Totò va in treno con la maschera antigas

Totò Franca

1966-12-01-Oggi

Totò, il grande comico solitario, dichiara di sentirsi fuori del nostro tempo e di appartenere addirittura al secolo delle crociate. Chiuso nel suo patetico isolamento, si rifiuta persino di servirsi degli strumenti della civiltà moderna: per lui l’aereo non è mai stato inventato e, viaggiando in ferrovia, si cautela bizzarramente dal rischio di morire asfissiato in una galleria.


Roma, novembre

1966 Franca Faldini 052 Toto LLa strada, ai Parioli, è quieta. La casa è silenziosa. L’appartamento come foderato, felpato. Da fuori, non giunge il più piccolo rumore della notte romana. Colgo Totò in una delle sue serate, tutte uguali e tutte immutabili, di uomo privato: lui seduto su una grande poltrona, stanco ma impeccabilmente vestito, i capelli diventati un poco grigi, nel volto immobile vivissimi soltanto gli occhi, sorgente di mille fulminee espressioni; lei, Franca Faldini, sua moglie, accoccolata sul divano, elegantissima, un'aria tenera, intenta a sfogliare un giornale. Poche parole ogni tanto, d'una conversazione pacata. Totò è arrivato verso le otto, dopo una giornata (il lavoro per il suo ultimo film. Ha cenato frugalmente, è passato in salotto: ed ora indulge alla sua antica abitudine di nottambulo, farà le ore piccole così, lontano dal fracasso della città, chiuso nella sua difesa di silenzio ovattato, con la sua bella donna accanto. una confidenza ogni tanto. il riserbo. Tutte le serate sono uguali, un poco irreali nel completo isolamento. Totò, maschera della piena comunicabilità, si rivela nella vita privata un personaggio dell'alienazione.

Dice Franca: «Quando lo conobbi, famoso com’era, al culmine del successo, mi aspettavo un tipo estroverso, brillante, rumoroso. amante del bel mondo. Invece mi si presentò un signore lisciato, di temperamento riservato, con la spilla nella cravatta».

"Sono pessimista"

Dice Totò: «lo sono un uomo all’antica. Io appartengo al secolo scorso, anzi, che dico?, al secolo delle crociate. Il mondo moderno, li mondo d’oggi, per me. non c’è. Non esiste. Non lo vedo. Non mi piace. Detesto tutto, di esso: la fretta, il frastuono, l'ossessione, la volgarità, l’arrivismo, la frenesia, le brutte maniere. la mancanza di rispetto per le tradizioni, le stupide scoperte. Per questo vivo per conto mio, in un mondo mio, da isolato. Un mondo per bene. Lavoro, torno a casa, e mi chiudo qui dentro. Non esco mai, non vado in nessun posto. Sono pessimista. solitario, alleno dalla mondanità. Odio il rumore, mi piace parlare poco. A tavola, al massimo. in sei. Amici veri, uno solo, e completamente fuori dell'ambiente del cinema e del teatro, il conte Paolo Gaetani».

Dice Franca: «A me piace viaggiare, a lui no. A me piace veder gente, a lui no. Io sono estroversa, lui introverso. Io amo sentire dischi, ballare: lui, niente».

Dice Totò: «Forse è proprio per questo che andiamo d’accordo. Se si è uguali, se si hanno gli stessi gusti, ci si annoia. Franca è stata importante per me fin dal primo momento che l’ho vista: su una fotografia di giornale, immagini. Chiesi a un amico che la conosceva di presentarmela. Le mandai dei fiori. Quando decido di ottenere una cosa, modestia a parte, ci riesco». Dedica questo madrigale alla moglie e lo pronuncia con inimitabile galanteria napoletana. La moglie sorride, lusingata. La serata continua nel suo cauto torpore.

Il personaggio è questo: un conservatore per difesa personale, per rifiuto delle diavolerie moderne, di cui diffida e che teme. Un uomo all’antica, che guarda con sospetto le mille trappole in cui è costretto a vivere e che possono aprirgli davanti ad ogni istante un trabocchetto impensato. Un sognatore nato per sbaglio nel Novecento e che vi campa da intruso, con insofferenza, nostalgico delle epoche che gli sarebbero state congeniali, i gentiluomini con tutti i loro bravi titoli nobiliari, le gentildonne virtuose e sottomesse, le case con tanto di ponte levatoio in modo da poter alzarlo, chiudersi dentro e lasciar fuori gli scocciatori, i noiosi, gli jettatori e i seminatori di zizzania.

Sentitelo confessarsi: «Ma cos’è quest'affare dei capelloni, del Piper, dello yé-yé? Cos’è questa roba dei balli moderni, delle minigonne, del toccarsi le cosce ballando? Cosa sono queste schifezze? Ma dove andiamo a finire? Ma quale protesta e protesta? Quelli sono degli scostumati. Quella è una gioventù di scimuniti pericolosi. A me piace la gente per bene. Seria. La gente per bene non si mette in maschera».

E i problemi del mondo moderno, i temi su cui dibatte una generazione profondamente diversa dalle precedenti per causa della guerra, del benessere economico, della civiltà dei consumi, del crollo delle frontiere?

«Quali problemi? Le donne, il divorzio? Tutti al loro posto. Niente divorzio. Niente libertà sessuale, niente uguaglianza dei sessi e altre schifezze. In casa, l’uomo è l’uomo e la moglie fa la moglie. Se no, mi dice lei dove andiamo a finire? Io sono pronto ad accettare la discussione, le opinioni della donna, la parità dei diritti. Ma il capo di casa sono io. È ora di finirla con le mogli che prendono il nome del marito, si fanno mantenere è vogliono comandare loro».

Si muove sulla poltrona con gli scatti inimitabili del suo celebre personaggio, unisce e agita le dita battendosele sulla fronte, mima per un attimo la frenesia dei ragazzi scatenati nello shake, scavando con una sola mossa voragini di ridicolo insospettato in quelle giovanili gazzarre.

“Mi piace la Francia"

Sembra di sentirlo esclamare le famose interiezioni che lanciava dal palcoscenico: «Siamo uomini o caporali?», «Quisquiglie, pinzellacchere, sciocchezzuole, balle!». Ci si accorge invece che la sua non è una reazione comica, ma una protesta risentita e autentica; cioè che Totò nelle sue opinioni non c'entra per niente e che sta parlando il principe Antonio De Curtis, il quale non scherza affatto e appunto perché si sente fuori dal mondo non si perita di esprimere convinzioni che l’odierna società giudicherà medievali.

Parla ancora di sé e del suo carattere: «Non amo viaggiare, non sono mai stato in America, non sono mai stato in Inghilterra, non sono mai stato in Germania. Non sono, credo, mai stato in nessun posto, tranne in Francia. La Francia mi place, è un paese libero. Là, per esempio, sfottono De Gaulle e nessuno dice niente. Se l’immagina da noi? Saremmo tutti in galera. Viaggiare vuol dire rischiare, correre inutili pericoli. Io vado a 60 all’ora. Mi difendo. Se viaggio, viaggio in treno. Cos'è questa fretta di arrivare, questa smania di far presto, sempre più presto? Non sono mai salito su un aereo, certo. Anzi, che dico?, per me l’aereo non c'è, non esiste, non l’hanno ancora Inventato. Fossi matto! E se cade, se precipita? Dicono, ma vai a vedere l'America, vai. Sconsiderati. Parolai. Per andare in America ci vogliono quindici giorni e sa lei quante cose possono succedere in quindici giorni? Ci sono i cicloni, i maremoti, i tifoni, le trombe marine. C’è Inez. Mai sentito parlare del tifone Inez. E se, durante il viaggio, mi prende in mezzo? Perché correre rischi? Dice: ma proprio a te, deve capitare? Già, e se capita? Anche quelli che gli è capitata, che ci si sono trovati dentro, facevano lo stesso discorso. Invece gli è toccata». Mi hanno raccontato che quando ha letto sul giornale della sciagura ferroviaria di Bonassola, dove alcune persone morirono asfissiate nella galleria dentro a cui s’era bloccato il treno, parte sempre con due maschere antigas nella valigia.

È superstizioso, teme la iettatura. Ha in grande orrore i gattl neri. Ma siccome è amante degli animali e li protegge, non vuole che si sappia che teme i gatti neri, per paura che la gente faccia loro del male. È pieno di simili candide contraddizioni.

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Le mance principesche

È anzi un uomo in cui due qualità si rivelano subito, irresistibili: la bontà e il candore. Proprio le contraddizioni che da esse nascono ne fanno un personaggio commovente e umanissimo. Non ha comprato case, palazzi, ville, terreni. Possedeva un motoscafo e l'ha venduto, probabilmente ossessionato dal terrore delle tasse. Vive in un appartamento di dieci camere (cosi dicono: io ne ho viste meno), come potrebbe vivere qualsiasi piccolo industriale o medio burocrate romano. Conduce un’esistenza senza sperperi, oculata. Eppure so che è regale nella beneficenza sconosciuta, segreta, quella che si rivolge al suo tenero cuore di partenopeo. Che aiuta, senza domandar nulla e senza informarsi, derelitti, storpi, vedove, orfani, mendicanti, anche imbroglioni e astuti carpitori della sua buona fede. Quando «gira» un film, all’inizio e alla fine non si dimentica mai dei collaboratori più umili: e le sue mance, mai visibili né pubbliche, hanno consistenza veramente principesca. Ma proprio in questo suo dare pudico, nella fermezza con cui difende dalla pubblicità la sua indole generosa è la vera finezza dei suoi sentimenti, il suo buon sangue.

Non vuole che si sappia, per civetteria, la sua età, anche se gli è noto che tutto il mondo la conosce. Spiega: «In questo, io sono come Zacconi. Ho il suo stesso vezzo. Credo che mi si possa perdonare. Gli anni sono quelli che sono, amen. Zacconi, sulla spiaggia di Viareggio, una volta che gli domandai l’età, mi rispose che aveva ottantadue anni. Invece ne aveva ottantaquattro. Se ne calava due, pensi un po'. È napoletano autentico, principe autentico, discendente degli imperatori di Bisanzio davvero. Ma come mai, a un tratto, intorno al 1932, si mise in capo di rivendicare quegli antichi titoli, dopo un’infanzia di povertà, un’adolescenza difficile e I faticati debutti nel teatrini periferici e nelle avventurose sale dei varietà di terz’ordine? La risposta ha una logica incontrovertibile: «Perché soltanto allora ebbi i quattrini per ristabilire la verità sulla mia condizione. Bisognava affrontare spese, compiere ricerche. Occorrevano soldi e finalmente li avevo. Tutta la documentazione era sempre stata a casa mia, nei cassetti di mio padre. Solo che, prima, mi occupavo di problemi più urgenti, il pane e il companatico. Adesso, era venuto il momento». Così dicendo, si alza, prende il rosso volume della nobiltà italiana, lo pòsa sul tavolino e dice: «Apra a pagina 204. Ha aperto? Mi scusi se non lo faccio io, ci vedo poco ormai. Anzi, perché le luci sono così basse? Non si può accendere di più? (Ma le luci sono tutte accese, nessuno ha il coraggio di dirglielo). Ha trovato la pagina? Ecco, guardi il mio nome, il mio casato, legga».

Il suo migliore amico

C'è una sfilata di nomi: Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio, principe, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, altezza imperiale... Seguono anche altri titoli e patronimici, ma lui ha un gesto come per dire: «Salti, satti pure. Bastano questi». Bastano, e di fronte, per contrasto, sta un omino con un nome di due sole sillabe, Totò, che con quelle due sole sillabe il mondo conosce più di ogni principe e duca e al quale il mondo è grato, più che a ogni principe e duca, dei momenti di gioia e dei sorrisi che tanto spesso sono serviti a riportare le cose a una più terrena e autentica dimensione. Ma qui, di fronte al libro d'oro della nobiltà, di fronte al principe De Curtis nel suo salotto, tra i suoi quadri, accanto alla sua bella donna, Totò fa la figura di un intruso. E sembra che da un momento all’altro debba entrare un cameriere impettito a ordinargli: «Tu, pussa via!».

Invece Totò è importante. Totò conta. Il principe dice di lui: «Mi è simpatico, gli devo gratitudine, mi ha fatto vivere bene. È il mio migliore amico. Però, terminata la recita, ognuno per la propria strada. Lui finisce con lo spettacolo, resta sul tavolo del camerino insieme con il panno per togliere il trucco». L’uomo tiene a sdoppiarsi dal personaggio che lo ha reso famoso, dalla maschera; ma non è vero che lo disprezzi. Sa benissimo che il protagonista è Totò, il burattino meccanico, il disossato pupazzo che la gente ama, lo specchio della sua vera natura. Sa che è stato Totò a soffrire la fame, a debuttare senza paga al «Salone Elena» di Roma. Sa che era Totò a chiedere, come unico compenso, i due soldi per il tram, per poter almeno tornare a casa dal teatrino romano senza far chilometri a piedi: e a sentirsi licenziare per tanta richiesta. Sa che fu Totò a conquistare il celebre Impresario Jovinelli, a passare dall’Orfeo» al «Salone Margherita», alla favolosa «Sala Umberto». Sa che i soldi per rivendicare i titoli aviti glieli ha dati lui. Ora, gli piace far mostra che si tratta di due persone diverse, di due mondi diversi. Ma è il vezzo di sentirsi un grande, inimitabile attore e fingere di ignorare che quella grandezza inimitabile sta proprio nell’avere inventato Totò.

«Totò è venuto al mondo originale, non mi ha ispirato nessuno. L'unico comico che ammirassi, ai miei tempi di ragazzo, si chiamava De Marco Gustavo, un macchiettista, di cui non si ricorda nessuno. Il frac di Totò era di mio nonno. I calzoni a mezz'asta erano di mio padre. Ero costretto a tirarli su per camminare. Il nome, Totò, è il diminutivo napoletano del mio nome, Antonio. Aggiunsi una bombetta e fu fatta. Non c'era alcun riferimento, alcuna ispirazione. A recitare avevo cominciato per caso: perché mi ero innamorato, a diciannove anni, di una macchiettista. Quello fu il pretesto...».

Interrompe Franca, con malizia: «Si innamorava spesso».

Lui riprende: «Che c'entra? Se non mi fossi innamorato, chissà che sarei divenuto. Io dovevo fare, secondo i desideri dei miei genitori, il capitano di marina. Ero napoletano, amavo il mare ed ecco bell’e stabilita la mia strada. Invece scelsi il teatro, e i miei si disperarono. Poi, quando cominciarono a entrare i primi quattrini, la disperazione gli passò. Cosa vuole, i soldi sono una grande consolazione per certi dispiaceri».

1966 Franca Faldini 048 03 Toto L

La cotta per la sciantosa

Si lascia andare a rievocare la Napoli della sua infanzia, l'incantevole città di quegli istintivi, naturali «mostri sacri» delle scene che si chiamarono Scarpetta, Viviani, De Filippo, Taranto, Totò: «Sono nato in rione Sanità, il più famoso di Napoli. Quei rione ha nome, in verità, Stella, e sta intorno alla stazione, ma per le buone arie lo chiamano tutti Sanità. La domenica pomeriggio, le famiglie napoletane usavano riunirsi nella casa dell'una o dell’altra e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, chi cantava. Erano riunioni per bene, niente pomiciamenti. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano. Non le schifezze d’oggi. E così si passava il tempo, divagandosi: io facevo scenette comiche, per giuoco. Fu in quel modo che cominciai. Finché mi presi la cotta per la sciantosa e mi buttai.»

«La Napoli di allora, degli anni intorno al Venti, è scomparsa. Non c'è più. Quella odierna è una cosa diversa. Spesso non la riconosco. La mia Napoli è lontana. Adesso c’è "il Napoli". Alla larga. Tutte fregnacce, fetenzie. Fracasso. Detesto il fracasso. Cosa ne è, oggi, del rione Sanità? Era anche quello di Marotta. Per anni e anni. Marotta scrisse sempre contro di me. Poi interpretai una parte nel film tolto dal suo libro "L’oro di Napoli", e cambiò. Si mise a lodarmi e diventammo amici». Aggiunge con pudore: «Anche altri grandi scrittori mi lodano: Zavattini, Simoni, Ramperti».

È un appassionato lettore di cronache di delitti, di resoconti di processi. Gli sarebbe piaciuto fare il poliziotto. «Mia madre mi chiamava "'o spione", perché passavo le ore a guardare dentro le finestre della gente, sperando sempre di scoprirne i segreti. Certi giorni, da ragazzo, per strada, mi mettevo dietro una persona e la pedinavo per ore. per il gusto di penetrare un mistero». D’ogni grosso fatto criminoso s'è costruito la propria opinione, con slancio e competenza: Ghiani e Fenaroli sono colpevoli, Bebawi non ha ucciso e l’assassina doveva essere lei, il diplomatico Grande non sparò e sua moglie fu probabilmente uccisa da un servo.

«Quando c'era Maigret alia televisione», interrompe Franca. «si fermava la casa. Non si doveva perdere una puntata. Macché puntata: una battuta». Lui conferma gravemente: «Cervi è un grande attore e io sono un poliziotto dilettante». Un hobby. Ma se ci pensate un momento, nel ruolo dello «spione» (come lo chiamava sua madre) non ci vedete il principe De Curtis, che pure coltiva a tempo perso l'amabile passatempo, ma uno sgomento e sciagurato Totò, pieno di disgrazie e di trovate.

Gli piace Mina. Come cantante. Come bella donna. Come donna privata. Alla televisione, a Studio uno, è andato per lei. Per nessun'altra si sarebbe mosso dal suo ovattato eremo dei Monti Parloli. La sua grande consolazione è la poesia. Poeta è nato: una volta scriveva i suoi versi, ma non gli riesce più, perché è quasi cieco. Allora li detta al registratore, e lo stesso sistema usa quando compone la musica delle sue canzoni. ePoi le fa ascoltare agli estranei, per averne un giudizio, prima di lanciarle. Quando scrisse Malafemmnena, disse all'autista, mentre viaggiavano in macchina: «Senti un po' questo motivo». E cominciò a canticchiarlo. Alla fine domandò: «Che te ne pare?». «Altezza», rispose l'autista, «mi pare una lagna».

«E tu sì 'nu fesso», replicò Totò senza arrabbiarsi, «perché questa invece è ’na cosa bella e tu non hai capito niente». Aveva ragione lui.

Parla anche della sua comicità e della comicità del nostro tempo: «Oggi si è persa l'arte di far ridere. Oggi si tenta di divertire la gente con le barzellette, con le battute. Io le barzellette non ho mai saputo dirle. Se voglio raccontarne qualcuna, mi imbroglio, ne vien fuori una cosa penosa. Io non so raccontare. Sono un comico muto. Io sono sempre andato in scena con canovacci di dieci minuti, che sviluppavo sul momento, fino a farli durare anche tre quarti d’ora. Dicono che ho una faccia triste. Non ce l’ho triste, ce l’ho storta, perché mi sono rotto il naso. Ma con questa faccia triste ho fatto ridere per tanti anni, risate vere, e la gente ride anche oggi, modestia a parte. Glielo dico lo perché. Perché la comicità vera ha sempre un fondo macabro, tragico. La mia comicità è di questo tipo. Non c’è niente che provochi singulti di ilarità, assalti maltrattenuti di "fou rire" quanto un funerale, che è lo spettacolo della morte».

Cattolico professante

Gli domando se è credente. Mi risponde che è credente e cattolico professante. Voglio sapere se è vero che, quando gli fu detto che avrebbe perduto la vista completamente, chiese la grazia a San Gennaro, suo protettore, e la ottenne. Si rivolta risentito: «Ma quale san Gennaro? Il santo mio è sant’Antonio da Padova. Un santo simpatico, carino. Qualche volta non obbedisce e allora lo punisco. Prendo la sua immagine che sta sul mio comodino e la volto contro il muro. Lo metto in castigo. Come si permette? Ma funziona, funziona, creda a me. San Gennaro è soltanto un concittadino illustre».

Svela le sue ambizioni segrete; gli piacerebbe scrivere un romanzo, ma non se ne sente capace ed ha, lui famoso e ammirato, la rara modestia di confessarlo. Vorrebbe recitare una commedia, ma dove sono oggi le buone commedie? Farà però ancora compagnia teatrale per un paio d'anni, prima di ritirarsi. La regia cinematografica (a lui che ha fatto più di cento film) non interessa. La regia è disciplina, ma disciplina imposta. E Totò, che è per natura disciplinatissimo, obbediente, zelante, quando la disciplina diventa imposizione si ribella. «E poi, un regista dovrebbe essere uno che sa tutto, e invece spesso non sanno niente. A me ne capitò uno che, sulla tavola di un pranzo d'ambasciata, fece mettere i tovaglioli dentro i bicchieri, come nelle asterie. Una ambasciata, quello, non doveva averla mai vista neppure col binocolo. E voleva spiegarla agli altri».

Viva i fagioli

Sul lavoro Totò è pronto, rispettoso degli ordini, infaticabile, paziente, servizievole. Da vecchio attore nato alla dura scuola del palcoscenico, dice che l’arte è prima di tutto mestiere, artigianato, buon professionismo. È nottambulo, in conseguenza di abitudini prese in tante stagioni di «giri» per l’Italia con le compagnie di rivista. Gli piace stare alzato nel silenzio della notte, conversare pacatamente, ascoltare Franca che gli legge i giornali, godersi della buona musica. Dorme invece al mattino e il resto della giornata è dedicato al lavoro. Mangia poco. Potrebbe nutrirsi per anni sempre dello stesso piatto, non ha preferenze, non è un buongustaio. «Però, a pensarci, una preferenza ce l’ho. I fagioli. Sarà volgare finché vuole, ma i fagioli sono i fagioli». Beve un dito di whisky al massimo. Non si è mai occupato di politica e continuerà a non occuparsene, alla larga! Gli sforzi delle sue esibizioni ginniche sul palcoscenico non gli sono mai pesati: ha una statura mediocre, ma un fisico di atleta, con un torace da un metro e dieci.

È cortese, espansivo ed ha il dono non frequente di instaurare con l'interlocutore, subito, un rapporto di amicizia e di confidenza. Si preoccupa con sincerità e senza smancerie dell'ospite: vuole ancora whisky? Ha abbastanza carta per scrivere? Gli occorre una penna? C’è dell’altro che voglia sapere? Parla con gusto, come tutti i solitari. Ogni tanto non gli viene la parola e allora si batte il dito sui denti, alza gli occhi al cielo, mormora «Mannaggia, mannaggia...». Totò.

Alle pareti si vedono grandi quadri, una dama in abito azzurro, ritratti tradizionali. Su uno scrittolo, in bella vista, una fotografia di Umberto di Savoia, con dedica. Cosa pensa, altezza, di Umberto, dato che non si può chiedere a un principe se sia o non sia monarchico?

«Umberto sarebbe stato un grande re, il più grande. Ha pagato le colpe di suo padre. Lui avrebbe fatto benissimo. È un gran signore, un uomo di mondo».

Fin qui il principe Antonio De Curtis, cavaliere del Sacro Romano Impero. Ma poi c’è Totò, che prendendo in mano il ritratto su cui le parole del re si sono sbiadite con il tempo, fino a diventare quasi illeggibili, commenta: «Io, a Umberto, questo avrei voluto dirgli: "Maestà, quest’inchiostro, invece di usarlo per le dediche, lo tenga per firmare le cambiali"».

Silvio Bertoldi


Oggi Silvio Bertoldi, «Oggi», anno XXII, n.48, 1 dicembre 1966