Totò, l'arte di far ridere

Totò Cannes

1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

Abbiamo intervistato Totò che a Cannes, con il film "Uccellacci e uccellini", ha rinverdito un successo che dura da 40 anni.


1966 05 28 Noi Donne Toto Cannes 01Il pubblico di Cannes ha applaudito a scena aperta tre, quattro volte, mentre sullo schermo passavano le immagini del film di Pier Paolo Pasolini «Uccellacci e uccellini», un film difficile, discontinuo, che ha momenti però di autentica poesia. Ma a strappare quegli applausi è stata soltanto l'arte di Pasolini o non ha contribuito anche quella dell’interprete del film, Totò? La domanda è legittima. Infatti se sulla regia del film i critici si sono trovati discordi, unanime è stato il coro di elogi all’interpretazione dell’attore napoletano.

Circa dieci anni fa, sullo stesso schermo di Cannes, si proiettava un altro film interpretato da Totò, quel «Guardie e ladri» che è rimasto un classico della comicità all’italiana. E anche quella volta Totò conquistò il pubblico.

Nella sua lunga e fortunata carriera Totò ha interpretato oltre cento film. Molti film mediocri, girati in fretta e male, altri belli, da festival. Spesso gli hanno chiesto di dare vita a delle macchiette più che a dei veri personaggi, ma in ogni sua interpretazione l'attore ha messo il suo impegno di professionista serio, la sua grande carica di umanità, la sua comicità irresistibile. Sullo schermo Totò è stato tutto e tutti: scapolo in cerca di moglie, inquilino sfrattato in cerca di casa, è stato pompiere e comandante, ladro e rappresentante della legge, milionario e squattrinato, uomo antico ed astronauta, è stato spesso un povero diavolo che si arrabatta per vivere. I suoi personaggi umili e dimessi, presi a calci dalla sorte, ci hanno insegnato a odiare le ingiustizie, ad amare la libertà, ad apprezzare virtù cadute in disuso.

Forse egli non ha graffiato (per usare una parola cara ai critici) nel nostro costume come hanno fatto Sordi e Tognazzi, essendo la sua comicità un tantino astratta, surreale, ma proprio per questo meno legata ad un preciso periodo della nostra epoca e di conseguenza più valida nel tempo. Con Totò abbiamo riso trentanni fa quando, in pieno fascismo, dalle tavole del palcoscenico faceva allusioni non troppo velate alla dittatura; abbiamo riso ieri, ridiamo oggi. Totò ci ha regalato momenti dì autentica allegria. Per questo il pubblico lo ama. E abbiamo voluto intervistarlo proprio ora che il Festival di Cannes ha rinverdito il suo successo che dura da quarantanni.

Mi ha ricevuto nella sua bella casa, ai Parioli. E’ una domenica pomeriggio. La città è semivuota, la casa dell’attore silenziosa. Seduti su un divano, abbiamo chiacchierato per circa due ore. Ho cercato così di capire chi è l’uomo che si nasconde dietro la straordinaria maschera di Totò.

— Lei ha avuto un grande successo a Cannes, è contento?

— Sono contento per Pasolini. Per me, non credo di meritarlo tutto quel successo che dice lei.

— Anche «Guardie e ladri», quando fu presentato a Cannes registrò un successo in suo favore, forse anche allora diceva di non meritarlo. Perchè è così modesto?

— Non è modestia, signora mia. E’ che quando io vado a vedermi in un film resto male, non sono soddisfatto, penso che si poteva fare di più. Noi attori nel cinema improvvisiamo. il nostro cinema è improvvisazione: forse perchè ci sono pochi mezzi si ripetono le scene alcune volte poi si gira, cosi alla cieca. A differenza del grande Charlot che ogni giorno prima di cominciare si vede in proiezione le scene girate il giorno prima, noi lavoriamo senza sapere come è andata. Può capitare di girare oggi una scena che sta alla fine del copione e domani girare una scena che sta all'inizio. E' un lavoro discontinuo. Come faccio a comunicare uno stato d’animo, come ci arrivo se non ho passato tutta la gamma del racconto?

— Non ha mai pensato di dirigere un film?

— No, non è il mìo mestiere, penso che un attore debba fare l’attore, lo ammiro molto i registi, fanno un lavoro difficile. Non è una cosa per me. Poi se io dovessi dirigere un film vorrei fare a modo mio, e sa come? Prima formerei la compagnia, poi distribuirei le parti agli attori — e pretenderei che le imparassero a memoria — poi proverei per una quindicina di giorni e infine girerei, ma tutto di seguito, seguendo l'arco del racconto.

— Dei film che ha fatto quale ricorda con più piacere?

— «Yvonne la nuit», «Guardie e ladri», «Una di quelle», «Napoli milionaria», «L'oro di Napoli». Anche «Risate di gioia», se non fosse stato un film sbagliato. Pochi come vede. In Italia il film comico è considerato un sottoprodotto, invece l'umorismo è una forma d'arte, è sinonimo di civiltà.

— Ci sono state molte polemiche sui giovani attori comici; si dice che al cinema non si ride più come un tempo. Il suo parere?

— L'ho già espresso in altre occasioni: stanno travisando l’arte del comico, vogliono fargli fare l'attore impegnato.

— Ci sono film impegnati che divertono.

— Fanno sorridere, non fanno ridere, far ridere è un'arte, più difficile che far piangere.

— Com'è diventato un attore comico?

— Vocazione, signora mia, vocazione. I miei genitori volevano che facessi l'ufficiale di marina, volevano mandarmi alla Accademia di Livorno, ma io sono un ribelle. Amo il mare ma non amo le divise, la disciplina militare. Così cominciai a recitare e creai una maschera, quella di Totò: la bombetta piccola, il «tight» largo, i calzoni corti... Piacque al pubblico ed è rimasta. Le vicende di Totò cambiano ma la maschera resta la stessa. Come il grande Charlot, cambiano le sue vicende ma lui resta sempre lo stesso.

— Lei ha già citato più volte Charlot. Lo ammira molto?

— E’ immenso.

— Secondo lei quali sono le qualità «base», diciamo, dell'attore comico?

— Comico si nasce, signora mia: ci vuole la vocazione, sensibilità, umanità, grande spirito di osservazione; studiare su ciò che hanno fatto gli altri, poi trovare un proprio stile. Bisogna essere comici nella battuta, nel gesto, della espressione. lo vorrei fare un film muto per far ridere solo con la mimica della faccia. Eppure io, vede, ho una faccia triste.

— Dove crede di aver maggiormente rivelato le sue doti artistiche, in teatro o in cinema?

— In teatro, lo provengo dalla commedia dell'arte, in teatro noi siamo più spontanei, più veri. In teatro c'è il calore del pubblico, le risate del pubblico, che sono una droga per noi, ci caricano.

— All'inizio della nostra chiacchierata, quando si parlava del Festival di Cannes, lei mi ha detto che non le interessano i festival, i premi. Perchè?

— Non credo nei festival, non credo nei premi, lo credo al pubblico, alla massa.

— Lei è uno degli attori più amati dal pubblico, lo sa?

— Si, credo di saperlo. Me ne accorgo quando la gente mi vede per la strada: non dice «Guarda Totò», ma mi chiama, «Totò». C'è dell'affetto nel modo di chiamarmi. Forse perchè non mi do arie, non poso...

— E lei ama il pubblico?

— Molto, moltissimo. Il pubblico è sovrano, io sono il suo umile servitore. Il pubblico paga e non bisogna defraudarlo. Il pubblico è la nostra vita. Quando lavoravo in teatro mi è capitato che qualcuno ha proposto di tagliare il copione o di tirar via se c'era poca gente, io mi sono sempre rifiutato di fare questo. Anche se ci fosse un solo spettatore (grazie a Dio non è mai accaduto) lo reciterei con lo stesso impegno, lo faccio l'attore con umiltà.

— Che cosa conta di più nella sua vita?

— Il lavoro, i miei affetti familiari, i miei cani, io amo molto le bestie.

1961 Antonio De Curtis 044 L— So che lei mantiene molti cani randagi. Ouanti sono?

— Preferisco non dirlo. Sono stato criticato per questo. Qualcuno ha detto «sarebbe meglio che aiutasse dei bambini anziché dei cani». Ma io aiuto anche dei bambini, che ne sa la gente? Se uno fa della beneficenza non lo fa per raccontarlo in giro, le pare?

— Sappiamo molte cose di Totò attore, ma forse il pubblico vorrebbe sapere qualcosa anche della sua vita.

— lo faccio una vita ritiratissima, casa, lavoro, famiglia e basta. Non vado in nessun posto, non vado nei night, non vado ai festival. Sono un uomo antichissimo, antico come idee: non mi piace la musica yé-yé; non ammetto l'uguaglianza delle donne.

— Eppure lei ha scritto canzoni e versi di grande amore per le donne.

— lo le donne le amo moltissimo, la donna è regina della casa, è la madre del nostri figli, la compagna dell'uomo, la sua consolatrice, la sua metà...

— Avevo pensato che la sua avversione per l'uguaglianza nascesse da poca considerazione verso le donne.

— No, al contrarlo nasce dall'amore per le donne, dall'egoismo. lo sono meridionale, signora mia, per noi la donna è la Madonna, la adoriamo, la stimiamo, la donna è la più bella cosa che Dio abbia creato. Ma non mi piace vederla andare in fabbrica, fare mestieri da uomo.

— Ci sono donne che lavorano per necessità economica, altre che lavorano per il desiderio di esprimere la loro personalità, sentirsi inserite nella società che produce...

— Signora mia, lo so che ci sono donne che lavorano per necessità, non sono contrario al lavoro della donna, dico che le donne non dovrebbero fare lavori da uomo, non dovrebbero mettersi in gara con l'uomo. La donna è Intelligente, sensibile, può fare tante cose, ha qualità che noi uomini non abbiamo, ma non deve rinunciare alla sua femminilità. Non deve sacrificare i figli per il lavoro, non deve trascurare la famiglia. Vediamo tanti matrimoni che vanno per aria. Il matrimonio è una cosa seria.

— Lei ha avuto una vita sentimentale burrascosa...

— Preferisco non parlarne.

— Crede nell’uomo «conquistatore»?

— L'uomo conquistatore? Ma non esiste, signora mia. La parola «conquista» dovrebbe sparire dalla bocca dell'uomo. E' sempre la donna che sceglie, l'uomo si fa conquistare. Le donne hanno sempre dei corteggiatori e scelgono. Tutte ne hanno: quelle belle e quelle meno belle, perchè tutte hanno qualcosa che può interessare un uomo. Sarebbe da sciocchi cercare in una donna solo la bellezza. L'aspetto esteriore colpisce per primo, ma poi ci si abitua, col passare del tempo non ci si accorge nemmeno più della bellezza, ma Intelligenza, bontà, sensibilità restano.

— Lei, oggi, è un uomo sereno?

— Sono sereno, tranquillo. Non sono felice. Come tutti i comici sono triste.

— Credevo fosse un luogo comune. Perchè è triste?

— Perchè sono pessimista, perchè mi prendo pena per gli altri, perchè posso essere ferito con facilità. Soffro perchè sono timido. Se devo entrare in un ristorante pieno di gente mi vergogno. Quando ero giovane piuttosto che entrare in una trattoria affollata saltavo i pasti. Riesco a vincere la mia timidezza solo nel lavoro: quando lavoro divento l’uomo più sfacciato della terra, salta fuori un'altra personalità.

— Sono strani questa sua timidezza e questo suo pessimismo. Non è riuscito a vincerli in tanti anni di lavoro e di successo?

— Il successo? lo non credo nel successo. Noi attori non siamo niente, non siamo nessuno. Chi siamo noi? Non siamo nemmeno utili. Un falegname che costruisce un tavolo, un muratore che costruisce un palazzo sono molto più utili e importanti di noi, perchè le cose che fanno restano e quello che facciamo noi non lascia traccia. Ci sono attori che entusiasmano le platee e quando muoiono non lasciano alcun rimpianto. Grandi parole sui giornali e il giorno dopo sono già dimenticati. Non c’è nessuno che porti un fiore sulla loro tomba. E lei lo chiama successo questo? Noi siamo gli operai per la manutenzione del mondo, una grande famiglia che lavora per abbellire il mondo, poi uno crepa e vengono altri a prendere II suo posto.

— Lei è veramente pessimista. Non sono d'accordo quando dice che gli attori non sono necessari. II cinema, il teatro sono divertimenti importanti, il pubblico ride, dimentica tanti affanni, «scarica l'aggressività» come dicono gli psicologi...

— Ci sono altri modi per scaricarsi: le gite in campagna, che una volta si chiamavano scampagnate e ora si chiamano «week-end».

— Vorrei chiederle che cosa pensa dei giovani.

— Eh! I giovani, signora mia... godono troppa libertà, hanno poco rispetto per i genitori. Li chiamano «matusalemme», «grigioni» «bagagli ingombranti», le pare bello? So di giovani che mandano inviti con la scritta «senza bagagli ingombranti», per dire senza genitori, io davo del voi ai miei genitori, baciavo la mano a mia madre...

— Queste erano forse forme esteriori, che non hanno troppa importanza.

— Hanno importanza, signora mia, hanno la loro importanza. Ascoltavamo i consigli di chi aveva più esperienza di noi, avevamo rispetto per i vecchi. Oggi i vecchi sono considerati cose inutili.

— Lei come vede un futuro in mano a questi giovani?

— Lo vedo male.

— Lei ha commesso errori di cui si rimprovera?

— Ho fatto tanti sbagli nella vita, ma se tornassi a nascere - come suol dirsi - li rifarei. Gli sbagli servono per correggersi. per maturare.

— Vogliamo parlare un poco dello spettacolo che sta preparando per la TV?

— Parliamone, parliamone. Sono dieci puntate: sei sono «skechtes» che recitavo da maschera, in teatro, e quattro sono show musicali.

— Si è sempre detto che lei teme la TV, che non voleva rischiare...

— lo l’ho temuta la TV, tanto è vero che esiste da 14 anni e io mi decido solo ora a farla. Dirà: non la teme più? Forse. Vede, ho pensato: i critici hanno sempre parlato bene di me, se lo spettacolo dovesse andare male diranno che la TV non è un mezzo adatto alle mie qualità, ma non potranno dire che la colpa è mia. Mi sto preparando la difesa, vede? Scherzi a parte, se non avessi successo mi dispiacerebbe molto perchè amo il mio pubblico e amo il mio lavoro.

— C'è una cosa che mi colpisce di lei: dopo tanti film e tanti successi lei potrebbe «dormire sugli allori», e invece parla del suo lavoro con tanto entusiasmo come se cominciasse ora. All’inizio di questa chiacchierata mi ha detto «vorrei fare meglio, vorrei fare di più», questo è forse il segreto di un grande attore, l’entusiasmo. Sente di avere ancora qualcosa da esprimere?

— Potrei ricominciare da capo. Non per questo credo di essere un «grande» attore. «Grande» lo dice lei.

— Lo dicono molti altri. Senta, noi sappiamo che Totò è un nome d'arte, ma il suo vero nome è Antonio De Curtis, principe di Bisanzio. Che cosa pensa il principe De Curtis di Totò?

— Sono in conflitto, fra i due c'è dell’antipatia: il principe ha antipatia per Totò, non lo ama; invece Totò ama molto il principe, gli è devoto, ossequioso, rispettoso, non gli rinfaccia niente, gli dà da vivere, gli fa fare il principe...

— Chi è migliore dei due?

— Totò.

— Totò è un bel personaggio, carico di umanità, ma è un povero diavolo, forse per questo non piace al principe?

— No, signora mia, questa è una barzelletta, che dico così, tanto per dire qualcosa. Il principe De Curtis è d'accordo con Totò, è d’accordo che oggi bisogna lavorare, che non esistono privilegi di casta. Sa quale privilegio esiste oggi, signora? Il privilegio dell'intelligenza. Oggi non contano i titoli, oggi conta avere il cervello per diventare qualcuno. Questo è il vero privilegio.

Su questa frase termina il nostro colloquio. Mentre mi allontano dalla casa dell’attore penso ad una sua poesia, «La livella», quella del marchese che è seppellito accanto allo spazzino e vuol mandarlo via, perchè non lo ritiene degno di stargli accanto. Lo spazzino si spazientisce e dice: «Marchè, me so' scucciato / Te vuò’ metter 'n capo alle cervella / Che stai malato ancora ’e fantasia? / La morte sai cos’è? E’ ’na livella / 'Nu re, 'nu magistrato, 'nu grand’omme / traversa ’stu canciello fatto e punte / e ha perso tutto: ’a vita e pure ’o nomme. / Perciò stamme a sentì. nun fa ’o restivo: / sopportami vicino, che t’importa? / Sté pagliacciate ’e fanno solo ’e vive / Nui summo serie, appartenimmo ’a morte».

Maria Maffei


Noi donne Maria Maffei, «Noi donne», anno XXI, n.22, 28 maggio 1966