Una novella di Totò: due mamme e un comico

1901 Anna Clemente

1956 10 07 Domenica del Corriere introQuando rientrando verso sera dopo le prove egli la sorprese seduta alla finestra, lo sguardo quasi smarrito fisso in alto, a contemplare una porzione di cielo, avvertì una stretta al cuore e gli parve che improvvisamente un presagio di sventura fosse entrato in quella stanza ed aleggiasse tra loro. Lei si levò e con passo lieve gli venne incontro: lo abbracciò baciandolo sulla fronte e come sempre gli chiese se fosse stanco, se la giornata gli fosse parsa particolarmente faticosa, se abbisognasse di nulla. Antonio diceva di no con il capo e intanto si chiedeva quale poteva essere la misteriosa ragione che aveva fatto piangere sua madre, la quale da cattiva commediante aveva cercato di nascondere il rosso gonfiore delle palpebre sotto un leggero strato di cipria.

1956 Antonio De Curtis 064 LL'unione che esisteva tra loro non consentiva segreti e, quando il labbro non era eloquente, bastava si guardassero in silenzio, o si tenessero stretti stretti per dirsi mutamente tutto. Talvolta egli la prendeva a sedere sulle ginocchia, proprio come aveva fatto lei con lui, per tempo immemorabile, quand'era bimbo; e gli piaceva cullare la sua «vecchina» smagrita, rinsecchita, rimpicciolita dagli anni, docile e timida, accarezzandole i capelli candidi divisi nel mezzo da una rosea scriminatura e raccolti dietro a chignon. Lei sorrideva allora tranquilla, in pace con se stessa e con gli uomini: il sorriso ritrovava l’antica bellezza e lo sguardo le ridiveniva chiaro.
Ma Antonio quella sera non prese la mamma sulle ginocchia, perchè le avrebbe estorto un segreto che lei non gli voleva confidare; capi che doveva lasciarla sola con i suoi pensieri, seduta accanto alla finestra a rimirare la sua porzione di cielo, e quasi in punta di piedi uscì dalla stanza.

Improvvisamente era insorto quella mattina nella mamma di Antonio il desiderio di tornare a Napoli. Abitava a Roma con il figlio ormai da anni, da quando, presa la via del teatro e del cinema, egli aveva saputo imporsi, divenire qualcuno. Portava sul volto, Antonio, quasi una maschera tragica: il viso scavato da rughe, l’occhio fermo e severo, il naso aquilino su una bocca di taglio netto e fiero, lo dicevano nato per i ruoli fortemente drammatici: invece era divenuto un comico, quasi avesse voluto scegliere la via più lunga e difficile per giungere al successo.

I primi anni erano stati duri: il pubblico, uso ad una comicità senza contenuto di pensiero, non sapeva assuefarsi al grottesco elaborato con il cuore e con l’intelligenza, alle pantomime che, se in superficie slargavano al riso, nel fondo compendiavano tutto l’amaro della vita. Fare della comicità rappresentava per Antonio non l’esercizio di ima professione più o meno lucrativa, quanto una necessità di distribuire alle platee quel dono che i Malesi chiamano «l’arboscello della gioia»; quell’ arboscello che la credenza indigena vuole cresca nell’interno del corpo, con le radici affondate nel ventre e la corona nella testa: il riso, indizio della libertà umana. Applicava nell’esplicazione della sua arte una filosofia corrente, ma senza alcun dubbio profondamente umana. Deposti gli abiti d’obbligo del pagliaccio la sua maschera tornava tragica, come.se le tre ore di spettacolo avessero esaurito in lui la meravigliosa linfa, e necessitasse ogni volta di un lungo riposo per ricaricare le pile da cui traeva il suo umorismo. E ad ogni spettacolo egli sapeva dare sempre qualcosa di nuovo, di suo; era un fisiologo della risata. «Il riso — egli aveva scritto un giorno in un articolo nel quale aveva tentato di definire la funzione del comico nella società moderna, — ha un’ importanza sociale: esso attacca, è contagioso. Lo sbadiglio lo è ancora di più, ma la sua funzione è meramente corporale. Il contagio del riso invece è spirituale: esso unisce gli uomini, li livella, poiché nel momento culminante della barzelletta tutti gli uditori sono dominati dalla stessa impressione, nessuno può sottrarsi al riso. L’anima umana ha sempre il desiderio di equilibrare e di livellare i sentimenti che la agitano».

Teorie difficili da far capire a masse di diversi gusti e diverse sensibilità convenute solo per divertirsi senza prestare pensiero ad altro. Ma alla fine Antonio era riuscito ad imporsi e sua madre, chiuso il silenzioso appartamento che possedeva in via Capodimonte a Napoli, s’era trasferita a Roma nel nuovo ed elegante quartiere. Ma la nostalgia della sua città era tale in lei da strapparle segrete lacrime che solo il geloso amore di Antonio riusciva ad asciugare.

Da giorni un peso le opprimeva il cuore e la testa le turbinava in una girandola senza fine. Occultava col sorriso al figlio diletto l’angoscioso presentimento, si sforzava dì mostrarsi gaia: se egli le chiedeva come si sentisse, ella rispondeva invariabilmente: «Ventenne, quando mi sei vicino». Ma quella mattina il richiamo si era fatto più urgente, più imperioso. Doveva decidersi, prima che fosse troppo tardi.

Quella stessa sera a tavola disse ad Antonio che si sarebbe recata a Napoli.
— Non per molto tempo spero, — disse lui, già agitato dal pensiero della sua lontananza.
— Solo per una breve vacanza — rispose. — Ci rivedremo presto.
E Antonio avverti dentro di sè una sensazione di freddo.

Antonio fu chiamato al capezzale di sua madre pochi giorni dopo. Appena arrivata a Napoli la vecchia signora, proprio come se avesse resistito a lungo con estremo sforzo, si era messa a letto e non si era alzata più. Alla dama di compagnia, ai parenti, alla servitù che avrebbe voluto telegrafare al figlio, ordinò che non lo si distogliesse dal suo lavoro: «Non è nulla di grave. Passerà». Ma lei sapeva che non era così. Apposta aveva voluto tornare nella sua casa di via Capodimonte, per morirci. Voleva spegnersi nella sua Napoli.

Antonio mandò per il sacerdote e venne un pretino sui trent’anni, smilzo, che solo da poche settimane era stato nominato coadiutore del parroco. Antonio, a pie’ del letto, assisteva al sacro rito come se tutto ciò che stava avvenendo dinanzi a lui fosse una scena irreale, vissuta in sogno un’infinità di tempo prima. Non sapeva capacitarsi della verità di quella cosa crudele che è la morte e solo la dignità del suo dolore gli impediva di abbandonarsi al pianto convulso che lo scioglieva dentro. Si lasciò tuttavia scivolare a fianco del letto e, presa la mano della madre, già fredda, la baciò con disperato, forsennato amore quasi volesse con il calore dei suoi baci infondere nuova vita alle sfinite membra.

Non seppe neppure lui quanto tempo stette così. Forse un’ora, forse più, gli occhi chiusi, il capo affondato nella serica coltre. Udiva un bisbìglio di preghiere pronunciate in latino, cui rispondeva un coro sommesso di donne rotto dai singhiozzi. Poi le preghiere cessarono ed egli sentì che ima mano leggera e nello stesso tempo ferma si posava sulla sua spalla. Levò lo sguardo ed incontrò quello del pretino. Era ancora lì, era rimasto lì per tutto il tempo a pregare con lui. Poi dolcemente il prete lo obbligò ad alzarsi, lo trascinò con sè in un’altra stanza, e, presolo sottobraccio con familiarità di vecchio amico, lo indusse a passeggiare con lui da un capo all’altro del salotto parlandogli da fratello a fratello. Vi era nell’atteggiamento del sacerdote qualcosa di intimo; nei suoi gesti, nel suo sguardo particolari che parvero a tutta prima strani ad Antonio. Sembrava gli parlasse un altro se stesso, più maturo, più illuminato. Più che il confòrto affettuoso del sacerdote, era l’umano calore di un uomo che, come lui e prima di lui, doveva aver affrontato quella fase di dolore.

— Lei riprenderà serenamente il suo lavoro perchè, come tutti, ha un compito da adempiere. Quello di allietare.
— Non mi sarà più possibile far ridere — disse Antonio scrollando il capo. — Almeno per un po’.
— Dio l’aiuterà. Io pure mi sono trovato in un tempo che è ormai molto lontano in una situazione analoga, precisissima, oserei dire, alla sua. In lei oggi non ho visto soltanto un fratello da consolare..., — esitò per un istante: — ma un collega, un ex-collega da rincuorare. — E poiché. Antonio mostrava di non capire, il sacerdote continuò: — Circa dieci anni fa io ero un povero comico di varietà, un «guitto», come ce ne sono tanti. E forse sospiravo la gloria. Poi, un brutto giorno, mia madre morì e fu tale il dolore, tanta la disperazione che sentii essiccarmisi la vena del mio povero umorismo. Capii anche che probabilmente non era quella la mia strada, ma un’altra, quella che mia madre aveva sempre desiderato che io seguissi: la, strada del sacerdozio. E come vede Dio ha aiutato anche me, come aiuterà lei se è veramente chiamato a far dimenticare per un momento agli uomini i propri rancori ridendo. Antonio era troppo frastornato per poter parlare.
— Lei è ormai un uomo famoso, — riprese il sacerdote, — io l’ammiro e la stimo, perciò la esorto a continuare ad essere quello che è.

Il giorno dopo mentre tornava a Roma, Antonio fu riconosciuto dai viaggiatori che si trovavano nel suo stesso scompartimento e, come sempre gli accadeva, venne pregato di esibirsi ed egli con il cuore dolente fece ridere a lungo e a lungo rise con loro. Ed apprese in tal modo che la lacrima ed il riso non sono tanto lontani l’uno dall’altra, appunto perchè sono contrari; che si può ridere fra le lacrime e piangere ridendo, e che solo questo chiaro-scuro di dolore e di letizia riesce a sciogliere veramente la pena d’un gran cuore tormentato.

1956 10 07 Domenica del Corriere firma

Antonio de Curtis


Grazia Antonio de Curtis, «Domenica del Corriere», Anno 58, n.41, 7 ottobre 1956