De Marco Gustavo

Gustavo De Marco

(Napoli, 1883 – Napoli, 1944) è stato un comico e attore teatrale italiano del teatro di varietà e del café chantant dei primi due decenni del novecento.
Può essere considerato come il comico più famoso della scena napoletana del periodo, anche grazie al fenomeno delle periodiche, con una comicità legata ad una particolare mimica del corpo, all'arte dei doppi sensi e ad alcune macchiette (come "il bel Ciccillo") poi rese famosissime nei decenni a venire dai suoi epigoni, su tutti Totò e Nino Taranto. Ricordiamo anche l'invenzione dell'"uomo-marionetta" (all'epoca detto "comico-zumpo"), anche questa poi riproposta con grande successo da Totò.



Ho cominciato la carriera proprio imitando quel comico. Perciò non ho frequentato nessuna accademia, nessuna scuola mi ha avuto come discepolo. D’altra parte sarei stato un cattivo scolaro: ho sempre amato crearmi le ‘mosse’ da me. [...] Lo so che dico due cose che sembrano contrarie tra loro. Ma ai capocomici io dovevo presentarmi con qualcosa che già in partenza piacesse al pubblico. E il pubblico allora amava De Marco: col ripetere o imitare un suo numero, il successo era assicurato [...]: quale giovane attore non imita, nei primi suoi anni di attività, questo o quell’altro suo collega che più gli piace? Tutto consiste nel non restare ancorati all’imitazione. Ed io volli e seppi uscire dalla imitazione di De Marco e costruire un ‘tipo’ di comico che col passare del tempo divenne solo mio e che servì al pubblico per identificarmi.

Antonio de Curtis


In particolare Totò esordì proprio imitando, ancora giovanissimo, il repertorio di De Marco che si esibiva, all'epoca, al Teatro Jovinelli di Roma, per poi ampliarne ulteriormente la carica comica negli anni a venire. In ciò risiede se vogliamo la fortuna e la sfortuna di De Marco: se da un lato Totò ha consegnato le sue invenzioni all'immaginario collettivo, d'altra parte ne ha offuscato la memoria, rendendolo di fatto oggi quasi dimenticato. Allo stesso Totò dobbiamo una testimonianza sull'arte di De Marco:


Il suo caratteristico modo di recitare consisteva in varie macchiette presentate secondo la moda del tempo. Ma, dove eccelleva e trascinava il pubblico al delirio, era nei finali delle sue macchiette. Essi erano costituiti da danze sincronizzate da gesti del corpo e da mosse e smorfie del viso al ritmo di piatti e grancassa, con una perfezione tale da eccitare l'invidia e l'ammirazione di un acrobata di professione.


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Così la stampa dell'epoca


Io, prima di tutto, sono comico parodista da circa dieci anni, e cioè fin da tempo avanti che Petrolini ritornasse dalla sua prima tournée americana; a meno che i miei salti, i miei sischi, i miei... rumorosi annessi e connessi nell’eseguire una macchietta il pubblico e gli intelligenti non debbano chiamarli imitazione. E se al nome di parodista volli prendere quello di eccentrico (questo pure non l’ho registrato ancora) fu perché le mie acrobazie mi parvero più eccentricità che parodie e perché (non voglio sputare un paradosso) ritenevo già che tutta la nostra opera di artisti varietisti era una vera... parodia della vita e dell’arte. Quindi ... con buona pace dei colleghi sobillatori se il collega (anch’io sono maestà e ne ho tutelato il diritto in America) Petrolini ha indirizzata la sua lettera contro i petrolineggiatori ovvero i parodisti, certamente non lo aveva con me. E se alcuni titoli di mia interpretazione possono far credere per tale, eccomi a dare... le prove del contrario. Io eseguo fin dal 1911 un Otello vendutomi da Mimi Albin, regolarmente registrato, e presentato al colto pubblico dei più importanti Varietà italiani, riproducendo la scena della morte di Desdemona e termina con la tarantella d’ ’e vase. Prego sapermi dire se l’altro Otello è padre o figlio del mio o ... spirito santo di... chiaroveggenza! [...] Che dovrei poi dire della Traviata? Che della Messalina, con la quale fin dall’anno 1910 io trescavo, con un certo successo, coi sempre nuovi desideri del pubblico senza però tradire, con i miei zompi, la loro fede di nascita e istigare l’esclusività d’interpretazione tra le colleghe della Subburra o dei Boulevards parisiens? [...] Ma lasciamo le satire (questa non l’ho registrata) e ritorniamo a noi come si conviene a Re, Imperatori e Padreterni alleati od intesi come meglio si vuole, e da artisti della vecchia guardia e cioè di quella che divenne generale dopo aver mangiato alla... gavetta e che, appunto alla comicità di maestri come Maldacea e Villani prese la sua via diritta nell’arte, dividendosi quando, per le mutate condizioni del gusto del pubblico occorse costituirsi un io. Io che è la prova della differenza fra me e Petrolini poiché mentre questi prendeva la Via Parodia (veramente lui dice resta Parodia ...ti è piaciata?) il sottoscritto infilava Via dello Zompo per raggiungere: il primo il regno della risa ed il secondo l’impero... dei cieli [...]

Gustavo De Marco


Figliuolo di Rodolfo De Marco, uno dei più vibranti attori della nostra scena dialettale, onde il ricordo é ancor vivo nell'animo mio, e di Letizia Crispo, che io ebbi ad interprete preziosissima, Gustavo - De Marco ha nel sangue la febbre dell'arte. Buon seme non mente; ed il ragazzo che, or sono quindici anni, recitava sulle scene del caratteristico popolare teatro San Ferdinando, oggi è uno dei più acclamati comici del Varieté Italiano. Io, l'altra sera, volli recarmi al teatro Nuovo, per rivedere Gustavo De Marco, e riportai un senso di commozione vivissima quando, nel comico del teatro di Varietà, vidi rivivere il forte attore della scena di prosa dialettale. Nel Malandrino di Ferdinando Russo, io, attraverso la squisita interpretazione di Gustavo De Marco, vidi, sentii rivivere Rodolfo De Marco, net gesto, nella voce, nello sguardo, negli atteggiamenti.... E pensai che è questo il grande retaggio che gli attori lasciano ai loro figliuoli: l'arte, febbre divoratrice del sangue, e fiaccola viva dello spirito, che le amarezze non spengono e che i dolore ravvivano. Gustavo De Marco è sopratutto un buon attore, e, se la sua arte talvolta è fatta di transazione, è da attribuirsi al gusto dei nostri pubblici che si inteneriscono più agli esercizi ginnastici che alle manifestazioni più dignitose e più nobili dell'arte....

Pure,in questo nuovo genere, che da qualche anno invade il cafè chantant, genere che io non amo né incoraggio, quanta grazia, quanto brio, quanta comicità trasfonde Gustavo De Marco; temperamento sensibile di artista che a ben altri cimenti potrebbe provarsi e che su più spaziosa ribalta vorrei potere ammirare.

E' destino del mio paese questo !... Le migliori energie vanno disperse e la lotta per la vita sottrae alle buone battaglie l soldati su cui potrebbe farsi affidamento.

Amico mio, se questa è la tua via percorrila ancora con fortuna e che l'arte ed il galantomìsmo di Rodolfo De Marco sieno fa tua corazza e fa tua luce. lo non so che applaudirti!

Libero Bovio, settembre 1909


Forse per una deviazione o bizzarria dell’atavismo, dal matrimonio di Letizia Crispo con Rodolfo De Marco ne uscì un macchiettista di varietà, ma un “tipo” originale: eccentrico, meccanico e sincopato; in altri termini americano. Se non che, lui lo era qui, quando laggiù non lo erano: infatti, col suo “numero”, fu il primo ad introdurre nei caffè-concerto di New York, dell’Argentina e del Brasile il pupazzetto spezzettato del jazz e lo importò nelle terre che dovevano poi mettere al mondo musica negra e suonatori acrobati. Certo di questo non vogliamo incolpare Gustavo De Marco; e diciamo che la sua è una divertente creazione, affine, se analogia si vuol trovare ad ogni costo, ad alcuni disegni di Caran d’Ache, ed è un po’ come il Pinocchio frenetico del Novecento.

Ad essere sinceri, anche diversi comici del moderno varietà derivano dal De Marco; il più noto fra tutti, che più ebbe fortuna, e trovate nell'ampliare il “tipo” di altre ingegnosità elettrizzanti, resta ancora Totò. Gustavo, però, esordi come piccolo attore alla Fenice. Poi, quel che spesso abbiamo visto accadere ai suoi colleghi, accadde anche a lui. Tempo fa, nei teatri minori, dopo la commediola, seguivano alcuni numeri canzonettistici; e quella volta alla Fenice mancò il noto macchiettista Ciccillo Mazzola, tanto simpatico al pubblico della Napoli d’altri tempi.

“Come si fa? Come non si fa?”
“Gustà, tu saie paricchi mmacchiette: vuo’ asci a carità stasera?”
Gustavo spiritò i suoi occhietti di topo, affilò ancora di più il naso e il mento pronunziato, allungò il collo secco e di già non breve, e disse:
“Eh”.

E mi disse anche che fece un fanatismo (parola all’ordine del giorno, nell’ambiente). Poi aggiunse, a complemento delle informazioni, che nell’estate del 1909, sulla loggetta d’uno stabilimento di bagni a Sorrento, egli pensava: “Ma come! Petrolini, Maldacea, Viviani, Cuttica sono cosi personali, e solamente io devo restare ancora nella tradizione?!... No, ce sta poco ’a fa: aggia ammentà nu genere pur'i... Debbo creare un tipo. I’ m’aggia metter’ ’e case e de puteca... E cosi mi piazzai innanzi ad uno specchio matina e ssera... e a bòtt’ ’e e sbattere ’e piere, nterra, ’e smorfie e sturzellamiente... Cicci, sa’ che ssaccio? 'Aggio fatto ’a bòtta. Oggi sono un maestro.”

Francesco Cangiullo


Riferimenti e bibliografie:

  • Alessandro Ferraù e Eduardo Passarelli in "Siamo uomini o caporali" (Capriotti, Roma - 1952)
  • Francesco Cangiullo in "Le novelle del varietà", Richter & c., Napoli, 1938