Francini Anacleto (Bel Ami)

Anacleto Francini Bel Ami

Pseudonimo di Anacleto Francini, (Marradi - Firenze 25 agosto 1887 - Torino, 18 giugno 1961) è stato un giornalista, commediografo e poeta. E' stato autore insieme a Ripp (Luigi Miaglia) di alcune delle più importanti riviste di Totò.

Biografia

Come egli stesso scrisse, di una bella famiglia italiana, nacque a Marradi, in casa Carloni, n. 110, da Alessandro, possidente, e Maria Consolini, atta a casa, il 25 agosto 1887. Frequentò la scuola elementare del Capoluogo. In una foto della terza elementare (10 giugno 1894 in località la Torrre) si nota Anacleto Francini accanto a Dino Campana, nipote del loro maestro Torquato Campana. A compimento delle elementari fu inviato a Firenze presso l’Istituto Salesiano per proseguire gli studi e vi compì il ginnasio ed il Liceo. Nel 19046 la famiglia Francini si trasferì a Firenze.

Gli studi, il giornalismo

Anacleto, diciannovenne, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Urbino, dove il 29 giugno del 1910, conseguì la laurea in legge. Permettetemi, qui, di fare alcune considerazioni su fatti e cose apparentemente insignificanti, ma anticipatrici di indole e vocazione del “nostro” dottore in legge. Durante gli studi in Firenze, Anacleto, con passione e talento, collabora ad un periodico fiorentino, il “GIOVEDI’”, e si profila tutto campo la preferenza del Nostro per il giornalismo, sollecitata da un animo libero, mal disposto a freni burocratici, a comodi convenzionalismi, a ipocrisia conformistica, all’aridità di codici e codicilli dell’avvocatura. Poi, da universitario, fondò a Marradi un giornalino umoristico “Il Marciapiede”, a disposizione locale, dove, tra l’altro, compaiono i primi saggi lirici franciniani. Fu, però, ad Urbino, che pensò e scrisse una commedia – operetta in tre atti (come supplemento al n. 5 del “Marciapiede”) che fu rappresentato nell’agosto del 1910 al Teatro degli Animosi. “Il Marciapiede alla ribalta”, rappresentato più volte e sempre salutato da calorosi applausi ed apprezzamenti. Nell’agosto 1911 farà seguire “Zibaldone” o “Epidemiade”, rivista comico– satirica sterilizzata in due atti, sempre nel settecentesco Teatro degli Animosi e sempre suffragato da simpatia e battimani calorosi: La “Nazione” di Firenze, datata 12 agosto 1911, con articolo, “Bagni e Villeggiatura”, di Luigi Cataldi, informa: “L’altra sera si aprì il Teatro degli Animosi con la nuova operetta “Marradineide”, che l’amico Anacleto Francini ha scritto, rinnovando completamente l’altra rivista, che l’anno scorso esilarò i Marradesi. E anche questa volta veramente brillante e pieno di allegria e d’arguzia, come non poteva non uscire dalla mente vivace, fantastica, spigliata dallo spirito, direi, quasi indiavolato del simpatico autore; onde le arriderà la più lieta sorte, se bene abbia dato origine a polemiche il fatto della scelta del soggetto, giacché è presa garbatamente in amena burletta la paura degli abitanti per un caso di morte sospetta qui avvenuta”. Per tutto quanto sopra riferito si capisce quale indirizzo preferenziale il nostro dottore in legge intenda dare alla sua futura attività. Pare di capire che aborrirà le aule di pretura ed esalterà le redazioni giornalistiche e le sale teatrali. Presto, molto presto, infatti, Anacleto Francini fu redattore a “L’Ettore Fieramosca”, quotidiano fiorentino concorrente del “La Nazione” dove arrotò i feri del mestiere per un’alta reputazione giornalistica ed affinò capacità letterarie ed artistiche per una grande affermazione. Arriva, poi, al “Panaro” di Modena e ancora a Firenze, al “Tempo” ed infine approda alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, come redattore capo, e collaboratore al “Pasquino”periodico satirico della città. Sarà, spesso, inviato speciale e corrispondente di altre testate umoristiche de quegli anni.

La guerra

Intanto in Europa, si levano venti e burrasche di guerra. Anche l’Italia viene interessata dall’uragano e il 24 maggio 1915, rotti i rapporti con la “Triplice Alleanza” (Italia , Austria, Ungheria e Germania), si schiera a fianco della “Piccola Intesa” (Francia – Inghilterra). Il dott. Anacleto Francini, già sottotenente di complementi in forza al 4° Reggimento Fanteria di Corso dei Tintori, Firenze, la sera del 28 marzo 1915 lascia Torino, per richiamo alle armi, alla volta di Firenze. Richiamato, dunque, col grado di Tenente, viene avviato al fronte, dove si guadagna sul campo i gradi di Capitano e una medaglia d’argento al valor militare. Il 15 aprile 1916, sul Monte Osvaldo, cadde prigioniero e fu internato a Mathausen, in Austria, poi, portato in Ungheria nel campo di concentramento di Ostffyasszonyfa, dove, mal sopportava la monotonia prigionale, fondò un giornale per tenere sempre vivi i suoi soldati, “l’Eco di Ostffyasszonyfa”, ricordato ed elogiato moltissimo sulla “Domenica del Corriere” con ampia documentazione fotografica. Tentò, anche, la fuga, ma senza fortuna. Mi raccontava la sorella Bettina, che , quel tentativo mancato gli aveva procurato un grosso dispiacere, non per l’insuccesso dell’impresa, ma per le sanzioni disciplinari comminate alla sentinella ungherese poco attenta e comminande ai colpevoli di altre eventuali disattenzioni. Aveva potuto leggerle, conoscendo bene la lingua, su un grande foglio affisso al comando, quando rientrato forzatamente al campo. Lui, oltre a tener desto il suo spirito giornalistico, si dedicò allo studio delle lingue straniere, scrisse canzoni nostalgiche e patriottiche; inviò, clandestinamente, corrispondenze di guerra al “Corriere della Sera”. Il Capitano Francini fu liberato dalla prigionia nel 1919 e congedato col grado di Maggiore.

Scrittore e autore

Il dott. Anacleto rientrò alla “Gazzetta del Popolo” di Torino e riprese, a pieno ritmo, il suo lavoro per riscattarsi dall’ozio, secondo lui, impostogli dallo stato di prigioniero di guerra. Sentiva dentro una particolare apertura la teatro e fu, soprattutto, in quella direzione che rivolse tanta parte della sua attività giornaliera. Dopo aver stretto forti legami di amicizia con artisti e letterati dell’immediato dopoguerra torinese, che aveva cambiato radicalmente la vita di tutti, nel 1920, cominciò a scrivere riviste, sotto la pseudonimo di “Bel Amì” e a lanciare l’idea di una nuova forma di spettacolo, più sfarzosa, luccicante, canora, divertente, mondana, priva di volgarità. Diversa, insomma, da quella fino ad allora in voga. Vi riuscirà e affosserà nella più cupa foschia la famosa “Turlupineide” di Renato Simoni e il “Marcopoleone”di Giovacchino Forzano, fino ad allora sulla cresta dell’onda al Trianon di Via Viotti, Dante e Adriana Resta recitavano commedie piemontesi. Eugenio, loro figlio, studente universitario e aspirante attore, intuì che “Bel Amì” avrebbe potuto e saputo tradurre in rivista i racconti dialogati, pubblicati sul “Pasquino”. E si fece crociato di questa possibilità, aiutato dal pittore Giovanni Manca, che avrebbe disegnato le scene e i figurini, mentre l’Avvocato Miraglia avrebbe addolcito i caustici versi franciniani con piacevoli melodie. Il Nuovo genere di spettacolo, imbastito di garbata satira, nacque e riscosse un clamoroso successo. Il 3 aprile 1920 al Trianon con “Mancatemi di rispetto, signore”, satira mordacissima dei fatti del giorno, era arrivata la rivista, nuovo genere di espressione teatrale e si era, altresì, costituito il binomio “Bel Amì– Rip”, che durerà nel tempo. Le operette di questo nostro geniale personaggio furono condotte alla popolarità dai più celebri artisti del varietà nelle maggiori città italiane. Anche Parigi, dove Francini si recava spesso, esaltò l’arte scenica spettacolare del nostro “Bel Amì”. Oltre ottanta furono i libretti composti da fantasia e gusto raffinato e numerose compagnie teatrali se ne disputavano preferenza e rappresentazione. Ben dodici compagnie, tutte famose, portavano in scena, contemporaneamente, la produzione franciniana e in quelle compagnie i nomi più belli e prestigiosi del momento: la bravissima Dina Galli con la compagnia Casaleggio, Isa Bluette, la splendida soubrette, Emma Sanfiorenzo; Mistinguette, la Wandissima Osiris, Erminio Macario e Totò (Principe De Curtis). Ma i lavori di più brillante successo: “No così non va”, e, invece, andò divinamente, poi, “Sua eccellenza la spugna”; “Madama Follia”; “Imputato, alzatevi” (portato sullo schermo cinematografico da Erminio Macario) e tanti altri ancora. Tra questi va sottolineato: “Ripassate domani”. “Bel Amì” amava burlarsi, benignamente, del pubblico, il suo pubblico: un modo tutto suo per tenerselo amico. Si racconta che un giorno al Trianon fu affisso sul cartellone (la civetta teatrale) uno striscione che portava: “Ripassate domani” la folla cominciò a tumultuare e si calmò soltanto quando le fu spiegato che quel “Ripassate….” Era il titolo della nuova rivista. Francini scrisse anche commedie musicali e tra tante: “Il piccolo divo”, “la signora canapè”, “Il grillo del castello”, “Femmine di lusso”. Come se non bastasse, fu poeta e autore di drammi in versi e canzoni di gran successo vedi la famosa “Creola”, cantata, ancor oggi in Italia e fuori. La sentiremo, credo, anche qui, in questo nostro evento, sicuri di rendere gradito omaggio allo spirito del grande autore. Nonostante quanto sopra descritto, Francini non soffocò la sua vocazione giornalistica sotto i caldi guanciali dei successi teatrali. La mantenne, fieramente, in mostra sulla “Gazzetta del Popolo” con una rubrica di attualità: “la finestra sulla strada”, che era letta con notevole interesse e vivamente commentata. Sarà, poi, raccolta in un volume intitolato: “vergini, spose, furbi ed imbecilli”. Voglio anche aggiungere che “Bel Amì” pur nella molteplicità di impegni, non dimenticò mai la sua terra natale. Settimanalmente, sulla “Romagna Toscana” scriveva trafiletti e anche poesie in dialetto, per essere sempre presente. Completava così la sua pluralità di interessi ed affetti. Logicamente, le sue migliori creazioni erano destinate al teatro piemontese, più vicino all’ambiente adottato per ragioni di vita.



Particolarmente al Teatro Michelotti in Torino, dove “Bel Amì” era di casa, e dove, si dice, il grande statista Giolitti, assieme all’anziano industriale Agnelli, andava a sentirsi mettere in burla garbata dal Francini e a compiacersi direttamente con lui per le battute sempre azzeccate, sempre delicate e pulite. Quando per raggiunti limiti di età lasciò la “Gazzetta del Popolo” per ritirarsi, come suol dirsi, a vita privata, tutti sapevano, quanto sarebbe stato refrattario all’oziosità e all’isolamento dalla intensa quotidianità, prese, infatti, subito ad occuparsi di programmi radiofonici e presso la RAI, torinese si dedicò ad una rubrica domenicale, che durava quarantacinque minuti. Insieme a Dino Falconi, sempre per la Radio Italiana, scrisse una trama avventurosa. I due si alternavano, settimanalmente, al microfono, sviluppando una spassosa e avventurosa vicenda, che si proponeva di lasciare in imbarazzo il compagno avversario al punto di compromettere la prosecuzione della vicenda stessa. Durò oltre un anno questa trasmissione accompagnata da grandissimo ascolto ed apprezzamento. Il nostro importante personaggio, che aveva assimilato le trasgressione dei movimenti culturali degli anni dieci e venti, intellettuale, anticonformista, antifascista, come si ricava dal periodico “I quattro venti” (saggio sulla situazione della rivista alla soglia degli anni cinquanta), che ce la conferma, non si è mai arrestato sul suo modo di pensare e criticare. Badate bene: nonostante le sforbiciate della censura su riviste e cartelloni teatrali, minacce di confino per autori ed interpreti, correzioni di testi (perfino quelli delle canzoni) al fine di opprimere ogni opposizione al regime, Francini, spirito libero era e spirito libero intendeva restare. E a denti stretti, scriveva, criticava, sottolineava, sfotteva, crescendo la già grande notorietà. Era un coraggioso.

Dopo la morte avvenuta a Torino il 18 giugno 1961, molti giornali e la Radio commemorarono questo nostro importantissimo personaggio della carta stampata e dello spettacolo. Anche la Televisione, celebrando la nascita della rivista teatrale, lo ha menzionato a dovere, come il primo ad averla concepita ricca di fantasiosa messinscena, con fastosità coreografica, in un vortice di luci, colori e musiche. Non solo. Ma di averla portata sulle ribalte dei maggiori teatri per un nuovo fascino. Con Francini scompare una delle ultime figure di quella scapigliatura artistica caratterizzante la “belle epoque” piemontese, alla quale, ancor oggi, molti pensano con nostalgia. Con Francini scompare “un toscano austero, della vecchia razza, non mai contento di quello che fa, un autentico e vigorosissimo temperamento d’artista; un altissimo ingegno”, come lo aveva definito l’amico poeta Dino Campana. E di questo ingegno Marradi deve essere sempre più fiera ed orgogliosa. A profonda meditazione vi ripresento la didascalia del suo ricordino di morte. “Visse di poesia Trovò sempre conforto ad ogni male Donò a piene mani Le ricchezze del suo spirito Facendo fiorire a sé d’intorno Buon umore e serenità”. Mandiamo a memoria questo prezioso messaggio, specchio della molteplicità e intensità di opere di questo nostro Grande; che ha onorato il suo paese non soltanto con sublimità di pensieri e di fatti, ma anche con la semplicità dell’uomo comune da sempre legato alla sua casa, alla sua terra. Onoriamo questo grande concittadino, sempre vivo tra noi, che posò per sé e per Marradi la sua pietra preziosa nel grande edificio dell’Unità d’Italia.


Riferimenti e bibliografie:

  • Renato Ridolfi in "Anacleto Francini", Editrice Marradi Free News