TOTÓ E CAROLINA

Inizio riprese: settembre 1953 - Autorizzazione censura e distribuzione: - gennaio 1954 - Incasso lire 333.345.000 - Spettatori 2.283.185


Detti & contraddetti

- Ma perché ti vuoi ammazzare?
- Perché so’ na disgraziata!
- E capirai! Che non sono disgraziato, io? Eppure sono arrivato a settant’anni!
- E che c’entra….lei mica è ‘na donna!
- Bè questo è vero…


In che mondo viviamo! Non c'è pace, non c'è Dio, non c'è igiene


Ho la febbre alta: quarantadue e rotti.


La battona ammalata: è un caso peripatetico, chiamatemi il primario.


In via eccezionale, non si potrebbe sapere che intenzioni ha Nostro Signore?


Io sono fortunato, io: ho la macchina rovinata, un vestito quasi nuovo da buttare via, la salute manomessa, forse una broncopolmonite con prognosi riservata, la capa scassata. Ah, come sono felice, come godo, che goduria!


Un po' di rispetto, è un cadavere morto!


Il mio naso ha molto fiuto, vale a dire è un fiutatoio.


Sciò, sciò, menagrammo!


La diapositiva: non sarà mica una malattia?


Nella vita non siamo mai soli, abbiamo sempre qualche appendicite.


Il suicidio è un lusso, i poveri non hanno neanche la libertà di uccidersi.


Agente di PS Antonio Caccavallo

Scheda del film

Titolo originale Totò e Carolina
Paese Italia - Anno 1953 - Durata 94-(85) min. - B/N - Audio sonoro - Rapporto 1.33:1 - Genere commedia - Regia Mario Monicelli - Soggetto Ennio Flaiano - Fotografia Domenico Scala, Luciano Trasatti - Montaggio Adriana Novelli - Musiche Angelo Francesco Lavagnino


Totò: Antonio Caccavallo - Anna Maria Ferrero: Carolina De Vico - Arnoldo Foà: Commissario - Maurizio Arena: Mario, il ladro - Tina Pica: Signora all'ospedale - Gianni Cavalieri: Veneziano - Rosita Pisano: Sig.ra Barozzoli - Fanny Landini: Prostituta - Nino Vingelli: Brigadiere - Enzo Garinei: Dott. Rinaldi - Guido Agostinelli: padre di Caccavallo - Giovanni Grasso jr.: commissario

Soggetto, Critica & Curiosità

1953-toto-e-carolinaSoggetto

Durante una retata della polizia a Villa Borghese, l'agente Antonio Caccavallo, vedovo con figlio e padre a carico, arresta, insieme ad altre donne di vita, anche Carolina. In realtà la ragazza è solo scappata di casa perché incinta. Il povero Caccavallo è obbligato cosi dal commissario a riportarla al paese di origine, e consegnarla a qualche parente. Ma l'impresa di sistemare Carolina si rivelerà più complicata del previsto, anche a causa della ritrosia della ragazza che non ne vuole sapere di rimettere piede da dove era scappata. Ciononostante Carolina in qualche modo riesce a confidarsi e a legare con il poliziotto, di cui comprende i suoi obblighi professionali, e nonostante gli faccia passare non pochi guai (tenta di scappare ma anche di suicidarsi) non gli serba rancore. Alla fine, mentendo ai suoi superiori circa il buon esito della missione, Caccavallo se ne farà carico accogliendola a casa sua, dove da tanto tempo mancava una presenza femminile.

Nella scena conclusiva, dopo che Caccavallo aveva detto al Commissario: "Si troverà un fesso che se la prende", segue la domanda di Carolina che aspettava in strada, la quale chiede "Dove andiamo?". Caccavallo risponde: "A casa di un fesso", che racchiude da una parte il suo essere compassionevole e la sua carenza di affetti, e dall'altra il fallimento come tutore della legalità.

Critica e curiosità

Totò e Carolina, in lavorazione col titolo provvisorio "Addio Carolina" su soggetto di Ennio Flaiano, nasce da una notiziola di cronaca, una retata di prostitute a Villa Borghese. Il primo a prenderlo in mano è Rodolfo Sonego, poi sceneggiatore prediletto di Sordi, che ci si applica senza particolari spiriti polemici. “Il film era prima di tutto una serie di storielle a misura di Totò”, ricorderà. “Una parata di barzellette organizzata in funzione della sua strepitosa capacità di inventare”'’. Sulla sceneggiatura intervengono quindi Age e Scarpelli, e il regista designato Monicelli, al debutto ufficiale dopo il sodalizio con Steno.

Le riprese cominciano fra lunedì 14 e martedì 15 settembre 1953, con esterni a Roma e fu interrotto, a lavorazione quasi ultimata, il 21 novembre '53 a causa di una broncopolmonite di Antonio de Curtis, che gli fu secondaria al "bagno fuori stagione" in acque gelide, fatto per ragioni di set.

Nel periodo del riposo forzato, Anna Maria Ferrero raggiunse il collega Vittorio Gassmann a Torino, dove erano impegnati, per contratto, a teatro per recitare Amleto. Così, la lavorazione del film riprese a Torino nel mese di dicembre 1953, con Totò rassegnato a continuare l'assunzione di antibiotici ed accompagnato da Franca Faldini.

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Per ora, ignoriamo se la lavorazione sia terminata a Torino entro il 24 dicembre, o se sia invece proseguita anche a gennaio e febbraio '54 fra Torino ed il Lazio.

Certo è vero che, nel febbraio 1954, e forse già la seconda metà di gennaio, era documentatamente impegnato alla lavorazione di "Miseria e nobiltà", ma, dato che capitava spesso di girare due pellicole al contempo, non possiamo escludere che, in quel primo bimestre del '54, mentre si calava nel Felice Sciosciammocca, non ritagliasse qualche spazio anche per "fegatelli" e battute "di rifinitura" nel ruolo dell'agente Caccavallo Antonio.

Sicuramente una sceneggiatura intitolata "Addio Carolina" fu inviata in censura preventiva il 29 agosto 1953 (prima di iniziare), ma fu bocciata da Annibale Scicluna il 9 settembre; il film risultava pronto per la proiezione pubblica dal 17 febbraio 1954, quando, alla regolare e documentata richiesta del nulla osta, constava di 2.959 metri (per circa un ora e 45 minuti primi di durata). A fine febbraio il film viene sottoposto alla censura e succede il finimondo. Malgrado il copione sia già stato emendato durante le riprese secondo le indicazioni della censura preventiva, la commissione esprime parere contrario alla pubblica visione “in quanto offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza, nonché del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica”. Dietro il verdetto si dice ci sia Mario Sceiba in persona, allora capo del governo, irritato per il dileggio dei suoi celerini, gli agenti che tengono a bada sovversivi e dissidenti a forza di manganellate. Dopo alcuni tagli e modifiche, il film viene bocciato pure dalla commissione di secondo grado, la questione arriva sui giornali e diventa un caso.

Dopo una serie di negazioni e conseguenti tagli e ridoppiaggi di dialoghi e musiche, esce ufficialmente a partire dal 2 marzo 1955 ridotto fra i 2.200 ed i 2.380 metri per totali 80'-85'con il visto censura numero 16.044 dell'8 dicembre 1954, che però ne lasciava il veto per la distribuzione all'estero. 

Ricostruito al 50% circa, finalmente nel 2008, è di uscita pubblica una versione dvd da 93' lordi, grazie al paziente lavoro che si deve soprattutto ad Aurelio De Laurentiis (figlio del fu Luigi e papà di Luigi, tutti e 3 della gloriosa Società "Filmauro") in concorso con personale della Cineteca di Bologna, e con la consulenza di alcuni esperti.

Nel DVD Maurizio Arena e' interamente doppiato da Massimo Turci. La battuta di Arena sotto la camionetta, piu' o meno è: "Conosco le guardie. Sono carogne!". Battuta censurata. La copia passata in Rai ed è quella che ho, la battuta è: "Le guardie so' dritte. Quelle te vonno incastrà!" ed e' doppiata da Sergio Tedesco. Penso che Turci in quel momento fosse impegnato, ma per un orecchio attento la voce e' un'altra.

Toto e Carolina articolo-miniLa pellicola è stata soggetta a numerosissime censure per via del fatto che l'interpretazione di Totò, secondo la visione dei censori dell'epoca, avrebbe sminuito e ridicolizzato il ruolo degli agenti di Polizia. Alla fine dei titoli di testa si legge infatti un'avvertenza che fa un doveroso distinguo fra l'interpretazione di un semplice attore (Totò, quasi ridicolizzando lui stavolta) che interpreta un ruolo di fantasia e le mansioni di chi davvero lavora nella Pubblica Sicurezza.

Il testo esatto della sovraimpressione recita:


«Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda sua vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare. Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell'irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia.»


Il film per questo dura appena 70 minuti circa contro i 100 inizialmente previsti.

Inoltre, per la morale italiana dell'epoca, appariva molto sconveniente che un agente di Polizia s'interessasse delle sorti di una futura ragazza madre, fin poi ad accoglierla in casa sua, essendo vedovo con figlio e padre a carico. Anche il titolo, che originariamente doveva essere Totò, Carolina e Bandiera Rossa venne ridotto eliminando il riferimento di matrice comunista.

Totò rispolvera il potenziale allucinato della sua arte solo in una scena: infradiciato d’acqua, la testa coperta da un fazzoletto annodato sotto il mento, il corpo avvolto in una coperta, il collo reso lungo e scarno dal taglio delle luci, il celerino Caccavallo si trasforma per un momento in un’apparizione indecifrabile, un fantasma senza sesso e senza tempo catapultato inspiegabilmente davanti a un falò a chiacchierare con Carolina.

Il nome di Enzo Garinei, nei titoli di testa, è stato erroneamente scritto come "Enzo Garieni". Non è la prima volta che nelle pellicole degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta si facessero questi errori. Da notare che all'epoca non era obbligatorio inserire tutti i nomi, come oggi, nei titoli di coda.

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 Così la stampa dell'epoca


«Felicitiamoci con la Celere per aver superato il suo complesso di inferiorità. A questo e non altro si poteva ascrivere la proibizione che sollevò un anno fa tante proteste e tanti commenti. [...] Si può prevedere sin d’ora che questo diventerà un personaggio popolarissimo. Non solo perché ha una grande carica comica, ed è uno dei migliori Totò mai visti [...], ma perché nella sua ingenua burbanza, e travettistica umiltà, e confusionario zelo, è pure un personaggio simpatico e umano. [...] Totò e Carolina vale soprattutto perché rappresenta un tentativo purtroppo rarissimo tra noi, di farsa intelligente [...] mai vista nel nostro cinema dove il comico è sempre o stupido o scurrile. Infatti, pur avendo radici in un dramma, sostanzialmente l'andamento è della farsa [...] Flaiano soggettista e Monicelli regista sono riusciti a tenerla su un costante livello di ingegnosa invenzione [...] Il personaggio di Totò ha una grande carica comica ed è uno dei migliori Totò mai visti [...]»

Filippo Sacchi, ("Epoca", Milano, 6 marzo 1955)


«[...] Ancora una volta Totò ha dimostrato di non sapere uscire dallo stato di macchietta al quale troppi mediocri registi lo hanno condannato: la sua vena comica, aiutata da un fisico straordinariamente adatto, è innegabile, ma il tentativo di crearsi una "maschera" come quella di Charlot è miseramente fallito. Totò non manca di spontaneità e neppure di umanità, ma le sue trovate sono troppo spesso in funzione di una scadente sceneggiatura e di una regia disinvolta e affrettata [...]» 

Angelo Solmi, ("Oggi", Milano, 11 marzo 1955)


«Un lavoro di ricalco, ma festoso; di maniera, senza ardimenti, senza novità, ma non privo di malizia. Totò conferma la sua attitudine a trasformarsi da marionetta in essere umano; e la Ferrerò si adatta facilmente alla parte di graziosa scervellata».

Alberto Lanocita, "Corriere della Sera", 1955



Le Ore, 14 novembre 1953

Cinema Nuovo, 25 marzo 1955

Le incongruenze

  1. Nello studio del primario, Arnoldo Foà ha alternativamente due tonalità di voce completamente diverse, opera probabilmente di un doppiaggio in due tempi.
  2. La caduta della jeep per la campagna non solo è palesemente in miniatura con un giocattolo, ma fa credere che la camionetta sia scesa per molti metri, quando invece al momento del suo recupero si nota come la distanza è solo di qualche metro.
  3. Carolina fugge per una strada fangosa e Totò insieme ad un socialista la insegue con la camionetta. Ad un certo punto la distanza tra il mezzo e la ragazza è di un metro circa, ma nell'inquadratura successiva la distanza è di molto superiore.
  4. A casa di Totò il nonno si mette a difendere il nipote, quando nella scena immediatamente precedente era in un'altra stanza.
  5. Totò senza averlo sentito da nessuna parte, come fa a sapere che Carolina è fuggita proprio con l'autista del pastificio?
  6. Il ladro, benché legato con le manette alla portiera della camionetta, cambia velocemente posizione nel vano carico della camionetta stessa.
  7. Il padre di Totò si mette a stendere i panni alla finestra. Mette due capi ma si nota che ad un certo punto cadono dal filo, che rimane così vuoto. Si mette poi Carolina a stendere e nel campo il filo è ancora vuoto, nel controcampo immediatamente successivo ci sono già dei panni stesi.
  8. Carolina fugge per la strada di campagna, inseguita dalla jeep. Nelle inquadrature da dietro la strada è fangosa, in quelle da davanti è polverosa.
  9. All'osteria, Totò mima di lavorare al busto del commissario. In una inquadratura ha le mani con i pollici alzati all'altezza del viso, in quella successiva le mani sono abbassate.

www.bloopers.it

Documenti e testimonianze

I documenti


Era il secondo film a cui lavoravo, non sapevo neanche che cosa stava succedendo. Era raro che Totò intervenisse perché aveva molto il senso professionale di non rompere le scatole agli sceneggiatori e ai registi. Però ogni tanto gli veniva fuori una battuta bellissima sulla quale tutti si buttavano a pesce. Mi ricordo per esempio che c’era uno che era andato a confessarsi e dopo un momento tornava dal prete che gli diceva “Ma figliolo, t’ho confessato or ora!”, e Totò disse: “Scusi eh”, a Monicelli, “perché non gli fa rispondere ‘Roba nuova, roba nuova, padre’?

Gillo Pontecorvo, aiuto regista di Mario Monicelli


Totò lavorava molto volentieri con me e si sottoponeva anche a degli sforzi che con altri non faceva. In una scena il suo personaggio doveva cadere in un fiume e questo tuffo in acqua necessitò una gran preparazione. Tra l’altro, se avessi avuto un po’ più di mestiere, avrei potuto anche evitare di farglielo fare; ma, insomma, non successe niente di grave.

Mario Monicelli


I tagli fatti non è possibile recuperarli perché li ho distrutti. Io non conservo niente, non m’importa niente di queste cose. Ogni tanto mi chiamano, recuperano un mio cortometraggio fatto ai tempi dell’università, ma che senso ha? Ritengo che questo mestiere, questo cinema, non sia poi la settima arte come dicono alcuni: è un’arte applicata, un’arte minore, non è il caso di farla tanto lunga, ecco.

Mario Monicelli


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Noioso, deludente. Le incredibile traversìe censorie gli hanno dato una nomea superiore ai meriti. Si tratta di una pellicola non particolarmente interessante, ravvivata da un grande Totò, attorno al quale, francamente, non c’è molto. Arnoldo Foà è doppiato. Enzo Garinei è accreditato come Garieni!Noioso, deludente. Le incredibile traversìe censorie gli hanno dato una nomea superiore ai meriti. Si tratta di una pellicola non particolarmente interessante, ravvivata da un grande Totò, attorno al quale, francamente, non c’è molto. Arnoldo Foà è doppiato. Enzo Garinei è accreditato come Garieni!

  • La prima regia (come unico regista) di Monicelli è questa commedia "on the road" la cui fama (per le note vicende legate alla censura) è superiore ai reali meriti artistici. Vale comunque per la possibilità di vedere il grande Totò alle prese con un personaggio un po' diverso dai soliti, dato che viene mostrato un aspetto più malinconico che brillante. Il film è però penalizzato dall'abuso dei luoghi comuni sulla sceneggiatura e sui dialoghi.

  • Ha un intenso sapore chapliniano questa storia in cui un quasi poveraccio (un poliziotto) si prende cura di una povera ragazza sola che vuole suicidarsi. Con una dinamica struttura on the road, la storia (sforbiciata pesantemente dalla censura di tutte le esche più realistiche e comuniste) mantiene uno straordinario equilibrio fra i toni del drammone larmoyant e quelli di un Totò davvero eccellente per la grande misura interpretativa drammatica in cui inserisce al momento giusto le sue gag fisico/verbali in incastri perfetti. Molto piacevole.

  • La trama è piuttosto semplice e soffre anche in molti punti dove il ritmo rallenta e dove le battute e le espressioni di Totò risultano inefficaci e quasi forzate. Sarà perché buona parte del film è sostenuta unicamente dal comico senza l'aiuto di nessuna spalla di sostegno. C'è poi una parte politica dove sinistra (camion dei comunisti) e centro (borghesi e Chiesa) sono descritti entrambi con benevolenza (meno i borghesi). In genere c'è abbastanza superficialità nelle situazioni e nei comportamenti, eccessiva anche per una commedia.

  • “Episodio” decisivo nella carriera professionale di Marione come nell’evoluzione della maschera del Principe De Curtis. Monicelli prosegue, dopo i film girati in coppia col socio Steno, il suo scandaglio di un umanità reietta e ultima, fatta di guardie, ladri, attori cani e ragazze perdute, ma è nuovo e totalmente suo qui un afflato umano caloroso ma asciutto, che trova in Totò un interprete ideale per maturità e volontà di sfidare i clichè del suo personaggio. Di sofferta dignità anche la prova della Ferrero. Appena ingenuo ma... incensurabile.

  • Uno dei migliori lavori di Totò, che riesce a gestire perfettamente il suo personaggio in bilico tra comico e melodrammatico; merito anche di Monicelli e della sua regia ordinata e solida. Tocca un tema allora assai scottante, la gravidanza di una giovane ragazza di paese vittima di una avventura amorosa. Tutto il contorno puritano che la circonda è sapientemente messo sotto i riflettori per evidenziare gli aspetti più bigotti di una società spesso ipocrita. Piccolo, ma delizioso cameo di Tina Pica.

  • Un Monicelli noto ma non ancora esperto dirige quella che è stata definita una "farsa intelligente", accennando a temi importanti come il suicidio, espressione critica (nelle varie accezioni) di un animo sensibile – sebbene la Ferrero non riesca a mostrarlo bene – e il lento sgretolamento dell'ipocrisia nel dopoguerra italiano (la stessa però che censurò numerose scene). Purtroppo il lavoro è reso meno pregiato dall'istrionismo di Totò non a tutti gradito, nonché dai lezzi comici e dall'impantanarsi della storia. Comunque non male.

  • Un film tra il neorealismo e la commedia sociale con diverse puntate nella farsa da comica muta e un tocco poetico da assurdo gogoliano (la difficile realizzazione con le molliche di pane del naso del commissario). Il film di Monicelli, raccontandoci (alternando il comico al drammatico) le mille peripezie dell’agente di polizia Antonio Caccavallo che non riesce a “liberarsi” di Carolina, una povera ragazza incinta che aveva arrestata per sbaglio durante una retata, si carica, strada facendo, di una visione addolorata e toccante dell’esistenza.

Mario Monicelli rievoca i segreti del suo film, incredibilmente tartassato dalla censura.

Un poliziotto senza alcuna autorità, una ragazza sedotta e abbandonata, un prete menefreghista e bandiere rosse che sventolano per tutto il film. Così, nell’Italia democristiana del 1953, Totò e Carolina diventò una pellicola da bruciare.

Carolina 00004Di una sono certo: Totò e Carolina è stato il mio film più massacrato dalla censura, forse più di tutti i film dell’epoca. E il clamore e le polemiche che, per questo, lo hanno accompagnato in tutti questi anni, ne hanno fatto un film con molti più meriti di quanti, forse, ne abbia.
Il soggetto, molto bello, era stato scritto da Ennio Flajano, e poi sceneggiato insieme a me, Age, Furio Scarpelli e Rodolfo Sonego. L’idea era subito piaciuta al produttore De Laurentiis perchè si rifaceva un po’ all’idea base di Guardie e ladri (del ‘51, n.d.r.): lì c’era il poliziotto Aldo Fabrizi che si faceva scappare il ladro Totò e aveva tre mesi di tempo per riacciuffarlo se non voleva perdere il posto. Qui, invece, la storia ruotava attorno al poliziotto Totò (Antonio Caccavallo) che deve riportare al paese d’origine Anna Maria Ferrero (Carolina), una ragazza aspirante suicida dopo che il fidanzato l’ha sedotta e abbandonata. Il film narra il viaggio di questa strana coppia per l’Italia di quel lontano 1953, a bordo di una jeep, e delle disavventure che vivranno fino ad arrivare al luogo di destinazione. Ma qui nè i parenti nè il parroco vogliono prendersi cura della ragazza, così il questurino Totò, un po’ per compassione un po’ per portare comunque a termine la sua missione, decide di prendersela in casa. Apriti cielo! E stato proprio questo a far inorridire i censori di casa nostra. Non va dimenticato, certo, che era l’Italia di Scelba e non era ammissibile che si potesse dare una immagine indecorosa delle istituzioni. Così quel Totò, poliziotto senza autorità e spesso ridicolizzato, che simpatizza per una mezza suicida, e forse pure un po’ mignotta, faceva scandalo. E certo non piaceva che nel film mentre il parroco se ne fregava, gli unici che davano una mano alla ragazza erano dei manifestanti del partito comunista incontrati per strada. Figurarsi: parlare di comunisti, vedere delle bandiere rosse, sentirli cantare i loro inni, vederli correre in soccorso della ragazza e del questurino... era tutto così rivoluzionario che decisero di non fare uscire il film! Ci furono 38 tagli, e 23 battute furono modificate: i comunisti dovettero diventare socialisti, Bandiera rossa fu sostituita con un coro di montagna sulle osterie, la battuta «abbasso i padroni» con «viva l’amore». Il film, girato nel ‘53, fu respinto in prima istanza e bocciato in appello perché «offensivo della morale, della religione, delle forze armate». A cavallo fra Le infedeli e Proibito, Totò e Carolina è un film che scrivemmo su misura per Totò, e per sfruttare in maniera non convenzionale la sua comicità. Non so se è un merito ma ho sempre cercato di agganciare i suoi personaggi alla realtà, togliendogli, forse, un po’ della sua forza comica surreale (così ben sfruttata invece da Pasolini). Già in Guardie e ladri aveva impersonato la figura di un ladruncolo dimesso e pieno di umanità che alla fine solidarizzava con la guardia che lo doveva arrestare. La stessa operazione ripetei in Totò e Carolina e poi ne I soliti ignoti e in Totò cerca casa, dove è un padre che cerca un tetto per la propria famiglia, con avventure farsesche, certo, ma sempre agganciate a un fondo di realtà. Col senno di poi, non so se sia stato un bene sfruttare Totò in questa versione «sociale» ma credo che questa operazione l’abbia avvicinato di più al pubblico, l’abbia reso più umano. Quanto a Totò e Carolina, dopo i tagli e le polemiche, nel ‘55 finalmente uscì nelle sale, con un anno e mezzo di ritardo.

Mario Monicelli (testo raccolto da Pietro Calderoni)


È successa la stessa storia di "Guardie e ladri"; anche qui c’era un rappresentante dello Stato, una guardia che stavolta doveva accompagnare al paese con un foglio di via una donna diciamo di facili costumi; ma nessuno la vuole, né il parroco, né la famiglia (cosa che sembrava anche quella sovversiva), e alla fine finisce in casa di questa guardia. A questo era intersecato un altro fatto, un gruppo di comunisti che con un camion andavano a fare un comizio in un paese, cantando e con le bandiere rosse, ed erano gli unici che davano una mano a questa donna: anche questo sembrava sovversivo, rivoluzionario, anti-nonsoche. E anche qui tagli, combattimenti, arrabbiature... I tagli furono molti di più rispetto a Guardie e ladri, soprattutto per via dei comunisti: non volevano che si parlasse di comunisti, non volevano che si vedessero bandiere rosse... Fu tutta una trattativa lunga, estenuante, qualche volta anche violenta.

Mario Monicelli


SELEZIONE DI ALCUNE TESTIMONIANZE ESCLUSIVE

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Dalla tesimonianza di NADIA AGNOLOZZI incontrata a Roma sabato 24 aprile 1999:

«La scena della jeep che saltella fu girata a Grottarossa con la macchina da presa posta sulla jeep: qui, al posto di Totò, c'era papà (Piero Agnolozzi), e al posto della Ferrero, si alternarono cinque donne e tre o quattro uomini, perchè non resistevano alle "giravolte"!! Monicelli voleva girare scene realiste, e così, per una scena, si accordò coi due autisti, i quali guidavano rispettivamente un camion ed un automobile e partivano ciascuno dal senso opposto all'altro. "Quando vi avvicinate alla jeep, stringete!" Loro "strinsero" e la jeep fece un volo; Totò chiamò mio padre:"Voglio Pietro!"»

Dalla testimonianza dell'elettricista RENATO Urbinàti, raccolta telefonicamente martedì 14 maggio 2002:

«Per Totò sua controfigura sia "di spalle", che per le luci, che autista della jeep ricordo era Piero Agnolozzi, il quale aprì un ristorante sulla Via Cassia, credo proprio durante la lavorazione di questo film. La Ferrero andò in "pro rata", e poichè lavorava in Compagnìa con Gassman, per girare alcune scene fummo a Torino: al Palazzo del ghiaccio?? Mah, io ricordo "Torino Esposizioni" che mi pare fossero capannoni della Fiat. Marcello Gatti io lo soprannominavo "miao". Girammo anche a Saracinesco su montagne coi ciotoli, tanto che ne conservo una foto dove io presi in braccio Anna Maria Ferrero, che aveva paura di scivolare. Il fotografo era Sergio Strizzi. Il generico anziano era "Catena" o "Catenacci". Capo-elettrcista era Virgilio Graziani, il quale, a Viterbo si infortunò, così lo sostituii io, esordendo con l'occasione, come capo-squadra. Eravamo 5 più uno, però vennero anche dei "rinforzi", appunto per le scene girate a Viterbo. A Viterbo girammo all'ospedale, che ricordo, era un grande ospedale, addirittura gli scoperchiammo il tetto: sulle travi delle capriàte mettemmo gli "archi voltàici", ed infatti occorsero dei "rinforzi"...»

Dalla testimonianza di FRANCO VILLA, raccolta il 12 ottobre 2002:

«Ero in macchina con Trasatti per il pezzo di "Addio Carolina" che girammo a Torino. Non ricordo molto perchè parliamo di mezzo secolo fa, e fu forse, per una sola settimana. Ricordo un pergolato, un esterno ricostruito in interni, forse alla Fert?? Ricordo che dovevamo fare una scena in auto, ma il trasparente non veniva, il sìncrono, a 24 fotogrammi al secondo, fra macchina da presa e proiettore non coincideva. Così non potemmo realizzare la sequenza, ma il direttore di produzione, che era Alfredo De Laurentiis, disse che era lo stesso, e ci pagò comunque»

Intervista ad ANSANO GIANNARELLI incontrato a Roma martedì primo aprile 2003:

«Nacqui a Viareggio il 10 giugno 1933. Arrivai a Roma nel 1940. Quando giravano i set esterni per strada di qualche film, andavo a curiosare. Il mio primo in assoluto, ero assistente regista "volontario", e come saprà volontario, significa uno che pur di imparare, lavora GRATIS, fu appunto "Totò e Carolina". Essendo come me di Viareggio, Mario Monicelli mi consentì di esordire al cinema. La produzione era Ponti senza De Laurentiis. Mi chiamò con lui fin dai sopralluoghi: all'Isola Tiberina, all'ospedale romano "Fate bene fratelli"... Le scene all'ospedale, non furono girate lì, ma a Viterbo, e come "fondi", medici ed infermieri veri accettarono di fare da comparse. Al mio primo film mi aspettavo di essere trattato da novellino, tipo venir mandato a prendere sigarette e caffè al regista, invece no. Imparai moltissimo e ben presto fui stimato. Da Mario Monicelli ho imparato la "non mitologìa" del cinema: un lavoro serio, faticoso, quotidiano. Le prime cose da apprendere: battere il ciak ed organizzare "i fondi". I "fondi" erano i passagi dietro agli attori, compresi i movimenti delle comparse. Fui inserito subito nel fare. ero preoccupato, ma ripeto, imparai moltissimo. Sono stato fortunato anche per il rapporto che nacque fra me e Marcello Gatti, al quale chiedevo spiegazioni continue: fu per me uno stage "tecnologico". All'ospedale di Viterbo: sì, ricordo la scoperchiatura del tetto. Io al mattino partivo per il set di Viterbo, con l'auto del reparto regia: ero "preso" per primo, verso le 5-5:30 del mattino, e dovevo essere puntuale o non mi aspettavano(ero un assistente volontario); viceversa al ritorno, viaggiavo col pullman delle maestranze. Dopo una settimana, sul pullman del ritorno, sedevo vicino a Pascarella, capomacchinista romano(aveva grande esperienza, per esempio aveva lavoraro a "La terra trema" di Visconti), il quale mi chiese in quali precedenti film avessi lavorato: era un attestato di stima. Gli confessai:"Veramente questo è il primo". e si complimentò. C'era il carrello Mancini, ricordo 4 elettricisti più un caposquadra, ed anche i macchinisti erano "4 più uno". Ricordo una "forte discussione" fra Marcello Gatti e Monicelli: eravamo al ghetto, con un carrello lungo coi binari, che doveva attraversare Anna Maria Ferrero. Monicelli insisteva che il carrello dovesse arrivare con ìmpeto verso la Ferrero, la quale doveva scavalcare i binari.

Carolina 00012Si fecero parecchi ciak; durante un ciak, nel silenzio, si udì Marcello che gridò: "Stop!" e Monicelli si incazzò. Gatti giustificò che aveva avuto la sensazione che il carrelo stesse per colpire la Ferrero. All'epoca non si usava ancora il "backstage": sui set non vennero nè Cinegiornali, nè per documentari o filmati amatoriali; Giraldi giornalista venne per interviste sul set perchè era amico di Gillo Pontecorvo. Gillo Pontecorvo, l'aiuo regista, viveva un periodo particolare a livello personale, per diversi motivi. venivano sul set giornalisti a chiedere indiscrezioni politiche a Gillo, riguardo suo fratello, ma Gillo era rigoroso ed affermava di non saper nulla. Dopo due settimane, visto che cominciavo a cavarmela, Gillo veniva sul set al mattino studiando "il piano di lavoro", poi mi diveva:"Io vado via, torno fra due o tre ore", si dedicava ai propri problemi personali e mi lasciava gli incarichi da aiuto-regista. Eravamo in una scena ambientata sulle colline, con la jeep che arrivava alla piazza e scendono Totò e la Ferrero: Gillo non c'era e così organizzai io i "fondi" con gli abitanti del paese, i quali, avevano accettato di far da comparse. Spiegai loro i movimenti, chi doveva uscire da una porta, chi passare con un asino, eccetera. Io sono un timido e per spiegare loro le cose, con il megafono, salii sul "trek sonoro" e diedi gli ordini ai singoli gruppi.

La presa diretta era usata come colonna guida.(pezzo tolto per privacy) Ricordo che Gillo fischiettava la musica composta per il proprio cortometraggio "Porta Portese". Fra gli esterni ricordo la scarpata nella zona fra Reatina e Sabina. Claudio Agostinelli era l'agit-prop. Io non avevo rapporto con Totò: era una persona seria, rispettosa, con civiltà umana; usava il copione come base. Ricordo che quando Totò iniziava a recitare, c'era, da parte nostra, la repressione del ridere...Anche Monicelli, a fine ciak, si lasciava andare e rideva apertamente.Ricordo l'imbarazzo della Ferrero alle modifiche di Totò. Totò allo stop chiedeva a Monicelli: "Va bene?". La scena della retata a Villa Borghese, che è posta all'inizio del film, la girammo subito dopo Viterbo: facemmo ricorso a prostitute vere per "i fondi".

Ricordo il colloquio di Monicelli con una di queste, la quale si vantava di avere fra i clienti anche un regista. E non ci volle rivelare il nome; noi ci divertivamo a cercare di indovinare chi potesse essere... Totò in alcune scene aveva due controfigure. Erano gli ultimi anni durante i quali si usava ancora la pellicola ottica: i fonici non avevano ancora "l'autorità" acquisita in sèguito col sistema magnetico. Perlomeno in mia presenza non furono girate scene apposite per eventuali edizioni estere. Gli interni furono girati alla Vasca Navale. Era un attrezzista che forniva la mollìca, preparava la statua, che richiedeva laboriosità e che alle luci si screpolava, ed andava bagnata spesso; veniva coperta da un panno inumidito. No, a Torino io non andai.»

MAURIZIO BRAMANTE dalle risposte di mercoledì 28 novembre 2001 e venerdì 14 dicembre 2001:

«Essendo nato nel 1943, all'epoca del film avevo dieci anni. Abitavo in via Sardegna, sopra l'appartamento dove abitava l'attrice Luisa Rossi, la quale mi segnalò alla produzione. Ai provini fui selezionato da Mario Monicelli e partecipai a "Totò e Carolina" esaurendo le mie scene fra i sette o dieci giorni.Faccio il ruolo del figlio dell'agente Caccavallo. Nel ruolo di Caccavallo padre, mio nonno nella finzione, un signore che, almeno sul set, chiamavano "Catèna". Le scene che mi riguardano furono solo in interni, negli studi della Palatino Film, nota come "Navicella", in zona archeologica, dietro una chiesa. Alcune cose cose colpirono la mia immaginazione di bambino. La prima era il fatto che mi venissero a prendere sotto casa con una Lancia Aurelia; che poi la stessa auto sostasse a prendere Anna Maria Ferrero, era un sogno. Altra cosa sorprendente era il dover "interagire", nella scena, con un attore famoso come Totò: mi incuteva timore, ma mi colpirono sia la sua naturalezza, che la sua disponibilità.

Carolina 00059Era abbastanza bravo e sopportava i miei errori: a causa della mia inesperienza, infatti, dovemmo ripetere dei ciak. Ricordo come "piacere umano" la molta comprensione che ebbe di me, e ciò mi metteva a mio agio. La Ferrero, nello stendere i panni alla finestra si sporgeva: per tale scena mi si chiedeva di spingerla di sotto, mentre Totò interveniva per trattenerla e salvarla. E dopo, la mia battuta, che ho memorizzato, era: "A papà! Ma io credevo che bisognava buttarla de sotto!" Ricordo che la Ferrero, prima di girare, disse a Monicelli la seguente frase, della quale allora non capivo la malizia:"Senta, mica me va che sto ragazzino me mette la mano nel culo!" Totò, perlomeno una volta, si lasciò andare ad una improvvisazione, tanto che al termine, interrogò Monicelli:"Che ho esagerato? Però, mi pareva che fosse il caso!" A me pareva strano che Totò, avesse da rendere conto a qualcuno: ma come, non era lui l'attore? Non era lui "il padrone"?

Foto di scena ne fecero anche in pausa, al termine di battere il ciak, "pose statiche", da fermi. Cinegiornali od intervistatori in quei giorni non ne ricordo. Non ricordo se mi doppiarono, ma è probabile, data la mia poca attitudine al romanesco che esigeva il copione: papà mio era originario di Ravenna. All'uscita del film ero così curioso di andarlo a vedere, ma i miei non vollero andassi a vedere un film che aveva avuto problemi di censura. Lo vidi anni dopo.

Da uno dei molti "questionari" che negli anni ho fatto a Marcello Gatti, e nello specifico, sabato 22 dicembre 2001: 

«Io sono nato alla Palatino: escludo "Totò e Carolina" sia stato girato alla Palatino! Fu girato alla Vasca Navale. Le sequenze jeep erano tutto "camera-car": ai Castelli Romani, sull'Appia Antica e Nuova, salita Squarciarelli, sulla via Anguillara, al lago di Bracciano. Totò girava poche ore; era la sua controfigura che guidava la jeep.»

ETTORE BALDUCCI 16 maggio 2001:

«Lavoravo al laboratorio fotografico, e quando giunta la sera, chiusi, andai a Villa Borghese, dove vi era il set, e stavano girando la scena della retata. La scena era al buio, si doveva girare l'arrivo della jeep e la sua frenata sul bagnato. Era piovuto da poco, ed il generico che guidava non riusciva...Diedi un suggerimento:"allentate le ganasce di una ruota ed andate ai 20 all'ora..." Ed il direttore di produzione: "Aò, è arrivato quello che la fa!" Accettai la sfida. Alto 180 cm, pesavo 70 kili; mi misero berretto e giacca, così che potessi sembrare l'agente interpretato da Totò. Lui portava i baffi di scena, ma al buio fu sufficente mi scurissero un pò, tanto non mi dovevano filmare di fronte. E feci la frenata. Totò era unico: faceva scherzi a tutti. Anche col ciak "di prova", modificava il copione, poi quando chiedeva: "Allora adesso la facciamo "seria"", gli veniva risposto, "no, no, bona così!".»

Dall'intervista ad ELDA MAGNANTI vedova LAURENTI, parrucchiera "di fiducia" per Totò, per diversi anni, dall'intervista di sabato 13 aprile 2002:

Carolina 00024

«Ricordo la camionetta, le scene in campagna. Lui arrivava sempre alle 14. Si girava anche in tarda mattinata:le scene senza di lui, cioè quelle che non richiedevano la presenza di Totò. Totò, all'inizio, non voleva girare la scena del "bagno nel laghetto" vestito, ma Monicelli insistette: "Beh, la deve fare", finchè lo convinse e Totò si beccò la broncopolmonite. La scena delle prostitute fu girata anche di notte, a Villa Borghese. Nei ruoli da prostitute c'erano sì delle generiche, furono filmate pure prostitute vere delle quali ne ricordo una per un fatto che mi colpì; tale ragazza, filmata in precedenza, serviva in una scena, e, di mattina, la cercavano: non la trovarono, come si supponeva, a riposare dopo "la nottata", ma era con una collega a giocare. Era con una collega per un gioco con le carte detto "sorchetta"(=il 4 di denari). Incredibile! non voleva venire a girare, non perchè stanca, ma per non interrompere la sua partita...a "sorchetta"!! A Torino non ricordo dove girammo, ma ricordo per certo che ci fummo.»

Per la ricostruzione del percorso censoreo, ringraziamo autori ed editori dei seguenti testi sacri, dove il dettaglio e lo studio è ben più vasto di quanto qui sintetizzato: 
"Totò e Carolina", Tatti Sanguineti, Transeuropa, 1999 e "Totò proibito", Alberto Anile, edizione Lindau, Torino, 2005.
Oltre alla consultazione di vari periodici dell'epoca, in particolare numero per numero il quotidiano "La Stampa" di Torino nelle due mesate di Dicembre 1953 e Gennaio 1954 (ma il lavoro sarà da integrare con altri giornali dell'epoca), il tenente Colombo (Simone Riberto) ringrazia per il loro contributo per la ricostruzione di cast, troupe e genealogia del film le seguenti persone:

NADIA AGNOLOZZI,
ELDA MAGNANTI in LAURENTI,
ENZO GARINEI,
CARMELINA JANNANTUONO in TRASATTI,
MARCELLO GATTI,
ANSANO GIANNARELLI,
MASSIMO JABONI,
RENATO URBINATI,
ETTORE BALDUCCI,
MAURIZIO BRAMANTE,
CORRADO VOLPICELLI,
FRANCO VILLA,
GIUSEPPE RUZZOLINI,
EDOARDO SANTAGATA,
MARCELLO MECONIZZI (incontrato fortuitamente davanti al bar di Cinecittà la fatidica mattinata dell'11 settembre 2001),
FEDERICO CLEMENTE,
TATTI SANGUINETI,
ALBERTO ANILE

Appunti di lavoro e interviste raccolte da Simone Riberto.

L'accanimento della censura sul film

La censura

Totò, Carolina e la censura: il mistero degli 82 tagli


Non è vero, o almeno non opportuno che un poliziotto, come Totò nel film, speri in un avanzamento per avere novemila lire in più di stipendio al mese; né che egli viva in una casupola, che sia un po’ troppo zelante; ma infine buono come il pane. E che fatichi a imparare il regolamento. Non è vero, né sopportabile, che i comunisti siano bonaccioni e i preti troppo concilianti, che quelli cantino Bandiera Rossa e aiutino un poliziotto a rimettere in marcia la sua camionetta, che questi cantino Bianco Fiore e “il coraggio non se lo sappiano dare”. Non è possibile che egli giochi al lotto, che impasticci “qui-pro-quo” verbali, che tema, perdendo il posto, di passare dalla parte di quelli “che menano” in cui si trova, a quella di coloro che, imbracciando cartelli con la scritta “Pane e lavoro”, “sono menati”. E abbiamo citato solo una parte dei trentadue tagli richiesti.

Gianni Puccini


Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che gli resta? Al film migliore che ho interpretato, Totò e Carolina, hanno fatto ottantadue tagli... Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo «Caccavallo, agente dell'Urbe».

(Maurizio Liverani, Il lamento del vecchio Totò, «Tempo», 29 settembre 1965)

1954-04-01-Cinema nuovo(comento)


Nella storia del cinema italiano Totò e Carolina ha probabilmente il triste primato del film più tartassato dalla censura. «Hanno fatto ottantadue tagli - ricordava il principe De Curtis a un intervistatore nel 1965 -. Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo: Caccavallo, agente dell' Urbe». Perché tanto accanimento contro il film che Mario Monicelli cominciò a dirigere nel settembre del 1953, ma che riuscì ad arrivare sugli schermi solo nel marzo 1955, continua a restare un mistero. È vero che la Rosa Film, la società produttrice di proprietà di Carlo Ponti, ma gestita dal marchese Altoviti, non aveva voluto chiedere il «giudizio preventivo» sulla sceneggiatura (pratica andreottiana che di fatto equivaleva a un vaglio censorio sul film prima ancora che si iniziasse). È vero che il celerino interpretato da Totò non aveva certo la statura dell' eroe, ma piuttosto quella del «povero fesso» (come ribadisce anche l' ultima battuta del film) che finisce dentro a un ingranaggio più grande di lui e che cerca di cavarsela alla meno peggio, chiedendo ora una mano ai manifestanti comunisti (per trascinare la sua camionetta fuori da una scarpata), ora a un ladro (Maurizio Arena, non ancora povero ma bello). Ma la storia dell' agente «dell' Urbe» Caccavallo Antonio che deve ricondurre a Poggio Falcone l' infelice Carolina, arrestata a Villa Borghese e decisa a togliersi la vita perché incinta di un mascalzone che l' ha piantata, non sembra certo uno di quei soggetti così anticonformisti da scatenare le ire della censura. Eppure il film fu davvero massacrato, togliendo battute e allusioni (come quella sui poveri che non hanno nemmeno la libertà di suicidarsi «perché è roba da ricchi»), «obbligando» un gruppo di manifestanti a non cantare «Bandiera rossa» ma «Di qua, di là del Piave» e sostituendo il troppo nostalgico «dell' Urbe» con «di Roma». L' edizione in dvd della FilMauro rende finalmente disponibile il lavoro filologico fatto da Tatti Sanguinetti e dalla Cineteca di Bologna che hanno ricostruito la versione originale prima degli interventi censori, praticamente battuta per battuta e scena per scena. Manca solo, rispetto al testo pubblicato da Sanguinetti all' interno della ricerca Italia Taglia, la lunga scena con il parroco e il sor Torquato, che però Monicelli sostiene di aver tagliato per ragioni di ritmo. Peccato che l' assoluta mancanza di extra o di testi di spiegazione renda d' impossibile comprensione per il pubblico normale un lavoro di ricostruzione filologica davvero straordinario.

Mereghetti Paolo
Pagina 37 - (17 marzo 2008) - Corriere della Sera

Può sembrare un paradosso, eppure uno dei film più censurati della storia del cinema italiano è una commedia di Monicelli. Protagonista, Totò. Può sembrare un paradosso, ma non lo è, dal momento che Totò e Carolina portava sul grande schermo l’Italia degli anni ‘50, la spogliava dei suoi paludosi sipari di retorica e la raccontava con il più diretto, il più potente dei linguaggi: quello del sorriso.Mezzo secolo dopo, la trama del film non può non apparirci assolutamente innocua. Durante una retata a Villa Borghese, l’agente Caccavallo Antonio arresta per errore Carolina, una ragazza madre che ha appena tentato il suicidio. Per tenere buona la stampa, e non certo per spirito umanitario, il commissario incarica Caccavallo di riaccompagnarla al paesino natio e di scaricarla davanti alla prima porta aperta: “tanto qualche fesso si trova sempre”. Ma sulla strada per Poggio Falcone, il brigadiere (inizialmente preoccupato solo della sua promozione) e la ragazza (inizialmente preoccupata solo dei suoi continui tentativi di suicidio) incontreranno una brigata di comunisti con tanto di cori e bandiere, un prete pavido e irresponsabile, parenti borghesi quanto mai ambigui e ostili, un ladruncolo pigro e bugiardo. Sulla strada per Poggio Falcone, il brigadiere e la ragazza si incontreranno… Nel 1955, lo stesso Mario Scelba (allora Ministro degli Interni) si dichiarò scosso e profondamente turbato da questo film. La commissione censoria accusò la pellicola dioltraggio al pudore, alla morale, alla religione, alle forze armate e impose decine di tagli. Vediamo perché.

Carolina

Dialogo fra il vecchio padre del brigadiere e Carolina.

- Ma perché ti vuoi ammazzare?
- Perché so’ na disgraziata!
- E capirai! Che non sono disgraziato, io? Eppure sono arrivato a settant’anni!
- E che c’entra….lei mica è ‘na donna!
- Bè questo è vero…

In primo luogo, non era ammissibile che la protagonista di un film fosse una ragazza madre con manie suicide e una non troppo velata coscienza femminista. Non era ammissibile che nell’Italia della ricostruzione l’eroina della storia si chiedesse fra le lacrime: “Ma che ce sto a fa’ io al mondo?”. Carolina è una figura umile, caratterizzata in modo essenziale, delicato ed efficace dalla sceneggiatura come dall’interpretazione di Anna Maria Ferrero. Quando si pettina i capelli sulla jeep del brigadiere, quando balla con un giovanotto incontrato in trattoria, sembra una ragazza qualunque, una recluta anonima nell’esercito infinito delle piccole cameriere di provincia che affollavano la capitale negli anni ’50. Ma nel suo sorriso c’è una malinconia straziante: pur essendo il personaggio chiave di un film comico Carolina non fa certo ridere. Estranea a tutti i canoni femminili dell’epoca, è completamente sola, e da sola cerca e rinuncia alla sua felicità. Ma soprattutto, Carolina è povera. E per i poveri, anche la morte è un lusso. Un lusso che non possono permettersi.

Antonio Caccavallo

La versione di Totò e Carolina che uscì nelle sale italiane nel 1955 (un anno dopo l’inizio delle operazioni di censura) presentava 31 tagli (per un totale di 209 metri di pellicola in meno) e 23 battute modificate. Ma non era ancora sufficiente per garantire la legittimità del film: subito dopo i titoli di testa venne inserito questo breve messaggio per gli spettatori.

Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma vive in una casupola fatiscente all’estrema periferia di Roma.
Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma gioca al lotto.
Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma non fa che lamentarsi dello stipendio, delle spese, di quelle insormontabili difficoltà economiche che regolano la sua vita quotidiana: l’unico motivo per cui vuole (a tutti i costi) ottenere una promozione sono 9 mila lire al mese in più (e questo nel 1955 era passibilissimo di censura!).
Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma all’occorrenza non si fa scrupolo di chiedere una mano ai comunisti e di collaborare con loro (nella sequenza in cui Carolina fugge per la campagna, i compagni prendono in mano la situazione e organizzano l’inseguimento: quando uno di loro sale sulla sua jeep e lo invita a sbrigarsi, il brigadiere risponde con entusiasmo: “Agli ordini!”).

Carolina 00053

Antonio Caccavallo è un agente di polizia ma ha la coscienza, la praticità, l’energia, la disperata e appassionata voglia di vivere, di un proletario. Le sue aspirazioni borghesi e militaristiche sono, non a caso, la parte più divertente e grottesca di un personaggio che fa sfoggio della sua divisa e della sua modesta autorità (esercitata con risultati ovviamente disastrosi), ma non ha i soldi per comprare un paio di calzini al figlio.
Nell’ultima scena, l’unica in cui non porta l’uniforme, parla a Carolina come un padre, e non come un poliziotto, da disperato a disperata. La distanza fra due personaggi è annullata, sono due poveracci che condividono la stessa morale, la stessa incorruttibile resistenza alle piccole e grandi frustrazioni di tutti i giorni, che lottano per un’esistenza dignitosa, per un pizzico di felicità in un mondo di ingiustizie tanto grandi quanto ignorate. L’unica autorità che Caccavallo Antonio può imporre alla ragazza, è la protezione e l’affetto della sua esperienza di vita, o meglio, di sopravvivenza.
Alla sua quarantunesima interpretazione, Totò monopolizza la scena senza alcuna spalla comica di sostegno (cosa piuttosto insolita e alquanto rara nella sua carriera), smussando i lineamenti ipertrofici ed esuberanti della sua maschera per dare vita a un personaggio quanto mai spassoso, ma anche autenticamente malinconico. Un personaggio che ribaltava completamente l’ideale codificato dell’agente di polizia, tanto da risultare offensivo. Eppure il brigadiere Caccavallo farà tutto il suo dovere. E molto, molto di più.

L’Italia

Borghesi bigotti e ottusi. Commissari di polizia cinici e corrotti. Don Abbondi arroccati nelle parrocchie di provincia. L’Italia sfila in un corteo di ipocrisie fatiscenti, dove fantocci senza coscienza si scambiano riverenze, favori e sgambetti. E il lait motive di questo carnevale di vergogne è la povertà: tutti, dalle prostitute agli ufficiali giudiziari, dai contadini agli avvocati, si affannano intorno al denaro. Essere poveri significa corteggiare un insopportabile superiore, significa essere sbagliati e bugiardi anche quando si dice la verità. Significa districare con le proprie mani le doppiezze del mondo.

L’Italia è un paese povero, in molti sensi: questo sembra dirci il film di Monicelli, magistralmente in equilibrio fra i toni cupi e oppressivi di una silenziosa denuncia e le irresistibili trovate comiche di Totò. L’Italia è un paese in cui morire di fame è ancora una cosa da niente.
Nel 1999, grazie ad alcuni ritrovamenti d’archivio, è iniziato il restauro del film. Totò e Carolina è stato presentato dallo stesso Monicelli alla Festa del Cinema di Roma (Ottobre 2007) nella versione integrale (con montaggio e sonoro originali) ricostruita e restituita al pubblico cinquantacinque anni dopo la fine delle riprese.
Da metà Febbraio è disponibile la versione in dvd di questo piccolo grande capolavoro, testimone calpestato e sincero del nostro cinema. E della nostra storia.

dal blog http://pippamentis.wordpress.com



Arduo pensare che Monicelli non s'aspetti problemi dalla censura, soprattutto dopo le noie avute per "Guardie e ladri", "Totò e i re di Roma" e "Le infedeli", ma la sceneggiatura di Totò e Carolina non è neanche una scientifica provocazione: il plot è episodico, il succo è costituito da situazioni comiche al servizio di Totò, illuminate da una livida atmosfera (neo)realistica. Ponti affetta tranquillità e avvia la preparazione del film sotto l'insegna floreale della Rosa Film, una società di comodo nella quale fa confluire le produzioni più commerciali, soprattutto totoiste (e fra queste quelle a maggior rischio censorio: Totò e le donne, Una di quelle, L'uomo la bestia e la virtù, Il più comico spettacolo del mondo, Un turco napoletano).

Nuovi tagli, nuove modifiche, nuova commissione di censura, nuova bocciatura. E ancora cambiamenti, eliminazioni, battute ridoppiate. A dicembre viene rilasciato il sospirato nulla osta, col divieto di esportare il film all’estero; ma probabilmente viene tagliato ufficiosamente ancora qualcosa, perché la prima proiezione pubblica si terrà solo nel marzo 1955, dopo oltre un anno di trattative. Tra i tagli più significativi, la battuta di Totò “Il suicidio è roba da ricchi, il suicidio è un lusso, e noi questo lusso non ce lo possiamo permettere, hai capito?... Siamo gente povera”, Totò e Castellani che ripassano il regolamento di Pubblica Sicurezza, i comunisti che anziché cantare Bandiera Rossa intonano in colonna sonora Di qua e di là dal Piave, la Ferrerò che diceva “Sono abituata a mangiare quello che avanza ai padroni”. In testa alla pellicola viene infine aggiunta una lunga scritta inneggiante a “la riconoscenza ed il rispetto che ogni cittadino deve alle forze della polizia”.

Carolina 00058

Film tra i più tagliati e bistrattati di tutta la storia del cinema italiano, Totò e Carolina arriva in sala pesto e claudicante, con tutte le magagne tecniche della pellicola sottoposta a continui interventi chirurgici. Ancora stupefatta di tanto accanimento censorio, la critica loda in genere sia il film sia il suo interprete principale. Molti anni dopo, grazie alle ricerche e al lavoro di Tatti Sanguinetti, si recupera prima una copia-dialoghi integrale e poi la Cineteca di Bologna ricostruisce una versione attendibile che Carlo Croccolo, alla Mostra di Venezia 1999, viene a doppiare dal vivo nelle parti mancanti di sonoro.

Otto anni dopo (2007), Totò e Carolina esce finalmente in Dvd, 12 minuti più lungo e con il sonoro originale ripristinato. Nella versione integrale il film appare lieve ed ecumenico, ma è solo un’apparenza. A distanza di mezzo secolo, in tempi di comici scadenti e sopravvalutati, è più difficile riconoscere le forze allora in campo, e rintracciare sotto la farsa il tentativo di lottare per il progresso e contro le ipocrisie del potere. “Ha senso, il ‘restauro’ di Totò e Carolina”, esorta Goffredo Fofi, “se non ci si limita a dire: guardate cos’era la censura pacelliana e della guerra fredda; ha senso se sappiamo leggervi le contraddizioni di anni in cui tuttavia si sperava e si lottava per un paese migliore. Oggi non c’è più la censura, ma non c’è neanche Totò, non c’è all’intorno né un Flaiano né un Pasolini, e i comici sono diventati tutto: Politica e Università, Stampa e Televisione, Intellighenzia e Federcommercio. Volevano che ci vergognassimo di ridere con Totò gli stessi che oggi ci impongono di ridere, non di loro, ma per e con loro, di una risata che ci seppellirà”.

Alberto Anile


In prima istanza viene espresso parere contrario alla proiezione in pubblico, giudizio confermato in appello. L’8 dicembre 1954 nella nuova edizione, previe modifiche e tagli sostanziali, il film ottiene finalmente il nulla osta in appello, mantenendo però il divieto all’esportazione. In particolare:

22 febbraio 1954 - Revisionato il film il giorno 22 febbraio 1954, si esprime parere contrario alla proiezione in pubblico, in quanto offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza nonché del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica (art. 3 lett. a e c del regolamento annesso al R.D. 24-9-1923, n. 3287).

Modifica del 12 marzo 1954 - La Commissione di revisione cinematografica di secondo grado, presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On. la Giuseppe Ermini e composta dai membri Dott. Beniamino Leoni e Carlo Ferlini, effettuata la revisione del film (...), conferma il parere contrario alla proiezione in pubblico del film, manifestato dalla Commissione di revisone cinematografica di prima istanza.

17 luglio 1954 - Revisionato il film. La Commissione esprime parere contrario alla proiezione in pubblico del film, riconoscendone il contenuto - anche nella presente edizione - offensivo del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica.

Modifica del 8 dicembre 1954 - La Commissione di revisione cinematografica di II° grado presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On. le Luigi Oscar Scarfaro, e composta dai membri: Dott. Beniamino Leoni - Consigliere di Corte di Cassazione e dott. Carlo Gerlini - Prefetto in rappresentanza del Ministero dell'Intermo, revisionato, ai sensi degli art. 3 e 15 del regolamento annesso al R. D. 24 settmbre 1923, n. 3287, la nuova edizione del film "Totò e Carolina", esprime parere favorevole alla proiezione in pubblico, a condizione: 1) Eliminare o modificare completamente, la scena dei gitanti che cantano inni politici e fischiano l'agente quando questi li sorpassa; il saluto a pugno chiuso dell'agente a quelli che lo vengono ad aiutare; 2) Nella scena della camionetta che viene urtata dal torpedone di gitanti, modificare la scena in modo che l'agente si abbia semplicemente a scusare brevemente; 3) Nella scena del confessionale cambiare la battuta "che tempi che tempi" che si può riferire ad una indiscrezione sul soggetto della confessione; 4) Cambiare la battuta "mangio il resto del padrone" - cambiato in: mangiavo quello che mi davano; 5) Cambiare la battuta in cui il protagonista dice "il suicidio non è fatto per la povera gente" e successivamente "anch'io lo volevo fare ma poi… penso che devo mantenere una famiglia" ecc.6) Togliere la sequenza nella quale si vede il prete nella chiesa che ha gesti carezzevoli verso la ragazza.(08.12.1954)

8 dicembre 1954 - La Commissione di revisione cinematografica di II° grado presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On.le Luigi Oscar Scarfaro, e composta dai membri: Dott. Beniamino Leoni - Consigliere di Corte di Cassazione e dott. Carlo Gerlini - Prefetto in rappresentanza del Ministero dell'Intermo, revisionato il film "Totò e Carolina nella nuova edizione, esprime parere contrario alla esportazione, ai sensi dell'art. 4 del regolamento di vigilanza governativa sulle pellicole cinematografiche annesso al R.D. 24 settembre 1923, n. 3287, in quanto il film stesso può ingenerare all'estero, errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese.

Modifica del 8 dicembre 1954 - La Commissione di revisione cinematografica di II° grado presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, On.le Luigi Oscar Scarfaro, e composta dai membri: Dott. Beniamino Leoni - Consigliere di Corte di Cassazione e dott. Carlo Gerlini - Prefetto in rappresentanza del Ministero dell'Intermo, revisionato il film "Totò e Carolina nella nuova edizione, esprime parere contrario alla esportazione, ai sensi dell'art. 4 del regolamento di vigilanza governativa sulle pellicole cinematografiche annesso al R.D. 24 settembre 1923, n. 3287, in quanto il film stesso può ingenerare all'estero, errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese.


VERBALI E DOCUMENTAZIONE RELATIVI ALLE ATTENZIONI AVUTE DAL FILM DA PARTE DALLA CENSURA


 


Documenti censura del film - 1a edizione


Documenti censura del film - 2a edizione


Documenti censura del film - 3a edizione - Materiale dell'Archivio Centrale di Stato


Documenti censura del film - Verbale 16044 del 22 novembre 1955

Foto di scena e immagini dal set

Foto di scena e immagini dal set

Le location del film, ieri e oggi

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
Totò e Carolina Totò e Carolina
La casa dove abita l'agente Antonio Caccavallo (Totò), che qui passa a casa sua con Carolina (Anna Maria Ferrero) mostra un paesaggio di Roma ormai scomparso: Caccavallo si dirige in una delle palazzine che oggi, almeno in parte, non esistono più e che sorgevano tra via delle Sette Chiese e via di Tor Marancia. Il palazzo indicato con A nell'adiacente piazza dei Navigatori è l'unico elemento riconoscibile ancora oggi.
Totò e Carolina Totò e Carolina
La strada dove Carolina De Vico (Ferrero) viene arrestata assieme ad altre prostitute è Viale delle Belle Arti a Roma.
Totò e Carolina Totò e Carolina
Le camionette della polizia poi partono in direzione di Via Ulisse Aldrovandi
Totò e Carolina Totò e Carolina
La scalinata attraverso la quale fugge un cliente di una prostituta al momento dell’arrivo della polizia, vanamente inseguto dalla donna che pretendeva il pagamento della prestazione, è quella che chiude sul fondo la spianata di Piazza di Siena, nel parco di Villa Borghese a Roma
Totò e Carolina Totò e Carolina
Segnalata dalla lettera A nel precedente fotogramma, in cima alla scalinata si trova la Fontana dei Pupazzi.
Totò e Carolina Totò e Carolina
Il commissariato dove lavora l’agente Antonio Caccavallo (Totò) è situato all'interno di Palazzetto Mattei, in Piazza Mattei 19 a Roma
Totò e Carolina Totò e Carolina
Il controcampo nella scena dell’arrivo della camionetta sulla quale era stata caricata per errore, assieme alle prostitute arrestate a Villa Borghese, anche l’innocente Carolina De Vico (Ferrero)
Totò e Carolina Totò e Carolina
  Totò e Carolina  
La strada che Antonio Caccavallo (Totò) percorre nel tragitto tra l’ospedale dove era stata ricoverata Carolina De Vico (Ferrero) e la casa dove abitava l’agente è Via dell’Arcadia a Roma. Nel fotogramma vediamo il punto dove Totò svolta in Via dei Lincei. In terza foto, le palazzine sullo sfondo.
Totò e Carolina Totò e Carolina
  Totò e Carolina  
Ecco come appare oggi Via dei Lincei vista dalla svolta D verso destra. In terza foto le palazzine E ed F
Totò e Carolina Totò e Carolina
La strada dove Antonio Caccavallo (Totò) si ferma a chiedere informazioni sulla strada per raggiungere Montefalcone, il paese nel quale deve ricondurre Carolina De Vico (Ferrero), come segnalato in questo sito è Via Appia Nuova a Frattocchie (Marino, Roma). Questo è il punto dove Totò ferma l’auto, esattamente all’altezza della diramazione per Via Nettunense Vecchia
Totò e Carolina Totò e Carolina
In controcampo.
Totò e Carolina Totò e Carolina
Ecco, infine, un altro scorcio di Frattocchie, ripreso poco prima della fermata
Totò e Carolina Totò e Carolina
La strada dove, indeciso se svoltare a destra o a sinistra, Antonio Caccavallo (Totò) chiede a Carolina (Ferrero) quale direzione imboccare per poi prendere quella opposta perché al bivio precedente la ragazza aveva tentato di mandarlo dalla parte sbagliata è Via Nettunense a Cecchina (Albano Laziale, Roma)
Totò e Carolina Totò e Carolina
In controcampo.
Totò e Carolina Totò e Carolina
  Totò e Carolina  
Il casale dove Carolina (Ferrero) tenta di suicidarsi buttandosi in un pozzo, che però risulterà troppo poco profondo e le impedirà di compiere l’insano gesto, non è stato semplice da individuare Alcune scene, senza specificare quali, erano state girate tra Bracciano ed Anguillara Sabazia (Roma). È nel territorio di quest’ultimo comune per la precisione si trova in Via Braccianese. Il primo fotogramma ci mostra il momento nel quale, dopo esser uscita dal pozzo, la Ferrero scappa dal casale e si dirige verso un vicino casello ferroviario, presso la quale tenterà nuovamente di togliersi la vita. In terza foto l’inquadratura del pozzo, vediamo l’altro capo dell’edificio mostrato nel fotogramma precedente
Totò e Carolina   Totò e Carolina
Questo, invece, è il vicino casello, visto dal casale
Totò e Carolina Totò e Carolina
Un’altra inquadratura del casello con la Ferrero che fugge inseguita in jeep da Totò dopo che era fallito anche questo tentativo di suicidio
Totò e Carolina Totò e Carolina
La chiesa del paese di Montefalcone dove Carolina De Vico (Ferrero), lì ricondottavi da Antonio Caccavallo (Totò), incontra i suoi parenti che però rifiutano di riprenderla in casa è la chiesa di Santo Stefano Protomartire, situata in Piazza Giacomo Matteotti a Fiano Romano (Roma)
Totò e Carolina Totò e Carolina
In controcampo
Totò e Carolina Totò e Carolina
La strada lungo la quale Antonio Caccavallo (Totò) nella scena finale del film si allontana a braccetto con Carolina De Vico (Ferrero) dopo aver preso la decisione di prendere con sé la ragazza per evitare che finisse ancora nei guai è Via Giulia a Roma.
Totò e Carolina Totò e Carolina
La strada dove Antonio (Totò) tenta di fare inversione di marcia finendo con la jeep nella scarpata sottostante è la Strada Provinciale 102a che sale a Saracinesco (Roma). Cominciamo con il riconoscere il panorama sullo sfondo
Totò e Carolina Totò e Carolina
Il punto esatto dell’incidente lo possiamo determinare grazie alla scena delle operazioni di recupero dell’automezzo, nella quale si riconoscono la curva della strada (A) e l’abitazione (B) posta immediatamente prima, nel mezzo di una "esse" piuttosto allungata.
Totò e Carolina   Totò e Carolina
La strada dove Antonio Caccavallo (Totò) rifiuta il passaggio ad un autostoppista è Via Nettunense ad Ariccia (Roma).
Totò e Carolina Totò e Carolina
In controcampo.
Totò e Carolina   Totò e Carolina
Il passaggio a livello dove la jeep di Antonio Caccavallo (Totò) viene tamponata dal furgoncino di un oratorio in gita si trovava tra le attuali Via Braccianese e SP493 Claudia Braccianese a Roma, tra le stazioni ferroviarie de La Storta ed Olgiata della ferrovia Roma-Capranica-Viterbo. Il passaggio a livello è stato eliminato in data imprecisata e il casello è stato abbattuto in seguito al raddoppio della linea ferroviaria e a variazioni della rete viaria.
Totò e Carolina Totò e Carolina
A permettere di identificare lo scomparso casello è stato Mauro che, in una scena d’un altro film qui girato, La vita è bella (1943), aveva notato che la progressiva chilometrica del casello era 20. Basandoci sulla progressiva della vicina stazione Olgiata (21+151), che si trova poco più avanti in direzione Viterbo, si può stimare con una certa sicurezza che il casello si trovava al KM 20+850 circa. Inoltre è ancora presente l’edificio che si trovava esattamente di fronte al casello.
Totò e Carolina Totò e Carolina
Qui lo stesso edificio si vede meglio

Le Locandine


Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
"Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005
"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
Goffredo Fofi, “Ritorno a Totò”, in Totò e Carolina, cit., p.166.
Il Tenente Colombo, alias Simone Riberto, per le interviste
Materiale dell'Archivio Centrale di Stato
http://pippamentis.wordpress.com
http://cinecensura.com
http://www.italiataglia.it