Benti Galeazzo (Bentivoglio Galeazzo)

GaleazzoBenti

Nome d'arte di Galeazzo Bentivoglio (Firenze, 6 agosto 1923 – Bracciano, 20 aprile 1993), è stato un attore e sceneggiatore italiano.

Biografia

Quando il conte Bentivoglio ( discendente della famosa signoria bolognese ) s'accorse che il nipote Galeazzo, alto, elegante e brillante seduttore, stava trascinando "nel fango del cinematografo" il buon nome del casato, gli impose, per vie legali, di cambiare il cognome. Nacque così, dall'ira del nonno, un elegante nome d'arte: Galeazzo Benti.
Impareggiabile viveur sul palcoscenico e sullo schermo, non fu la "spalla" più assidua di Totò (sei film, lontanissimo da Mario Castellani e Aroldo Tieri) ma al suo fianco creò personaggi indimenticabili: uno per tutti, il gagà Dodo della Baggina de L'imperatore di Capri (1949).
Per lui quel ruolo era, però, una condanna; tanto che, nel 1955, a trentun anni, arrivato in Venezuela per una manifestazione, vi si fermò a lavorare nel cinema e in tv per un quarto di secolo. In Italia tornò "vendicativo come il Conte di Montecristo", raccontava spiritosamente, "Quando un produttore mi proponeva di fare il gagà, gli dicevo di andare a...".


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La storia di Galeazzo Benti da spalla del «Principe» a interprete di se stesso negli ultimi film. In mezzo, i venticinque anni passati in Venezuela, cercando di dimenticare gli intellettuali italiani, che nel frattempo cambiavano idea.


Era già famoso quarant’anni addietro quando interpretava il nobile gagà al cinema. Ma, aristocratico e snob qual era, aveva cominciato ad aborrire quella popolarità che gli veniva dall’essere la seconda spalla del più grande comico italiano di tutti i tempi: Totò. Così, Galeazzo Benti, classe ’23, abbandonata 1991 08 02 Europeo Galeazzo Benti f3l’Italia, se n'è rimasto 25 anni in Venezuela per fare dimenticare il «sacrilego» accostamento tra il suo sghembo faccione rotondo e quello romboidale del principe De Curtis. A giudicare però dai risultati, 5 lustri d’esilio non gli sono serviti a nulla. Perché, tornato stabilmente in Italia, ha dovuto interpretare i vecchi ruoli dcH’aristocratico vanesio: l’ultimo suo lavoro è la rappresentazione del conte Max nel remake dell’opera che vide impegnato prima Vittorio De Sica e poi Alberto Sordi. Lo provoco: «Caro Benti, lei è nato conte e conte deve restare nella vita come nel cinema; tanto in Italia quanto in Venezuela; sia negli anni 50 e sia nei 90». E gli sparo pure un luogo comune, toh.

Nessuno, conte Bentivogli, sfugge al proprio destino.

«È vero, ma ora, come il mio pari, il conte di Montecristo, sono passato alle vendette».

Vendette di che tipo?

«Faccia attenzione all’analogia: dopo essere stato calunniato come Dantes, ingiustamente (blah, dicevano, fa il film con Totò), e condannato al carcere (legga: 25 anni di Venezuela), sono tornato in patria per scagliare i miei fulmini. Ora, pensionato benestante e disincantato attore, posso prendermi le rivincite facendo il conte quando, dove e con chi voglio io».

Ha già fatto qualche vittima?

«Sì, per giove. Ad un produttore che mi proponeva un lavoro tipo vecchio gagà ho risposto: grazie, ma di fare film con te non me ne frega niente».

Benti, anzi Bentivogli, lei è un conte vero, se non sbaglio.

«Di antico ceppo bolognese, la mia famiglia era emigrata prima a Firenze e quindi a Roma dove io, seguendo l’estrosa vena di mio padre, m’iscrissi al liceo artistico, corso di scenografia e costume. Ma prima di conseguire il diploma fui ghermito dal cinema».

Quando entra nel cinema?

«Nel ’40. Essendo giovane e bello mi propongono di fare la comparsa in Pia de’ Tolomei».

E quando comincia a fare l’attore?

«Con Bengasi, di Augusto Genina. Cerano Amedeo Nazzari, Vivi Gioì, Ben Danesi, Andrea Checchi, Fosco Giachetti e altri».

Chi interpreta in «Bengasi»?

«Un soldato inglese. Guadagnavo 175 lire al giorno ma rischiai d’essere arrestato».

Come mai?

«Per le scene di massa la produzione usava dei prigionieri indiani d’un vicino campo di concentramento che erano controllati dai carabinieri. Dovendo interpretare un militare inglese ero costretto a stare con loro. Una sera, quando, finito il lavoro, gli indiani vengono radunati per essere accompagnati al campo, due militi mi vedono in divisa nemica e portano via pure me. Ci volle l’intervento d’un mezzo federale per fare capire che ero un "nemico”, ma italiano».

Il suo primo film è, dunque, «Bengasi».

«Del quale i vecchi spettatori forse non ricordano che c’erano due finali. Come si sa Bengasi era stata presa e ripresa dagli inglesi e dagli italiani varie volte. Poiché il film uscì mentre si svolgevano quegli eventi bellici, i cinema, a seconda che la città era in mano italiana o in quelle degli inglesi, usavano una delle 2 pizze. Nel primo caso il podestà diceva: le nostre truppe sono tornate; Bengasi ritorna all’Italia. Nel secondo l’attore Notari concludeva: le nostre truppe si dovranno ritirare ma ritorneremo vincitori».

Dopo «Bengasi» lei interpreta...

«I 3 aquilotti. C’era pure Alberto Sordi appena uscito dalle falangi dei ragazzotti romani. Un po’ più vecchio di me, aveva fatto del teatro, in particolare il boy al Brancaccio. Nel film recitavano Leonardo Cortese, la sorella di Maria Denis e altri.

Nei «3 aquilotti» lei è ancora Bentivogli. Perché cambia nome?

1991 08 02 Europeo Galeazzo Benti f2«Per colpa di mio nonno. Il vecchio era un cavaliere di Malta di quelli che si paravano col mantello e le piume sul cappello. Incavolato nel vedere Bentivogli nel titolo di quel film sbottò: "Io non permetto che il mio nome venga gettato nel fango del cinematografo”. E citò a giudizio mia madre (mio padre era morto) pretendendo che io, destinato alla guardia nobile, non calcassi le scene. Il giudice, salomonicamente, suggerì la potatura del cognome».

Il primo film nel quale compare col nome di Benti è «Giamburrasca» del ’42?

«Ero stato scritturato da Vittorio Mussolini che aveva una compagnia denominata Abc. Con quel film guadagnai 10 mila lire».

Com’era il figlio del duce?

«Una persona squisita sulla quale pesava quel nome importante e del quale, mi creda, non approfittò mai. Con Abc girai anche Anime in tumulto. Si trattava, però, di filmetti».

Quando comincia a interpretare lo snob?

«Con un altro film di guerra: Gente dell’aria. In quella pellicola sono un aviatore che per un suo vezzo rifiuta di indossare il paracadute e per questa ragione va giù insieme con il suo aereo».

Benti, com'era la cinematografia fascista?

«Molto seria, molto ben fatta, avanzata, tecnicamente perfetta con tanti ottimi attori che venivano dal teatro: Melnati, Viarisio, Ada Dondini, Cervi, Cecchi, De Sica, Rissone».

Le promesse di quel cinema chi erano?

«Beh, Sordi, Leonardo Cortese, Carlo Minello, Andrea Checchi. C’erano anche parecchie ragazze giovani che, però, professionalmente avevano una vita corta».

Come si afferma lei?

«Grazie a Mario Mattoli un grosso e grasso regista chiamato Giorgio Culor, una volgarizzazione di George Cukor».

C’era la mania, tutta romana, di storpiare i nomi e di mettere i soprannomi.

«Giachetti era chiamato Errol Fliniamola; Lamberto Picasso, pelato col monocolo, Eric von Stronzain».

Diceva di Mattoli

«Ecco, Mattoli che aveva diretto I 3 aquilotti mi aiutò molto. Grazie a lui cominciai a frequentare le scuole di musica e presi a caratterizzare i miei personaggi».

E viene «La freccia nel fianco» di Lattuada.

«È il 1943. Pensi che l’attore principale di quella pellicola avrebbe dovuto essere Gassman, il quale venne fatto venire da Milano ma se ne dovette tornare sconsolato perché non piacque a qualcuno. Al suo posto presero Leonardo Cortese».

«La freccia nel fianco» era...

«Un polpettone di Luciano Zuccoli che girammo ad Arsoli, nella casa del principe Massimo Torlonia, nel settembre del '43. Siccome il paese era un importante crocevia laziale, tutti quelli che scappavano da Roma passavano da lì e si meravigliavano nel vederci tranquilli e fuori del mondo. Finalmente un giorno arrivò un generale del Sim il quale ci disse: ”Ma che state a fare qui. Scappate”. E tornai a Roma».

Torna nella Roma città aperta dell’occupazione nazista.

«Sicuro. Io, impegnato da Mattoli, entro nel teatro di rivista. Si apre la serie di Zabum con Melnati, De Sica, Rissone, Coop, Gioi, Villi e tantissimi altri. Poi, con la liberazione della città, arrivano le riviste da Napoli e a quei primi mostri del teatro se ne aggiungono altri: Totò, la Magnani e così via».

E lei che fa?

«Io sono già il gagà, lo snob, l’elegantone, il gentiluomo inglese o scozzese. Sono un tipo in mezzo a numerosi altri tipi della rivista. L’Italia che muore di fame vuole dimenticare la guerra e col varietà ride anche dei suoi guai. In questo mondo conosco Totò che s’interessa a me anche per via del comune sangue nobile. Con lui partecipo alla rivista Imputali alziamoci. Quello è il primo varietà che da Roma va verso il Sud. A Napoli, in quell’occasione, vivo una avventura malapartiana. Si recitava al Trianon, a Forcella, un quartiere che per gli americani era off-limits. Solo quando sulla scena appariva Totò, la sala prestava attenzione. Tutti gli altri attori erano fischiati, spernacchiati o semplicemente ignorati. Proprio a Napoli ci sorprende la fine della guerra in Europa».

E cioè il 9 maggio 1945.

«Quel giorno la città impazzisce. Gli americani si scatenano per le strade. Uno di loro, in jeep, si schianta contro un muro e muore. Totò sentenziò: 'a questo che muore così il giorno della fine della guerra, anziché un crisantemo bisognerebbe mettere sulla tomba uno stronzo'».

La fine della guerra apre la via del Nord alla rivista.

«La prima che lascia Roma per il settentrione è Soffiaso di Garinei e Giovannini. Nel Sud la satira aveva cominciato a dissacrare anche la politica. Nel Nord gli autori erano ancora serissimi. Capitò che a Genova sfottemmo i comunisti e, a metà scena, qualcuno gettò una bomba che sfondò una porta. Scapparono tutti. Io, rimasto dentro un camerino, non mi accorsi di nulla. Quando uscii in strada rischiai il linciaggio. Un altro quarantotto accadde a Milano dove quelli del Cln sfasciarono le poltrone dell’Eden e la polizia militare inglese portò dentro tutti, anche il sindaco Antonio Greppi che era intervenuto per difenderci».

Lei dunque fa l’attore del cinema, del varietà...

«E anche il disegnatore del Marc’Aurelio. In quella formidabile fucina di uomini di cultura c’erano Fellini, Marchesi, Age, Scarpelli, Scola, Castellano, Pipolo, Vichi. Io disegnavo la signorina Menné che poi ispirò Franca Valeri».

Il suo primo film con Totò è, comunque, del...

«Quarantotto. I due orfanelli...».

Con la Barzizza...

«Che, tra parentesi, scovai io. Lei lavorava con Macario. E siccome Mattoli mi aveva dato l’incarico di trovare una bella ragazza gliela indicai».

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Poi, nel '49, venne il famoso «Imperatore di Capri».

«Il film nacque da un’idea di Marcello Marchesi. Il regista era Comencini agli esordi. Fu il primo tentativo, riuscito, di presa in giro dell’alta società italiana».

Lei è uno dei protagonisti?

«Nel film impersono, praticamente, me stesso. Il 2 giugno 1948 avevo presenziato all’apertura della Capannina di Viareggio. Per questa ragione fui scritturato come attore, come aiuto regista e come addetto alle cose snob».

C’erano molti snob veri.

«Naturalmente. Il film rappresenta una sorta di neorealismo del comico. Vi partecipava la prima moglie di Nuvoietti e parecchi altri blasonati».

C’era anche Mazzarella, il giornalista della Rai, che non era blasonato e che faceva lo snob schifato.

«Attenzione a non confondere i film. Quello dove compare Mazzarella è lo sketch principale di L’imperatore di Capri, rifatto un paio d’anni dopo da Steno per il film Totò a colori. Fu la prima pellicola a colori girata in Italia nel dopoguerra. La gente sveniva sotto le lampade del set e per vedere i provini bisognava aspettare 20 giorni che li sviluppassero a Londra».

Con Totò lei fa rivista e cinema. Negletto nella vita, il principe è stato mitizzato dopo morto. Com’era in realtà?

«Totò possedeva una stupenda vena naturale. Era istintivo, bravissimo, inguidabile. Bisognava metterlo davanti alla macchina da presa e dirgli: fai. La scena del vagone letto consisteva in 4 cartelle scritte. Lui ne fece un pezzo di cinema che dura 40 minuti».

Allora grande...

«Grandissimo, anticipatore del genere demenziale che apparirà 30 anni dopo. Ma allora egli era incomprensibile agli intellettuali i quali non lo capirono e non gli perdonarono il successo popolare. Schifati davanti alle sue cose, dicevano: blah, i film di Totò. Ed è proprio per questo che io me ne vado in Venezuela».

Per colpa di Totò lei emigra?

«Mi avevano esasperato al punto da farmi vergognare d’aver fatto i film col principe. Il regista Luciano Emmer, che pure rappresentava la nouvelle vague italiana, mi chiamò per il film Parigi è sempre Parigi. Tuttavia manifestò una scarsa considerazione per me. A uno che gliene chiese la ragione rispose: "Si, è bravo, ma fa i film con Totò”».

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E lei...

«Che potevo farci. Ero chiuso nel cliché del gagà e venivo impegnato solo nei film del grande comico».

Dunque per colpa di Totò è costretto...

«No, la colpa era del cinema italiano. Io avevo partecipato a 60 film nei quali avevo interpretato il ruolo del giovane gagà. E non ne potevo più».

Questo vizio di condannare un attore a fare sempre le stesse cose è particolare del cinema italiano?

«Il cinema, per sua natura, tende al cliché. Contrariamente al cinema americano, che è portato alla grande caratterizzazione, quello italiano ha però il vizio di ridurre il personaggio a macchietta».

Lei, conte, davvero non vuole essere una macchietta ma un attore.

«Per questa ragione nel ’55, a 31 anni, mentre vivo questo tormento, decido di abbandonare l’Italia».

E va in America. Ma in quella sbagliata: il Venezuela.

«Il paese non lo scelgo io. Invitato all’inaugurazione di un megateatro, quando giungo a Caracas vengo invitato a restare in Venezuela per fare cinema e Tv. Nel ’53, quando ancora in Italia ci sono 20 mila televisori, io partecipo a Ottovolante, un programma della televisione con Flora Lillo, nel quale debutta come regista Antonello Falqui».

Nel ’55, famoso, lei lascia l’Italia dove stanno esplodendo Tv e commedia all’italiana per andare a finire in Venezuela.

«Ero sposato da poco e stavo per diventare padre. Improvvisamente fui travolto dall’emozione di vedere quel mondo nuovo che aveva popolato i miei sogni: il mondo dei Conrad, Melville, Stevenson».

E cosa fa in Venezuela?

«Con un contrattone, mi viene affidata l’organizzazione d’un programma televisivo che, vedi caso, era stato abbandonato da Mike Bongiorno...».

Dritto Bongiorno...

«Mentre mi occupavo di televisione, organizzai una compagnia di napoletani che recitavano De Filippo. Poi mi lasciai sedurre dal paese in cui si stava piacevolmente in maniche di camicia. E, un po’ per via di mia moglie che si era iscritta all’università locale, un po’ per colpa di mia suocera che s’era trovata una compagnia d’insabbiati con i quali giocava a bridge tutto il giorno, un po’ per pigrizia, mi adeguai».

Dunque lei trascorre laggiù gli anni ruggenti dell’Italia.

«Dal Venezuela non mi accorgo di questi anni ruggenti. Di tanto in tanto vengo colto dalla nostalgia ma resisto. Finalmente nel ’62, dopo 6 anni di colonia, torno. Arrivato a Roma la prima persona alla quale telefono è Metz, il quale, affettuoso, mi chiede: "Cavolo, Galeazzo, ma sei su piazza? Allora perché non ci fai una parte in un film? Ti facciamo fare il conte Maltivoglio. Che ne dici?”. ”Ti dico di andare affanculo”, gli risposi. Buttai giù la cornetta e me ne tornai in Venezuela».

E non torna più?

«No, no, ritorno ogni anno per stare un mese con i miei».

Allora registra le trasformazioni che avvengono in Italia?

«Ma certamente. Ogni volta che rientro incontro i miei vecchi amici: Scola, Age, Scarpelli, Amidei. Siamo negli anni di II sorpasso. Naturalmente mi accorgo che l’Italia se svegliata. Gli spaghetti western mi tentano. Ma in Venezuela le cose mi vanno benino».

Lei però non vive né la commedia all’italiana e neppure la contestazione.

«Intanto ero diventato venezuelano. Dunque, m’interessavo alle cose e alla politica locali. Della realtà italiana mi arrivavano gli echi».

Ma tutte le volte che veniva in Italia non avvertiva un po’ di frustrazione?

«Sicuro che la sentivo. La percepìvo tale e quale la subisce il protagonista del film La terrazza, quell’attore che era rimasto fermo agli anni 50 e per il quale Scola prese me a modello. Ingenuo, proponeva cose sempliciotte a un mondo di superarrivati e di volponi. E, come quel tipo della pellicola, anch’io nella realtà italiana non resisto c me ne torno in Venezuela».

Però il suo pensiero è rivolto allo Stivale.

«E, infatti, un po’ il successo del film, un po’ le sollecitazioni e i consigli degli amici, mi spingono, nell’81, a rientrare».

E dopo 25 anni di esilio scommetto che qualcuno le ha proposto di rifare il gagà.

«Aveva dubbi? Ma a questo punto tornare a fare il vecchio gagà non era una resa ma una concessione. Anche perché, lavorando con Tessari, Damiani e altri bravi registi, sono riuscito, finalmente, ad eseguire alcune intelligenti caratterizzazioni per una delle quali, quella che si riferisce al film Io e mia sorella, con Verdone, ottengo la nomination al David di Donatello».

E il cinema italiano come l’ha trovato?

«Molto peggiorato il genere che facevo io, di alto livello quello d’autore».

E come ha trovato quelli che aveva lasciato negli anni 50?

«Come i personaggi di La terrazza. ricchi, benestanti, frustrati, incazzati, astiosi e maldicenti».

Ma incontrandoli una volta all’anno e vedendoli sempre più ricchi e opulenti, non veniva colto dai ripensamenti?

«Di ripensamenti ne avevo, e tanti. Ma mi confortavo dicendomi: beh, non è detto che se fossi rimasto a Roma sarei diventato un Fellini. Magari avrei corso il rischio di finire come quel comico settantenne che ancora, poverino, si ostina a portare il ciuffo».

Rimpianti?

«No. Per me il Venezuela ha rappresentato una sorta di vita militare. Negli anni 50 vivevo come nei miei film: indossavo le calze a pois bianchi, la cravatta bianca con i pois neri, il vestito grigio con gilet e andavo a sedermi in via Veneto per leggere letteratura inutile».

Insomma lei era tale e quale come nei film.

«Ma certamente. E non avrei mai fatto quello che hanno fatto coloro i quali hanno avuto successo. Non mi sarei gettato in nessun giro. Magari, sarei stato un rimbambito. Un Max vero. Via dal paese, invece, ho imparato alcuni valori della vita. Vorrei che parecchi se ne andassero dall’Italia».

Perché vorrebbe fare emigrare parecchi italiani?

«Perché gli farebbe bene».

Enzo Magrì, «Europeo», n.31, 12 agosto 1991



Filmografia

I tre aquilotti, regia di Mario Mattoli (1942)
Anime in tumulto, regia di Giulio Del Torre (1942)
Bengasi, regia di Augusto Genina (1942)
La donna è mobile, regia di Mario Mattoli (1942)
L'avventura di Annabella, regia di Leo Menardi (1943)
Gian Burrasca, regia di Sergio Tofano (1943)
Gente dell'aria, regia di Esodo Pratelli (1943)
Circo equestre Za-bum, regia di Mario Mattoli (1944)
La freccia nel fianco, regia di Alberto Lattuada (1945)
La vita ricomincia, regia di Mario Mattoli (1945)
Partenza ore 7, regia di Mario Mattoli (1946)
Abbasso la ricchezza!, regia di Gennaro Righelli (1946)
I due orfanelli, regia di Mario Mattoli (1947)
Dove sta Zazà?, regia di Giorgio Simonelli (1947)
Il vento m'ha cantato una canzone, regia di Camillo Mastrocinque (1947)
Il delitto di Giovanni Episcopo, regia di Alberto Lattuada (1947)
Fifa e arena, regia di Mario Mattoli (1948)
Il fiacre n. 13, regia di Mario Mattoli (1948)
Prigioniera dell'isola, regia di Marcel Cravenne (1948)
Accidenti alla guerra, regia di Giorgio Simonelli (1948)
Se fossi deputato, regia di Giorgio Simonelli (1949)
Margherita da Cortona, regia di Mario Bonnard (1949)
Una voce nel tuo cuore, regia di Alberto D'Aversa (1949)
L'imperatore di Capri, regia di Luigi Comencini (1949)
È arrivato il cavaliere, regia di Steno e Monicelli (1950)
Totòtarzan, regia di Mario Mattoli (1950)
La bisarca, regia di Giorgio Simonelli (1950)
Sette ore di guai, regia di Metz e Marchesi (1951)
Amor non ho... però... però, regia di Giorgio Bianchi (1951)
Libera uscita, regia di Duilio Coletti (1951)
Milano miliardaria, regia di Marino Girolami e Marcello Marchesi (1951)
La paura fa 90, regia di Vittorio Metz e Giorgio Simonelli (1951)
Parigi è sempre Parigi, regia di Luciano Emmer (1951)
Lo sai che i papapveri, regia di Metz e Marchesi (1952)
Canzoni di mezzo secolo, regia di Domenico Paolella (1952)
Altri tempi, regia di Alessandro Blasetti (1952)
Moglie per una notte, regia di Mario Camerini (1952)
Primo premio Mariarosa, regia di Sergio Grieco (1952)
È arrivato l'accordatore, regia di Duilio Coletti (1952)
I figli non si vendono, regia di Mario Bonnard (1952)
Bellezze in moto-scooter, regia di Carlo Campogalliani (1952)
Totò a colori, regia di Steno (1952)
Le ragazze di Piazza di Spagna, regia di Luciano Emmer (1952)
Canto per te, regia di Marino Girolami (1953)
Gli eroi della domenica, regia di Mario Mattoli (1953)
Viva la rivista!, regia di Enzo Trapani (1953)
Scampolo 53, regia di Giorgio Bianchi (1953)
Agenzia matrimoniale, regia di Giorgio Pastina (1953)
Canzoni, canzoni, canzoni, regia di Domenico Paolella (1953)
Carovana di canzoni, regia di Sergio Corbucci (1954)
Ridere! Ridere! Ridere!, regia di Edoardo Anton (1954)
Totò all'inferno, regia di Camillo Mastrocinque (1954)
In amore si pecca in due, regia di Vittorio Cottafavi (1954)
Carosello napoletano, regia di Ettore Giannini (1954)
Papà Pacifico, regia di Guido Brignone (1954)
Un americano a Roma, regia di Steno (1954)
Una donna libera, regia di Vittroio Cottafavi (1954)
Angela, regia di Edoardo Anton e Dennis O'Keefe (1955)
Yo y las mujeres, regia di Giuseppe Maria Scotese (1959)
Follie d'estate, regia di Edoardo Anton (1963)
Il Dio serpente, regia di Piero Vivarelli (1970)
Provocazione, regia di José María Forqué (1974)
El enterrador de cuentos, regia di Victor Cuchi (1978)
La terrazza, regia di Ettore Scola (1980)
Baciami strega, regia di Duccio Tessari (1985) (TV)
Voglia di cantare, regia di Vittorio Sindoni (1985) Miniserie TV
Animali metropolitani, regia di Steno (1987)
Il commissario Lo Gatto, regia di Dino Risi (1987)
Io e mia sorella, regia di Carlo Verdone (1987)
E non se ne vogliono andare!, regia di Giorgio Capitani (1988) (TV)
Piazza Navona, episodio TV O Samba, regia di Daniele Costantini (1988)
Mortacci, regia di Sergio Citti (1989)
Gioco al massacro, regia di Damiano Damiani (1989)
La moglie ingenua e il marito malato, regia di Mario Monicelli (1989) (TV)
Venezia rosso sangue, regia di Etienne Périer (1989)
I promessi sposi, regia di Salvatore Nocita (1989)
Vacanze di Natale '90, regia di Enrico Oldoini (1990)
Nel giardino delle rose, regia di Luciano Martino (1990)
Il conte Max, regia di Christian De Sica (1991)
La stella del parco, regia di Aldo Lado (1991) Serie TV
Rossini! Rossini!, regia di Mario Monicelli (1991)
La scalata, regia di Vittorio Sindoni (1993) Miniserie TV 

Sceneggiatore

Ridere! Ridere! Ridere!, regia di Edoardo Anton (1954)
Carovana di canzoni, regia di Sergio Corbucci (1954)
Rosso e nero, regia di Domenico Paolella (1955)
Follie d'estate, regia di Edoardo Anton (1963)


Riferimenti e bibliografie:

  • Enzo Magrì, «Europeo», n.31, 12 agosto 1991