Totò: «sarò grande dopo la mia morte»

Totò

1979-10-28-Bolero

Mentre la TV propone un ciclo di otto film di Totò, parliamo del grande attore napoletano con le donne che gli sono state vicine - Così diceva spesso Totò alla figlia Liliana, che aggiunge: «Il pubblico lo ha sempre amato, ma la critica lo trascurava» • Franca Faldini, compagna dell’attore, dice: «Ha dato tutta la vita al cinema che lo sfruttava».

Roma, ottobre

È iniziato da due settimane un nuovo incontro con Totò. La nostra televisione presenta, il venerdì sera sulla Rete Uno, un ciclo di otto film interpretati dal grande attore napoletano. E non sono i suoi film più noti, neppure i migliori. Sono film girati forse solo per sfruttare la popolarità di Totò, dai quali però lui esce sempre grande, unico, inimitabile. Abbiamo visto «Animali pazzi» di Bragaglia e «Il ratto delle Sabine» di Bonnard. Ne vedremo altri sei: «Un turco napoletano», «L'imperatore di Capri», «Il coraggio», «Totò, Peppino e i fuorilegge», «Signori si nasce», «Totò Truffa»: una piccola antologia di questo attore, trascurato mentre era vivo, rivalutato dopo la sua morte, paragonato a Charlie Chaplin, considerato, oggi, uno dei più grandi attori di tutti i tempi. Oggi i critici lo osannano, scrivono libri su di lui.

1949 I Pompieri Di Viggiu 009 LTotò è morto il 15 aprile 1967, per un attacco cardiaco, dopo essere stato malato e quasi cieco per anni. Da allora il suo mito è andato crescendo, ha valicato perfino i confini italiani: il successo di pubblico Totò lo aveva, e grande, anche da vivo; quello della critica, della «cultura» piena di sussiego, lo ha avuto solo dopo la sua morte.

«Lui sapeva benissimo che questo sarebbe accaduto», mi dice la figlia di Totò, Liliana de Curtis che incontro nel ristorante «Il Rugantino», che possiede a Montecarlo. Liliana è una signora bionda, somigliantissima al padre, con la sua stessa carica di umanità. Parla volentieri di suo padre, che la amava moltissimo e ne parla con commozione e insieme con serenità.

«Quante volte papà mi ha detto», continua a raccontarmi, «"Vedrai, dopo che sarò morto diranno di me cose incredibili per un attore, ne sono sicuro. Adesso nelle critiche sono definito, al massimo, 'il solito Totò’, ma quando sarò morto le cose cambieranno’’. E lo diceva senza amarezza, ma con estrema sicurezza. E io gli credevo, perché lui era sensibile, capiva la gente, capiva le cose, intuiva il futuro».

Signora, lei vede, il venerdì sera, i film di suo padre?

«Non posso, purtroppo non posso mai lasciare il mio lavoro al ristorante. E questo mi dà un grande dolore. Se li avessero trasmessi di domenica, quando il ristorante è chiuso! Però, poi, la gente arriva da me, mi parla del film che ha appena visto, mi parla di papà, mi telefona. Del resto, per me, è come se papà fosse sempre qui, con me, con noi tutti. E non solo perché ho il locale, e la mia casa del resto, piena di sue fotografie. No, non per questo, le fotografie sono qualcosa senza vita, io invece lo sento presente come se fosse vivo. Certe volte entro da una porta e mi pare che lui sia nella stanza ad aspettarmi, a sorridermi. Io gli parlo, non mi prenda per pazza, mi succede davvero di parlare con mio padre, anche se lui non c’è più. Del resto, mi diceva sempre anche questo, quando era vivo. "Ricordati”, mi diceva "che il rapporto tra due persone che si vogliono bene. non smette con la morte. La morte non è così forte da vincere gli affetti'. Papà era grande, non solo come attore, e come attore lo trovo unico, insostituibile, ma proprio come uomo».

Totò ogni piace molto anche ai giovani, ai giovanissimi. Perché crede che questo succeda?

«Perché i giovani si accorgono che lui amava la gente e poi perché è un personaggio pulito, e i giovani oggi hanno bisogno di gente vera e pulita. Pensi che, quando papà era vivo, veniva considerato troppo "spinto”, audace, e lui provava amarezza per questo. Oggi, visto come va il mondo, dove arriva la pornografia, il personaggio di mio padre è perfino ingenuo, innocente e i giovani io amano per questo, perché sono stanchi di sentirsi dire che il mondo è brutto e sporco...»

Signora, suo padre aveva la sensazione di essere sfruttato dal cinema?

«Lui sapeva benissimo che il cinema è un'industria, sapeva che un attore che piaceva al pubblico, un filone comico che funzionava, venivano "buttati un po’ all’incanto”. Lui sapeva tutto, accettava tutti i film, riuscendo a dare in ogni film qualcosa di suo, qualcosa di nobile, il momento magico, capisce? Invece si sentiva a suo a-gio quando faceva teatro. Quando faceva teatro era perfettamente felice».

Lascio Liliana De Curtis che parla con suo padre come se fosse vivo e raggiungo un’altra donna che lo ha amato molto: Franca Faldini, che gli è stata accanto negli ultimi quindici anni di vita. Ne aveva 21, quando lo conobbe. E Totò 54. Franca è una donna bellissima. Cinque anni fa si è sposata con il principe Niccolò Borghese e oggi scrive libri (ne ha scritto uno «Totò l'uomo e la maschera», in collaborazione con Goffredo Fofi e ne sta per pubblicare un altro, sempre in collaborazione con Fofi, «L’avventurosa storia del cinema italiano»). Con Franca Faldini parlo del successo «postumo» di Totò, dell'uomo che ha tanto amato.

«Sono molto contenta», mi dice Franca, «di vedere altri film di Antonio alla TV, sono molto contenta che sia stato rivalutato dalla critica ufficiale e riscoperto dalle giovani generazioni. Certo, questo mi dà gioia, ma le confesso che in me c'è anche una grossa amarezza. L’amarezza che Antonio non abbia potuto assistere da vivo a tutti questi onori che ora gli tributano da tutte le parti».

«Io sono dura», continua a dirmi Franca, «più di quanto lo fosse lui. Io, e l’ho fatto anche nel mio libro, accuso la produzione
italiana di avere sfruttato Antonio, pensando solo al guadagno. Ha girato più di 120 film in vita sua, e pochissimi con grandi registi: per esempio avrebbe desiderato tanto girare con Fellini. Ha lavorato solo in Italia mentre avrebbe potuto lavorare ovunque perché, essendo un mimo straordinario, non avrebbe avuto bisogno di parlare altre lingue o di essere doppiato... Lui, però, non era risentito di questo, lo sono io. Lui, come persona umana, era semplice, pieno di bontà, pronto a vedere il bene e non il male nella gente. Aveva sofferto tanto, in vita sua, specialmente nell’infanzia, perché era stato un bambino figlio di madre nubile, molto solo, povero e capiva quindi bene le sofferenze deU’uma-nità. Potrei parlare per ore, per giorni di lui. I ricordi sono tanti, tutti talmente vivi...»

Ti commuovi, Franca, quando vedi i film di Totò trasmessi alla TV?

«No, perché il Totò dei film è totalmente diverso dal Totò nel privato. Nel privato Antonio era serio, riservato, piuttosto triste. Un uomo difficile, forse, che però sapeva farsi amare, perché in lui c’era tanto amore per gli altri. Io sono stata la sua compagna per 15 anni, gli sono stata vicina quando è morto, e devo a lui se ho saputo ricominciare una vita. Da lui ho imparato a rimettermi in cammino. Diceva: "Quando un dolore ti piomba addosso, perché distruggersi? Nessuno ha il diritto di annullarsi in un monumento alla memoria di qualcuno"».

Anche se ora è un mito, Totò non è un monumento, è un ricordo vivo. Parla Alberto Lattuada, uno dei pochi registi famosi che l’abbiano diretto: «Un attore grandissimo. È stato, con me, il frate della mia "Mandragola" e ho rimpianto allora di non aver lavorato prima con lui. Ho inventato per lui una scena che non c’era nel copione perché potesse scatenare tutta la sua comicità. Ed era così felice...»

Parlo ora con Maurizio Nichetti, 31 anni, il regista-rivelazione dell'ultimo festival di Venezia, con il suo film comico «Ratataplan». «Ho già visto i due film proiettati in TV, farò di tutto per vedere anche gli airi. Che dire, di lui, che non abbiano già detto gli altri? Che personalmente io sento vicino, grandissimo, unico per quel tanto di irrazionale, di fantastico, di contro ogni schema che c'è in ogni suo personaggio.»

Cristina Maza


Bolero Cristina Maza, «Bolero», anno XXXIII, n.1695, 28 ottobre 1979