TOTÓ E LE DONNE

È incredibile come un bipede di genere femminile possa ridurre un uomo.

Cav. Filippo Scaparro
Inizio riprese: settembre 1952 - Autorizzazione censura e distribuzione: 15 dicembre 1952 - Incasso lire 500.500.000 - Spettatori: 4.125.114


Scheda del film

Titolo originale Totò e le donne
Paese Italia - Anno 1952 - Durata 95 min - B/N - Genere Commedia - Regia Steno, Mario Monicelli - Soggetto Age, Furio Scarpelli - Sceneggiatura Age, Furio Scarpelli, Steno, Mario Monicelli - Produttore Ponti-De Laurentis-Rosa Film - Fotografia Tonino Delli Colli - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Carlo Rustichelli - Scenografia Piero Filippone


Totò: cav. Filippo Scaparro - Ave Ninchi: Giovanna, la moglie - Giovanna Pala: Mirella, la figlia - Peppino De Filippo: dott. Paolo Desideri - Lea Padovani: Ginetta, la prostituta del tabarin - Clelia Matania: Carolina, la cameriera - Teresa Pellati: Irene, una prostituta del tabarin - Alda Mangini: la signora dai gusti difficili - Franca Faldini: amante di Scaparro - Pina Gallini: la suocera - Mario Castellani: ragionier Carlini - Salvo Libassi: regista siciliano - Carlo Mazzarella: presentatore del concorso di bellezza - Primarosa Battistella: Antonietta - Mimmo Poli: infermiere (non accreditato) - Carlo Vanzina: Filippo il neonato (non accreditato) - Olga Villi: una donna (non accreditata)

Soggetto, Critica & Curiosità

1958-toto-e-le-donneSoggetto

La storia inizia nella soffitta del Cavaliere Filippo Scaparro (Totò) il quale, rivolgendosi in favore di cinepresa, inizia un lungo discorso contro il genere femminile. Inizia a parlare del suo difficile matrimonio con la moglie Giovanna (Ave Ninchi), per sfuggire dal quale si rifugia appunto in soffitta: l'occasione è propizia per mettere a nudo tutti i difetti del gentil sesso, attraverso racconti ed episodi narrati con la tecnica del flashback. Moglie, figlia, domestica, le amanti del passato, un ipotetico altro matrimonio, le clienti del suo negozio: nessuna si salva. A un certo punto irrompe in soffitta anche il futuro genero (Peppino De Filippo) che, spinto da Filippo, racconta altri aneddoti sulla stessa falsariga che hanno come protagonista la sua fidanzata; la bellezza della ragazza però lo convincer a rimanere con lei e sposarla. Succede poi che l'ennesima litigata di Filippo con la consorte, generata proprio da questo isolamento in soffitta, porterà lei a lasciare il tetto coniugale, non senza avergli rivelato alcuni episodi del passato che testimoniano i numerosi sacrifici compiuti per lui e per tirare avanti la famiglia, confessioni che, nel giorno del matrimonio della figlia, permetteranno ai due coniugi di ritrovarsi e riavvicinarsi.

Durante uno dei monologhi, Totò consiglia lo spettatore di sesso maschile a cercare anch'egli uno spazio proprio in soffitta dove rifugiarsi dalle angherie coniugali: conia, a tale proposito, il neologismo "soffittizzatevi", che si rifà allo slogan di stampo comunista allora in voga "sovietizzatevi".

Critica & curiosità

E' il primo film in cui Totò e Peppino recitano insieme. Una delle scene piu' divertenti è quella del duetto di Totò e della domestica ignorante, interpretata da Clelia Matania, che scatena le ira di Scaparro - Totò perchè non ricorda il nome di una persona che ha appena telefonato. Nel ruolo del piccolo Filippo nel girello c'è il futuro regista Carlo Vanzina, figlio di Steno.

Carlo Vanzina

Ricorda con precisione Enrico Vanzina in una breve intervista: «Mio fratello Carlo ha debuttato nel cinema intepretando...Totò. Era il 1950 e papà girava Totò e le donne. In un flashback nel quale Totò ricorda: 'Sono stato ossessionato dalle donne sin da piccolo' si vede un bambino in un box che piange mentre delle zie lo sbaciucchiano. Era Carlo! Mica male debuttare facendo Totò, no?»

La scena di "spalle" tra Totò e Franca Faldini fu girata al Caffè Canova di Piazza del popolo, mentre la seconda alla stazione Ostiense.

Uscito stavolta senza intoppi, il film rastrella in periodo natalizio più spettatori del chapliniano Luci della ribalta.

In realtà il film è diretto solo da Steno, mentre Monicelli in quel periodo è impegnato con il film Le infedeli. Accadrà spesso chei due registi, pur firmando congiuntamente i lavori realizzati, di comune accordo lavorino separatamente.

I Cav. Scaparro si rivolge direttamente agli spettatori, elencando i motivi per cui le donne gli hanno distrutto la vita. La donne presenti in sala, fanno però sentire le loro proteste...


Così la stampa dell'epoca


«Non e' un film. E' una specie di festino in famiglia tra Totò e i suoi mille e mille tifosi. La farsa, basata sulle battute e le prestazioni che fecero e fanno la popolarità del comico sul palcoscenico, vuol essere una antologia di lamentazioni sulla vita del marito e dell'uomo in genere seviaziato dal sesso debole. E' un film grossolano ma fa ridere a crepapelle».

Alfredo Orecchio


«Stavolta non siamo al cinema ma a una conferenza. E' sulla cattedra il celebre professor Totò, con la sua mutria a scaleno, e infatti indirizzandosi direttamente al pubblico egli comincia sin dal principio a sviluppare la sua tesi, essere il genere femminile un genere abominevole e pestifero [...]»

Filippo Sacchi ("Epoca", 1952)



Novelle Film, 10 gennaio 1953

I documenti

Ne avevamo una a Capri, io non ho fatto altro che imitare questa Anna di Capri, che non sapeva né leggere né scrivere, parlava a orecchio e sbagliava tutto. Una volta siccome a Capri c’era un pescatore che si chiamava "‘o ricciulillo", lei un giorno mi telefonò e mi disse: "Sapete, signora, è venuto ‘o ricciulillo". "Ah", faccio io, "è venuto 'o ricciulillo, come mai, da Capri?". “No, signora, no, non è ‘o ricciulillo ’e Capri, è o ricciulillo ‘o registro". Un regista? Era Gianni Franciolini che era diventato ‘o ricciulillo. E così centomila cose. Una volta mi chiese: “Scusate signora, ma De Gasperi è comunista o appartiene alla zia cristiana?”.

Clelia Matania


Scaparro, nel suo lungo monologo in soffitta, dice che le donne sono "inopportune, prepotenti, malinconiche, incoscienti, maligne, superficiali, egoiste, invidiose, noiose, esose", suscitando un brusio degli ipotetici spettatori in sala, che Steno ci trasmette per dare maggiore verosimiglianza al soliloquio.


Di particolare interesse è il neologismo "soffittizatevi", che ripete poi tre volte modulando l'improbabile verbo in tonalità di voce differenti. Si tratta di una evidente parafrasi della pubblicità dell'epoca che, per reclamizzare la Vespa, creò l'imperativo "Vespizzatevi!". Segue un'altra parodia di réclame, quella che faceva Ernesto Calindri alla radio, successivamente alla TV, con il ritornello: "Contro il logorio della vita moderna...", che Totò trasforma in: "Contro il logorio della donna moderna"...


 Henry Landrou, seduttore e mostro

Landrou, il mio protettore, Landrou. Questo si che è un uomo! Avrà messo nel forno perlomeno una dozzina di donne. Maschiaccio! Chiamalo fesso...


L01Henry Landrou rapì e uccise brutalmente più di 10 donne, disfacendosi dei cadaveri bruiciandoli. Le sue imprese criminali si svolsero a Parigi e dintorni dal 1915 al 1919. Fu giustiziato nel febbraio del 1922.

La favola di Barbablù, l'uomo dalla barba bluastra che decapitava le sue mogli e ne rinchiudeva il cadavere in cantina, è talmente famosa che può capitare di dare del "Barbablù" ad un uomo un po' orco o ad un uxoricida.
Per quanto spaventosa, la fiaba settecentesca di Charles Perrault si è concretizzata proprio nella sua Francia, ai primi del ‘900. La barba di Henri Landru era però rossiccia…
Il Barbablù del 20esimo secolo era un uomo molto basso ed esile, dalle sopraciglia spesse e cespugliose, con gli occhi scuri e grandi, di mestiere rigattiere e meccanico.
A conoscerlo, non avreste mai scommesso un centesimo sull'eventualità che questo uomo insignificante e bruttarello fosse anche un Don Giovanni, capace di corteggiare circa 300 donne allo scopo di impadronirsi dei loro risparmi.
A dieci di esse, l'incontro con Landru è costato molto più di qualche spicciolo. Barbablù si è preso la loro vita.

Nato nel 1869 da genitori poveri, la madre è casalinga mentre il padre fa il pompiere in una fonderia parigina, Landru trascorre un'infanzia anonima.
Il giovane Henri, ragazzo brillante, frequenta con successo la scuola cattolica, tanto da concludere la sua carriera scolastica come diacono dell'ordine religioso di St. Louis en l'Isle. Landru ha ormai 17 anni, è alla soglia dell'Università (vorrebbe frequentare Ingegneria Meccanica) ma, come la maggior parte dei suoi coetanei dell'epoca, è costretto ad abbandonare i libri per imbracciare il fucile. La sua carriera militare sarà un successo e terminerà quattro anni dopo con il grado di sergente.

Sin dai primi anni dell'adolescenza, Landru si rende conto di essere dotato di un'intelligenza superiore alla media e che eccelle soprattutto nel campo delle conquiste amorose.
Nel 1891, seduce sua cugina, Mademoiselle Remy, che rimane incinta di una figlia. Nel giro di un anno Henri è costretto dunque al matrimonio riparatore e deve lasciare la carriera militare, ripiegando su di un lavoro da impiegato. Il suo nuovo datore di lavoro però, un uomo senza scrupoli, si fa consegnare da Landru una discreta somma, dicendo che si tratta di una semplice obbligazione, poi scappa con i soldi.
Il giovane padre di famiglia incassa duramente il colpo e, nonostante la sua posizione di diacono e di membro del coro della chiesa, decide di diventare un imbroglione anche lui. Così, parallelamente alle sue attività legittime di rivenditore di mobilia e proprietario di un garage, decide di intraprendere la professione del raggiratore di donne.
Le sue vittime sono per la maggior parte delle vedove di mezza età, clienti del suo negozio di mobilia di seconda mano. Le povere donne, arrese alla prospettiva di una lunga vita misera e solitaria, si recano spesso nel negozio di Landru per rivendere i propri averi. Qui l'uomo le corteggia spudoratamente fino a quando non riesce a farsi consegnare in qualche modo la loro magra pensione. Un classico.
La frode funziona bene per diverso tempo, fino a quando, nel 1900, Landru fa la sua prima comparsa nella sala d'udienza di un tribunale francese come imputato. Ha tentato di impadronirsi di alcuni fondi monetari del Comptoir d'Escompte (una banca), utilizzando una falsa identità. Gli è andata male, visto che viene condannato a due anni di prigione. In galera tenterà almeno un paio di volte il suicidio.

L02Una volta uscito, Landru ha altri tre bambini dalla sua moglie-cugina, ma non si potrà godere molto a lungo i suoi figli. Nel giro di dieci anni finirà infatti almeno sette volte in galera, rischiando anche la ghigliottina nel 1908 per recidività.
Quell'anno infatti, mentre sta già scontando una condanna per frode in una prigione Parigina, viene portato a Lille per subire il processo per un'altra frode. Ha pubblicato un annuncio di matrimonio su di un giornale cittadino, spacciandosi per un vedovo molto ricco alla ricerca di una compagna sua pari.
Con una truffa simile era già riuscito qualche tempo prima ad estorcere a Mademoiselle Izore una cifra attorno ai 15 mila franchi.
Viene rilasciato in occasione della prima Guerra Mondiale, per essere arruolato nell'Esercito Francese. Il suo lunghissimo periodo da criminale ha portato alla rovina la sua famiglia: il padre si è suicidato per la vergogna, mentre la madre è morta di crepacuore nel 1910. La moglie e i figli vivono nella povertà e nell'emarginazione.
Non potendo fare affidamento sulla sua famiglia, ricercato dall'Esercito che lo vuole arruolare e dalla polizia che ha un mandato di arresto per contumacia (per il quale è prevista la deportazione a vita nella Nuova Caledonia), Landru comincia a girovagare per le campagne.
Dopo qualche mese, Landru, ancora sposato legalmente ma praticamente disconosciuto da Remy, intraprende il cammino che lo porterà alla ghigliottina.

Non è chiaro cosa abbia realmente spinto Henri Landru a diventare da un semplice truffatore ad un assassino seriale. Forse gli aspri anni della prigione, forse la cupa atmosfera che gravava sull'Europa a causa della Grande Guerra, forse qualcos'altro. Nessuno può dirlo con precisione, ma nel corso degli anni sono state fatte le ipotesi più disparate.
Risulta più semplice invece stendere un profilo approssimativo di questo truffatore-assassino, nonostante non si sappia molto della sua vita. Le sue vittime, sia quelle vive che quelle morte, erano tra i membri più vulnerabili della società, mentre lui era completamente privo di una coscienza: mai provò rimorso o senso di colpa.
Il numero delle donne truffate, circa 300, fa presupporre che Landru fosse un uomo eccessivamente avido. Probabilmente compensava il suo tragico aspetto fisico con una grande capacità di manovrare le donne, con un'agile parlantina e con un romanticismo da pochi (che era comunque in contrasto con il suo forte appetito sessuale).
Landru era inoltre molto intelligente e abile nel conversare, non solo con le signore, ma con tutte le persone con le quali interagiva, tanto che, nel corso della sua vita, non raggirò solo donne, ma riuscì anche ad usufruire della pensione di vecchi soldati.
Landru non era un semplice psicopatico come gli altri assassini seriali. Sapeva riconoscere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, solo che il commettere un atto criminale non lo toccava lontanamente.
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L04Tutti questi aspetti rendono davvero difficile una classificazione criminale di Henri Landru.
Non può essere considerato un vero e proprio serial killer, perché il serial killer attraversa un particolare periodo di calma e di "raffreddamento" tra un omicidio e l'altro. Si tratta della fase in cui l'assassino si gode quel senso di liberazione scaturito dal precedente omicidio e comincia ad accumulare la rabbia per commettere il successivo. Landru era costretto ad un periodo di "calma" tra gli omicidi perché doveva instaurare una forte amicizia con la vittima. La sua selezione inoltre non era per niente casuale, né gli omicidi erano dovuti a rabbia o perversione.
D'altra parte non possiamo classificare Landru nemmeno come uno spree killer. Appartengono a questa categoria coloro che compiono degli omicidi con brevissimi periodi di pausa tra una vittima e l'altra, in un'escalation di violenza, senza la minima organizzazione. Solitamente la polizia viene immediatamente a conoscenza della loro identità e li arresta dopo poco tempo. Landru non aveva "fretta di uccidere", non agiva casualmente e, come abbiamo già precisato, si prendeva molto tempo per la selezione della vittima di turno.
Non conosciamo il suo modus operandi, ma sembra certo che gli omicidi commessi da Henri Landru fossero tutti omicidi "puliti" e privi di violenza esasperata. È possibile che Landru uccidesse mentre faceva sesso, magari strangolando semplicemente la vittima, ma non ci sono prove a riguardo.
Solitamente chi uccide per soldi non distrugge il corpo della vittima, soprattutto se il guadagno deve giungere attraverso un'assicurazione o un testamento, la presenza del cadavere è necessaria. Landru dunque non rientra nemmeno in questa categoria, poiché fece di tutto per nascondere le sue vittime e fare in modo che risultassero ancora vive.
I criminologi furono perciò costretti a creare un'etichetta tutta nuova per inquadrare Henri Landru, che è dunque schedato tra le Vedove Nere, gli assassini seriali che uccidono senza alcun rimorso il proprio partner, allo scopo di ottenere qualche vantaggio (soprattutto economico).

Nel 1914, sui giornali di Parigi, compare il seguente annuncio pubblicitario: "Vedovo 43enne, due figli, buon reddito, serio e vicino all'alta società, desidera incontrare una vedova per matrimonio."
Si tratta di un annuncio che, nella Francia cupa e in depressione economica da Guerra Mondiale, suona quasi come un invito per il Paradiso.
La prima donna a presentarsi all'appuntamento con Barbablù è Madame Cuchet, dipendente 39enne di un negozio di biancheria intima a Parigi e madre di un ragazzo 16enne. Landru le racconta di chiamarsi Monsieur Diard, di mestiere ingegnere.
Un giorno, Madame Cuchet decide di presentarsi alla villa di Landru-Diard a Chantilly, con la sua famiglia, nella speranza di ufficializzare il loro legame. Il padrone di casa non è presente al loro arrivo, ma il cognato di Madame Cuchet decide comunque di ispezionare la villetta. Rinviene così numerose lettere amorose di altre donne, destinate a Monsieur Diard.
Dopo questo episodio, la famiglia Cuchet cercherà invano di dissuadere la parente dal frequentare il misterioso ingegnere, tuttavia lei preferirà allontanarsi da loro e trasferirsi, nel gennaio 1915, in una villetta a Vernouillet con il nuovo fidanzato e il figlio.
Qualche tempo dopo, Landru apre un conto bancario da 5000 franchi che, a suo dire, provengono da un'eredità di suo padre. Di Madame Cuchet e di suo figlio Andre non vi è più traccia, fatta esclusione dell'orologio della donna che, qualche tempo dopo, viene offerto in regalo a Mademoiselle Remy.

La vittima successiva è Madame Laborde-Line, di origine argentina, vedova di un ricco albergatore.
Poco prima di svanire nel nulla, la donna racconta agli amici di essere in procinto di andare a convivere con un elegante ingegnere brasiliano che, intollerante alla burocrazia, le ha negato il matrimonio.
Qualche giorno dopo, Landru si presenta alla casa della donna per ritirare la sua mobilia e spedirla in parte alla propria residenza ed in parte presso un garage di Niuelly.
Dopo il luglio del 1915, nessuno vedrà più né Madame Laborde-Line né i suoi adorati cani.

Marie Angelique Desiree Pelletier, una vedova 51enne conosciuta come Madame Guillin, scompare misteriosamente un mese più tardi. La seguirà a ruota Madame Heon, subito dopo aver visitato la residenza di Vernouillet, dove si erano già trasferiti Madame Cuchet ed il suo amato ingegnere qualche mese prima.
Resta un mistero l'omicidio di Andree Babelay, una 19enne molto attraente, scomparsa nel marzo del 1917. Andree era una ragazza molto povera e non aveva niente da offrire a Landru se non la sua bellezza. C'è chi ipotizza che la giovane Balebay sia incappata nel segreto di Landru come Fatima nella favola di Barbablù o che si sia suicidata perché respinta da questo orrendo Don Giovanni.
Sta di fatto che la 19enne scompare pochi giorni dopo essere stata a casa di Henri Landru.
Alla scomparsa di Andree Babelay segue un periodo di "calma", poiché Landru è impegnato in altri tipi di frode ai danni di alcuni soldati e di alcuni rivenditori di petrolio. Tra un imbroglio e l'altro, vende la villa di Vernouillet e ne compra una nuova a Gambais, nella quale installa una grande fornace di metallo.

L06Tornato di nuovo in "attività", Landru corteggia e conquista Madame Buisson. Anche in questo caso, la donna si estranea dalla propria famiglia pur di stare assieme al nuovo partner, tanto che manda suo figlio a vivere con una lontana parente. Trasferitasi a vivere a Gambais, Madame Buisson scompare nel nulla nella seconda metà del 1917, così come Madame Collomb.
Nel settembre dello stesso anno, scompare Louise Leopoldine Jaume. Nei giorni successivi alla sua scomparsa, i vicini di casa di Landru notano del fumo scuro e maleodorante che esce dal camino della villa.
Annette Pascal, 38 anni, è la successiva vittima. Scompare nella primavera del 1918.
L'ultima donna scomparsa è Marie Therese Marchadier, una cantante conosciuta negli ambienti militari con il nome di "La Belle Mythese". Andata finalmente in pensione nell'anonimato più totale, la signora fa amicizia con Landru frequentando il negozio di mobili. Verso la fine del 1918 si perdono le sue tracce.

In tutto 10 donne, un giovane 16enne (il figlio di Madame Cuchet) e 2 cani (di Madame La borde-Line) sono scomparsi nel nulla dopo aver fatto la conoscenza di Henri Landru.
La polizia naturalmente non sospetta nulla, né compie delle indagini. Ad essere sinceri, per gli investigatori non è successo niente, poiché nessun familiare ha mai denunciato la scomparsa delle 10 donne.
Il nostro Barbablù ha fatto i salti mortali pur di farle sembrare ancora vive. Due amici di Madame Guillin ricevono numerose cartoline scritte da Landru stesso, ma dotate di un post scriptum nel quale l'autore si scusa a nome della donna che, essendo analfabeta, ha dovuto limitarsi alla dettatura.
Con la stessa tattica delle lettere contraffatte, Madame Buisson "riesce" a tenersi in contatto con il proprio sarto e con il portiere di un appartamento parigino nonostante sia morta.
Infine, Landru si presenta in tribunale come l'avvocato di Madame Jaume e porta a termine il suo processo di divorzio, manovrando con successo tutti i conti bancari e l'assegno di sostentamento versato dall'ex marito.

L08Due anni dopo la scomparsa di Madame Buisson, il figlioletto esiliato muore. Quando, per avvisarla, i famigliari cercano di mettersi in contatto con la madre, non riescono a trovarla.
Madame Lacoste, sorella della donna scomparsa, ricorda però che Madame Buisson le aveva confidato che aveva intenzione di fuggire a Gambais con un certo Monsieur Guillet.
Decisa a rintracciare ad ogni costo la propria sorella, Madame Lacoste scrive una lettera al sindaco di Gambais, chiedendo se le può fornire l'indirizzo di Madame Buisson, o almeno di Monsieur Guillet. Il sindaco risponde che a Gambais non risulta nessuno con quei cognomi, ma le suggerisce comunque di provare a informarsi su di una certa Madame Collomb, anch'essa scomparsa misteriosamente a Gambais in circostanze simili.
Attraverso la famiglia di Madame Collomb, la tenace sorella riesce a risalire finalmente all'indirizzo di una villetta, quella giusta.
I primi a presentarsi presso l'abitazione sono gli agenti di polizia, ma ad accoglierli non c'è nessuna delle numerose persone che invece dovrebbero abitare in quel posto. Nessuna traccia di Monsieur Fremiet, di Monsieur Dupont o di Monsieur Diard né tanto meno delle loro fidanzate. Tuttavia, ci sono chiari segnali che indicano che la villetta sia stata abitata di recente.
Per niente scoraggiata, Madame Lacoste comincia a setacciare le strade di Parigi alla ricerca dell'uomo con cui sarebbe fuggita sua sorella. Una volta lo ha incontrato, ricorda bene come è fatto. Inoltre sua sorella le ha raccontato qualche dettaglio delle loro passeggiate romantiche, perciò i quartieri da setacciare sono limitati.
La ricerca termina nell'estate del 1919, quando Madame Lacoste individua Landru nella folla, mentre torna a casa dal lavoro. Invece di pedinarlo, si reca al negozio di mobilia e legge sulla vetrina il nome del responsabile: poche ore dopo la polizia sta arrestando Henri Landru.

EPILOGO
Non avendo nessuna prova per poter trattenere in arresto Landru, le autorità sono costrette a perquisire la villa di Gambais.
Il giardino viene battuto in lungo e in largo alla ricerca di ossa umane, ma vengono rinvenuti solo i resti di un paio di cani. Anche la perquisizione della villa di Vernouillet si rivela un buco nell'acqua. Emerge solo un libretto molto confuso, sul quale Landru annotava meticolosamente entrate e uscite. Una pagina in particolare attira l'attenzione degli investigatori, a causa della seguente nota sotto le entrate: "A Cuchet, G. Cuchet, Bresil, Crozatier, Havre. Ct. Buisson, A. Collomb, Andree Babelay, M. Louis (sic) Jaume, A. Pascal, M. Thr. Mercadier…"
Poiché tra i nomi compaiono anche le due scomparse Buisson e Collomb, sorge spontaneo sospettare che si tratti di una lista di vittime. Tuttavia, non ci sono ancora prove, né corpi.

Ignaro che in Francia si può essere condannati per omicidio anche in assenza del cadavere, Landru trascorre tranquillamente il suo soggiorno in carcere, rifiutandosi di parlare con la polizia.
Le indagini proseguono così per altri due anni, nel corso dei quali emergono dettagli interessanti, come la coincidenza che tutte le donne scomparse hanno conosciuto Landru tramite un falso annuncio matrimoniale, oppure il fatto che l'uomo ha sempre comprato un biglietto ferroviario di sola andata Parigi-Gambais per tutte loro.
I giardini delle ville di Gambais e Vernouillet vengono setacciati nuovamente. Vengono fatti inutili accertamenti sull'eventuale acquisto da parte di Landru di acidi o agenti chimici capaci di sciogliere una persona.
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Solo quando i vicini segnalano che dalla cucina di Landru si sollevava spesso un maleodorante fumo nero, il caso si può finalmente dichiarare chiuso.
Tra le ceneri rimaste sul fondo della grande stufa di metallo, la polizia trova resti di ossa umane e brandelli di vestiti.
Landru dunque si è sbarazzato delle sue vittime bruciandole. Purtroppo, dati la sua scarsa collaborazione e lo stato dei corpi, non sapremo mai quale fosse il suo modus operandi completo.

L10Il processo a carico di Henri Landru comincia nel novembre del 1921. A suo carico c'è un'accusa di 11 omicidi.
Sul processo grava tutta l'attenzione dell'opinione pubblica, poiché la Francia intera è sconvolta da quello che è successo.
Prima di Landru non ci sono stati altri casi eclatanti di omicidi seriali in Europa, ad esclusione delle vicende di Jack Lo Squartatore, accadute oltremanica ben 40 anni prima. Nessuno immaginava che eventi simili potessero accadere anche in Francia, soprattutto a Parigi.
Landru si presenta innanzi al severissimo sistema giudiziario francese forte della sua convinzione di essere intoccabile e, di conseguenza, si comporta in maniera sbruffona ed altezzosa, ricorrendo spesso alla facoltà di non rispondere e stroncando quasi tutte le domande con un severo "sono fatti miei." Ogni qualvolta che emerge una nuova prova, Landru solleva le spalle con superficialità, negando tutto e rifiutandosi di parlarne.
Al termine dei 25 giorni di processo, la corte dichiara Henri Landru colpevole di 11 omicidi e lo condanna a morte.
Solo 2 mesi dopo, verso la fine di febbraio del 1922, la ghigliottina è già pronta. Come d'usanza della giustizia francese dell'epoca, il "povero" condannato non può essere informato della data dell'esecuzione, perciò Landru viene portato "a sorpresa" sul patibolo.

Nelle sue ultime ore di vita, Landru dona agli avvocati che lo hanno difeso dei disegni che ha realizzato in cella. In realtà in essi è celata una confessione scritta, nella quale Barbablù confessa tutti i suoi crimini e il modo in cui si è sbarazzato di ogni cadavere, ma nessuno se ne accorgerà prima che passino circa 50 anni. L'assassino rifiuta di assistere ad una messa e respinge indignato il tradizionale bicchiere di brandy che viene offerto al condannato, ritenendolo una sorta di insulto. Scendendo, la lama della ghigliottina si porta via l'omicida più freddo che la storia umana abbia mai conosciuto.L11

Daniele Del Frate, 01 marzo 2006


Le vittime di Henry Landrou


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Film a due ben dissimili velocità. Alterna infatti tocchi geniali e verosimili (la domestica - è Clelia Matania! - che non ricorda chi ha telefonato...) a momenti fiacchi (la triste serata al night) o ripetitivi (la scelta della stoffa). Certo non è il miglior Totò, ma è sufficiente, tutto sommato (**). Totò in gran forma, Ave Ninchi perfetta, Castellani piacevole come di consueto.

  • Riflessioni sulle donne da parte di un commesso, costretto a rifugiarsi in soffitta per sfuggire alle angherie della consorte. Film composto da una serie di siparietti brillanti, non sempre divertenti. Il pregio maggiore del film è costituito dalle performance dei suoi interpreti, non solo il grandissimo Totò ma anche De Filippo e gli ottimi caratteristi che rendono la pellicola godibile al di là di qualche calo di ritmo.

  • Affiancato da un notevole gruppo di comprimari tra i quali l'amata Franca Faldini, Totò si esibisce -una volta tanto- all'interno di una sceneggiatura di certo spessore, opera congiunta di Age/Scarpelli e dello stesso Mario Monicelli. Potrebbe sembrare strano, ma le tematiche del rapporto di coppia non appaiono datate, pur essendo sviluppate in un periodo (il 1952) pre-femminista. Ave Ninchi è bravissima e contribuisce a rendere esilaranti le gag del grande comico. Attenzione a Filippo in fasce: è il regista Carlo Vanzina, fratello di Enrico.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scena della domestica al telefono: che si dimentica -regolarmente- i motivi delle chiamate.

  • La vera nota negativa di questo film è il voler filosofeggiare un po' troppo sull'argomento (la donna come fonte di guai e di stress per l'uomo). Ed è un peccato, perchè comunque l'idea di far parlare Totò direttamente col pubblico, in una sorta di confessione di tutte le angherie che ha subito dal gentil sesso, non è affatto male. Lui è molto bravo, ma spesso, il contenuto delle sue disquisizione non riesce a valorizzare in pieno il suo immenso talento comico. Comunque, le varie gag sono piuttosto spassose, come Ave Ninchi e De Filippo. Buono.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Impagabile Totò in soffitta, lontano da tutti (specialmente dalle donne), che venera Landrù, in foto come un santino.

  • Passerò per una inguaribile femminista se confesso che questo è uno dei Totò che mi piacciono di meno? La colpa non è certo sua, ma di una sceneggiatura un po' lasca, che se azzecca qualche gags carina negli episodi portati ad esempio (anche grazie alla bravura del cast di contorno), è debole nei soliloqui in soffitta, ripetitivi e ben presto stancanti. E poi per funzionare al meglio Totò ha bisogno di un interlocutore (sia compare oppure avversario) con cui interagire, cosa ovviamente impossibile se si rivolge direttamente allo spettatore.

  • Buon film che come al solito ha negli attori il suo punto di forza, anche se i monologhi nella soffitta annoiano un po': se qui Peppino è poco sfruttato, molto diverterti sono gli episodi che esplicherebbero i difetti delle donne, alcuni dei quali spassosi. Grandi in comicità Ave Ninchi e Clelia Matania (la servetta) che si affermerà nelle commedie musicali di Garinei e Giovannini e bellissima la Faldini. Da culto il "culto" a Landru (ma poi...).• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La serva e il telefono; esequie!; i chiarimenti sul menage coniugale tra moglie e marito.

  • Uno dei Totò-movie più studiati (non a caso porta le firme di Steno e Monicelli). L'idea satirica di base funziona bene, permettendo al grande protagonista di dar vita a mini-sketch molto divertenti, che forse oggi non sarebbe più possibile realizzare visto il femminismo e perbenismo imperanti. Con lui per la prima volta Peppino, che appare in poche occasioni ma lascia il segno dimostrando già il grande affiatamento con Totò. Bene anche il reparto femminile, con un'ottima Ave Ninchi e una divertente Matania. Notevole.

  • Altro episodio dell’epopea del Principe, stavolta in versione landruesca, che tanto si dovrebbe confar (almen secondo l’iconografia) all’indole monicelliana (e dell’allora socio Steno). In verità la verve misogina è molto bonaria (se la si confronta col ben più crudo e tardo Totò Peppino e le fanatiche) ed è proprio il tono di understatement leggero in cui son condotti i vari sketch a delineare il peculiare tratto della pellicola. Il primo approccio tra i due mattatori è conseguentemente soft; molto bella la Faldini ma indimenticabile la servetta Matania.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: L’iniezione.

  • Film che si fa ricordare più che per la sua cifra reale per il fatto di essere il primo di una lunga serie che il Principe girerà con Peppino De Filippo come spalla. Non esilarante come alcuni classici della neo coppia qui formatasi, ma non per colpa loro quanto di una sceneggiatura che aspira addirittura a lambire una sorta di metacinema (Totò che spesso guarda e parla alla mdp) senza però avere un minimo di anima e rifugiandosi in inutili e tristi luoghi comuni sui rapporti (soprattutto se coniugali) tra i due sessi. Buono il cast di contorno.

  • Una sceneggiatura niente male arricchita da simpaticissime scenette dove tutto l’estro di Totò emerge immediato. Steno sceglie un registro audace, dove Totò è lo stesso narratore che dialoga in prima persona con lo spettatore, come fosse realmente seduto vicino a lui. Le spalle sono di lusso e nonostante qualche piccolo intoppo raggiunge la piena sufficienza.

  • Film ad “episodi sketch” diretto dal solo Steno nel quale un Totò realistico, concreto, riflessivo e di estrazione piccolo-borghese riflette sul tema dell’”eterno femminino” come poteva farlo un uomo italiano all'inizio degli anni’50. Ma la serpeggiante misoginia del film non inficia la carica farsesca delle lezioni tenute ex cathedra da Totò, che usa l’innovazione stilistica della camera-look per parlare direttamente e continuamente con lo spettatore trattandolo alla pari e cercandone furbescamente la complicità. Divertimento intelligente garantito.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Ottima la recitazione di impostazione teatrale di tutti gli attori. La scena del telefono tra Totò e una smemorata Clelia Matania è divertentissima.

  • Pellicola costruita tutta su Totò; forse stavolta l'attore viene abbandonato eccessivamente a se stesso. Nonostante l'affiatamento con Ave Ninchi e con le altre "spalle", il film risulta complessivamente troppo evanescente. I singoli sketch sono divertenti, alcuni memorabili e lo stesso Peppino, sia nei suoi momenti da solo che nei duetti con Totò, funziona bene. Ma il limite del film sta proprio nell'assenza di un efficace collante che unisca le parti. Frammentario ma, tutto sommato, godibile.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò con l'ipotetica moglie-attrice, la scena dell'iniezione e quella in cui sfascia disperato il telefono.

  • L'idea era buona (una tirata maschilista conclusa con un inchino alle donne), ma il regista è Stefano Vanzina, non Monicelli (che si stava occupando di un altro film e si limitava a dare qualche dritta). La regia, infatti, è tipicamente alla buona, nonostante gli attori di prim'ordine e in forma. Il film manca di grinta (alla quale si supplisce con rumori e grida), di ritmo e di attenzione ai dettagli. Emblematico il libro "giallo" di Totò: un testo scolastico della Paravia con un foglio incollato sopra, disegnato col pennello.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il quadretto in soffitta, dissimulato da una porticina, con "San Landrù" e cero acceso.

  • Una mediocre storia sfacciatamente ed esageratamente misogina diventa per Totò ed Ave Ninchi l'occasione per esibirsi in numerosi duetti irresistibili. E gli interpreti secondari (su tutti De Filippo e Matania) sono inarrivabili; nota dolente è Giovanna Pala, che recita qui con la sua voce, naturalmente antipatica e poco incisiva. Ma le insistenze filosofiche della pretenziosa e pessima sceneggiatura di Age e Scarpelli pesano non poco, ed alcuni sketch risultano raffazzonati e forzati. Pina Gallini, non accreditata, è la suocera di Totò.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Filippo (Totò) alla moglie (Ave Ninchi): "Io ti sfuggo nottetempo perché non posso sfuggirti giornotempo!".

  • Uno dei miei Totò preferiti. Firmato solo nominalmente in coppia da Steno e Monicelli (in realtà se n’è occupato solo il primo), il film presenta un Principe scatenato improvvisatore. Se i monologhi in soffitta possono alla lunga annoiare, i flashback sono irresistibili (splendido, nella sua struttura classica, lo sketch con Alda Mangini insopportabile cliente). Bravissime Ave Ninchi e Clelia Matania, mentre sembra ancora da affinare l’intesa di Totò con Peppino.

Totò e le donne

Cineracconto di Novelle Film

Il cavalier Scaparro veniva lungo il corridoio, strascicando i piedi sulle pezze di feltro (per non sporcare i pavimenti) e reggendo in una mano un grosso portacenere (per non spargere la cenere sui pavimenti). Se ne liberò una volta rifugiatosi nella stanza da letto, e bofonchiando prese a spogliarsi. Di lì a poco lo raggiunse sua moglie Giovanna, una donna corpulenta dal volto sempre atteggiato a fiero cipiglio. Prima d’infilarsi sotto le coltri, Giovanna volle che il marito deponesse il bacio della buonanotte su una delle sue paffute guance, il che egli fece trattenendo a malapena la repulsione. Appena a letto ella, senza dir verbo, spense la luce. Il sonno del giusto, dunque, stava per calare sull’attempata coppia. Ma il marito non aveva chiuso occhio. Dopo qualche minuto sogguardò di traverso la moglie; attese ancora un poco e infine, assicuratosi che Giovanna dormiva, si alzò silenziosamente, prese dal comodino un libro che vi era deposto, guadagnò in punta di piedi l’uscio, si dileguò per il corridoio e salì nella soffitta. Qui, finalmente sereno, sospirò di sollievo. Accese la piccola lampada bijou e si distese, comodissimamente, sopra una poltrona di vimini ben imbottita di cuscini. Quindi aperse il libro; era un romanzo giallo, dal titolo: LA vendetta, del cadavere.

A questo punto c’è da chiedersi: possibile che un uomo d’età, dopo una giornata di onesto lavoro, si riduca in soffitta per leggiucchiarsi un romanzo? O non poteva goderselo nel proprio letto? Ecco il punto: se quest’uomo, sposato da vent’anni, avesse osato riaccendere la luce nella stanza da letto e aprire il libro, anzitutto la moglie avrebbe protestato fieramente e poi gli avrebbe rivelato in un battibaleno chi, del romanzo giallo, era l’assassino! Queste, dunque, per cominciare, le delizie del matrimonio!

Pensandovi, il cavalier Scappare si innervosì. Lasciò la poltrona e, avvicinatosi a uno stipetto, accese un lumino votivo, sotto il ritratto d’un uomo barbuto.

«Landrou, mio protettore!», esclamò il cavaliere. « Ah, che grande uomo! Costui si uccise almeno una dozzina di donne... Maschiaccio! Quanto bene hai fatto all’umanità! ».

Per il cavalier Scaparro le donne erano in verità le nemiche dell’uomo. Pensate, le più recenti statistiche dicono che sulla faccia della terra esistono quattro donne per ogni uomo. Quattro contro uno: bella forza! Fin da pupo, l'uomo è vittima delle donne. Non sono forse le donne a sbaciucchiare di continuo i bambini, infastidendoli con ogni mezzo? E poi le governanti, con le loro rampogne, e le compagne di scuola che non permettono di copiare i loro compiti: finché si casca nel forno del matrimonio.

Ci sarebbe da pensare che nel cavalier Scaparro tanta animosità contro le donne traesse motivo dall’aver sposato un donnone sgraziato come Giovanna, ma in realtà non era così. Eh, eh! Prima di conoscere Giovanna, egli aveva avuto come fidanzata un fiore di fanciulla. Antonietta! Bella, spumeggiante, leggiadrissima. E se l’avesse sposata? Bravi! Se l'avesse sposata, senza alcun dubbio sarebbe accaduto che Antonietta avrebbe vinto uno dei tanti concorsi di bellezza, fino a che si sarebbe impadronito di lei il cinema. Il cavaliere, pensandoci, vedeva benissimo le cose. E che genere di film avrebbero fatto interpretare ad Antonietta? Film passionali, anzi carnali in sommo grado, appunto come suggeriva alle menti la figura di lei sinuosa e a un tempo rotonda. E per lui la vita sarebbe divenuta infernale, spaventosa... Cosi aveva sposato Giovanna.

Rivolgendosi al 'ritratto di Landrou, il cavaliere esclamò di nuovo: « Bravo! Bravo mille volte! E che è mai la donna? Prepotente, ipocrita, egoista, falsa, invadente, soffocante... Un vero flagello! ».

Eh, quante mai ne aveva passate, il cavalier Scaparro !

Tornò a sedere nella comoda poltrona, ma ormai non aveva più alcun desiderio di leggere. Pensava. Pensava a un anno fa, press’a poco di questi giorni.

Rincasava, era quasi sera, e sulle scale incontrò un coinquilino, il ragionier Carlini. Entrambi si informarono delle condizioni di salute delle rispettive consorti, e sospirando amaramente constatarono che permanevano floride.

« Purtroppo, caro cavaliere », diceva in tono funereo il Carlini.

« Ma verrà il bello, ragioniere mio », rispose Scaparro. « Comunque, io me ne sto bene, al momento. Nessun pericolo in vista! Non sporco i pavimenti e taccio sempre, ho preso la pelliccia a mia figia, e quindi per ora me ne sto in una botte di ferro. Speriamo in meglio, ragioniere! ».

« Speriamo, speriamo bene », fece l’altro, sconsolatamente.

Aveva appena bussato all’uscio di casa sua, ed ecco sua moglie e la figlia comparire. Lo afferrarono e lo portarono di peso dentro.

«Oè, sapete dirmi che succede?».

« Mettiti subito a letto », gli ingiunse Giovanna.

« Tu sei malato, papà », diceva Mirella.

« E che vi prende? Ma io sto magnificamente... Oè!... », gridava lui, dibattendosi.

Dovette mettersi a letto. Il fatto era che Mirella aveva conosciuto un medico. Di mezza età, non quel che si dice un Adone, anzi con dei baffi fin troppo buffi: eppure, era un tipo che poteva riuscir ottimo come marito per Mirella! E allora, per attirarlo in casa, le due donne avevano escogitato lo stratagemma del cavaliere ammalatissimo. Il medico venne di corsa; visitò meticolosamente il cavaliere, divagando tuttavia con gli occhi e con la mente attorno ai contorni della procace figura di Mirella. Poco mancò che non diagnosticasse il cavaliere in fin di vita! Ordinò che seduta stante gli venisse propinata una iniezione per il cuore, e si offerse Mirella per la bisogna. Figurarsi le urla e i vani tentativi del cavaliere per sottrarsi al supplizio, poiché egli sapeva che Mirella non aveva dimestichezza alcuna con siringhe e fiale!

« Oh, dottore », badava a ripetere Giovanna. « Mia figlia ci ha tutta la passione per l’arte medica!... Fin da bambina faceva iniezioni... ».

Il medico gongolava dalla gioia, serrando le mani alla ragazza; il cavaliere si divincolava in ogni senso... Finché, brandita la siringa, Mirella affondò di scatto l’ago in una parte posteriore del corpo paterno. Un urlo tremendo lacerò gli spazi! Ma fu così che Mirella si fidanzò...

Rammentando la scena, il cavaliere sentiva ancora i brividi corrergli per la schiena.

Mosse verso la poltrona di vimini allorché udì un colpo secco. Si voltò in direzione della finestrella che dava sul cortile e con enorme stupefazione vide che un gancio, lanciato dal disotto, s’era affrancato sul davanzale. « Un ladro! », pensò d’acchito. E sì nascose nella penombra, di lato alla finestra. Si udì il fruscio d’un corpo che si arrampicava, e infine un uomo balzò nella soffitta. Indossava un impermeabilone nero che copriva persino i piedi, e sulla testa recava una calotta di gomma. Il cavaliere riconobbe in costui il dottor Paolo Desideri, fidanzato di Mirella. Lo affrontò, ritenendo che gli si fosse recato lì per rubare. Gli fece una piccola paternale e poi, proprio per non lasciarlo andare a mani vuote, gli diede una palla, un ventaglio e un fuciletto. Il medico sembrava enormemente confuso.

« E che me ne faccio del fuciletto? », domandò, appena potè parlare.

« E che ladro sei? Con l’arma potrai rapinare qualcuno », disse il cavaliere.

« Macché rapinare, cavaliere! Io son venuto qua per trovare sua figlia... ».

« Mia figlia?! ».

« Sì, cavaliere. Mi ha dato. appuntamento. Sono così paludato perché ieri sera caddi nella fontana del cortile e m’inzuppai... Ora almeno ho l’impermeabile!... ».

Il cavaliere, stupito, trascinò il dottor Desideri fino alla finestrella. Guardò sotto la fontana; levando il dito teso, come ad accusare, impietrito dalla meraviglia, disse: « E come? Disgraziato! Per vedere una donna, lei casca nelle fontane? ».

« Ma è lei che vuole così... Mirella... ».

« Disgraziato! Ci sei caduto, dunque, nella trappola! E magari vuoi sposarla, eh? ».

« Sì, cavaliere... Capirà, si potrebbe dire che... che l’ho compromessa... ».

« E tu caschi nelle fontane... e la comprometti? Sei un disgraziato... Ma io voglio salvarti, voglio salvarti dalle grinfie di costei... ».

« Cavaliere, che dice mai? Mirella è vostra figlia, cavaliere... ».

« Sicuro: ma sempre appartenente al genere femminile! ».

Spinse il poveretto verso la poltrona a vimini, lo fece sedere e poi, mellifluo, mefistofelico, domandò: « Tu la vuoi sposare? ».

« E sì, e sì », rispose l’altro, atteggiando gli occhi di pesce frollo. « Mi piace, sa, mi piace tanto... ».

« Dunque ti piace... Tu l’ami, disgraziato, lei è perfetta, dunque... ».

Paolo rifletté per qualche istante e disse: « Però un difetto... ce l’ha, sì, ce l’ha... ».

« Ce l’ha! Ah, benissimo! Eureka! Tu forse puoi essere salvato... Eureka!... ».

« Sì, caro cavaliere... A esempio, far salire dalla finestra, per una corda, un uomo della mia età... E’ una cosa che non va, caro cavaliere! Come quella di voler chiamarmi passerotto... Di telefonarmi in clinica, persino, e dirmi che è la mia passerottina... E volere che io dica cip-cip-cip... ».

« Cip-cip? ».

« Sì, cavaliere... Cip-cip-cip... Cip-cip-cip... Con tutti i professori che passano e mi sentono... E i malati, e i moribondi... Non è una cosa seria, mi creda! ».

« Altro che, se lo credo! ».

« E poi gli appuntamenti », seguitò Paolo, alzandosi e mettendosi a passeggiare in su e giù. « Mai che sia puntuale. L’appuntamento è alle 4,30: passa un’ora, passa un’altra ora, e non si vede... ».

« Ma poi viene? ».

« Ah, no: manco si cura di venire, cavaliere mio! ».

Scaparro si fregava le mani dalla contentezza. D’improvviso si fece scuro in volto, allungò lesto una mano e strappò la cravatta al medico. « E questa schifezza, te l’ha regalata lei, Mirella? ».

« Sì », ammise Paolo, contrito.

« Ah, ah! I regali! Il primo regalo è una cravatta, sempre così: la più fetente che si venaa, ecco che una donna te la regala... Tu le regali una stupenda pelliccia, e lei un cappello da cow-boy; tu le regali un brillante, e lei una pipa antidiluviana... Basta con i regali, basta con queste schifezze! E che uomo sei, dico! ».

Si udì un lieve fruscio; i due uomini, rapidamente tentarono- di eclissarsi dietro uno scaffale, ma il cavaliere non fece in tempo che l’uscio si spalancò.

Apparve Mirella, mezzo discinta, ammantata in una serica vestaglia.

« Che lai qui, papà? », domandò la ragazza, sorpresa e contrariata.

« Come, che faccio? Spolvero, non vedi che spolvero? », disse il cavaliere, fingendo di spolverare attentamente lo scaffale con un pennellino che provvidamente aveva trovato. « Piuttosto tu, che vieni a fare in soffitta, a Quest'ora? ».

« Non riuscivo a dormire e sono venuta quassù », rispose Mirella. Prese da una grossa mensola una pera e negligentemente incominciò a masticarla, dirigendosi verso un sofà, sul quale sedette.

Frattanto il cavaliere, sempre fingendo di spolverare, girò dietro lo scaffale e fece cenno a Paolo di fuggire, dalla finestra, badando a non farsi vedere da Mirella. Paolo annuì. Sembrava proprio che i ragionamenti del cavaliere l’avessero convinto, ma passando* da un punto ove lo scaffale era vuoto, egli intravide Mirella, seduta sul sofà, a gambe nude e con la vestaglia generosamente aperta.

« Ehi », disse sottovoce il cavaliere a Paolo, « quella la vede... ».

« La vedo, la vedo! », mugolò Paolo, svampito.

Mirella, noncurante di tutto, quanto mai affascinante nel suo splendore, seguitava a masticare la pera.

Il cavaliere riuscì a spingere Paolo fin sopra la finestra, ma qui il medico si volse di nuovo a rimirar Mirella, che s’era distesa sul sofà. L’impressione che ne ebbe gii fece perdere l'equilibrio, e capitombolò nel vuoto. Sì udì il tonfo nella fontana!

« Che è stato, papà? », domandò la ragazza, voltandosi a mezzo.

« Nulla, mia cara, nulla: uno stupido gatto in amore ch’è cascato nella fontana... ».

Mirella si alzò. Era evidente la sua irritazione.

« Che hai, figliuola? », domandò il cavaliere, sornione.

« Oh, voi uomini! Tutti uguali! », sbottò Mirella, avviandosi per uscire. « E sì che mi ero messa la vestaglia nuova! ».

Come l’uscio si richiuse alle spalle di Mirella, il cavaliere sorrise di compatimento. Le donne! Ma che cosa non complicano le donne? Un appuntamento banale, ecco che diventa un’esibizione acrobatica! Eh, anche lui, ai suoi tempi, aveva conosciuto una donna complicata! L’aveva conosciuta al mare: a Ostia. Una bellissima signora, veramente di classe. Moglie d’un gerarca del regime passato... Che donna! Lui l’aspettava in un caffè di lusso, a Roma. Erano gli anni della guerra. Lei arrivava e fingeva di non vederlo neppure. Sedeva alle sue spalle: e parlavano così, spalle a spalle, mandandosi baci sperduti, perché lei diceva che il marito era geloso, uh!, com’era geloso! E diceva che dappertutto c’era gente pronta a scoprire l’infedeltà e riferire al marito!

Un giorno, finalmente, per potersi baciare, ella gli dette appuntamento alla stazione. Con tanta gente che parte, baciarsi alla stazione è la cosa più naturale del mondo! Egli si avvicinò alla maliarda, dimenandosi sui tacchi. Mentre lei fingeva l'aria più innocente possibile, appoggiandosi all’ombrello, egli le domandò: « Perché, ieri, mi hai schiaffeggiato? ».

« Caro », rispose la magnifica, ridendo, « credevo che ci avesse visti la moglie d’un collega di mio marito... Invece m’ero sbagliata! ».

« Però io lo schiaffo l’ho preso... ».

« Sciocchezze... ».

« Tesoro, baciami! », le. sussurrò.

Di scatto la bellissima si volse e come una pantera gli morse la bocca. Un istante dopo, ella era in preda al panico. « Oh, povera me, c’è un collega di mio marito! Su, ti prego caro, sali sul treno, fingi d’essere mio fratello.., ».

« Ma il treno parte... », tentò debolmente il cavaliere.

« Ti prego, salvami... ».

Egli salì sulla prima vettura che si trovò dinanzi. E quello era un convoglio carico di detenuti politici, diretto ai lager della Germania. Così egli finì nel terribile lager di Mathausalem! Quante volte, sotto la minaccia delle armi di qualche diabolico ”SS”, egli si perdeva ad ammirare la fotografia della meravigliosa donna! La guardava sospirando profondamente e prima di riporre la foto in tasca... zac!, le sputava sulla faccia al bromuro d’argento!

Le donne! Ma non è la moglie stessa a metterti sulla strada dell’infedeltà? A esempio, quando parte per la campagna. Appena lei è uscita, che pensa il marito? Di darsi alle orge, ai baccanali, naturalmente! E la stessa sera, eccolo entrare in un tabarin, alla ricerca dell’avventura di una notte! Anche il cavaliere aveva fatto cosi. Era andato al Mocambo. Un localetto coi fiocchi! Tutte donnine allegre. Lui aveva conosciuto Ginetta. Una bella pupa, nerissima, fiammeggiante d’ardore. Gli aveva fatto ordinare una bottiglia di champagne e, sul più bello, proprio quando lui incominciava a render l’atmosfera più confidenziale, sbaciucchiandole le spalle, eccola scattare.

« Tu assomigli al mio primo amore, sai? Sei tutto lui... ».

« Ah, si? », fece il cavaliere. «Ma allora era un bell’uomo,.. ».

« Un disgraziato! M’ha rovinato la vita... E adesso è in galera! ».

Poi, gli aveva fatto sorbire una lunga tiritera sulle sciagure familiari: la madre ottantenne che veniva buttata sul lastrico da un esoso padrone di casa, il figliuoletto di cinque anni e mezzo che aveva gli orecchioni, un fratello disoccupato con tre figli, una zia rimbambita! Quando Ginetta gli mostrò la fotografia del figliuoletto, il cavaliere scoppiò in lacrime.

Eh, altro che donnine allegre! Terribili, scoccianti anch’esse!

Il cavaliere scosse il capo tristemente. Sospirò. Mandò una strizzatina d’occhi al ritratto dì Landrou, e fece per sedere e mettersi a leggere, ma l’uscio della soffitta si spalancò e comparve sua moglie. Era furibonda, non avendolo trovato più al suo fianco, nel letto. Ne nacque un alterco, al termine del quale ella gridò fieramente che era stufa di lui e d’una simile vita, e quindi tornava da sua madre.

« Come hai detto? », domandò il cavaliere, d’un tratto attentissimo.

« Sì, sono stufa, stufa marcia..,».

« No scusa, mi sembrava... tu avessi alluso a un ritorno... ».

« Sì, sì, torno da mia madre-subito.,. Torno da mia madre... ».

Mentre ella usciva, il cavaliere aveva una omerica esplosione di gioia. Ballava come un bambino, cantava a squarciagola, inviava baci a dozzine al suo protettore Landrou! Scese quindi anche lui e portò due capaci valigie alla moglie, che stava ammonticchiando i propri abiti sul letto.

« Ah, sei felice che me ne vado, vero? ».

« Non posso negarlo », ammise il cavaliere.

« Sicuro, adesso che sono ingrassata, imbruttita, invecchiata... ».

« Non ho nulla da eccepire », disse il cavaliere, arricciandosi un baffo.

« Ah! », ululò Giovanna. « Vent’anni di strazio, ho passato con te.., ».

« Ma che dici? ».

« Sicuro: di strazio. A far questa vitaccia: con mille lire al giorno... E già che ci sono, devo dirti qualcosa. Tu dici sempre che mangi solo vitello, al massimo vitellone, eh? Bene: da vent’anni, caro mio, invece dì vitello hai sempre mangiato carne di cavallo! ».

« Uh, che schifo! », urlò il cavaliere.

« Sicuro. E il vino era annacquato.,. ».

« Lo sapevo », gridò il cavaliere sogghignando, « ma tu non sai che ogni giorno, dal vinaio qui sotto, mi bevevo un ottimo quartino... ».

« L'ho sempre saputo, mentre tu non sai che m'ero messa d’accordo col vinaio: ti faceva pagare di più, così al sabato mi dava un bel fiasco di vino gratis! ».

Questa volta le urla del cavaliere raggiunsero il settimo cielo.

Finalmente Giovanna terminò le
valigie. Stava per andarsene, quando egli le rammentò che portava via, insieme ai vestiti, il braccialetto d’oro che lui le aveva regalato.

« Ottanta grammi d’oro! », precisò il cavaliere.

« Di piombo! Quello d’oro l’ho venduto quando tu sei stato a letto un mese e mezzo col tifo, e non sapevamo come andare avanti... Non te l’ho mai detto, e mi sono accontentata.., ».

Il cavaliere divenne d’un tratto molto triste. Fece per richiamarla, ma Giovanna ormai se n’era andata.

Non sì videro più; fino al giorno in cui si celebrarono gli sponsali di Mirella con il dottor Paolo Desideri.

Mirella era stupenda nel candido abito da sposa, e vicino a lei Paolo sembrava continuamente emozionato, tremolante come un fuscello percosso dalla brezza! Dal suo angolo, il cavaliere tentò varie volte, a cenni, di dissuadere Paolo dal passo estremo, ma quello nemmeno gli badò, così il matrimonio ebbe luogo celerissimamente.

Mentre gli sposi firmavano, sul registro dello Stato Civile, Giovanna, fiancheggiata da sua madre, la quale dardeggiava il cavaliere con occhiate fulminanti, si avvicinò a suo marito.

«Ho degli oggetti da darti, che sbadatamente avevo portato con me », disse Giovanna. E gli passò un pennello per la barba, dei calzini, le bretelle vecchie.

« Anch’io ho qualcosa da darti », fece il cavaliere, falsamente disinvolto.

Levò dalla tasca il bracciale. Lo consegnò alla moglie, dicendo: « E’ d’oro. L’ho fatto rifare, Giovanna ». Tolse dall’altra tasca il bracciale d’ottone che lei gli aveva dato la sera dell’abbandono. « Questo me lo tengo... perché... perché per me ha un gran valore!... ».

Si vedeva che era commosso. Giovanna, commossa all’estremo, non seppe resistere e gli gettò le braccia intorno al collo. Così la pace era alfine ritornata per sempre.

Mentre tutti uscivano dall’ufficio del Municipio il cavaliere pensava: « Ecco qua: si lotta, si soffre per liberarsene, si crede d'esservi arrivati, ma invece vincono sempre loro. Le donne! ».

Naldo Pagos


La censura

NULLA OSTA CENSURA

Da una prima versione del verbale di censura n.13358 al film "Totò e le donne", 15 dicembre 1952.

Il film passò indenne dalla censura preventiva, nonostante alcune modifiche al copione, e viene revisionato il 13 dicembre in prima istanza esprimono parere favorevole a patto, comunque, che vengano tagliate alcune scene.
a) Sia eliminata la battuta «È il ministro Scelba» nell'episodio della cameriera;
b) nella scena in cui appare la figlia di Totò, sdraiata sul letto, in soffitta, siano eliminati i fotogrammi in cui l'attrice stessa alzandosi, fa vedere completamente le gambe;
c) nella scena per l'elezione della Regina di Bellezza sia eliminata la seconda parte della scena nella quale le candidate si alzano le vesti per farsi vedere le gambe dalla giuria mentre questi gridano «più su... più su»;
d) sia eliminata la battuta: «Con certi prosciutti...» detta dall'operatore all'amica di Totò che girava la scena di un film.


La censura, in sintesi, ha chiesto solo un paio di tagli alle splendide gambe di Primarosa Battistella e Giovanna Pala


Foto di scena e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Nella scena in cui Totò accende la lampada in soffitta, in una inquadratura è lontano mezzo metro circa dall'altalena, in quella successiva la tocca con il gomito.
  2. Totò si lamenta perché a scuola le compagne di banco non gli passavano i compiti, ma nel flash back l'unica alunna che si vede negargli l'aiuto gli è davanti e quindi non è ovviamente una sua compagna di banco.
  3. Durante la rissa sul filobus i passeggeri dietro a De Filippo cambiano posizione al cambio d'inquadratura.
  4. Le divise delle SS sono di pura fantasia.
  5. Nel campo di concentramento quando Totò guarda la foto dell'amante, nelle diverse inquadrature, la posizione della mano sinistra, ossia quella che regge la foto, è diversa.
  6. Quando Totò è al tavolo con l'intrattenitrice, in un cambio d'inquadratura la scena ha molte differenze, tra le quali: Totò prima ha le braccia consente e poi quello sinistro è disteso sul tavolo, mentre l'intrattenitrice ha in una posizione completamente diversa il bocchino per la sigaretta, rispetto ad un attimo prima.
  7. Le foto dell'intrattenitrice sono invertite se si segue la logica del dialogo, rispetto alla logica dei movimenti delle stesse foto. Nell'inquadratura dove si vedono davanti è lampante come quella più grande sia quella che raffigura il bambino, mentre quando si vedono i loro retri bianchi, le battute pronunciate dai due attori fanno credere che il ritratto più grande sia quello del fratello barbuto.
  8. Totò spesso racconta avvenimenti del passato, tra i quali l'eventualità di sposarsi con una sua ex fidanzata. L'ipotesi di matrimonio con Antonietta è logicamente ambientato nei primi anni '30 (considerato che il connubio sarebbe avvenuto in alternativa a quello reale, celebrato ormai da 20 anni, come specificato da Ave Ninchi e dal fatto che abbiano una figlia con età da marito); ma sia l'abbigliamento in luna di miele che la moralità del presunto film "Passione carnale" appaiono anacronistici per l'epoca del racconto. Sembra più ambientato nell'epoca "attuale" quando Totò racconta, ossia gli anni '50.
  9. Totò ad un certo punto accende una candela al suo "nume tutelare" (un assassino di donne!), cui ha costruito un altarino in soffitta, poi prosegue il suo "dialogo" con lo spettatore; nel frattempo arriva Peppino De Filippo (il fidanzato della figlia di Totò), i due parlano e Totò continua a esporre aneddoti sulle donne. Ebbene, il tempo passa e la candela non si consuma e la cera non cola.
  10. Totò al tavolo con l'intrattenitrice non ha nulla in mano. Appena si alzano per ballare la rumba ha nella mano destra un fazzoletto bianco.
  11. L'intrattenitrice, prima di passare le foto a Totò, volge lo sguardo a quella di sopra e non si accorge che è quella del fratello, invece che quella del figlio Otelluccio, di cui invece parla con eccitazione.
  12. Nel flashback in cui Totò è bambino e le donne tentano di baciarlo nonostante il bavagliolo c'è qualcosa che non quadra: nel film Totò dovrebbe avere fra i 40 ed i 50 anni, e siamo nel 1952-53, per cui si presume che il flashback in cui è bambino dovrebbe svolgersi all'inizio del secolo. L'abbigliamento delle signore così come quello del bambino però è certamente quello in voga negli anni '50, quando cioè è stato girato il film.
  13. Il flashback in cui Totò da bambino non riceveva i compiti dalle compagne di scuola dovrebbe risalire agli anni '10, più o meno, visto che la storia narrata è del 1952 e Totò ha circa 45-50 anni. Però i grembiulini che i bambini indossano a scuola sono di quelli che si usavano negli anni '50 e '60, nei primi anni del secolo nella maggior parte delle scuole non c'era l'obbligo del grembiulino...
  14. All'inizio del film Totò si rifugia in soffitta per leggere in pace il suo romanzo giallo. Quando inizia a leggere ad alta voce, nell'elencare le armi impugnate dall'assassino con tre mani (!) ha una evidente esitazione quando dice "Con una mano impugnò il pugnale, con l'altra mano impugnò... la sciabola...". Evidentemente il grande Totò non stava leggendo affatto, ma stava improvvisando...
  15. Quando Totò cade dalla scala nel negozio di stoffa la signora taglia un pezzettino di stoffa ma nell'inquadratura successiva quando si alza manca un pezzo molto più grande di quello che la donna porta via con se come campione.
  16. Quando arriva una telefonata a casa Scaparro, la svanita cameriera di Totò si avvicina timorosa al telefono.... qualche secondo prima che questo cominci a suonare.
  17. Inizio film: è notte e Totò e la moglie vanno a letto, spengono la luce, ma la stanza rimane illuminata. Successivamente Totò si alza dal letto, gira per casa e va in soffitta, senza aver bisogno di accendere la luce in quanto tutto il percorso è illuminato. Solamente giunto in soffitta accende una piccola bajour e la stanza si illumina ulteriormente, ma di poco.

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Le location del film, ieri e oggi

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

 1951 Toto e le donne 01

Il paese fuori mano nel quale, da giovane, il cavalier Filippo Scaparro (Totò) sognava di portare in viaggio di nozze la fidanzata Antonietta (che non sarà la donna che sposerà) è Fiuggi (Frosinone).  L’edificio che si vede al centro del fotogramma è questo.

 1951 Toto e le donne 01

La scena di "spalle" tra Totò e Franca Faldini fu girata al Caffè Canova di Piazza del Popolo in Roma

 1951 Toto e le donne 01

La scena del saluto alla stazione fu girata a Roma, Stazione Ostiense.



Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Totò attore" (Ennio Bispuri) - Gremese, 2010
  • Naldo Pagos in "Novelle Film", anno VII, n.264, 10 gennaio 1953
  • "Henry Landrou, seduttore e mostro" di Daniele del Frate in http://www.occhirossi.it