Totò comprò l'onore per sua madre

Totò

1987-05-08-Gente

Raccontiamo la tormentata esistenza del grande attore nel ventesimo anniversario della sua scomparsa - Totò nacque in un poverissimo quartiere di Napoli - Sua madre era stata sedotta e abbandonata - «Quel marchio di figlio di nessuno sull’atto di nascita», dicono i suoi biografi «lo angustiava moltissimo» - Solamente quando era ormai diventato un attore ricco e famoso, riuscì a convincere il padre (un nobile squattrinato) a sposare sua madre e quindi a riconoscerlo

Prima puntata

Napoli, aprile

Sui suoi natali principeschi ("trovatello, sì, ma di sangue blu", teneva a precisare), le versioni erano almeno tre. La prima era quella ufficiale, che lo stesso Totò dettò ai biografi, dopo aver indottrinato (si disse) parenti e amici: e cioè, che era venuto al mondo dalla relazione di una popolana del napoletanissimo quartiere Sanità con il rampollo di una nobile famiglia decaduta, il marchesino Giuseppe De Curtis, il quale, per poterla sposare, dovette aspettare la morte del burbero genitore, che mai gli avrebbe consentito di legittimare quel "figlio della colpa”, nato per di più in un ambiente sottoproletario.

1927 Antonio De Curtis 001 LUna sfilza di nomi

La seconda, non ufficiale, ipotizzava che fosse stato proprio Totò, quando era diventato già ricco e famoso, a convincere il padre (ridotto male economicamente) a sposare la sua ex "compagna di una notte”, con l’impegno che lo avrebbe mantenuto per il resto dei suoi giorni, garantendogli "vita da gran signore”, come si addiceva a un uomo di illustre casato. La terza versione, infine, contraddiceva in pieno le due precedenti: a Totò, a sentire le malelingue, non interessava nulla del suo vero padre (che non avrebbe mai avuto occasione di conoscere, neppure di nome); teneva moltissimo, invece, a un titolo nobiliare qualsiasi, per riscattare le sue umili origini; e, per averlo, si sarebbe rivolto al primo nobile spiantato che gli capitò sottomano.

Che fosse davvero quello il padre di Totò, nessuno potè mai dirlo con certezza. "Nel guazzabuglio delle versioni che sono circolate", scrive Giancarlo Governi nella sua documentatissima Vita di Totò pubblicata da Rusconi "un fatto è certo: il padre, Totò se lo cercò con forza, lo volle fortemente, proprio per darsi quel nome che gli era venuto a mancare da ragazzo. Negli anni successivi, quel nome cercherà di rafforzarlo ancora di più, mettendosi alla caccia di altri anziani nobili, senza prole, da cui farsi adottare. Ci riuscì, non si sa a che titolo (se dietro ricompensa o gratuitamente), con il principe Gagliardi, per cui, alla fine, si ritrovò con una sfilza di nomi che nessun biglietto da visita avrebbe potuto mai contenere. E li difese con accanimento, sobbarcandosi anche a cause lunghe e costosissime, contro pittoreschi usurpatori: tutte vinte, bisogna dire".

Altezza imperiale

Nell’elenco storico della nobiltà italiana, pubblicato dal Sovrano Ordine di Malta, leggiamo a pagina 204: Focas Flavio Angelo, Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio Giuseppe di Luigi Napoli, Principe Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Nobile Altezza Imperiale. Erano questi i nomi e titoli araldici piovuti addosso all’ex trovatello del rione Sanità, compreso il titolo di Altezza Imperiale ed erede di un fantomatico trono di Bisanzio. Lui si divertiva tanto a enumerarli tutti. «Non crederà mica anche lei», disse in una intervista degli anni Sessanta «che i ritratti degli antenati li ho presi dagli antiquari? I titoli non si comprano, li danno i sovrani, ed io sono orgoglioso dei miei.

«Vi sono due specie di titoli», spiegava «quelli nativi, che vengono da famiglie che hanno regnato, e quelli dativi, che vengono dati dal re a qualcuno che ha fatto qualcosa... Il mio è nativo. Ce l’ho dal giorno in cui venni al mondo: come mio padre, mio nonno, mio bisnonno, mio trisnonno, su su fino al 362 avanti Cristo». E mostrava il grosso anello al dito, con la data e lo stemma di famiglia, un’araba fenice che guardava il sole nascente sotto le colonne d’Ercole, e la mezza luna con tre stelle che rappresentavano l’Oriente.

Dava l’impressione di prendersi molto sul serio, per quei favolosi titoli che provenivano da chissà quali imperi lontani e misteriosi. Ma, subito dopo, confidava che anche lui, come l’estroso imperatore romano Caligola che non aveva esitato a nominare senatore il suo cavallo, si divertiva a distribuire titoli agli amici di casa: aveva nominato visconte il suo cane Dick, barone il lupo Peppe, e un titolo di cavaliere lo aveva dato pure al pappagallo Gennaro.

Antonio Vincenzo Stefano erano i suoi nomi di battesimo; Clemente, il cognome della madre. Lo zio Vincenzo registrò all’anagrafe del comune di Napoli come "figlio di Anna Clemente e di padre che non intende essere nominato”. Data di nascita del bambino, il 15 febbraio del 1898. C’è una targa, al numero 109 di via Santa Maria Antesaecula, al quartiere Sanità, che ricorda l’evento: omaggio dei napoletani all’illustre concittadino che in quella casa, "povera, umida e dalle pareti scrostate”, abitò fino ai 18 anni. (1) Nulla si sa della madre: si presume che lavorasse come domestica. Il marchesino Giuseppe De Curtis, da quelle parti, non si fece mai vedere.

Personaggi veri

"Il piccolo Antonio, ribattezzato Totò alla maniera napoletana", racconta Giancarlo Governi nel suo libro biografico "mostrò subito una grande vivacità. Si ritrovò prestissimo, insieme agli altri bambini del quartiere, a giocare in mezzo alla strada, anche perché i 'bassi' offrono spazio soltanto per dormire, mentre il resto della giornata si deve svolgere fuori. Conobbe subito la promiscuità, l'affollamento, la miseria, i dolori e le gioie singole, che, proprio per questa vita vissuta gomito a gomito, diventano inevitabilmente dolori e gioie collettive.

"Come tutti i ragazzi del vicolo, amò il gioco e detestò la scuola. Crebbe sotto la sorveglianza della nonna che, come lo stesso Totò raccontava, non conosceva l’italiano e aveva con lui, come con gli altri nipotini affidati alla sua custodia, un rapporto esclusivamente alimentare. La mamma, donna energica e volitiva, che sognava per Antonio un avvenire fuori del vicolo, se lo vedeva sfuggire; e, per tentare di recuperarlo e di farlo studiare, riuscì a mandarlo in un collegio per ragazzi poveri, dove Totò ottenne, come primo risultato, una specie di retro-cessione dalla quarta alla terza classe delle scuole elementari”.

Restò tre anni in quel collegio, il ragazzo. Profitto più che modesto: due classi ancora ripetute, dopo la retrocessione iniziale, riuscì, comunque, a consentire la licenza elementare. Poi passò in un altro collegio, per le scuole medie: profitto zero, e, ovviamente, niente licenza media. Ma in quel collegio si modellò la sua "maschera”, quella che lo avrebbe reso famoso. Un precettore, che in palestra tirava di boxe con gli allievi, gli assestò senza volerlo un pugno così violento da provocargli la deviazione del setto nasale. Fu lo stesso Totò a rivelare, quando era già attore affermato, quell’infortunio. «La mia faccia asimmetrica», spiegò «me la ritrovai addosso da un giorno all’altro, e non potevo certo buttarla via. Ero buffo, con quel naso deviato e la mascella storta: mi guardavo e riguardavo allo specchio, e ridevo. Un giorno mi accorsi che tutta la mia faccia era come la creta: potevo modellarla come volevo».

Aveva dodici o tredici anni, quando prese quel pugno in faccia. E nacque allora il comico Totò, il burattino disarticolato e irresistibille. "A scuola imparò poco”, scrive Governi "ma la scuola è sempre maestra di vita. In collegio, il ragazzo Totò acuì sensibilmente il suo spirito di osservazione e la grande curiosità per il prossimo che gli avevano fatto guadagnare, fin da piccolo, il nomignolo di ’o spione. Aveva l’abitudine di seguire, anche per giornate intere, certi tipi strani che attiravano la sua attenzione: li seguiva, non visto, li osservava attentamente, e poi cercava di imitarne i movimenti, i tic, gli intercalari".

Molti dei tipi entrati a far parte del suo repertorio, come il miope o il bigotto che prega, sono frutto di quel suo antichissimo metodo di lavoro: per il bigotto, aveva passato ore ed ore nella penombra delle chiese, a scrutare gente in preghiera, che instaurava un vero e proprio colloquio con il santo cui chiedeva la grazia; mentre il personaggio del miope era ricalcato fedelmente sul suo vecchio maestro delle elementari.

«Sì, era proprio lui, il mio vecchio e caro maestro delle elementari», ricordava il principe-attore. «Si accostava al banco, si faceva consegnare il compito, e borbottava: "Vediamo un po’ cosa hai saputo fare”. Quel foglio, se lo portava a un centimetro dall’occhio destro e lo faceva scorrere dall’alto in basso, leggendo ad alta voce i nostri strafalcioni. Mi rimase impressa, la sua immagine, e la riportai poi di peso in palcoscenico, calcando un po’ la mano solo su qualche sfumatura caricaturale.

«Dalla osservazione degli operai napoletani, che usavano stivare la carne e il contorno nell’interno di pagnotte oblunghe, è nata la macchietta del film Napoli milionaria: il personaggio da me interpretato, al momento di sedersi in trattoria, cavava fuori la pagnotta, la divideva a metà ed estraeva la pasta, poi la carne, il contorno. Mi sono limitato a rappresentare un fatto reale, come a tutti capita di vedere: da parte mia, ci ho messo poco, tirando fuori anche la forchetta, la saliera, il tovagliolo.

«L’umorismo», spiegava «è nient’altro che la rappresentazione, filtrata attraverso la propria sensibilità, degli uomini nei loro difetti, nelle loro manie, debolezze, e anche nelle loro vanaglorie. Posso dare alla mia faccia in pochi secondi, l’espressione corrucciata del dittatore, stupefatta dello sciocco, impaurita del debole, audace e avida del dongiovanni, istericamente ghignante del guappariello vanitoso, imbronciata o civettuola del bambino, pseudomisteriosa dell’uomo che si ritiene depositario dei segreti di Pulcinella. Interpreto gli uomini a modo mio, certo; ma tento di riprodurre, con la maggiore fedeltà possibile, pezzi di vita autentica, aspetti sentimentali, tristi e lieti, di tutti i giorni».

Ma torniamo al ragazzo Totò. Abbandonata la scuola media e il collegio, riprese a passare le sue giornate tra i vicoli del rione Sanità. Andava ormai verso i quindici anni. La madre era disperata. «Senza studi e senza lavoro, resterai sempre nel mezzo di una strada», non faceva che ripetergli. Lui si diede da fare per trovare un lavoro: prima come garzone di bottega, poi come apprendista imbianchino, quindi s’impiegò nell’officina dello zio meccanico.

Ma era il teatro il suo chiodo fisso. Nelle "periodiche” di quartiere, vere e proprie rappresentazioni dei fatti privati della gente dei vicoli che venivano proposte di tanto in tanto su palcoscenici improvvisati, era lui il più volenteroso e brillante. E, quindi non c’era spettacolo nel quartiere, andava ad applaudire colui che era considerato allora il "re della macchietta”, Gustavo De Marco.

Scoppiò la prima guerra mondiale, e il diciassettenne Antonio Clemente si arruolò volontario. Fu dapprima mandato al 22° Reggimento di stanza a Pisa; poi al 182° Battaglione destinato in Francia. Ma si pentì subito della scelta, che pure aveva fatto in piena libertà, contro il volere della madre. Alla stazione di Alessandria, mentre il battaglione si preparava a partire per la Francia, finse un attacco epilettico e riuscì a restare in Italia, all’ospedale militare di Livorno. Nacque durante quella breve e tormentata esperienza militare la battuta che diventerà celebre nel suo repertorio: "Siamo uomini o caporali?”.

Unico abito

«Mi toccava spesso di dover subire punizioni», raccontava «e non facevo che rimuginare rancore, odio nei confronti di chi me le infliggeva, spesso per un nonnulla. Ad Alessandria, c’era un caporale che si divertiva moltissimo a tormentarmi. Nella vita faceva il netturbino, e sotto le armi, con quei gradi che si era trovato al braccio, si comportava da negriero. Mai visto un capo così cattivo, villano, dispotico e crudele. Di caporali, purtroppo, è pieno il mondo: in guerra e in pace, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni. E’ una razza che io ho sempre odiato».

Finita la guerra, nel 1918, l’ex recluta aveva vent’anni. Trovare lavoro era impresa disperata. Erano anni di fame, di miseria, a Napoli come in tutta Italia; ma c’era anche tanta voglia di ridere. «Quando l’impresario Eduardo D’Acierno mi propose di recitare accanto al macchiettista De Marco», raccontava Totò «i pochi soldi che mi dava non mi bastavano neppure per riempire lo stomaco. Ma sapevo sin da allora che il palcoscenico era la mia vita, ed ero disposto anche a recitare a stomaco vuoto. Eravamo una ”chiorma" di amici, tutti principianti, pieni di speranze. Con me cerano Eduardo e Peppino De Filippo, Armando Fragna, Cesarino Bixio, che scriveva già i testi delle canzoni di Mistinguett».

Cominciò con le macchiette, il giovane Totò nelle sale di periferia. Si esaltò con Pulcinella e il teatro delle marionette. Passò poi alla "commedia dell’arte ”, improvvisata su vecchi canovacci, in cui, più che il testo, contavano la bravura e la genialità dell’interprete. Era un continuo andare a ruota libera: battute, lazzi, gag irresistibili. Il "burattino” Totò era letteralmente scatenato. Si esibì anche come cantante, alla sala Napoli di piazza Carità, in una parodia della già famosa Vipera di E. A. Mario.

«Il mio corredo di palcoscenico», ricordava «era composto da un unico abito, che andava sempre più logorandosi, senza una sia pur remota possibilità di sostituzione. Ebbi da qui l’idea di creare un "costume” che potesse risolvere l’assillante problema della mia difficile situazione vestiaria. Una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa col colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni a "saltafosse", scarpe nere, calze colorate».

Ed ancora: «Io conosco a memoria la miseria, ed è la miseria il copione della comicità vera. Non si può far ridere se non si conosce la fame, il freddo, il dolore, la disperazione della solitudine di certe camerette ammobiliate alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffellatte caldo, la prepotenza esosa degli impresari, i mutevoli sbandamenti di un pubblico che sa anche essere cattivo. Io conosco tutto questo: è il vero bagaglio di un comico che riesce ad affermarsi solo quando riesce a vincere la lunga e a volte disperata guerra con la vita».

Lui la vinse, questa guerra. Nel 1927 (a 29 anni), era già "primo comico” in una delle compagnie di rivista di Achille Maresca, di cui era soubrette Isa Bluette. "Principe della risata" sulla scena, era divenuto un nobile anche nella vita. Alla morte del vecchio marchese De Curtis, lo squattrinato figlio Giuseppe, ormai cinquantenne, si decise a sposare la ex "compagna di una notte" Anna Clemente, cancellando così dall’atto di nascita di Antonio quel "figlio di NN” che tanto aveva angustiato il ragazzo. Il comico Totò aveva ormai i soldi necessari per potersi assicurare, con il padre che gli mancava, anche un titolo nobiliare. E un giorno, non contento di essere già marchese, si farà adottare dal principe Gagliardi per avere anche il titolo di principe, altezza imperiale, erede addirittura di un fantomatico trono, quello di Bisanzio. Ci teneva tanto, l’ex trovatello del quartiere Sanità. «Anche se con i titoli nobiliari», diceva «non ci ho mai fatto un uovo al tegamino, mentre ho mangiato e continuo a mangiare con il mio lavoro di comico».

Che fosse davvero quel Giuseppe De Curtis il suo vero padre, non si potè mai dire con certezza. Lo fu, comunque, per l’anagrafe (oltre che per l’araldica), ed era quello che più importava all’attore. Ben presto, tutti e tre (mamma Anna, papà Giuseppe e il nobile figlio), si trasferiranno a Roma, in una residenza che Totò da tempo sognava, "da vero principe”. E Io squattrinato marchese Giuseppe potrà finalmente vivere da ”gran signore”, come non gli era stato mai possibile in tutta la sua vita.

Gaetano Saglimbeni


Note

(1) In realtà il piccolo Totò nacque al civico n.107 e dopo pochi mesi si trasferì con mamma Anna al civico n.109, dove oggi si ritiene (erroneamente) che sia nato.

Nell'attesa di completare l'articolo con i numeri mancanti, potete consultare la nostra biografia di Totò, documentata in ordine cronologico


Gente Gaetano Saglimbeni, «Gente», anno XXXI, n.18, 8 maggio 1987