Zurlo Leopoldo

Leopoldo Zurlo bio 

Bisogna lasciare all’autore l’impressione della libertà, permettendogli di dire quanto non guasta o non peggiora l’animo dello spettatore.


(Campobasso, 3 dicembre 1875 – Roma, 17 novembre 1959) è stato un politico italiano. Fu a capo dell'Ufficio della censura fascista dal 1931 sino al 31 dicembre 1943

Biografia

Leopoldo Zurlo appartenne a una famiglia agiata dedita anche ad attività politiche: il nonno materno Leopoldo Cannavina era stato deputato nel Parlamento del Regno d'Italia dal 1861 al 1863, lo zio Vittorio Cannavina aveva ricoperto la carica di sottosegretario in un governo Giolitti.

Gli studi del giovane Zurlo si svolsero a Napoli negli ambienti culturali crociani. In questa città divenne amico di Carmine Senise futuro capo della polizia fascista: un rapporto questo anche di natura omosessuale secondo voci diffuse all'epoca, che si basavano sulla sua convivenza con Senise, sul suo ostinato celibato che non gli fu mai perdonato dal Duce che per questo motivo lo escluse dalla nomina a prefetto.[3] A 25 anni divenne funzionario nel Ministero dell'Interno, dove a 37 anni fu segretario particolare nel governo Giolitti, a 46 anni partecipò al governo Facta sino a quando, a 56 anni ricoprì la funzione di responsabile dell'Ufficio censura teatrale dove si distinse per tredici anni senza interruzioni attraversando tutta l'era fascista sino al 1943 quando si rifiutò di entrare a far parte della Repubblica di Salò. Dopo la fine della guerra e la caduta del fascismo Zurlo non fu sottoposto ad epurazione come ex-funzionario fascista e condusse appartato il resto della sua vita[4].

La censura "benevola"

C’era anche qualche brava persona, perché in Italia le brave persone si vanno a ficcare dappertutto, come se avessero il compito di generare confusione tra il bene e il male, ed evitare a qualunque associazione, milizia, ministero, un giudizio recisamente negativo.

Vitaliano Brancati, Ritorno alla censura


Fu il protagonista assoluto della censura teatrale fascista, prefetto del Regno, classe 1875, uomo di grande cultura classica, celibe. L’esatto contrario del fascista puro. Ma fu lui il censore che
dal varo della legge 599 del 6 gennaio 1931 si preoccupò di dare o non dare i necessari visti di approvazione. Un operato che, politicamente morbido, fu molto duro in chiave estetica.

Nel lungo arco di tempo dell'attività di Zurlo numerosi e noti personaggi dello spettacolo dai fratelli De Filippo a Totò, da Fellini a Vittorio De Sica, da Anton Giulio Bragaglia a Sem Benelli, da Tina Pica a Massimo Bontempelli, gli esordienti Italo Calvino e Michelangelo Antonioni, oltre che Indro Montanelli autore di commedie, ebbero a che fare con questo burocrate, ossequente alle disposizioni del regime ma nello stesso tempo convinto di una sua missione pedagogica che si esprimeva nelle note che accompagnavano i brani censurati non tanto perché offensivi della morale cattolica o del regime fascista ma perché egli vi constatava la violazione delle regole estetiche e poetiche di cui si considera maestro e insieme profeta di una nuova drammaturgia.[5]



Un funzionario dedito con orgoglio al suo impiego che assolveva con senso del dovere e sacrificio personale e che dichiarava di esaminare all'incirca 1500 testi all'anno riguardanti la produzione teatrale e radiofonica italiana, commedie, riviste,drammi, tragedie, libretti d'opera e d'operetta, canzoni, sketch pubblicitari, siparietti e scenette per l'avanspettacolo.

Con la disposizione d'animo del buon padre di famiglia Zurlo non si limitava a tagliare e sforbiciare copioni ma voleva anche convincere gli autori di doverlo fare nel loro stesso interesse incoraggiandoli, quasi come loro amico, a seguire una strada diversa, nascondendo il vero proposito che era quello di «lasciare all'autore l'impressione della libertà permettendogli di dire quanto non guasta o non peggiora l'animo dello spettatore. Divieti troppo brutali e generali si risolverebbero in mormorazioni contro il Governo.»[6]



Che Zurlo fosse veramente interessato, in nome del suo amore per il teatro, a consigliare più che a reprimere gli venne riconosciuto da alcuni autori che, per piaggeria o per convinzione, gli indirizzarono attestazioni di stima[7] Altri come Anton Giulio Bragaglia scelsero Zurlo come loro tutore rivolgendosi a lui prima ancora di mettere in scena i loro lavori.[8]


La rivista vanta un’eredità di titoli che sono diventati altrettanti punti di riferimento: Strade, Bottega 900, Marionette, che sanziona, per citarne soltanto alcuni. Gli occhi del colto censore del regime, il napoletano prefetto del Regno Leopoldo Zurlo, sempre vigili sui copioni sottoposti all’esame per l’obbligatorio visto di autorizzazione, spesso si chiudono per aiutare l’autore sotto esame a modificare qua e là il testo, per evitare le allusioni più pesanti, e quando Zurlo può, senza appiattire eccessivamente la satira.

Anche se nelle varie piazze i questori - fidarsi è bene, non fidarsi è... meglio - mandano regolarmente un funzionario a verificare l’aderenza del copione all’interpretazione dei comici e, spesso, usano metri diversi da quello dello stesso censore, in caso di “avvertite inadempienze”. Che si traducono, nel migliore dei casi, in convocazioni in ufficio per ammonimenti, quando non determinano tagli di battute o di intere scene e, come avviene spesso, non provocano il ritiro del copione e, di conseguenza, lo scioglimento della compagnia.

Un episodio che riguarda un bravo cantante, Carlo Todini in arte Leo Brandi, e il suo rapporto con la censura, viene riferito proprio dal figlio dell’artista, Alfonso.

«Mio padre era un artista di varietà, popolarissimo alla sua epoca, uno dei beniamini del pubblico napoletano, in seguito ignorato e dimenticato da certi improvvisati storici della canzone napoletana. Papà diceva: sono un artista e la politica la devo ignorare, non sono iscritto al partito e ho altri argomenti per far ridere il pubblico. Se avesse osato ricorrere alle volgarità ed ai gesti degli attuali grandi del teatro, lo avrebbero mandato al confino.

La censura era vigile e purtroppo anche Leo Brandi, in buona fede, cadde nelle sue maglie. Papà era famoso per le sue parodie ed all’epoca era in voga una canzone Addio Juna che ben presto divenne Addiune. La cosa non sfuggì al censore e un bel giorno papà fu convocato in questura, mai pensando al perché. Una volta lì fu festosamente accolto da funzionari e agenti; dopo poco fu ammesso alla presenza del questore. Mi pare fosse napoletano e si chiamasse Cella.

Il questore, sulle prime, assunse un atteggiamento severo - recitava anche lui - e poi disse: vedete. Brandi, ci risulta che voi vi esibite in una parodia della canzone Addio Juna e dite: io canto “addiune”. Sapete, di questi tempi, siamo in guerra, e queste allusioni potrebbero turbare la gente. Cerchiamo di evitare.

Dopo questo richiamo, ripresosi prontamente, mio padre rispose: signor questore, voi siete napoletano e in napoletano come direste la frase “io canto addio Juna”? Il questore, di botto: “io canto addiune”. Naturalmente, dopo l’imbarazzo del momento, finì in risate e in tanti caffè e in vogliamoci bene».


Censori all'opera

Scopo principale dell'Ufficio Unico era razionalizzare gli indirizzi della politica culturale perseguendo un maggior controllo sugli strumenti di comunicazione e di propaganda (radio, teatro, cinematografo, etc.). Zurlo sosteneva che un sistema centralizzato di censura fosse stato richiesto proprio dalle compagnie teatrali e dagli attori per evitare le lungaggini dovute a proveddimenti spesso contradditori delle varie prefetture. Le prefetture, di fatto, continuarono ed esercitare un ruolo nell'ambito della censura, sia per questioni pertinenti agli ambiti locali, sia perché avavano la prerogativa di sospendere uno spettacolo in qualsiasi momento per qualsivoglia motivo di ordine pubblico. Col tempo il sistema centralizzato si perfezionò al punto che le prefetture finirono per esercitare soprattutto una funzione di filtro rispetto alla grande quantità di richieste di autorizzazioni.

Leopoldo Zurlo, in carica come censore unico tra il 1931 a il 1943, arrivò a revisionare circa 18.000 copioni. Inizialmente la censura si occupava sia del teatro che del cinema, poi venne divisa in due sezioni: a Luigi Freddi venne affidato il settore cinematografico, mentre a Zurlo quello teatrale. L'ufficio di Zurlo si occupava del teatro di prosa, del teatro lirico (libretti d'opera), del settore filodrammatico, del teatro dialettale e regionale, del piccolo teatro cattolico (di seminario, di parrocchia, etc.), del teatro radiofonico e del teatro all'aperto. L'attività del censore era quella di passare al vaglio qualsiasi lavoro destinato ad essere rappresentato su un palcoscenico, anche i lavori patrocinati dalle organizzazioni del regime, cercando sempre di districarsi dalle influenze dirette o indirette di personaggi di rilievo, del settore politico, militare o religioso. E' chiaro che al censore giungevano segnalazioni da parte delle autorità che non poteva certamente ignorare come i rapporti segreti di polizia che pervenivano direttamente da Mussolini o i giudizi espressi dalla stampa di settore, ma da uomo colto ed esperto in materia, quale era, le sue valutazioni non potevano prescindere dalla qualità artistica dei lavori.


Teatro, manganello e acquasantiera

Se Mussolini nutrì un interesse particolare per la censura di stampa e editoria, è lecito chiedersi quale fosse il suo rapporto con la censura teatrale. Tradizionalmente, la censura sulle rappresentazioni teatrali era delegata alle prefetture delle singole città d'Italia e, durante i primi anni del regime, non vi furono modifiche rispetto alle pratiche vigenti nell’Italia liberale. Questo permetteva ai prefetti d'intervenire sia sui contenuti dell’opera sottoposta a giudizio sia sull’opportunità di una sua rappresentazione, in sintonia con gli umori e le tensioni della piazza. Ma sebbene si trattasse di una pratica secolare, non per questo era accettata di buon grado dagli impresari teatrali. Infatti, la necessità di ottenere l’autorizzazione alla messa in scena sottoponeva gli impresari, oltre a un dispendio di tempo ed energie in continue pratiche burocratiche, a possibili veti inaspettati a ridosso delle stesse rappresentazioni. La situazione venne a modificarsi nel gennaio 1931, quando Mussolini acconsenti alle richieste da parte della rappresentanza sindacale dei lavoratori del teatro e decretò la centralizzazione della censura teatrale. Visto che al ministero dell'Interno già esisteva un ufficio di censura teatrale, al viceprefetto che lo presiedeva, Leopoldo Zurlo, venne affidato il compito di passare al vaglio gli spettacoli teatrali e di varietà che sarebbero suiti rappresentati nei teatri dell’Italia fascista.

La scelta di affidare tale compito al viceprefetto Zurlo ben riflette l'intenzione di Mussolini di non servirsi di fascisti «della prima ora» per questioni di ordine pubblico. Leopoldo Zurlo era, infatti, un colto funzionario prefettizio la cui carriera ministeriale era iniziata ben prima dell’avvento del fascismo, più precisamente con il governo Giolitti del 1912-14. Disinteressato alla politica, Zurlo era rinomato per l’ironica raffinatezza della sua corrispondenza. Suo diretto superiore era il capo della polizia, Arturo Bocchini. Quest'ultimo, tuttavia, non era particolarmente interessato a questioni di censura e, consapevole dell’importanza che questa aveva per Mussolini, ne approfittava spesso per sottoporre le pratiche direttamente al Duce e chiederne un suo giudizio. Va inoltre considerato il fatto che, a partire dal 1931, il dicastero del ministero dell'Interno era passato sotto il controllo diretto del capo del governo e perciò Zurlo, Bocchini e Mussolini erano legati da una diretta linea di comando. Bocchini, come si è già accennato, incontrava il Duce ogni mattina, solitamente per una mezz’ora.

Grazie al dettagliato memoriale pubblicato da Zurlo nel secondo dopoguerra, al quale si aggiunge l’ottima conservazione dell’archivio dell’Ufficio censura teatrale, è possibile oggi ricostruire nel dettaglio il modus operandi di Leopoldo Zurlo. Né fascista, né antifascista, certo egli fu un censore intelligente e capace, ma allo stesso tempo pronto a eseguire le direttive del regime, comprese quelle relative alle leggi razziali degli ultimi anni Trenta. Dalle scrivanie dell'Ufficio censura teatrale passarono più di mille dattiloscritti all’anno, di cui buona parte erano spettacoli di varietà o programmi radiofonici di poche pagine. La percentuale dei testi rifiutati o sospesi si aggirava intorno al 10%. Tra i temi clic potevano giustificare il divieto di rappresentazione vi erano il suicidio, l’uso del dialetto (conseguenza delle direttive del 1932) e la satira sulle politiche autarchiche del regime. La «sospensione» riguardava invece quei testi che non si volevano rappresentati, ma neppure banditi ufficialmente per evitare imbarazzanti condanne di opere di sincera glorificazione del fascismo e allo stesso tempo di pessima qualità artistica.

Zurlo consultava il proprio superiore ogni volta che un testo imponeva discrezione nell’opera censoria, ovvero nei casi di contenuti latamente politici di qualche passo, oppure quando l’autore era un personaggio importante e gradito ni regime. È esempio di entrambi i casi La favola del figlio cambiato, un’opera lirica di Gian Francesco Malipiero, il cui libretto era stato composto da Luigi Pirandello. Nel novembre 1933 Zurlo scrisse una nota, velocemente passata a Mussolini, in cui faceva notare che la storia narrata nell’opera - un re e il matto del villaggio riescono a scambiarsi l’identità senza che nessuno se ne accorga — poteva essere interpretata come un invito a mancare di rispetto a ogni forma di autorità. In quel periodo Pirandello era in buoni rapporti con il regime e Mussolini gli era ancora riconoscente per il sostegno offertogli nell’estate del 1924, quando, durante il momento di massima crisi del fascismo seguito all'assassinio Matteotti, il commediografo siciliano aveva annunciato pubblicamente la sua iscrizione al Partito nazionale fascista. Si aggiunga che Pirandello godeva di fama internazionale e di certo la censura di un suo scritto avrebbe avuto risonanza sui giornali di tutto il mondo. Alla richiesta di Zurlo, Mussolini rispose laconicamente di «togliere il più forte» nel contenuto. Zurlo allora contattò Pirandello e gli propose la cancellazione di alcuni passi. Quest’ultimo accettò senza protestare e l’opera di Malipiero potè essere messa in scena e portata in tournée in varie città d’Europa. La vicenda, tuttavia, non era ancora chiusa. Qualche mese dopo fu la censura nazista a prendere l’iniziativa: una delle date del tour tedesco fu infatti cancellata perché i censori della regione dell’Assia giudicarono il contenuto del libretto potenzialmente sovversivo e contrario ai principi della nazione tedesca. Tramite il capo della polizia, Zurlo fece sì che una nota al riguardo raggiungesse Mussolini nelle settimane precedenti le tappe italiane del tour. Lapidario, Mussolini rispose: «la censura a quell’opera la farò io».E così fece.


Quelle forbici benevole dell'inquisitore del Duce

Le forbici di Mussolini a teatro hanno il profilo rotondo e l' incedere morbido d' un burocrate gentiluomo, che aveva il vezzo di siglare le sue autorizzazioni alla maniera d' un leggendario spadaccino, con la zeta di Zorro, che in questo caso stava per Zurlo. Leopoldo Zurlo. Nessun censore d' età fascista può vantare altrettanta costanza nel servizio, tredici anni spesi nel controllare meticolosamente tutta la produzione teatrale e radiofonica italiana, commedie, riviste, drammi, tragedie, libretti d' opera e d' operetta, canzoni, sketch pubblicitari, siparietti e gag per l' avanspettacolo. Diciottomila copioni, dal 1931 al 1943. Solo lui, nessun altro. Caso straordinario nella burocrazia fascista: se negli altri campi i tentacoli del Duce s' articolano in un' infinità di soggetti, sulla scena s' identificano in un' unica persona.

Cravatta a farfalla, pince-nez di montatura robusta, ironia sottile: cambiano i ministeri di riferimento - prima gli Interni, poi la Stampa e Propaganda, infine la Cultura Popolare - non Leopoldo Zurlo il Censore. Alla zeta di Zurlo erano appesi i destini dei personaggi più autorevoli del palcoscenico italiano - "un mondo interessante quanto pericoloso", si legge nelle note ministeriali dell' epoca - dai fratelli De Filippo a Totò, da Fellini a De Sica, da Bragaglia a Sem Benelli, da Tina Pica a Massimo Bontempelli. Ma anche i più giovani Italo Calvino e Michelangelo Antonioni, oltre che Indro Montanelli autore di commedie, scivolarono sotto la sua lente. Il Controllore di Regime assolse il suo compito con straordinaria abilità, sorvegliando ma senza vessare, tagliando ma senza indispettire, fedele al principio che «bisogna lasciare all' autore l' impressione della libertà, permettendogli di dire quanto non guasta o non peggiora l' animo dello spettatore». Il suo buon senso finì per conquistare gli artisti più esigenti, nel tempo inclini a rivolgersi a Zurlo come a un protettore delle arti. Ancora nel 1945 Silvio D' Amico lo ricordava «colto, sensibile, dotato d' una prodigiosa memoria, di un' infinita pazienza, e d' una mentalità tutt' altro che fascista». Nei faldoni dell' Ufficio Censura Teatrale, depositati all' Archivio Centrale dello Stato, è racchiuso un pezzo importante della storia della cultura italiana. Lettere, relazioni ministeriali, note in margine, riassunti, pareri, promemoria, sfoghi personali, correzioni e tagli, grazie ai quali un' archivista-ricercatrice attenta e rigorosa, Patrizia Ferrara, è riuscita a ricostruire la censura sulla scena tra il 1931 e il 1944, con l' inventario di tutti i testi controllati dalla "pupilla del Duce": spesso di firma celebre, alcuni poco conosciuti se non dimenticati dallo stesso autore (Censura teatrale e fascismo 1931-1944. La storia, l' archivio, l' inventario, edito dal ministero per i Beni e le attività culturali, due volumi, pagg. 1.114, euro 80, in vendita presso l' Istituto Poligrafico, da prenotare all' indirizzo e-mail: editorialeipzs.it).

Tagli e sforbiciate, quando non divieti integrali, disegnano un' Italietta provinciale e sessuofobica, che non ammette parodie di personalità evocatrici del Duce, ma neppure battute osé o storie sentimentalmente azzardate. Un paese zuppo di cattolicesimo perbenista, che dice «reggipetto» ma non «mutandine», respinge caricature bibliche come quella di Federico Fellini nel divertissement Adamo ed Eva, esclude qualsiasi disordine anche di natura sociale - vietati i quadri con sommosse popolari o scioperi proletari - e tollera appena l' irrisione di matrimonio e maternità. Un' Italia littoria ormai irregimentata, che vieta Cocteau in polemica con i francesi, impone a Leopardi il "voi" al posto del "lei", mette al bando gli autori antifascisti quali Roberto Bracco o gli americani sospettati di antitotalitarismo come Margaret Kennedy, e cancella L' Ebreo errante giudicato nel 1934 un testo «inopportuno». Eppure tra le lame del Censore qualche lavoro controcorrente riesce a passare: anche per la complicità di Zurlo, alto burocrate del fascismo di formazione liberale, di cultura insolitamente vasta e - virtù che immunizza da ubriacature ideologiche - incline allo scetticismo. Figlio d' una famiglia molisana, benestante e di radice risorgimentale, il giovane Zurlo s' era formato sul finire del secolo a Napoli, in un milieu segnato dalla personalità di Croce. è in questa città - dove si laurea a 21 anni nel 1896 - che frequenta casa Senise, legandosi a Carmine, futuro capo della polizia fascista. Un' amicizia nel tempo assai fruttuosa. Senza scosse il suo cursus honorum al servizio dello Stato: a 25 anni funzionario del ministero dell' Interno; a 37 segretario particolare nel governo Giolitti; a 56 la nomina a viceprefetto. Nel 1931, del tutto inattesa, la chiamata da parte di Arturo Bocchini, allora capo della polizia: l' incarico è «sovrintendere alla revisione delle opere teatrali». Forse è solo un caso, forse no: la stanza di Zurlo, al Viminale, è contigua a quella di Carmine Senise, vicecapo della polizia. L' antico compagno degli anni napoletani. «Non fascista né antifascista, ma fedele servitore dello Stato»: questa, più tardi, sarà la formula autoassolutoria di molti burocrati trapassati in modo indolore dallo Stato liberale a quello fascista. Senza sdegni né entusiasmi. Per tredici anni Zurlo gode di crescente autonomia, talvolta scontentando i custodi dell' ortodossia. Ma contro Zurlo può soltanto Mussolini. Accade nel 1934 con Carne bianca di Luigi Chiarelli: il Duce non apprezza che la bianca Kitty s' innamori d' un uomo di colore, per di più raffigurato come eticamente superiore. Zurlo l' aveva autorizzato «perché siamo a teatro, l' esagerazione è indispensabile». Il lavoro viene sospeso. Sicuro di sé e molto ambizioso, il Censore non esita a rivolgersi direttamente al capo del fascismo. Nel 1931 arriva a Roma Sacha Guitry, che porta in scena due amanti teneramente allacciati sullo stesso talamo. Che fare? Zurlo non se la sente di intervenire sul testo. Mussolini l' asseconda, ma raccomanda di «non sottolineare troppo nella recitazione le scene che mostrano i due amanti». L' opinione del Duce viene invocata per i lavori incentrati sulle figure di Cesare, Napoleone, Garibaldi, assimilabili nell' immaginario popolare alla sua persona. Un nervo scoperto: le eccezioni sollevate da Mussolini sono sempre innumerevoli, come quando boccia il Sant' Elena di Sheriff e Casalis solo perché Bonaparte è raffigurato in maniche di camicia. Eguale allarme per il Napoleone di Totò, in una fantasia grottesca del 1938: Zurlo suggerisce all' attore una recitazione che faccia il verso, non al personaggio, ma all' attore Charles Boyer, che l' aveva interpretato l' anno prima in Maria Walewska. Da Censore a Pedagogo: la grande svolta arriva alla metà degli anni Trenta, quando Zurlo viene trasferito al ministero della Stampa e Propaganda. Con un requisito in più: da "poliziotto" s' innalza a educatore, impegnato in una riforma del teatro italiano in linea con l' Italia littoria. Gli autori gli si rivolgono con dedizione, avidi d' un suggerimento per evitare la scure del censore. Anche Anton Giulio Bragaglia lo elegge a proprio consigliere.

Nel settembre del 1934 gli fa avere il copione di La Cortigiana dell' Aretino, segnalando a parte «i punti più grossi», che era disponibile a modificare, fermo però nel difendere lo spirito del lavoro: «Naturalmente io rinuncerò a dare La Cortigiana se la censura vorrà troppo evirarla. Non ne verrebbe infatti un servizio all' Aretino presentarlo così sguarnito delle sue forze popolaresche». Zurlo vieta il lavoro per volontà di Mussolini, ma nel 1938 inaspettatamente l' autorizza: un colpo di mano nei confronti del ministro Alfieri. Perfino con Michele Galdieri, autore amato da Totò, il Censore intrattiene rapporti cordiali. Lo considera "l' ingannevole incarnazione del diavolo", però è evidente che si diverte alle sue battute. E alle vibrate proteste di Adelchi Serena, segretario del Pnf, disgustato nel 1941 dal personaggio della "mondana", replica in modo asciutto: «Oramai la rivista è stata autorizzata, recitata, approvata dal pubblico». Ma è nel carteggio con Eduardo De Filippo che Zurlo manifesta il suo originale stile censorio, venato di lungimiranza e ipocrisia. Assai più complicati i rapporti con Sem Benelli, inviso all' ala intransigente del fascismo e agli ambienti cattolici. In sua difesa, il Controllore di Regime non esita a sfidare i fulmini di Alfieri - «Una severità eccessiva con lui suscita più scalpore della condiscendenza», l' ammonisce nell' aprile del 1937 - ma ogni sforzo risulta inutile. Per la riedizione di Caterina Sforza, nel 1941, preferisce sollecitare il parere preventivo del Vaticano. Monsignor Giovanni Montini, sostituto della segreteria di Stato del Papa, fa tagliare la battuta in cui Sisto IV «chiede alla nipote se è incinta». Molti anni più tardi, Zurlo domanderà a Montini, divenuto intanto pontefice, la ragione della censura. Incontestabile la risposta: «Un Papa sulla scena parla con un altro stile». La carriera di Zurlo si chiude il 31 dicembre del 1943. Ha 68 anni. Dopo aver servito per tredici anni Mussolini, si rifiuta di aderire a Salò. Sull' "amabile censore" - così lo definì Gerardo Jovinelli - fioriranno testimonianze lusinghiere, ma tra tutte colpisce la sapiente sintesi proposta da Vitaliano Brancati nel saggio Ritorno alla censura: «C' era anche qualche brava persona, perché in Italia le brave persone si vanno a ficcare dappertutto, come se avessero il compito di generare confusione tra il bene e il male, ed evitare a qualunque associazione, milizia, ministero, un giudizio recisamente negativo».


Dal 1931, quando l’Ufficio fu istituito con legge presso il ministero dell’Interno, è sempre Zurlo - dopo quattro anni l’Ufficio passerà nell’ambito del ministero della Stampa e Propaganda, ma non cambierà il responsabile -, gli autori napoletani di teatro popolare non possono proprio lamentarsi. Zurlo ha stabilito per loro una specie di corsia preferenziale nel protocollo per l’esame dei copioni, che fa in prima persona.

Quelli provenienti da Napoli e che si riferiscono al novanta per cento a spettacoli di riviste, sceneggiate, avanspettacolo e arte varia e per il restante dieci per cento a prosa, hanno la precedenza nell’esame. Il censore non può confessarlo ma, per esempio, quando gli arrivano i copioni di Michele Galdieri, sarebbe tentato di lasciare il lavoro programmato per passare subito a leggere l’ultima rivista del figlio del poeta.

«Nulla dispone all’ottimismo meglio del riso serio», scrive in un appunto che accompagna una sua relazione, proprio su una rivista di Galdieri. Però non può tradire il suo ufficio e consuma matite colorate, con le quali traccia vistosi freghi sulle pagine nelle quali avverte la presenza di allusioni troppo evidenti alle condizioni degli italiani sotto il regime e poi durante la guerra. Oppure quelle pagine nelle quali gli autori, per ottenere il visto... a vista, si sono talmente esibiti nell’esaltare il regime che, a non imporre moderazione alla propaganda, il censore finirebbe per fare un cattivo servizio al fascismo.


In epoca fascista l’intervento censorio è in realtà canalizzato, per volontà superiore mussoliniana, secondo un criterio di fondo: evitare di parlare di politica e di quant’altro alla politica del regime potesse direttamente richiamarsi, sia in pro che in contro, e favorire invece la mera evasione, il bel garbo dei “telefoni bianchi” o dei duetti Melnati-De Sica nella Za-Bum o delle commedie di De Benedetti.

Questo criterio non sarà dato una volta per tutte, e dei cambiamenti sono documentabili. Dapprima il regime sembra favorire una funzione di propaganda anche del teatro di rivista, in senso più nazionalistico che direttamente fascista (Trieste, le sanzioni...) ma di fronte alle trasformazioni della stessa politica fascista (soprattutto internazionali: ci sono sketch antitedeschi nel periodo dell’Anschluss, ritirati di corsa dopo la nuova alleanza) si preferisce espungere a propaganda diretta dai divertimenti del regime, riservandola alla radio e ai cinegiornali che invece da essa saranno totalmente condizionati e a essa asserviti. Il censore teatrale Leopoldo Zurlo, più “signore” napoletano che non fascista a orbace, si attiene alla decisione mussoliniana secondo la quale nelle cose frivole per definizione, come il teatro di varietà e di rivista, le cose “sacre” (il fascismo) non vanno neanche nominate, non ci vanno mischiate.

E tuttavia con la guerra c’è un terzo tempo della censura fascista, costretta ad allentare le redini e a tener conto dei disagi crescenti e della crescente lamentela, se non protesta, della popolazione. Dal ’39 tessere e bollini, oscuramento, treni o autobus di nuovo in ritardo e sovraffollati, servizi scadenti e carovita diventano in modo più o meno scoperto i temi centrali della comicità rivistaiola — trovando in alcuni autori (Galdieri, Nelli e Mangini) e attori (Totò, Taranto) una prontezza a coglierli che fornirà al pubblico occasioni di sfogo a non finire — stante infine nuovamente la regola del “buffone di corte”, della comicità permessa come scarico alle insofferenze sociali. Ma prima, negli “anni del consenso”, tutto è rosa e semmai, dietro il rosa, opera, con un bromuroso annacquamento della comicità e con il contorno di un lusso irraggiungibile, in una rimozione costante della realtà, la quale potrà esprimersi, e poco, solo in certi film di Camerini e in certe riviste degli autori citati, trovando invece nei copioni teatrali e cinematografici “ungheresi” o nei copioni scipiti delle riviste di Macario e della Wandissima i più raffinati meccanismi di sublimazione.


Note

  1. ^ In Quelle forbici benevole dell'inquisitore del DuceLa Repubblica, 2 gennaio 2005
  2. ^ Foto scattata in modo che nell'angolo sinistro in alto fosse visibile l'immagine del Duce anche se così era poco distinguibile lo stesso prefetto Zurlo
  3. ^ Secondo lettere anonime giunte a Galeazzo Ciano e la testimonianza del colonnello delle SS, Eugen Dollmann, addetto all'ambasciata tedesca e rappresentante di Hitler a Roma. (Cfr.)
  4. ^ Copernicum.it
  5. ^ Censura teatrale e fascismo (1931-1944). La storia, l'archivio, l'inventario, a cura di Patrizia Ferrara (ed. Ministero per i Beni e le Attività Culturali; 2 voll.)
  6. ^ Simonetta Fiori,Quelle forbici benevole dell'inquisitore del Duce. in Repubblica 2 gennaio 2005
  7. ^ Nel 1945 Silvio D'Amico scriveva di Zurlo come un personaggio «colto, sensibile, dotato d'una prodigiosa memoria, di un'infinita pazienza, e d'una mentalità tutt'altro che fascista».
  8. ^ Nel settembre 1934 Bragaglia inviava a Zurlo il copione de "La Cortigiana" dell'Aretino scrivendo che «Naturalmente io rinuncerò a dare La Cortigiana se la censura vorrà troppo evirarla. Non ne verrebbe infatti un servizio all'Aretino presentarlo così sguarnito delle sue forze popolaresche». Zurlo per intervento diretto di Mussolini vieterà la rappresentazione ma ripensandoci e sfidando il Minculpop nel 1938 autorizzerà la messa in scena della commedia.

Riferimenti e bibliografie:

  • Leopoldo Zurlo, Memorie inutili. La censura teatrale nel ventennio, Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1952
  • Censura teatrale e fascismo (1931-1944). La storia, l'archivio, l'inventario, a cura di Patrizia Ferrara (ed. Ministero per i Beni e le Attività Culturali; 2 voll.
  • Nicola Fano, Tessere o non tessere. I comici e la censura fascista, Editore Liberal Libri (collana Liberallibri),1999
  • Simonetta Fiori,Quelle forbici benevole dell'inquisitore del Duce. in Repubblica 2 gennaio 2005
  • Come sfuggire alla censura? Ce lo insegna Totò
  • "Quelle forbici benevole dell'inquisitore del Duce" - Archivio Repubblica, 2 gennaio 2005
  • "Mussolini censore: Storie di letteratura, dissenso e ipocrisia" - Guido Bonsaver - Ed. Laterza
  • "Tempo di Maggio: Teatro popolare del '900 a Napoli" (Nino Masiello), Tullio Pironti Editore, Napoli, 1994
  • "Follie del Varietà" (Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilea Somarè), Feltrinelli, Milano, 1980