principe De Curtis abbandoni nell’ora del periglio quel Totò che gli dà da vivere e da mangiare ».

Emilia Granzotto


Emilia Granzotto, «La Settimana Incom Illustrata», Anno VII, n.5, 30 gennaio 1954