Osiris Wanda (Menzio Anna)

Nome d'arte di Anna Menzio (Roma, 3 giugno 1905 – Milano, 11 novembre 1994), è stata un'attrice, cantante e soubrette italiana del teatro di rivista nel periodo anni trenta - anni cinquanta.

Biografia

Figlia di un palafreniere del Re, sin da piccola aveva un evidente talento nel canto e nella musica. Lasciata la famiglia, e gli studi di violino per seguire la passione teatrale, arrivò a Milano dove debuttò nel 1923 al cinema Eden.

È ricordata per la sua religiosità cristiana cattolica, per la sua avversione verso il colore viola e gli uccelli, sia vivi sia finti, per la sua generosità, così nella vita come sul palcoscenico, per l'amore verso il suo pubblico. I suoi spettacoli sfarzosi erano caratterizzati da una continua ricerca del bello e del coinvolgimento dei più importanti talenti dello spettacolo. Amava discendere scale hollywoodiane e di riproduzioni famose come Trinità dei Monti, attorniata da giovani ballerini che sceglieva lei stessa.

Per lei vennero coniati gli appellativi di Wandissima e di Divina. Le interpretazioni canore molto personali, con quel birignao a vocali estese, le apparizioni sempre più sorprendenti, il trucco tipicamente ocra, i capelli ossigenati, le piume, i tacchi, le paillettes, i fiumi di profumo Arpège, le rose, i ricchi costumi, il lusso soave la consegnarono alla leggenda presentandosi come un sogno di felicità, di ricchezza, di spensieratezza, in un'Italia stravolta dalle cause e dagli effetti della seconda Guerra Mondiale.

È stata la prima Diva dello spettacolo leggero italiano. Involontariamente è divenuta la prima icona gay per un mondo che non poteva rappresentarsi socialmente se non tramite queste manifestazioni composte da un pubblico molto eterogeneo. Era un pubblico genuino e attivo che partecipava dalla platea con battute e considerazioni immediate su quanto avveniva sul palcoscenico.

Durante il fascismo, in ottemperanza alle direttive emanate da Achille Starace per conto del governo, le fu imposto di italianizzare il nome d'arte, che divenne Vanda Osiri.

La carriera

Nel 1937 fu scritturata da Macario per mettere in scena una delle prime commedie musicali italiane, Piroscafo giallo.

Nel 1938 è in Aria di festa, dove appare in una gabbia d'oro.

A Milano nel 1940 uscì da un astuccio di profumo in Tutte donne; a Roma nel 1944 recitò per la prima volta con Carlo Dapporto, in Che succede a Copacabana, nel 1945 in L'isola delle sirene e La donna e il diavolo.

Dopo la liberazione, tornò a Milano e sempre con Dapporto divenne la regina del Gran varietà.

Nel 1946 entrò a far parte della compagnia teatrale di Garinei e Giovannini: Si stava meglio domani e Domani è sempre domenica, prima rivista italiana dove la Wandissima usciva come Venere da una conchiglia.

Nel 1948, Al Grand Hotel, sorprese il pubblico in un'opera teatrale al massimo sfarzo e lusso. Conobbe Gianni Agus con il quale ebbe una lunga relazione.

Sul finire degli anni quaranta, la Osiris diventò la regina incontrastata dei salotti e al Teatro Lirico le sue apparizioni erano degne dei botteghini della Scala.

Nel 1951 lavorò in Gran baraonda con il Quartetto Cetra, Turco, Dorian Gray e Alberto Sordi.

Nel 1954 ritornò con Macario in Made in Italy, mentre nel 1955 in Festival, diretto da Luchino Visconti, non ottenne il successo sperato. Il 1955 segnò per Wanda Osiris l'inizio della fine: nella rivista La granduchessa e i camerieri (tra gli attori compariva anche Gino Bramieri) inciampò nell'abito di crinoline; si temette la fine della carriera, ma dopo cinque giorni la Divina calcò di nuovo la scena.

Nel 1956 con il trio comico Vianello-Bramieri-Durano, interpretò Okay fortuna, ma un incidente fece crollare un cornicione di scena sulle ballerine; nulla di grave, ma lo stesso cast si ritrovò per I fuoriserie e la malasorte sembrò volerla fare da padrona: un incendio bruciò i costumi di scena.

Nel 1963 in Buonanotte Bettina, interpretò la parte della suocera a fianco di Walter Chiari e Alida Chelli, poi con la concorrenza della televisione, la decadenza del varietà, il suo percorso teatrale si interruppe.

Recitò in prosa negli anni settanta: la sua parte più celebre fu in Nerone è morto? di Hubay nel 1974, con la regia di Aldo Trionfo.

A partire dagli anni cinquanta è apparsa sporadicamente in televisione, sia come protagonista di alcuni speciali (Natale con chi vuoi, 1956, Album personale di Wanda Osiris, 1953), sceneggiati televisivi (Il superspia, 1977), che come ospite (Ieri e oggi, 1967, Milleluci, 1974).

Nel 1992 si è simpaticamente prestata alla parodia musicale della telenovela La donna del mistero, all'interno del programma di Rete 4 A casa nostra, condotto da Patrizia Rossetti.

Vita privata

A Milano, accudita dalla figlia Ludovica detta Cicci (1928-2013), la Wandissima muore nel 1994, all'età di 89 anni. È sepolta al Cimitero monumentale di Milano, non lontano dalla tomba di Gino Bramieri.

Curiosità

Wanda Osiris è servita da spunto per il personaggio di Pola Prima, interpretato da Franca Valeri, nel film Basta guardarla di Luciano Salce.
Boys di Wanda Osiris furono giovani attori che poi fecero importanti carriere: Alberto Lionello, Nino Manfredi e Elio Pandolfi.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca


Wandissima, la piramide della Rivista

Wanda OsirisOgni discussione su questo punto è assolutamente impossibile. Wanda Osiris (al secolo, Anna Menzio) è il « numero uno », « l’astro maggior dell’Universo » della Rivista Italiana. Un primato fuori contestazione; per negarlo, bisognerebbe avere il coraggio dell’eretico: quello di Lutero, di Hiiss, di Calvino.

Se tutte le piramidi hanno un vertice, è fuor di dubbio che al vertice della piramide della Rivista sta Wanda, o meglio ancora « Wandissima », come ormai viene chiamata dai critici e dal pubblico. Il superlativo — che intende definire appunto un distacco di classe, una priorità, una supremazia conquistata con uno sforzo, una fatica, una dedizione, un amore al teatro intensissimi e tenacissimi — costituisce da solo una consacrazione. Wanda è là, sul suo « stellato soglio », e tutti gli altri le stanno d’intorno, costituiscono la sua aureola.

Wanda è nata a Roma. Quando? Subito detto: in una splendente giornata di maggio, in cui Osiride — il sole, appunto — sembrava trasfigurare la Capitale. Ma era ancora piccolissima quando la sua famiglia si trasferiva a Milano. Era una ragazzina di superba bellezza: quegli occhi di fiordaliso, quella fronte limpida e pura, quelle pesanti trecce accercinate, color del miele e del frumento, quei denti che scintillavano come la vetrina di un gioielliere, quelle forme svelte e procaci, — il sex-appeal non era ancora stato inventato, ma è fuor di dubbio che Anna ne possedeva una carica addirittura esplosiva — quel volto sorridente e felice, quasi la sua legittima titolare avesse presagito il proprio destino, la futura celebrità! Andava a scuola, come tutte le altre bambine, ma studiava un po’ meno di parecchie altre bambine perchè doveva compiere, durante la giornata, una quantità di gesti suggeritile da ima prepotente vocazione. Talvolta sua madre, rientrando in casa, la vedeva in piedi sul tavolo da pranzo, col tappeto drappeggiato intorno al corpo, un paralume in testa, un mazzo di rose (di già!) in mano, una canzone sulle labbra (canzone che si spegneva subito, proprio per l’anticipata o inattesa apparizione materna).

— Ma che fai?
— Il teatro.
— Adesso te lo dò io, il teatro: giù di lì!

Obbediente, Anna scendeva: andava nella camera della mamma, si collocava davanti allo specchio e sostituiva il tappeto del tavolo con la coperta del letto, il paralume con un cestino capovolto e con pose languide infilava un paio di guanti di filo che avrebbero potuto contenere tre o quattro volte le sue manine, improvvisando sussiegosi dialoghi con immaginari interlocutori.

Vocazione, dicevamo. Precoce e irresistibile come quella di Handel e di Mozart per la musica. Del resto, anche Anna si sentiva portata verso la musica, tanto è vero che studiava il violino. Senza eccessivo impegno, ma lo studiava. Un giorno, quasi sorprendendosi del fatto, si trovò ad aver finito le scuole. E andò a impiegarsi in una ditta che comprava e vendeva una quantità di cose. Ma la sua passione segreta, il Teatro, il Teatro, il Teatro, diventava sempre più divorante. Il guaio era che fra lei e il Teatro esisteva una lontananza astrale: non conosceva anima viva che sfiorasse sia pur lontanamente la ribalta. Come fare? La buona sorte doveva venirle incontro sotto le spoglie di una giovanissima figliola che faceva parte della Compagnia di Carlo Rota, il quale aveva fondato alla « Taverna Rossa » di Largo Cairoti un regno destinato a durare parecchio tempo. Conoscenza, amicizia, il « tu ».

— Perchè non vieni con me, stasera, a teatro? — diceva l’amica ad Anna, la quale aveva intravisto in lei l’agognata possibilità di entrare in contatto col mondo fatato che le toglieva il sonno. — Io ti presento a Rota, lui ti vede... Sai: si tratta di incominciare: magari, in principio, non ti farà dire che poche parole; poi...

— Poi, quando mi avrà sentita, mi caccerà via.
— Ma no: coraggio, vedrai.
— Già, coraggio. Soltanto, io non posso e non potrò mai venire con te, una sera, da Rota.
— E perchè?
— Perchè esco dall’ufficio alle sette e mezzo e alle otto, al massimo, debbo essere a casa; di uscire, dopo, da sola, nemmeno parlarne.
— Inventa qualche cosa: un pretesto, ima bugia... Ecco: di’ a tua madre che la ditta ti fa fare gli straordinari serali.
— Tenterò: ma ho paura che finisca male.
— Tutto andrà benissimo: ti aspetto, mezz’ora prima dello spettacolo, all’ingresso del teatro.

Anna si recò a quell’appuntamento con un batticuore che le mozzava il respiro. L’amica c’era, puntualissima. Rota era già nel suo camerino e a un certo momento sentiva bussare discretamente alla porta.

— Avanti.
— Se permette, signor Rota, le presento quella mia amica della quale le ho parlato.
— Piacere: si accomodi. (Anna siede sullo spigolo di una sedia: ha le guance in fiamme, le mani di ghiaccio, la gola stretta da un’emozione inesprimibile). Dunque, lei vorrebbe entrare in arte. (Anna accenna di sì con la testa, facendo oscillare i fiori che ornano il suo cappellino di paglia). Quanti anni ha?
— Sedici.
— Come?
— Sedici e mezzo... Quasi diciassette.
— Vedo: e che cosa sa fare?
— Niente.
— Ha mai recitato?
— Mai.
— Cantato?
— Nemmeno.
— Detto almeno una poesia?
— No.
— Ballato?
— No, no...
— Ma proprio niente, niente?
— Niente, niente.

Rota rimane perplesso: fissa sulla timidissima interlocutrice un lungo sguardo in cui si racchiude tutta la sua consumata esperienza di uomo di teatro, poi fa':

— El faccin Ve bell... E poi, sa com’è: oggi non si è capaci di far niente, domani si prova a fare qualche cosa, dopodomani ci si riesce. Torni domani sera.
— Grazie tante, signor Rota.
— Addio, bel faccino.

Il pretesto del lavoro supplementare in ufficio aveva magnificamente servito. Anna rimaneva fuori di casa la sera, rincasava a mezzanotte.

— Ma quando finiscono, poi, questi straordinari? — le chiedeva sua madre, tre settimane dopo.
— Non lo so.

Infatti Anna non sapeva quando sarebbero finite alla « Taverna Rossa » le repliche della rivista alla quale prendeva parte: sperava che non finissero mai, ma nello stesso tempo si preoccupava delle conseguenze di un’eventuale scoperta del suo trucco e viveva in angustie. La « parte » che Rota le aveva affidato non era importantissima, ma bastava a procurarle i primi applausi; ella appariva, ai due finali, in un costume seducente e « per bene », che non mancava però di dar luogo a qualche cauta indiscrezione sulla sua splendente e freschissima bellezza; non diceva una sola parola, non cantava una sola nota, non accennava un solo passo di danza: si limitava a sfilare con le prime soubrettes — fiore biondissimo accanto ai fiori brunissimi di Maria Donati, di Olga Fabbri, di Maria Jauch — e a precedere le ballerine sulla passerella, o meglio, sull’ampia pedana quadrata, coperta di velluto rosso, che dal palcoscenico si prolungava sulla platea. Anna strappava i battimani con la sua sola presenza: e anche questo, non c’è che dire, è un primato. Si sentiva felice: il primo passo, il più difficile, forse, era compiuto ; Rota le aveva promesso « qualche cosa » nella prossima rivista; chissà. Ma ima sera, sua madre, insospettita dall’inaudito prolungarsi di quegli « straordinari », andava verso le dieci a cercarla in ufficio: l’ufficio era chiuso e la portinaia dello stabile non tardava a rivelarle che, dopo le sette, non era mai stato aperto. Allora tornava a casa e aspettava Anna a braccia incrociate. Come ella apriva l’uscio, veniva raggiunta da uno scapaccione — uno solo, ma di carattere storico, uno di quegli scapaccioni che non si dimenticano vita natural durante — in forza del quale il cappellino a fiori volava via come sotto un colpo di vento. Pianti. Confessione completa. Estorsione del giuramento che rinunciato ancor oggi a conquistare una certa notorietà: ed è in tale speranza che, ormai non più giovani, hanno scritto questo libro). Dissolvenza.

Teatro Excelsior, Milano: si rappresenta l’operetta: Vittoria e il suo Ussaro. « Vittoria » è Wanda Osiris, il cui nome viene « lanciato » in grande stile. È un risonante successo. Dissolvenza.
Wanda Osiris-Macario: la «ditta» furoreggia in tutti i teatri d’Italia, in una serie di riviste i cui autori, soprattutto per merito dei loro interpreti, si comperano l’automobile. Dissolvenza.
Siamo all’affermazione definitiva. Ma Wanda Osiris ripete a se stessa, dannunzianamente : « Più oltre » : avanti, avanti, avanti. Dissolvenza.

Il resto... Be’: il resto fa parte della più viva attualità, e non occorrono commenti. Wanda Osiris sta alle altre soubrettes come Toscanini sta agli altri direttori d’orchestra. Il suo prestigio è unico; il suo dominio del pubblico, la suggestione che emana dalla sua personalità, non concedono confronti. Il pubblico che esaurisce il teatro alle sue « prime » è un pubblico da « Scala », un parterre de rois. Gli applausi che la accolgono al suo apparire vengono cronometrati da specialisti: tre minuti, quattro minuti. Indubbiamente Wanda Osiris ha affermato nel Teatro di Rivista un suo inconfondibile stile, un suo tipico gusto, un suo particolare modo di realizzare uno spettacolo, facendone una successione di visioni armoniose e seducenti, di sorprese l’una più inattesa e gradevole dell’altra. Non per nulla ella collabora strettamente con gli autori, con gli scenografi, coi coreografi, coi figurinisti, suggerisce idee per i costumi, sceglie musiche, distribuisce gli « effetti » dei quadri. Naturalmente, gli altri ricambiano le sue appassionate sollecitudini immaginando per lei « presentazioni » e sfondi sempre più stupefacenti (non l’abbiamo persino veduta scendere dalla sommità del palcoscenico, sul palmo di due enormi mani guantate di velluto nero, proprio come avrebbe potuto apparire il minuscolo Gulliver fra le dita di un ciclopico abitante di Brobdignag?); e il suo successo personale — sempre grandissimo — si riverbera su quanti si prodigano perchè esso risulti più che mai risonante e significativo.

Quante volte non abbiamo udito gran parte del pubblico, alla fine di uno spettacolo dall’esito trionfale, chiamare insistentemente a gran voce la celebre vedette? Da tanta simpatia è nata, certamente, quella superlativa definizione di « Wandissima » che costituisce non soltanto la sigla della sua legittima popolarità, ma una vera e propria manifestazione d’affetto. Insomma: se anche da noi vigesse l’usanza francese di chiamare « nazionali » certi artisti prediletti (Chevalier è il Maurice national, Mistinguett la Miss nationale), avremmo indubbiamente una « Wandissima nazionale ». Se esistesse un’Accademia della Rivista, come esiste un' Académie Franqaise, Wanda Osiris verrebbe indubbiamente eletta presidentessa per acclamazione. E il nostro vecchio Vincenzo Monti, qualora tornasse al mondo, potrebbe ripetere per lei il suo famoso: «Ch’altro ti resta?».

Dino Falconi - Angelo Frattini


Wandissima

Un giorno conobbi l’avvocato Mattoli, un signore che s’interessava di teatro. Costui parlò a Rota e gli chiese di farmi provare. Debuttai all'Eden di Milano con un piccolo passaggio, ossia camminando in scena per pochi secondi da una parte all’altra del palcoscenico. Indossavo una carnicina azzurra corta e mi chiamavo Iole. Dicevano che sembravo un cavallino. Il fatto è che non entravo in scena con naturalezza per il buon motivo che mi ci buttavano: ero paralizzata dallo spavento e cominciavo a capire che fare l’artista non doveva essere tanto facile. Però quando gridavo la mia battuta: “Osvaldo, Osvaldo mio, finalmente soli”, la gente applaudiva e io mi lanciavo dietro le quinte già esaltata di felicità. La commedia era Cani e gatti o forse Io cerco la Titina, o forse Barbapedana, non mi ricordo più.

La mia famiglia naturalmente non era informata di quello che facevo. A quei tempi avere una figlia artista era considerato poco perbene. Il mio povero papà quando lo seppe si senti disonorato. Più tardi quando ebbi il successo e quando capi che per me il teatro era una passione seria si senti onoratissimo e pianse di gioia. Comunque il mio passaggio all’Eden durò soltanto quindici giorni e mi ributtai alla ricerca. Riprovai con Totò che faceva II piccolo caffè all’Excelsior di Milano e aveva una splendida soubrette, la Lina Gennari, divenuta famosa anche per la sbandata che prese per lei Gino Cervi, allora già ammogliato. La Gennari aveva occhi azzurri, belle cosce, bella carne ed era un tipo gelosissimo: si arrabbiò parecchio quando Totò mi prese in compagnia per una ventina di giorni. Diceva: “Ma questa che vuole?” Cosi io mi calmai e capii che dovevo correre ancora un bel po’ prima di sperare qualcosa di serio. Totò aveva pensato per me questa scenetta. Io stavo in platea e lui mi chiedeva: “Perché non viene su a far qualcosa?” Allora io salivo in palcoscenico e cantavo Cheri, una canzoncina. Poi facevo un balletto con un ballerino. Poi filavo via.

C’era anche la Milly in quei tempi a Milano, che lavorava coi fratelli Schwarz. Provai anche da loro ma mi dissero che volevano un nome già affermato. Cosi pensai che solo a Roma avrei trovato qualcosa da fare e scappai da casa. Avevo una mezza promessa della Donati e di suo marito Fineschi, attore, per uno spettacolo di Michele Galdieri. Il povero Galdieri era un mago, allora; figlio del poeta Rocco Galdieri, fu il maestro di Garinei e Giovannini, della Magnani e di Totò. Fu l'unico in Italia che riusci a fare della satira politica durante il fascismo, era un umorista finissimo, era regista, scriveva i testi, si occupava di tutto. Lavorare nella sua compagnia sarebbe stato un buon lancio per me. (...)

La Magnani a Roma recitava e cantava vestita alla Edith Piaf. Non c’era ancora la grande rivista, non c’erano i boys, i quadri spettacolari, le parate, che d’altra parte per lei sarebbero stati ridicoli. La rivista allora era una specie di cabaret e la Magnani era la negazione della vedette. Tuttavia andava bene cosi, era brava, aveva un filo di voce intonatissimo e quegli avevo una fifa matta di sbagliare, anche se ammiravo molto Macario. Galdieri continuava a dirmi che sarei finita in uno spettacolo guitto.

Invece fu l’inizio del mio trionfo. Mariuccia andò in Ungheria a visitare i tabarin per trovare dei ballerini e degli spunti. Tornò a casa con un trio, due uomini e una donna, e con un’idea. Aveva visto in un tabarin un numero molto bello: l'orchestra stava nascosta sotto un immenso abat-jour rosa che si sollevava quando cominciava la musica. Cosi pensò di mettere me sotto l'abat-jour e io mi feci fare un grande abito rosa e verde pisello. Sotto i miei piedi poi un enorme disco, la stessa idea che ho rivisto recentemente in un balletto del film Boy-friend con la Twiggy.

Cominciai cosi senza scale e con due porteur ungheresi. I porteur, per chi non lo sapesse, sono i ballerini che sollevano la vedette nel suo numero. La rivista era Follie d’America e il primo spettacolo non lo rischiammo a Roma. Debuttammo a Macerata, al Teatro Sferisterio, e restammo in quella “piazza” per un mese con un successo enorme.

Macario era un direttore straordinario, un grande industriale, un comico splendido e un compagno generoso. Forse per i giovani è un po’ giù di moda, non so, ma io non ho mai più trovato nessuno come lui. Mi ha sempre valorizzato senza gelosie e senza invidie. Dove lo trovi un amico che vedendoti in scena corre dietro le quinte e ti mette un raggio rosa sulla faccia per farti più bella? E un capocomico che rinuncia al gran finale per lasciarlo solo alle donne? Certo, lui è sempre stato cosi bravo che non ha mai avuto bisogno di rubar la gloria agli altri. Sapeva la sua forza ma era anche cosi per carattere. Altri comici invece, benché bravi, non riuscivano a darsi pace se io ricevevo un applauso a scena aperta.

Macario era molto artista e durante gli sketch a due improvvisava, ma io mi son sempre trovata benissimo con lui perché, anche se facevamo un discorso diverso ogni sera, lui mi dava le battute, io avevo capito come rispondergli. Con gli altri non è più successo, con tutti i vari Vianello, Billi e Riva, Pisu, Bramieri eccetera. Per me costoro appartenevano a un altro mondo, non ci sentivamo a vicenda, altra scuola, altra educazione di palcoscenico. Io ero sempre uguale sulla scena e facevo con buona volontà anche quello che non mi piaceva. Loro erano capricciosi, improvvisavano senza curarsi del partner, avevano le loro giornate buone e le loro giornate cattive senza possibilità di intesa con nessuno.

Con Macario negli sketch era uno spasso. Il secondo anno che lavorammo insieme facemmo la parodia della Traviata in tre tempi: prima l’incontro di Alfredo e Margherita, e io ero vestita da Traviata, poi la festa col lancio dei soldi, e io avevo una crinolina enorme, poi la scena della morte con una bella vestaglia bianca. Lui diceva: “Margherita non sei più tu, sei pallida, te ne vai ne’, Margherita te ne vai?” Oppure: “Margherita, te sei scurdata ’e me?” Faceva molto ridere.

C'era poi quell’altro sketch con Rizzo, quando si faceva Cantando sotto la pioggia. Io ero una contessa decaduta, Macario un barbone, Rizzo un ex nobile. Stavamo in un giardino e ci raccontavamo

il nostro passato. Poi si abbassavano le luci, ci alzavamo e cantavamo. Ci chiedevano sempre il bis e noi ci decidemmo a concederlo sempre. C'era gente che veniva in teatro alle dieci e mezzo solo per rivedere quello sketch.

Poi c’erano i miei meravigliosi quadri: quella volta che scesi dall’altalena in mezzo alle arpe bianco-argento con tutte le ballerine in tulle bianco, il quadro della luna orientale in giallo e nero, il numero del Palio di Siena, della bella Otero, del ballo delle monache. Le monache erano ballerine in puntino, cosi le aveva volute la coreografa Mariuccia, e Macario si impressionava: “Ma le spogli cosi? Ma le fai cosi nude?” E Mariuccia comandava: “Si, nude nude, cosi piacciono alla gente e fanno un effettone vicino alla Wanda in pelliccia d’ermellino”. Io ero sempre molto vestita, infatti, perché la primadonna se si denuda si declassa, ma le ragazze mostravano il corpo, erano per la platea.

Una volta la Mariuccia mi fece impersonare il sole. Prima del mio ingresso la scena rappresentava un mare in burrasca, poi aumentava la luce e arrivavo io con un manto sfolgorante di paillettes d’oro aperto a raggera intorno alla faccia, tenuto su dalle mie braccia e dalle stecche. Sotto avevo una guaina aderente, allora potevo permettermelo, pesavo 48 chili. Un’altra volta comparivo in un cesto di orchidee,

il mio fiore preferito; un’altra volta scendevo dai tasti di un pianoforte e impersonavo la musica con un vestito di chiffon bianco plissettato, la gonna grande, le maniche larghissime e una cintura alta d’oro. Cantavo Tu musica divina, di D’Anzi, e le ragazze erano le note musicali.

Intanto avevo cominciato a scendere le scale, una ventina di gradini non di più. La prima comparve in Tutte donne, nel 1939, ed era una scala doppia: sulla prima stavano le ballerine nude, poi questa ruotava e andava sotto il palcoscenico, mentre saliva dal fondo la mia scala, e io ero in cima che cominciavo a scendere, in una guaina di paillettes blu e argento. In seguito disgraziatamente il numero dei gradini aumentò, fecero la scala del Vittoriale, per me, fecero la scalinata di piazza di Spagna. Ultimamente dovevo salirci con l’ascensore e questo, chissà perché, piaceva molto alla gente. Io, l’ho già detto, dopo le prime volte cominciai ad averne abbastanza, ma ormai ero dentro la mia prigione fatta a scale. Se ripenso alla vita che ho vissuto per trent’anni devo dire che era tutta una prigione: dorata, come si dice, ma prigione.

(...) Ai miei spettacoli c’erano tutte le personalità di Roma in prima fila, a vedere questo fenomeno vivente, e tutti i gerarchi fascisti, da Ciano a Muti. Più tardi, facendo il numero dello “sci-sci” con la Palumbo e Agus, avrei esagerato ancora di più. Era la parodia degli snob, bisognava parlare col “birignao” e rovesciarsi quasi con la pancia all'aria. Quel tipo li mi è un po’ rimasto addosso. Del resto è quello della Franca Valeri, “signorina snob”. Ma non è detto che lo facessi sempre: ogni volta sentivo se il pubblico ci stava e solo allora ci davo dentro.

Wanda Osiris perché? Una volta a Roma avevo cantato anche nell’operetta, in Vittoria e il suo ussaro. Facevo la giapponesina, con la parrucca nera, e c’era un certo Favi al quale Anna Menzio non stava bene: nome troppo anonimo, diceva, per l’operetta ci vuole qualcosa di più esotico. Allora non ero ancora biondo-platino e questo signore era incerto se definirmi un tipo slavo o un tipo egiziano. Lo avevano impressionato gli zigomi alti, che davano una caratteristica personale alla mia faccia. Allora ero molto più magra. Cosi pensò al nome Wanda e al cognome Osiris, riferendosi alla divinità egiziana Osiride. In periodo fascista sarei stata costretta a diventare Wanda Osiri, per evitare ogni riferimento allo straniero, cosi come Rascel divenne Rascelle e altri cambiarono il loro nome.

A me i fascisti non hanno dato mai fastidio, tranne che verso la fine della guerra. Facevo il mio lavoro, non disturbavo. Mussolini non l’ho mai conosciuto di persona: l'ho visto solo una volta a Riccione dove mi trovavo in vacanza. Lui passava in carrozza con donna Rachele e due figli. Mi salutò con la mano perché evidentemente mi aveva riconosciuto. Conobbi invece Italo Balbo, che mi invitò una sera a casa sua dopo lo spettacolo, insieme a Macario, con il quale allora lavoravo. Avevo un cane, mi ricordo, io ho sempre avuto cani e gatti, e lo portai con me. Appena entrammo nel salone per sederci a tavola la povera bestia fece pipi sul tappeto davanti a tutti i gerarchi sull’attenti. Fu imbarazzante ma anche comico. Però non rise nessuno.

Poi ci accompagnarono alla stazione, ricordo, perché partivamo per Napoli per uno spettacolo. (...) Non mi dimenticherò più il momento della partenza, io e Macario affacciati al finestrino e tutti quei gerarchi impalati nel saluto romano. Mi pareva di essere Mussolini in partenza per la Libia. Poi, verso la fine della guerra, mi chiesero di fare uno spettacolo per la “Muti”.

Io stavo lavorando con la mia compagnia al Lirico, ne La donna e il diavolo e mi pareva una pazzia interrompere il mio spettacolo per farne un altro ideato da loro, magari con quadri di significato politico. Io dalla politica volevo restar fuori, come avevo sempre fatto. Cosi dissi di no e questa fu la mia salvezza quando poco più tardi arrivarono gli Alleati. Ma due giorni dopo venne al Lirico l’ordine di chiudere il teatro. Dovetti sciogliere la compagnia e pagarla per quattro mesi. Levai tutti i soldi che avevo in banca, fino all’ultimo centesimo. Poi fini la guerra, vennero gli Alleati, e fui lasciata in pace a riprendere il mio lavoro. Navarrini, invece, che con la Vera Rol aveva detto di si allo spettacolo per la “Muti”, ebbe grane atroci.

Dopo Macario avevo fatto compagnia con Dapporto. Lui veniva dagli avanspettacoli con la vedette bolognese Vivian Daris, perciò ero io che in ditta mettevo il nome di successo: ma mi piacque subito, ebbi fiducia in lui ed ebbi ragione. Carletto Dapporto era come me un fanatico del suo lavoro. Poteva avere qualche debolezza solo se c’erano di mezzo faccende di donne, poiché teneva soprattutto alla sua fama di dongiovanni, ma con me era di una compitezza straordinaria, come del resto tutti i miei partner.

Con Dapporto feci Sognamo insieme, Che succede a Capocabana?, L’isola delle sirene, La donna e il diavolo, quattro riviste di grande successo. Nel finale del primo tempo de La donna e il diavolo di De Martino, entravo in scena vestita da Caterina di Russia e c’erano ventiquattro boys a reggermi lo strascico, che era pesantissimo, di velluto tempestato di pietre. Il pubblico si alzava in piedi e gridava: “Wanda, sei la regina d’Italia”. All’inizio del secondo tempo entravo in scena con un cammello e dietro di me veniva uno dei boys con paletta e scopino, pronto a pulire le assi del palcoscenico poiché immancabilmente la povera bestia, quando le mettevano il riflettore sul muso, si emozionava e faceva pupu. Il pubblico rideva naturalmente, e la prima volta che successe, tutta quella bagarre in sala mi fece tremare di spavento. “Che ho fatto, ho steccato?”, mi chiesi. Cantavo Wanda, una canzone bellissima e niente affatto comica. Poi mi abituai: anche la pupu del cammello faceva spettacolo.

Wanda Osiris


Filmografia

Non me lo dire!, regia di Mario Mattoli (1940)
Arcobaleno, regia di Giorgio Ferroni (1943)
I pompieri di Viggiù, regia di Mario Mattoli (1949)
Martin Toccaferro, regia di Leonardo De Mitri (1953)
Carosello del varietà, regia di Aldo Bonaldi (1953)
Nerone '71, regia di Filippo Walter Ratti (1962)
Polvere di stelle, regia di Alberto Sordi (1973)

Televisione

Album personale di Wanda Osiris (Programma nazionale, 1953)
Natale con chi vuoi (Programma nazionale, 1956)
La regina ed io (Programma nazionale, 1957)
Il circolo Pickwick, regia di Ugo Gregoretti (Sceneggiato televisivo, 1968)
Il superspia, regia di Eros Macchi (Miniserie tv, Rete 1, 1977)
La vera storia della donna del mistero (parodia musicale, Rete 4, 1992)

Discografia

78 giri

1935 Stornelli affettuosi, con GIGLIO (Columbia DQ 1493)
1940 - Per te (Odeon GO 20132)
1940 - Quando si sveglia il cuore (Odeon GO 20133 )
1942: Tu musica divina/Vecchia canzone (Columbia, DQ 3638)
1945: Ti parlerò d'amor/Wanda (Columbia, D 13161)
1949: Sentimental/Notturno d'amore (Durium, 9477)

45 giri

1974 - Talmente Uomo/Sarà una notte (Love Records, 9000 104)

Altre canzoni

1941 - A bocca chiusa (Odeon)
1941 - Bruna gitana (Odeon)
1941 - Chi sei tu (Odeon)
1941 - Camminando sotto la pioggia (Odeon)
1941 - Basta un fiore (Odeon)
1942 - Un po' di luna (Columbia)
1942 - Serenata all'imbrunire (Columbia)
1942 - A sera quando piove (Columbia)
1942 - Serenata senza amore (Columbia)
1942 - Gocce di rugiada (Columbia)
1942 - Piccolo ventaglio (Columbia)
1943 - Disperatamente t'amo (Columbia)
1943 - Sono tanto triste (Columbia)
1943 - Canto della solitudine (Columbia)
1943 - Perché non sei gentile con me (Columbia)
1943 - Non sapevo d'amarti tanto (Columbia)
1945 - Io sogno un nido rosa (Columbia)
1946 - I miei baci per te (Columbia)
1946 - Femmine (Columbia)
1948 - Donna di cuori (Durium)
1949 - Il mio saluto (Durium)
1949 - L'ultimo fiore (Durium)
1949 - Prima luna (Durium)
1954 - Ti porterò fortuna (Cetra)
1954 - Festival dell'amore (Cetra)


Riferimenti e bibliografie:

  • Giorgio Pangaro, MENZIO, Anna, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 73, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009. URL consultato il 6 ottobre 2017.
  • AA.VV., Almanacco Letterario Bompiani ("Il teatro di rivista italiano"), Torino, Bompiani, 1974
  • Alberto Lorenzi, I segreti del varietà, Milano, Celip, 1988
  • Massimo ScaglioneSaluti e baci - L'Italia del varietà e dell'avanspettacolo, Torino, La Stampa, 2001
  • Roberta Maresci, Wanda Osiris. Prima soubrette e donna (con) turbante, Brescia, Cavinato, 2015
  • "Guida alla rivista e all'operetta" (Dino Falconi - Angelo Frattini), Casa Editrice Accademia, 1953
  • Wanda Osiris in "Oggi", vari numeri, anno 1959