TOTÓ, PEPPINO E... LA MALAFEMMINA

Inizio riprese: giugno 1956 - Autorizzazione censura e distribuzione: 11 agosto 1956 - Incasso lire 678.538.000 - Spettatori 4.543.883


Detti & contraddetti

Ma dico io, adesso che siamo a Milano, vogliamo andare a vedere questo famoso colosseo?


E poi che colpa ne abbiamo noi, se il muro non ha retto all'urto?


Se a Milano, quando c'è la nebbia, non si vede, come fanno i milanesi a vedere se c'è la nebbia? Lei deve essere obbiettivo, a noi queste frasi sotto semaforo non ci convincono!


Bitte, scien noio volevon savuar l'indiriss ja! ?arla italiano? Molto bene! Dunque: noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare. Sa, è una semplice informazione.


Ho un fratello di nome Peppino: io sono il primogenio, lui il secondogenio, ma è un cretino.


Intanto io sento caldo. Ma non dire sciocchezze: a Milano fa freddo. Eh... eppure io sento caldo... E sarà un freddo caldo!


Bisogna essere chiari, le parole sotto semaforo non mi convincono.


Milano è la capitale del Nord, noi sudisti stiamo sotto lo stivale.


Non offendiamo i sudisti! La colpa di tutti i guai è di Garibaldi, con quel suo sghiribizzo di unificare l'Italia.


Tutti i confinanti sono antipatici.


A me mi chiamate dottore, al mio vice, vice dottore.


Per andare a Milano ci vogliono quattro giorni di mare, a meno di non andare a piedi


- San'Antonio... Sant'Antonio mio bello. Tu che sei un santo così misericordioso... tu che fai tredici grazie al giorno... Fammene una, fa' che le ragazze non vengano.
- "Eccoci qua!"
- Sant'Antò... io ti ringrazio, eh!


Antonio Caponi

Scheda del film

Titolo originale Totò, Peppino e... la malafemmina
Paese Italia - Anno 1956 - Durata 102' - B/N - Audio sonoro - Rapporto 1.37:1 - Genere commedia - Regia Camillo Mastrocinque - Soggetto Nicola Manzari - Sceneggiatura Sandro Continenza, Nicola Manzari, Edoardo Anton, Francesco Thellung - Produttore Isidoro Broggi, Renato Libassi per D.D.L - Fotografia Mario Albertelli, Claudio Cirillo - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Pippo Barzizza - Lelio Luttazzi - Totò - Scenografia Alberto Boccianti


Totò: Antonio Caponi - Peppino De Filippo: Peppino Caponi - Dorian Gray: Marisa Florian - Teddy Reno: Gianni - Vittoria Crispo: Lucia Caponi - Mario Castellani: Mezzacapa - Nino Manfredi: Raffaele - Edoardo Toniolo: Remo - Linda Sini: Gabriella - Emilio Petacci: il nonno con il mal di denti - Lamberto Antinori: un amico - Gino Ravazzini: l'amministratore del teatro - Salvo Libassi: Marassi - Gianni Partanna: il maitre del gran Milan - Corrado Tedeschi: Giannino

Soggetto, Critica & Curiosità

1956-toto-peppino-e-la-malafemmina4Soggetto

Antonio Caponi e suo fratello Peppino vivono nelle campagne di Napoli. Sono proprietari terrieri, campagnoli e di scarsa cultura: Antonio, il primogenito, è spendaccione e donnaiolo, spesso a danno del più giovane, il sottomesso e avaro Peppino. Entrambi sono alle prese con il ben più ricco mezzadro Mezzacapa ai danni del quale combinano, puntualmente, qualche gioco.

Gianni, l'aitante figlio della loro sorella Lucia, nel corso dei suoi studi di medicina a Napoli si innamora di Marisa, prima ballerina di avanspettacolo. Per amore il giovane decide di seguirla a Milano, all'insaputa del resto della famiglia. La giovane figlia del padrone di casa napoletano di Gianni, segretamente infatuatasi dello studente, per ripicca spedisce una lettera a Lucia, informandola della fuga del figlio.

I tre fratelli, temendo che Gianni possa distogliere l'attenzione dagli studi e interpretando la notizia - secondo la loro mentalità - come possibile fonte di scandalo e cattiva reputazione, decidono di raggiungere Milano. Consultano quindi l'odiato Mezzacapa sullo stile di vita di Milano, poiché in giovinezza il vicino visse proprio al nord. Raggiunta la terra milanese, si mettono sulle tracce di Gianni, per persuaderlo a tornare a Napoli, cercando anche di convincere Marisa a lasciarlo. Sarà proprio Lucia ad accorgersi della bontà dei sentimenti dei due giovani, che alla fine avranno la meglio in un lieto fine.

Il filo della trama vede i due giovani protagonisti conoscersi casualmente, una sera in cui Marisa abbandona una festa noiosa: benché parte integrante di un ambiente patinato e benestante, questo suo prenderne le distanze favorisce l'unione con uno studente di campagna. Nonostante alcune incomprensioni tra i due, alla fine trionferà l'amore, che Marisa preferirà alla carriera nel mondo dello spettacolo.

Critica e curiosità

Le riprese iniziano tra giogno e luglio del 1956 con esterni a Napoli e a Milano. La parziale indisponibilità di Peppino, impegnato in una tournée teatrale con la sua compagnia in Sudamerica, costringe la produzione a dare spazio alla storiella del nipote e della malafemmina, nei cui ruoli vengono scritturati Teddy Reno, che il principe apprezza molto come cantante, e Dorian Gray, appena testata in Totò lascia o raddoppia?. Tutte i buoni propositi della DDL sono ormai dimenticati: si gira al risparmio e la sceneggiatura nasce praticamente sotto i riflettori. Teddy Reno vede girare per il set dei fogliettini scritti giorno per giorno, sente Totò e Peppino preoccuparsi: “Ma noi qui ci roviniamo la faccia...”. Le peripezie dei due fratelli scorrono parallelamente alla vicenda. Numerose gag sono rimaste celebri: dalle liti e i dispetti con il ricco mezzadro confinante Mezzacapa, alle disavventure in terra milanese.

Oltre alla lettera strampalata (trascritta in seguito), un'altra scena è quella che si svolge di fronte al Duomo di Milano, fra Totò, Peppino e un vigile urbano: i fratelli provano a chiedere informazioni per raggiungere il teatro in cui si esibisce la "malafemmena", inanellando una serie di equivoci.

I due scambiano il vigile per un generale austriaco alleato, e tentano di farsi capire con un bizzarro miscuglio linguistico, che dà origine alla gag "Excuse me... bittescèn, noyo volevàn savuàr l'indiriss... ja?", composto: dall'espressione inglese "excuse me" ("mi scusi"), seguito dal tedesco "bitte schön" ("mi scusi" o "prego"); un improbabile pronome spagnolo "noyo" (misto di "noy" e "yo", "noi" e "io"), un tentativo di verbo al francese (che invece richiama il termine culinario "vol-au-vent"), il verbo francese "savoir" (sapere) e una parola del dialetto meneghino "indiriss" (indirizzo), conclusa con il "sì" tedesco, "ja".

Nonostante i due non abbiano varcato il confine, resta un'incomunicabilità legata a fattori culturali: prima i due scambiano il vigile per tedesco (quando lui chiede in dialetto "m'ha ciapà per un tedesco?"), e lo stesso vigile non riconosce la loro provenienza ("ma dove venite, voi? dalla Val Brembana?"). Le cose non migliorano quando il vigile gli parla poi in italiano, in quanto la frase che ne scaturisce conduce a una sorta di qui pro quo linguistico: "Dunque, noi, vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare... per dove dobbiamo andare? Sa, è una semplice informazione!". Il tutto in un contesto comico che amplifica la goffaggine dei due personaggi in Alta Italia.

Altra scena è quella dell'arrivo dei tre fratelli alla stazione di Milano, intabarrati come cosacchi (contrappuntata da una marcetta in tono) nonostante il clima primaverile, con surreali richiami a luoghi comuni sul clima lombardo e sulla nebbia "... che c'è e non si vede", già menzionata in un precedente colloquio con Mezzacapa.

Il film arriva nelle sale a settembre ed è un successo clamoroso, successo di pubblico naturalmente perchè la critica come sempre per i film di Totò si impegna stavolta a non considerarlo, la maggior parte delle recensioni del film sono senza firma o anonime, o collocate in rubriche marginali.

I duetti tra i fratelli Caponi sono tutti esilaranti: dalla lettera che Totò detta a Peppino, al loro arrivo a Milano vestiti di tutto punto, dal "volevon savoir" rivolto al vigile urbano davanti al Duomo, alla scena in cui Mezzacapa infuriato va a casa dei Caponi per chiedere il risarcimento dei danni per il muro rotto e l'inevitabile balletto di sedie intorno al tavolo. Il film arriva nelle sale a settembre ed è un successo clamoroso, successo di pubblico naturalmente perchè la critica come sempre per i film di Totò si impegna stavolta a non considerarlo,la maggior parte delle recensioni del film sono senza firma o anonime, o collocate in rubriche marginali.

La liquidazione della “malafemmina” è ispirata alla scenetta della massaggiatrice contenuta nella rivista Dei due chi sarà?, e gli zoticoni al ristorante sono una variazione del primordiale sketch Nel separé dalla rivista Colori nuovi.

Le scene dello studente al quale la bella ragazza ruba il cuore e gli zii campagnoli costretti a venire per la prima volta nella grande città sono identici a quelli di Re di danari, un film con Angelo Musco diretto vent’anni prima da Enrico Guazzoni, dove c’era pure il viaggio in treno e perfino la dettatura di una lettera.

Di questo film cult si sa tutto, anche che il nipotino dei fratelli Caponi che alla fine del film lancia pietre contro i vetri della fattoria Mezzacapa è Corrado Tedeschi, poi noto presentatore TV.

Vagamente ispirato al testo della famosissima canzone "Malafemmena" del principe de Curtis, ebbe qualche noia con la censura in fase di approvazione del copione, a causa di alcune battute considerate troppo spinte e di alcune scene ambientate tra le quinte del teatro di rivista dove si notavano delle soubrette "spogliatissime". Sia le battute sia le scene furono completamente tagliate e se ne trova traccia solo nei documenti dell'apposita Commissione istituita all’epoca presso il Ministero del Turismo e dello Spettacolo.
A proposito della canzone cha ha ispirato il film, da notare che il titolo del brano non è Malafemmina ma Malafemmena (con una "e" al posto di una "i", differenziandosi quindi dal titolo Totò, Peppino e la malafemmina).
A molti critici sfuggiva, e forse a qualcuno tuttora sfugge, l'eccezionale capacità di Totò di rappresentare delle situazioni tipiche della società italiana. Probabilmente solo Alberto Sordi è riuscito a fare altrettanto in seguito.
Negli anni 50, a novanta anni dall'Unità d'Italia e prima della diffusione della televisione, nonostante due Guerre Mondiali che avevano portato i diversi "popoli" italiani a stretto contatto, era enorme l'ignoranza degli Italiani sui territori, sulle popolazioni, sulle città, sul clima, sugli usi e costumi delle regioni più lontane. Ciò era particolarmente vero per i contadini.
In Totò, Peppino e la malafemmina abbiamo una serie di scene che rendono perfettamente questa situazione. Ricordiamo la descrizione di Mezzacapa di Milano, l'dea che si fanno della nebbia Totò e Peppino, il timore per il freddo milanese e quindi l'arrivo coi colbacchi e coi cappottoni alla stazione di Milano, il sentirsi persi per la dimensione della città (in un primo momento credevano che Piazza del Duomo fosse la piazza del paese), il contatto con il vigile urbano. A tal proposito, il "vigile ignoto" di Piazza del Duomo è stato, negli anni '40 e '50, un ballerino piuttosto noto nel suo ambiente e ha calcato i palcoscenici dei più famosi teatri italiani, ingaggiato da famose compagnie di varietà come quelle di Macario, Walter Chiari e persino di Totò ed è stato addirittura il ballerino-portaur di Wanda Osiris. Quella nel film "Totò, Peppino e la malafemmina" del 1956 è stata la sua unica esperienza cinematografica, voluto specificatamente in quel ruolo di "ghisa" milanese da Totò che lo conosceva bene e lo stimava per averlo avuto, nel passato, tra i suoi "dipendenti". Nello stesso 1956, a 35 anni, abbandonò il mondo dello spettacolo e si trovò un impiego. Nel 2013 è riemerso da un totale anonimato concedendo un'intervista a Milano leggera. Il suo nome è Franco Rimoldi.


Così la stampa dell'epoca


«[...] È con i lazzi di Totò e con l'espressione di bifolco al cubo dì Peppino De Filippo che si fanno le migliori risate, anche se le battute, che ricalcano schemi vecchi e conosciuti, non sempre hanno il pregio dell'originalità. Totò e Peppino sono misurati e spassosi.»

 Vice, «Corriere Lombardo», Milano, 7 settembre 1956. 


«[...] Il film in questione è avanspettacolo e fumetto della peggiore qualità, né la presenza di bravi attori come Totò e Peppino De Filippo si fa avvertire, almeno sul piano della buona recitazione [...] una farsa grossolana urlata in dialetto napoletano dalla prima scena all'ultima. Se si va avanti così, il mercato cinematografico italiano non avrà più distinzioni: tutta l'Italia sarà provincia.»

 Vice, «Avanti!» Milano, 9 settembre 1956.


«[...] è proprio vero: con Totò e Peppino si ride sempre. Anche se il soggetto è così povero di fantasia, di originalità, di gusto come questo. [..] Se poco ci si mettessero( diciamo gli sceneggiatori, il regista), se sforzassero le loro meningi quel tanto da tirar fuori una storia decente, siamo certi che - attraverso la recitazione di Totò e Peppino - si potrebbero vedere dei film godibilissimi. E invece... [...]»

Anonimo, «La notte», 1956


Peppino De Filippo ha più volte ricordato che l'idea della serie «Totò e Peppino» era stata di Antonio de Curtis.
«Nel dopoguerra la gente aveva fame d'evasione, eh sì!», ha dichiarato nel '77. «C'era bisogno di svago, e la gente correva al cinema, a teatro. [...] Ma poi, col passar degli anni, passò l'entusiasmo, i film di Totò non avevano più quel richiamo. Insomma, una sera [...] me lo trovai in camerino, al Teatro delle Arti di Roma. Era piuttosto abbacchiato. A tu per tu, in un momento di confidenza, mi disse che le cose non gli andavano più bene. [...]

Alberto Anile


I documenti

Influenze

In Non ci resta che piangere del 1985 Massimo Troisi e Roberto Benigni si ispirano liberamente a questa lettera interpretando una scena nella quale tentano di scrivere a Girolamo Savonarola per chiedere un atto di clemenza. I tentennamenti dei due personaggi nella stesura della lettera vanno racchiusi nella ricerca di una forma che possa esprimere al meglio il loro sussiego nei confronti del celebre personaggio, con eccesso di umiltà e servilismo che ottiene anche qui una lettera bizzarra più dal punto di vista sintattico che grammaticale.

In Ho visto le stelle! del 2003 Maurizio Casagrande scrive sotto dettatura di Vincenzo Salemme una e-mail, ispirandosi alla celebre scena di Totò e Peppino.

Nella seconda puntata di Rockpolitik del 2005 va in scena uno sketch in cui Roberto Benigni, ospite del programma, detta ad Adriano Celentano, conduttore del programma, un'ipotetica lettera di scuse a Silvio Berlusconi, ispirata alla celebre scena di Totò e Peppino.

Nel 2008 esce in Francia il film Bienvenue chez les Ch'tis che parla delle differenze nord-sud della Francia e riprende alcuni tematiche di questo film: il ruolo di consigliere sul freddo e sulla nebbia milanesi qui attribuito a Mezzacapa sarà interpretato dal celebre attore Michel Galabru. In entrambi i film quando i protagonisti arrivano nel nord del loro paese sono vestiti con abiti invernali quando invece fa molto caldo. Infine in entrambi i film si gioca sulla possibile incomprensione tra i diversi popoli del nord e del sud causata dai diversi dialetti utilizzati nelle diverse regioni di Francia e Italia.

Nell'ultima edizione di Zelig Paolo Cevoli e Claudio Bisio hanno proposto alcuni sketch in cui il primo nei panni dell'assessore Cangini detta al secondo una lettera sulla falsa riga della lettera di Totò e Peppino.


Le istruzioni di Mezzacapa su come comportarsi a Milano.

Antonio Caponi: Ci vorrebbe qualcuno che ci mettesse aggiorno. Per andare a Milano non è una cosa semplice.
Mezzacapa: Qualcuno... E allora io qua che ci sto a fare. Tutti mi chiamano il milanese.
Peppino Caponi: Mezzacapa, ma parliamoci chiaro, voi siete stato veramente a Milano?
Mezzacapa: Eccome non ci sono stato, ho fatto il militare nel '31...
Antonio Caponi: No dico io...
Mezzacapa: Cavalleria...
Antonio Caponi: Mezzacapa, e i milanesi, quando vi vedevano, che dicevano?
Mezzacapa: Che devono dire..
Antonio Caponi: No, dico quando camminavate per la strada...
Mezzacapa: Beh?
Antonio Caponi: Beh, questo tipo straniero, va.
Mezzacapa: Ma per carità... Che, si andavano ad accorgere di me, a Milano? Ma voi non avete idea Milano che cosa sia.
Peppino Caponi: Parlano parlano, eh?
Mezzacapa: Parlano? Ma Milano è una grande città!
Antonio Caponi: Camminano camminano... come noi?
Mezzacapa: Camminano? C'è un traffico enome. Anzi, vi dovete stare accorti eh! Là attraversare la strada è una cosa pericolosa.
Antonio Caponi: Oh, e chi attraversa! Chi si muove, per carità.
Mezzacapa: Certo, certo non è una città, vero il clima non è come qui da noi. Lì è un clima più rigido, eh, vento, neve..
Antonio Caponi: Freddo?
Mezzacapa: Freddo. Le bufère...
Antonio Caponi: Le bùfere.
Peppino Caponi: Ci sono? Le bùfere?
Mezzacapa: Eccome.
Peppino Caponi: Per la strada?
Antonio Caponi: Per la strada.
Mezzacapa: Per la strada, dappertutto.
Antonio Caponi: Capirai, entrano nei palazzi, salgono le scale... eh che ne so!
Mezzacapa: Acqua, vento... e nebbia! Eh... nebbia, nebbia!
Antonio Caponi: Ah, questo m'impressiona! Tutto, ma la nebbia.
Mezzacapa: A Milano, quando c'è la nebbia non si vede.
Antonio Caponi: Perbacco... e chi la vede?
Mezzacapa: Cosa?
Antonio Caponi: Questa nebbia, dico?
Mezzacapa: Nessuno.
Antonio Caponi: Ma, dico, se i milanesi, a Milano, quando c'è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c'è la nebbia a Milano?
Mezzacapa: No, ma per carità, ma quella non è una cosa che si può toccare.
Peppino Caponi: Ah, ecco.
Antonio Caponi: Non si tocca... non si tocca.
Peppino Caponi: Ma io, a parte questa nebbia, io non la tocco per carità... Ma adesso se noi dobbiamo incontrare a mostro nipote, questa cantante, come li vediamo, dove li troviamo?
Antonio Caponi: Già! Eh già, non ci avevo pensato.
Mezzacapa: È facile, la cantante, quella c'ha il nome sul manifesto.
Antonio Caponi: Hai capito, a Milano quando c'è la nebbia, mettono i nomi sui manifesti. Dice, chi mi vuol trovare, io sto qua.


La dettatura della lettera alla malafemmena

La scena della lettera, secondo la testimonianza diretta di Teddy Reno, nasce all’inizio come ricordo manipolato di un episodio analogo nel film Miseria e nobiltà. Anni dopo, Ettore Scola rivelerà che nel testo ci sarebbe anche il suo zampino, ma il grosso è frutto della genialità d’antica scuola dei due protagonisti: centro comico del film, gorgo di vertiginosa buffoneria, devastante incursione nel linguaggio, soqquadro di sintassi e senso comune, è tra i momenti più celebri e citati del cinema italiano.


Teddy Reno la vede nascere direttamente sul set, dopo un breve conciliabolo fra Totò e Peppino poco distante dai riflettori:

Uno diceva una battuta, l’altro si metteva a ridere, l’altro diceva una battuta, ridevano, non ridevano... A un certo momento mi sono accorto che ridevano tutti e due, erano soddisfattissimi. Al pomeriggio di quel giorno nessuno si aspettava la lettera, perché non era scritta nel cosiddetto copione: hanno preso di sorpresa tutti, compreso il produttore.

Si gira, il risultato è talmente travolgente che un tecnico delle luci si lascia scappare una sonora risata rovinando la ripresa. Una commissione interna evita che il poveraccio venga licenziato ma Totò e Peppino, arrabbiati per l’interruzione, hanno bisogno di un paio di giorni prima di rifarla. La scena montata è probabilmente un misto dei due ciak, incollati tra loro grazie a pleonastici inserti di Vittoria Crispo, la sorella dei Caponi.


La lettera di Totò e Peppino: il ruolo di Peppino e un consiglio per una diversa visione

LetteraLa scena della lettera di Totò e Peppino è dominata dal grande Totò. Sarà per il tono con il quale detta la lettera e impartisce disposizioni varie al fratello Peppino, sarà per le lezioni di sintassi, grammatica e punteggiatura che elargisce, sarà per la sua sicumera, con le dita nel taschino del panciotto e il suo cipiglio, ma Totò monopolizza la scena e attrae l’attenzione dello spettatore. Peppino svolge nella scena della lettera, in apparenza, il classico ruolo della spalla, sia pure di alto livello.
Nella realtà l'importanza del ruolo di Peppino nella scena della lettera è paritaria a quello di Totò: è eccezionale la sua interpretazione del contadino poco avvezzo all'uso della penna e messo quindi in gravissima difficoltà dal dover scrivere anche poche righe. Ecco quindi un consiglio per chi ha la possibilità di rivedere la famosa scena della lettera del film Totò, Peppino e la Malafemmina: concentrate la vostra attenzione su Peppino e non guardate Totò!
Osservate come "fatica" a scrivere la lettera, arrivando a sudare abbondantemente.
Osservate ancora come all'inizio scriva in maniera "larga", poi si accorge che lo spazio sta finendo e, non pensando per nulla a prendere un altro foglio, prosegue a scrivere sempre più piccolo, sempre più piccolo e sempre più storto.
Da tenere presente che la scena della Lettera di Totò e Peppino sembrerebbe che sia stata girata "all'impronta"; così almeno ha riferito il testimone Teddy Reno, che in quel film interpretava il nipote dei fratelli Caponi.
Notate quindi come Peppino "regga la botta" perfettamente a Totò e alle sue improvvisazioni, inserendosi con qualche battuta di sua creazione; ricordiamo, ad esempio, l'equivoco della "insalata" (confonde "vi consoliate" con "con l'insalata"), il commento "troppa roba!" all'abbondanza di punteggiatura proposta da Totò, il "senza nulla a pretendere" finale.

La lettera di Totò e Peppino: un’interpretazione “malevola”

Esaminate la frase della lettera:
“Scusate se sono poche, ma settecentomila lire ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'è stato una grande moria delle vacche come voi ben sapete.”

Ragioniamo prima sull'utilizzo del termine "specie"; Totò usa questa parola con una doppia valenza: in primo luogo "specie" è collegato a "ci fanno"; sta in effetti utilizzando l'espressione molto comune: "un fatto ci fa specie" e quindi "settecentomila lire ci fanno specie".
Contemporaneamente però "specie" si collega al periodo seguente, come avverbio: "specie che quest'anno c'è stata la moria delle vacche".
Totò quindi pronunciando una sola volta la parola "specie" se ne avvale in due periodi diversi.

Proviamo ad ipotizzare che la stessa "tecnica" venga utilizzata per l'espressione "come voi" nel periodo successivo.
Ebbene avremmo che "come voi" non solo si collega al successivo "ben sapete" per formare la frase "come voi ben sapete", ma si collegherebbe anche alla frase precedente "C'è stata una moria della vacche" determinando l'espressione offensiva "C'è stata una moria delle vacche come voi".
La frase sarebbe in linea con la tendenza di Totò alle battute a doppio senso ed alla considerazione che, almeno in quel momento della storia, gli zii Caponi avevano della fidanzata del nipote, per l'appunto una "malafemmina".

Principe5 Lettera

Antonio Caponi: Giovanotto, carta, calamaio e penna, su! Scriviamo!...dunque, hai scritto?
Peppino Caponi: Eh, un momento, no?
Antonio Caponi: E comincia, su!
Peppino Caponi: [Fra sé e sé] Carta, calamari e penna...
Antonio Caponi: OOOHHHH.... [Inizia a dettare] Signorina!...Signorina!
Peppino Caponi: [Si gira verso la porta] Dove sta?
Antonio Caponi: Chi è?
Peppino Caponi: La signorina.
Antonio Caponi: Quale signorina?
Peppino Caponi: Hai detto "Signorina?".
Antonio Caponi: È entrata la signorina?!?
Peppino Caponi: [Di nuovo verso la porta] Avanti!
Antonio Caponi: ...Animale! "Signorina" è l'intestazione autonoma... della lettera... oh! Signorina! [Peppino cambia il foglio] Non era buona quella signorina là?
Peppino Caponi: è macchiata...
Antonio Caponi: Signorina!...veniamo... veniamo... [Peppino nel frattempo fa' da coro continuando a dettare a se stesso, per le prossime battute]...veniamo noi con questa mia addirvi.
Peppino Caponi: Addirvi...
Antonio Caponi: Addirvi, una parola: addirvi!
Peppino Caponi: Addirvi una parola...
Antonio Caponi: [Alzando la voce] Che!
Peppino Caponi: Che!
Antonio Caponi: Che è?
Peppino Caponi: Che è?
Antonio Caponi: Che è?
Peppino Caponi: Uno, quanti?
Antonio Caponi: Che è...
Peppino Caponi: Uno che!
Antonio Caponi: Uno che! Che è...
Peppino Caponi: Che è! eh..
Antonio Caponi: Scusate se sono poche...
Peppino Caponi: Che.
Antonio Caponi: Che è? Scusate se sono poche, ma SETTECENTOMILA [scandendo la cifra] lire, punto e virgola, noi.
Peppino Caponi: Noi...
Antonio Caponi: Ci fanno... specie che quest'anno, una parola, questanno... c'è stato una grande moria delle vacche [Peppino ripete, scrivendo], come voi ben sapete! Punto! Due punti!...ma sì, fai vedere che abbondiamo... abbondandis'id abbondandum... questa moneta servono, questa moneta servono... questa moneta servono acchè voi vi consolate... aho, scrivi presto!
Peppino Caponi: Conninsalate...
Antonio Caponi: Che voi vi consolate...
Peppino Caponi: Ah, avevo capito con l'insalata.
Antonio Caponi: Voi vi consolate, non mi fa' perdere il filo che ce l'ho tutta qui!
Peppino Caponi: Avevo capito coll'insalata!
Antonio Caponi: Dai dispiacere, dai dispiacere che avreta... che avreta... che avreta. Eh già, è femmina, è femminile. Che avreta perché... perché? io non so...
Peppino Caponi: Perché che cosa?
Antonio Caponi: Perché che? ohhhh, perché! Dai dispiacere che avreta perché! è aggettivo qualificativo, no?
Peppino Caponi: [Sottovoce] Io scrivo...
Antonio Caponi: Perché! Dovete lasciare... nostro nipote... che gli zii, che siamo noi medesimo di persona... [Peppino si tampona la fronte]...ma che stai facendo 'na faticata, si asciuga il sudore... [Peppino sospira]...Che siamo noi medesimo di persona, vi mandano questo. [Mostrando la scatola contenente i soldi]
Peppino Caponi: Questo.
Antonio Caponi: Perché il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere una laura...
Peppino Caponi: Laura.
Antonio Caponi: Laura... che deve tenere la testa al solito posto, cioè... sul collo. Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola.
Peppino Caponi: Troppa roba..
Antonio Caponi: Salutà..lascia fare..dicono che noi siamo provinciali, siamo tirati. Salutandovi indistintamente. Salutandovi indistintamente... sbrigati!...salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi, che siamo noi... questa, apri una parente... apri una parente, dici: che siamo noi, i fratelli Caponi.
Peppino Caponi: Caponi...
Antonio Caponi: Hai aperto la parente? [Peppino annuisce] Chiudila!
Peppino Caponi: Ecco fatto...
Antonio Caponi: Volevi aggiungere qualcosa?
Peppino Caponi: [Mugugna qualcosa di incomprensibile]...senza nulla a pretendere, non c'è... non c'è bisogno...
Antonio Caponi: In ba... in data odierna.
Peppino Caponi: Beh, quello poi si capisce.
Antonio Caponi: Vabbè, si capisce.


L'arrivo a Milano, le informazioni a un vigile

Malafemmena 00070

Antonio Caponi: Escuseme.
Peppino Caponi: Ahi!
Antonio Caponi: E scansati... scusi lei è di qua?
Vigile: Dica!
Antonio Caponi: È di qua?
Vigile: Sì, beh, sono di qua perché m'ha ciapà per un tedesco?
Antonio Caponi: Ah, è tedesco... te l'avevo detto io che era tedesco.
Peppino Caponi: E allora come si fa?
Antonio Caponi: Eh, ci parlo io.
Peppino Caponi: Perché tu parli?
Antonio Caponi: Oooh ho avuto un amico prigioniero in Germania, non mi interrompere se no perdo il filo, dunque, escusemi...
Vigile: Se ghè?
Antonio Caponi: Bitte schön, noio...
Vigile: Se ghè?
Antonio Caponi: Ha capito!
Peppino Caponi: C'ha detto?
Antonio Caponi: Dopo ti spiego, noio volevan, volevon, savuar, noio volevan savuar l'indiriss, ia?
Vigile: Eh ma, bisogna che parliate l'italiano perché io non vi capisco.
Antonio Caponi: Ah, parla italiano.
Peppino Caponi: Complimenti!
Antonio Caponi: Complimenti, eh bravo!
Vigile: Ma scusate, ma dove vi credevate di essere, siamo a Milano qua.
Antonio Caponi: Appunto lo so, noi volevamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare, sa è una semplice informazione.
Vigile: Sentite...
Antonio Peppino [in coro]: Signorsì?
Vigile: Se volete andare al manicomio.
Antonio Peppino [in coro]: Sìssignore?
Vigile: Vi accompagno io, ma varda un po' che roba, ma da dove venite voi? Dalla Val Brembana?
Antonio Caponi: Non ha capito una parola!
Maître: Buonasera signori.
Antonio Caponi: Buonasera commendatore. [Inchinandosi]
Peppino Caponi: Commendatore. [Inchinandosi]
Antonio Caponi: Buonasera signor commendatore.
Maître: I signori desiderano?
Antonio Caponi: Ma, veramente, volevamo parlare con il cameriere.
Maître: Appunto, io sono il maître.
Peppino Caponi: C'ha detto? [Sottovoce]
Antonio Caponi: È un metro.
Peppino Caponi: Ah, un metro... Eh, se li porta bene i centimetri.
Maître: Si affidino a me ... combinerò loro un servizio del quale non si scorderanno mai più. [si congeda]
Antonio Caponi: ... e questo ce lo fa il servizio, eh!
Peppino Caponi: [assentendo]... ci ha minacciato chiaramente!


Totò, Peppino e la malafemmina, un film tutto da ricordare

Di questo film è incredibile il numero di battute, scene e personaggi che tutti ricordano. Abbiamo provato a buttarne giù un elenco, ampiamente carente:

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'Na femmena bugiarda m'ha lassato…: la canzone cantata dai due fratelli Capone mentre guidano il loro carro, tirando pietre alla finestra del vicino.

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Mezzacapa: per l'appunto, l'odiato vicino di casa, interpretato da Mario Castellani.

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Il nascondiglio dei soldi di Peppino: sotto una mattonella, nascondiglio ben noto a Totò…

Due parole, ho detto tutto…: la frase cara a Peppino per lasciar intendere che, da uomo esperto e di mondo, con poche parole è in grado di comunicare concetti complessi o, in ogni caso, è in grado di risolvere situazioni difficili; il fratello e noi spettatori nutriamo qualche dubbio…

Un milione a Mezzacapa, e allora...una capa intera quanto costa? Un miliardo? : Mezzacapa chiede un risarcimento danni per un muro distrutto per un importo di un milione di lire; Totò si domanda quanto avrebbe chiesto se fosse stato una "capa intera".
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Io direi…; dunque facciamo...: Mezzacapa viene invitato a presentare una nuova richiesta per il risarcimento danni; non fa in tempo a iniziare il discorso con un "io direi…" o con "dunque facciamo" che i tre fratelli si alzano e si mettono a girare intorno al tavolo, indispettiti prima ancora di aver sentito l'ammontare della richiesta, affermando "ma che direi? Ma dove siamo; il muro è d'oro?", o " qui si esagera, qui si esagera!" o, ancora, "ma che facciamo!!! ma a chi?".

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A Milano, quando c'è la nebbia, non si vede: Totò e Peppino ascoltano Mezzacapa che parla loro di Milano e si preoccupano moltissimo per la nebbia. Totò intende che a Milano quando c'è la nebbia non si vede la nebbia stessa.

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L'arrivo alla stazione di Milano: vestiti alla russa, con tanto di colbacco, cappottone e borracce militari, con sottofondo musicale, per l'appunto, russo, i tre fratelli arrivano a Milano suscitando l'ilarità dei milanesi.

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L'arrivo in albergo a Milano dei fratelli Capone: incredibile il quantitativo di oggetti ( e non solo…) portati dai Capone a Milano; è difficile farne un elenco completo; alcuni vengono estratti da Totò da una valigia e da un borsone, altri fanno bella mostra di sè sullo sfondo della scena. Totò estrae nell'ordine:

una bottiglia di olio;
due bottiglie di vino:
mutande;
un "palatone" di pane di circa 2 Kg (ad occhio);
una caciotta (Peppi', attacca 'sta caciotta!)
pasta bianca, 4 Kg. (Basterà per tre giorni?)
due galline (Aria, aria, camminate per la stanza…)
Sullo sfondo della scena, s'intravedono:
ritratto incorniciato della buonanima del marito della sorella di Totò e Peppino;
candela, che viene accesa, davanti al ritratto;
un prosciutto intero;
un "filo" di salsicce;
un bel grappolo di pomodorini;
delle teste di aglio;
borracce militari, già "apprezzate" all'arrivo alla stazione.

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Ora che siamo arrivati a Milano, lo vogliamo andare a vedere questo Colosseo?: è la domanda che pone Totò dopo aver "sistemato" la stanza d'albergo
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Chiamiamo il cameriere e ci mettiamo d'accordo per una cena a prezzo di costo: Totò e Peppino si ritrovano in un gran ristorante a dover effettuare l'ordinazione, ma hanno pochi soldi (ventimila lire) e temono i prezzi del locale raffinato (Peppino parla di trattoria di lusso); Totò decide di chiamare il cameriere.

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Io sono il metre: dopo che Totò ha richiesto a gran voce un cameriere, questi si precipita da loro: per l'abito e per i toni, viene scambiato dai fratelli Capone per un commendatore. Il cameriere si presenta, io sono il metre, e Peppino capisce che è alto un metro, mentre Totò commenta che si porta bene i centimetri.

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Mio fratello è un collezionista di prezzi: il metre propone un menù con una zuppa di tartaruga; Totò è preoccupato per la spesa e vorrebbe sapere quanto costa; ha soggezione del cameriere e giustifica la richiesta come per assecondare una mania del fratello.

Combinerò loro un servizio del quale non si scorderanno mai più: è la conclusione del cameriere che lascia nel terrore i fratelli Capone.

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Alle volte si appiccicano: Totò prova a vedere se le due banconote da diecimila (i famosi lenzuoli degli anni 50 e 60) che Peppino ha portato con sè non sono per caso tre.

Per andare dove dobbiamo andare...

Una delle scene più famose di Totò, Peppino e la Malefemmina è quella che vede Totò e Peppino tentare di chiedere a un vigile urbano di Milano alcune informazioni. Per la precisione, i nostri due eroi vorrebbero chiedere al vigile come fare a rintracciare Marisa, la fidanzata del loro nipote. Nella realtà la richiesta sarà un po' diversa...

La Val Brembana

La Val Brembana è un'amena valle in provincia di Bergamo, ricca di piccole e ridenti cittadine (questo il link al sito della Valle).

Viene tirata in ballo dal vigile milanese, al termine dello scambio di battute con Totò e Peppino, dopo aver ricevuto la famosa domanda "Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?".
Il "generale austriaco", guardando i fratelli Capone con aria tra il commiserevole e lo "schifato", domanda loro se per caso vengono dalla Val Brembana.
Non sappiamo perchè il vigile milanese associ la Val Brembana a Totò e Peppino; lo possiamo immaginare... e crediamo proprio che gli abitanti della Val Brembana non godessero di grande considerazione da parte del nostro milanese!

Il tentativo personale di "ripetere" la scena

Chi vi scrive ha provato a ricreare la scena di Per andare dove dobbiamo andare...!
Non è stato semplice, soprattutto per la individuazione del compagno d'avventura (il Peppino della situazione).
E' stato impossibile, infatti, trovare qualcuno che volontariamente si proponesse. Alla fine è stato costretto ad accettare un collaboratore di ufficio, minacciato di ripercussioni sul lavoro nel caso non avesse aderito, e con entusiasmo, all'iniziativa. Abbiamo quindi individuato, in Piazza del Duomo, un vigile milanese e ci siamo avvicinati tenendoci per mano.
"Senta, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? ". Risposta del vigile: "Se volete andare al manicomio, vi accompagno io. ". Incredibile! Il "ghisa " era preparato!

“Hai scritto?”, domanda il maggiore dei fratelli Caponi (Totò), con tono burbanzoso, al fratello minore (Peppino De Filippo) che si sta sedendo alla scrivania e non ha ancora impugnato neppure la penna per scrivere. È l'inizio di una delle gag più famose della coppia Totò-Peppino, quella della "lettera” scritta dai due fratelli alia soubrette che ha fatto innamorare il loro amato nipote, studente non proprio modello di medicina, in un film paradigmatico come Totò, Peppino e... la malafemmina (1956) di Camillo Mastrocinque. Subito, fin dall'incipit della gag, il comico si incista nella dimensione del tempo: il non aver ancora scritto diventa - nel linguaggio funambolico di Totò - un averlo già fatto. Il futuro entra in cortocircuito con il passato. Qualcosa, nel tempo, fa crash.


Totò, Peppino e... la malafemmina, di Camillo Mastrocinque

Poco prima delia loro partenza per Milano, ancora relegati nella dimensione rurale e provinciale del Mezzogiorno d’Italia, i due avevano avuto un analogo diverbio temporale.

“lo vado avanti!", aveva detto Totò.
“E io indietro...", aveva replicato Peppino.
“Tu quanto fai?"
“Le cinque meno un quarto. E tu?"
“lo le cinque e un quarto. Allora facciamo a metà e vuoi dire che sono le cinque...!”

Nella sua emblematica evidenza, la gag dichiara esplicitamente il segreto dei tempo comico di Totò e Peppino: la sua natura compromissoria, il suo derivare da una continua tensione fra l’essere avanti (troppo avanti) e l’essere indietro (frappo indietro), il suo darsi come tempo vuoto dentro l'attrito fra un non esserci ancora e un esserci già stato. Perché il tempo comico di Totò non è solo - come è stato da più parti rilevato - il tempo della divagazione, o il tempo del differimento. È anche, soprattutto, il tempo dello sperpero: tempo dello spreco, tempo deH’accumulo, tempo del deragliamento. Rispetto a un rapporto con il tempo di tipo razionale e funzionalistico, dove ogni dettaglio è finalizzato al progredire dell'azione e del racconto, nel gesto comico di Totò il tempo si disperde, rincula su se stesso, sì inebria nella ripetizione, regredisce nella lallazione, gira a vuoto nel fraintendimento.

Tempo della dispersione, insomma. Dispersione del senso e del racconto.

Per tutta la durata della citata gag della lettera, Totò sì liscia i baffi che non ha, tiene i pollici infilati nei bordi del panciotto e ripete come un’eco infinita congiunzioni e segni di interpunzione (che... che,..', punto; punto e virgola-, due punti!!) che gli servono come punti d'appoggio al lavoro di disarticolazione dispersiva del linguaggio, in una sistematica decostruzione del discorso attuata con tale velocità che Peppino fatica comunque a seguirlo, e suda copiosamente per la concentrazione. Come ha notato acutamente Roberto Escobar, quel che Totò fa con il torso, le braccia, il collo, il mento, Io fa anche “con il linguaggio: lo distacca, lo devia, lo aliena [...]. Allo stesso modo in cui, nel corpo di legno della marionetta, i comportamenti si condensano fino a diventare astratti, così nel discorso fattosi puro ritmo si condensa e si astrae il senso. Totò non si limita a dividere l’armonia dal ritmo. Fa del ritmo l’unica possibile armonia” (Escobar 1998,69).

Totò e Peppino riescono così a intavolare infinite discussioni sul nulla: dialoghi a base di ripetizioni, suoni onomatopeici, interiezioni vuote (beh..., mmm...). L'uno afferma, l’altro replica. Cioè deforma. O corregge. O precisa. E, in genere, complica ulteriormente invece di semplificare. Un dialogo fra Totò e Peppino, in genere, finisce per essere una fenomenologia della complicazione dispersiva: l’evidenza trasformata in enigma, la trasparenza in opacità. Come nella gag sulle 40.000 lire che Totò ha come debito con Peppino e che si trasformano, grazie a un prestidigitatorio e irresistibile gioco verbale, in 40.000 lire di credito. Ancora una volta: il dover dare diventa dover avere, l’aver avuto diventa un aver dato, e il passato fa cortocircuito con il futuro.

La comunicazione è quasi sempre fatica, neli’universo di Totò: lo si vede benissimo, sempre in Totò, Peppino e... la malafemmina, nella gag con il “ghisa” ambrosiano in piazza Duomo, dove l’insistita enunciazione delia disponibilità a comunicare blocca di fatto la comunicazione. La ricerca del codice (“Parla italiano!?”) annulla il messaggio. Il tempo gira a vuoto come il ghisa sospettoso e sconcertato intorno ai due fratelli, in una voragine di senso che scatena nello spettatore un riso di onnipotenza: non semplice “riso di derisione" ma - come direbbe Lucie OIbrechts-Tyteca - riso al contempo di accoglimento e di esclusione. Giacché consente alio spettatore di misurare il proprio non essere così, la propria distanza dal modello, ma ai contempo lo rassicura sul proprio possesso dei codici (“li riso è anche un modo di attestare che si sa quello che si deve sapere per far parte del gruppo. È come se gli uomini si congratulassero di essere uomini": Olbtrechts-Tyteca 1977,357).

Insomma, nel cinema di Totò il tempo della dispersione sta dentro ii testo, e io condiziona, ma produce un effetto di campo opposto; lo spettatore sperimenta il tempo come tempo produttivo, se non altro perché produce la risata e, in essa e con essa, anche l'illusione che il proprio tempo di consumo sfugga ai non senso del tempo diegetico. Così Totò e Peppino riescono davvero a cortocircuitare tutti i possibili stadi e strati del comico, come mescolando una sorta di irresistibile attrazione per il paroliberismo futurista con l’ontologica indolenza delle loro maschere partenopee di riferimento. Lento / veloce. Rapido /ritardato. Sensato / insensato, li riso germoglia nell'ossimoro, si dà nel compromesso e nella coincidentia oppositorum. Ed esplode n un presente che è sempre e solo tempo vuoto: tempo del godimento, sospeso fra un prima e un poi che - fuori dal cinema, oltre il comico - sono sempre e solo tempo di lavoro. 0, più banalmente, tempo della vita.

Gianni Canova


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Affianca momenti di sublime genialità (il decantatissimo momento della lettera, con Totò che improvvisa e Peppino che, avendo finito la carta, è costretto a continuare a scrivere sull'ultima riga, oppure la rivelazione di Castellani sulla sorte dell'altrui nipote) ad altri assai meno interessanti, talora noiosi. Ne esce quello che è, mediamente ragionando, un buon film... Sopportabile Teddy Reno. Interessante Dorian Gray. Linda Sini è la sua scafata collega.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Avreta...".

  • Uno dei grandi classici della coppia Totò/Peppino De Filippo è in realtà una commedia ampiamente sopravvalutata perchè estremamente diseguale: la parte con i due grandi comici è assolutamente irresistibile con la scena della dettatura della lettera rimasta negli annali della comicità italiana; a questa parte si contrappone la storiella d'amore tra il giovane e l'attricetta che invece è di ordinaria banalità. Facendo i conti pertanto......la media si abbassa.

  • Lievemente retorico nei siparietti musicali (con Teddy Reno) il film si distingue per trovate linguistiche (la famosa lettera, la richiesta d'informazioni a piazza del Duomo con un vigile che Totò e Peppino credono "austriaco") e gag indimenticabili (De Curtis sul trattore). La bella soubrette (Dorian Gray) è la malafemmina alla quale il testo della canzone (scritta da Totò) rimanda, mentre dietro alla sua bellezza si perde il plebeo nipote Gianni (Teddy Reno). Scritto anche da Sandro Continenza il titolo diventa, giustamente, un classico.

  • Gli zii abbandonano il paesello per ricondurre sulla retta via il nipote perduto a Milano dietro una donnetta: su questa traccia da romanzone popolare si installa la vorticosa comicità di Totò e Peppino, che oltre a schermaglie esilaranti regalano almeno due tra gli sketch più memorabili della coppia, la scombiccherata dettatura della lettera e l'improbabile richiesta di informazione al vigile in piazza Duomo. Purtroppo il plot sentimentale di contorno è una zavorra che non aiuta. Insomma, splendidi i frammenti con i due ma banalotto il resto.

  • Uno dei punti più alti raggiunti dalla coppia Totò e Peppino. Sono strepitosi; e menomale, perché se non ci fossero loro il film si ridurrebbe a una commediola sentimentale di bassa lega. La scena della lettera è forse la più famosa (notare anche i formaggi appesi nella stanza), ma ce ne sono altre fenomenali (sul calesse, Totò che spia Peppino, il trattore, Mezzacapa, l’arrivo a Milano imbaccuccati col colbacco, il duetto Totò-vigile urbano). Siamo al cospetto di due fuoriclasse capaci, assieme, di far ridere con qualunque copione. Una volta visti, i fratelli Capone non si scordano più.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò spiega a Peppino come funziona il trattore: "Qui c'è la zanzariera e qui c'è tutto l'apparato tecnico movimentale".

  • Vertice della comicità dell' affiatata coppia Totò e Peppino: esuberante il primo, sottomesso il secondo. Funziona anche il cast di contorno: Reno, la Gray, la Crispo, la Sini, Manfredi. Le gag memorabili sono innumerevoli: i dispetti a Mezzacapa, la dettatura della lettera, l'arrivo a Milano, l'incontro con il vigile, i giochi lessicali. Imperdibile.

  • Molto divertente, anche se con qualche pausa di troppo. È perfino inutile soffermarsi sulle scene che tutti conosciamo a memoria o quasi: diciamo solo che Totò e Peppino De Filippo sono praticamente perfetti, sia quando improvvisano sia quando seguono un copione certo non memorabile. Le parti canore sono invecchiate in modo orrendo, ma sarebbe ingiusto pretendere di più da un film comico di Camillo Mastrocinque. Storico.

  • Uno dei film più belli e divertenti di Totò (in coppia con Peppino) che può contare su diversi momenti divenuti ormai leggendari: l'arrivo a Milano imbacuccati come se stessero a Mosca, la richiesta di indicazioni al vigile ma soprattutto la lettere. Divertimento allo stato puro: si ride sempre ogni volta che lo si vede. Conta infinite imitazioni: ovviamente tutte inferiori all'originale.

  • Vispo e godibile, ma non il capolavoro incensato dalla critica (ufficiale). I siparietti di Totò e Peppino, tanto esilaranti quanto pretestuosi ai fini del racconto (modesto), creano diversi imbarazzi a Mastrocinque che, assecondandoli, deve costantemente calibrare il tiro, dando inevitabilmente corso a qualche scompenso nella gestione del narrato. Niente di grave, ci si diverte comunque: certe frecciate sui provinciali in città restano memorabili. L’ellissi finale è una gradita economizzazione dei tempi cinematografici, visto che il meglio è ormai passato.

  • Forse il Totò (qui in coppia con l'altrettanto bravo Peppino De Filippo) più famoso, con alcune scene che, giustamente, sono oramai entrate nella storia del cinema. Purtroppo quello che contorna tali (spassosissime) sequenze non è all'altezza e per questo ci troviamo di fronte solo ad un buon film e non ad un capolavoro. Comunque immancabile.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Ovviamente: la lettera.

  • Indimenticabile. A partire dalla canzone "Tu si na malafemmena" composta da Totò in persona per compensare una delusione d'amore fino al momento in cui vestiti da cosacchi Totò e Peppino arrivano a Milano! Bellissima la Gray, ottima regia di Mastrocinque. Capolavoro.

  • Tra le commedie più famose di Totò. Il film scorre su due binari paralleli: da un lato abbiamo le peripezie di Totò e Peppino, dall'altro invece la storia d'amore tra Teddy Reno e Dorian Gray. Se quest'ultima parte, nonostante sia raccontata con gusto e intelligenza, può apparire un po' scontata e datata allo spettatore moderno, l'altra raggiunge livelli altissimi: battute a raffica, trovate simpaticissime e i due comici al massimo. Peccato invece per il finale troppo affrettato e per alcuni inutili intermezzi musicali.

    Che ogni sequenza con Totò e Peppino meriti 5 palle non ci piove; purtroppo, come nelle commedie dell'epoca, era impossibile evitare il romanzetto rosa a latere e quando entra in azione Teddy Reno (antipaticissimo) con Dorian Gray (bonissima) son dolori. Grande il titolo della rivista dove lavora la Gray, parodia di un film di Matarazzo (La nave delle donne maledette). Cameo per un giovane Manfredi.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Ogni qualvolta appaiano Totò e Peppino è un momento memorabile.

  • Film che strappa più di una risata ad ogni suo passaggio; certo non tutto è perfetto: l'immancabile storia d'amore "a latere" ammoscia il ritmo, la descrizione dei napoletani appena arrivati a Milano sconta uno strisciante razzismo, ma Totò e Peppino, alias i fratelli Caponi, non si possono non amare, indistintamente!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Richiesta di indicazioni; la lettera.

  • Titolo storico della coppia Totò/De Filippo. Ma se da una parte la comicità dei due è contagiosa e memorabile, dall'altra abbiamo la storia tra Teddy Reno e la soubrette Gray con inutili intermezzi musicali, molto poco interessante e che finisce per appiattire la vicenda. Peccato, perché Totò e Peppino, sopratutto nella prima parte, sono in una forma a dir poco strepitosa. Il loro arrivo a Milano in stazione, in seguito con il vigile e alle prese con la lettera, è da antologia assoluta. Bravi comunque Reno e Manfredi.

  • Le gag tra la coppia Totò e Peppino sono irresistibilmente comiche: Totò che ruba i soldi a Peppino, l'arrivo alla stazione di Milano, le pietre lanciate sulla finestra del loro rivale... In questo film ci sono scene che fanno parte della memoria collettiva e che hanno costruito il mito di Totò. Purtroppo la commedia non raggiunge i risultati comici di altri film perché deve contemporaneamente sorreggere la romance tra Dorian Gray e Teddy Reno, interessante ma per molti versi un po' troppo noiosa e lenta.

  • Uno dei classici del cinema italiano con la coppia Totò-Peppino. Battute a non finire. Purtroppo va detto che le scene senza loro due (con Teddy Reno e la Gray) annoiano un po': troppo mielose. Comunque un film da vedere e non c'è battuta che si dimentichi.

  • Deliziosa opera di Mastrocinque che si affida alla genialità comica del duetto Totò-Peppino. Questa volta nelle vesti di due zii in pensiero per il proprio nipote che invece di studiare si perde con le donne di "malaffare". Molte le gag esilaranti, in questo film, che sono indelebili nel repertorio della comicità italiana.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il trattore con la zanzariera...

  • Capolavoro indiscusso della comicità italiana e punto mai più raggiunto dalla grande coppia Totò-Peppino De Filippo, affiatatissimi, perfettamente complementari e capaci di improvvisare senza mai perdere il senso del ritmo. Sono i loro duetti a fare un film dalla storia molto debole ma pieno di risate e di pezzi diventati veri e propri cult. Simpatico anche Teddy Reno e splendida la canzone malafemmena cantata da lui e scritta da Totò. C'è anche Manfredi: capolavoro assoluto!

  • Ad essere completamente onesti bisognerebbe sforzarsi di valutare il film come se si fosse appena usciti da una prima visione nel 1956. Non che in quegli anni non si facessero capolavori assoluti, ma nel caso di commedie all'italiana, come questa, anche la parte canora sentimentale sarebbe meglio compresa e accettata. Per il resto è evidente che la coppia Totò e Peppino è la colonna portante di questo e di tanti altri lavori dove i due Grandi hanno espresso una comicità e umanità uniche, ed ora capite e giudicate per il loro reale valore.

  • La grande arte comica di Totò e Peppino si manifesta in questa commedia in cui la liaison amorosa tra il loro nipote e un'ammaliante ballerina, l'algida ed altera Gray, è solo un pretesto per far sfoderare al duo alcune tra le gag più riuscite dell'intera comicità italica. Memorabili i momenti della lettera e dell'arrivo a Milano.

  • Indiscutibilmente il film più conosciuto e popolare della coppia Totò e Peppino. Quello con il maggior numero di sketch passati alla storia e quello che ancora oggi vanta numerosi tentativi di imitazione. Dalla famosa lettera all'arrivo a Milano passando per il vigile (austriaco) e i continui battibecchi con Mezzacapa/Castellani. La bellezza di questa pellicola sta tutta nell'improvvisazione dei due, piaccia o no, maggiori geni della comicità italiana. Omaggiati persino da Benigni e Troisi nel film Non ci resta che piangere. Inarrivabile!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Al ristorante. Totò: "Scusi, ma lei chi è?" "Io sono il Maitre" Totò: "Complimenti! Se li porta bene i centimetri!".

  • Forse il film più famoso di Totò, che regala duetti con Peppino De Filippo assolutamente eccezionali, alcuni dei quali rimasti impressi nella collettività oltre che nella storia del cinema italiano, come la lettera o l’arrivo a Milano. Purtroppo non si può dire lo stesso dell’insieme; dove non ci sono i due artisti, il film risulta tremendamente noioso e lento e non si aspetta altro che rientrino in scena.

  • Merita i quattro pallini perché in questo film c'è l'apice della comicità di Totò e Peppino, con pezzi memorabili e tutt'oggi irresistibili. Purtroppo il film si completa con storie secondarie poco interessanti scaturite da una sceneggiatura non eccelsa e intrise di un sentimentalismo tipico dell'epoca (oggi stucchevole sarebbe dir poco). Da rimarcare la bellezza di Dorian Gray, ancora oggi un innegabile motivo d'interesse. Cultissimo.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò e Peppino mano nella mano camminano per Piazza Duomo...

  • Senza alcun dubbio è uno dei film migliori nati dal sodalizio fra Totò e Peppino, la cui performance è talmente debordante da trasformare in pregi quelli che sono i difetti del film. Non si può però discutere sul fatto che, quando i nostri eroi non sono in scena, la storia va avanti a denti stretti, non senza punti morti. Un difetto importante che però stavolta viene perdonato dalla tante risate, banco di prova e marchio di fabbrica del successo della coppia. Da non perdere. ****• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò e Peppino sul calesse; L'arrivo a Milano; La lettera.

  • Quasi sicuramente è il film con Totò più popolare, trasmesso e ritrasmesso a ciclo continuo in tv e sempre con gradimenti di ascolto elevati e costanti. Un prodotto costruito all'epoca soprattutto per lanciare nel mondo del cinema il volto della luccicante e solare Dorian Gray, oltre che la voce calda e vibrante del bravo Teddy Reno. Col tempo però, quelli che dovevano essere semplici siparietti comici a supporto dell'innocuo sentimentalismo della storiella centrale, sono irresistibilmente divenuti il vero geniale motivo d'interesse dell'intera messinscena.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La storica dettatura della lettera di Totò a Peppino: "Punto... due punti... ma sì, fai avvedè che abbondiamo. Abbondandissis adbondandum!".

  • Commedia celeberrima con l'impagabile coppia formata da Totò e Peppino De Filippo che ci regalano alcune perle memorabili entrate nella storia del nostro cinema italiano. Si ride sano, ma la pecca (se così la si può definire) sta nella melensa storia d'amore tra Teddy Reno e Dorian Gray, che è alla fin fine il nocciolo del film; ma la si può perdonare.

  • Commedia brillante, leggera e divertente con Totò e Peppino che offrono il meglio della loro arte comica. Un soggetto semplice ma efficace che vede i fratelli Caponi partire per Milano per salvare il nipote innamoratosi di una avvenente soubrette. La composizione della lite con Mezzacapa, la scrittura della lettera, l'arrivo in stazione, le domande al Ghisa in Piazza Duomo, la cena al Gran Milàn... tanti piccoli capolavori, esempi di una comicità pura che non ha tempo e limiti. Teddy Reno interpreta le belle canzoni.

  • Questo film bisognerebbe farlo a pezzettini! No, non mi fraintendete. Nel senso di "salvare" solamente i brani "d'antologia" (l'inizio, l'arrivo a Milano dei due "cosacchi", Castellani e la Crispo, la "dettatura della lettera", Peppino che "eehee... ho detto tutto! ", l'informazione chiesta al vigile) che, lo si ammetta o no, sono ormai pietre miliari del cinema comico italiano e buttare via invece tutte le mediocri e insignificanti sequenze di raccordo, quelle con protagonista Teddy Reno, Dorian Gray e Linda Sini. Eehee.. ho detto tutto!

  • Si vede subito che agli amici d'infanzia Totò e Peppino basta uno sguardo per costruire dal niente alcune fra le più esilaranti scene del cinema italiano. Quando non ci sono loro il film è di una noia mortale, ma questo è il prezzo che spesso hanno dovuto pagare gli spettatori del Principe. Bravi come sempre Castellani, Vittoria Crispo e un giovanissimo Manfredi. Mastrocinque conosce bene il mestiere e i protagonisti, dai quali riesce sempre a tirare fuori il meglio. Imitatissimo anche all'estero, dovrebbe essere presente in tutte le cineteche.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Tutte le scene con Totò e Peppino, soprattutto quando è presente anche Castellani.

  • Commedia irresistibilmente divertente. La coppia comica è superba. Totò e Peppino De Filippo sono una garanzia, ma qui si va oltre. Ritmi perfetti, scene divenute immortali e sempre gustose. La lettera, il vigile, la nebbia di Milano... cosa aggiungere? La storia d'amore è contorno, ma non inificia la grandezza del film. Non è una commedia, è un "trattato" di comicità pura, cristallina.

  • Due ingenui campagnoli partono alla volta di Milano per dissuadere un loro nipote a frequentare un'attricetta che lo distoglie dagli studi di medicina. Celeberrima commedia con la magnifica coppia Totò-Peppino che straripa e inonda di comicità tutto l'intorno. Se non ci fossero loro, il film sarebbe una mera storiella senza arte né parte, mentre grazie a loro esso diventa una pietra miliare del cinema comico italiano perché si basa su tempi comici tuttora insuperati. La scena della lettera, poi, è da antologia.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La rottura della finestra di Mezzacapa; L'arrivo a Milano di Totò e Peppino; La scena del vigile sempre a Milano; La scena della lettera.

  • Io penso che tutti film della serie “Totò e Peppino” siano i veri “film d’autore” dei quali il nostro cinema dovrebbe menare vanto. Questo, in particolare, è di una forza comica straordinaria. I due comici, in forma strepitosa, formano, miracolosamente, una coppia perfetta, totalmente affiatata e complementare. Le due maschere sono del tutto divergenti: mobilissima e picassiana quella di Totò, cristallizzata in una immutabilità un po’ opaca quella di Peppino. Totò è il fratello irruente, anarchico, un po’ folle, Peppino quello calmo, saggio e un po' ottuso.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Tutte le scene nelle quali siano presenti Totò e Peppino in coppia sono da applausi, nessuna esclusa.

  • Il grande Totò farebbe ridere anche enunciando il teorema di Pitagora e in questo film, grazie anche alla buona spalla di Peppino De Filippo, si ride di gusto per le tante deliziose scenette che si succedono con buon ritmo. Classica commedia all'italiana dei bei tempi che furono dove si guarda con benevolenza alle miserie di una Italia un po' strafalciona e casinara.

  • Una della più felici prove di Totò e Peppino De Filippo: esilaranti provinciali meridionali in quel di Milano, dispiegano tutto il loro repertorio di invenzioni verbali, in scene giustamente passate alla storia. La reputazione del film poggia tutta sui due grandi comici, in quanto la cornice è davvero modesta: una commedia sentimentale con intermezzi musicali datati, da ricordare solo per la bellezza di Dorian Gray e per la presenza del giovane Nino Manfredi (purtroppo sprecato).• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò e Peppino con i colbacchi davanti al Duomo: “Noio vulevan savuàr l'indiriss”; La lettera sotto dettatura.

  • Deludente. Non che sia un brutto film, ma è oltremodo osannato dalla critica quasi come fosse il vero capolavoro di Totò. Invece purtroppo la storia d'amore con la malafemmina non è all'altezza di Totò e Peppino e la visione lascia un senso di incompiutezza, quasi ci si aspettasse obbligatoriamente qualcosa di più.

  • Totò viene inserito in una trama con accanto un comprimario di lusso (De Filippo) e una storiella sentimentale per giustificare i momenti in cui non è in scena. Risultato oltre le aspettative dei produttori: il film diventa una pietra miliare del cinema italiano, con irresistibili momenti quali quello della "lettera" e del surreale dialogo col "milite austriaco". Bene anche i comprimari, ma la scena è tutta per il primo vero film della premiata ditta Totò & Peppino (In Totò e le donne Peppino ebbe poco spazio). Evergreen.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che frega i soldi da sotto la mattonella a Peppino; L'incidente col trattore; La lettera; Il Duomo; "Na femmena bugiarda m'ha lassat...".

  • Tra i film più celebri della coppia Totò/De Filippo. Alcune scene fanno ormai parte della storia del cinema italiano, su tutte la composizione della lettera sotto dettatura di Totò. Il film è diviso in due parti: la prima ad ambientazione campana, la seconda a Milano. Un poco invecchiato. Alcune gag rimangono memorabili, l'elemento sentimentale-romantico con protagonisti Dorian Gray e Teddy Reno è invece assolutamente trascurabile.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "E adesso che siamo arrivati a Milano, andiamo a vedere questo famoso Colosseo?"; La composizione della lettera.

  • Più che un film, un classico. Popolato di scene memorabili ormai entrate a far parte dell'immaginario e del lessico comuni, scopiazzate o citate da chiunque altro abbia cercato di far ridere con un film, è davvero un toccasana per le serate tristi, o per le giornate uggiose. L'arrivo di Totò e Peppino a Milano, la dettatura della lettera alla "malafemmina", l'atmosfera di ingenua malizia che si respira in tutto il film ce lo rende davvero caro. L'unico neo sta nella storia, che di per sè è davvero troppo poco originale per restare impressa.

  • La storia è banale, decisamente invecchiata, farcita di luoghi comuni e nel complesso noiosa. Film da evitare quindi? Assolutamente no! Perchè contiene alcune delle migliori scenenette della coppia Totò-Peppino De Filippo. I due personaggi valgono da soli l'intero film. Geniali a tutti i livelli, dal fisico-visuale al verbale che raggiunge l'apice nella lettera dettata, una delle migliori improvvisazioni di sempre. Purtroppo ci sono anche balli e canzoni in cui la noia regna sovrana. Le parti comiche estrapolate dal resto meritano 5 pallini.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: L'arrivo a Milano; la lettera.

  • Grandissimo cult della premiata ditta Totò e Peppino con numerose scene da antologia. I duetti sono fantastici, come anche le conversazioni con la sorella e l'odiato Mezzacapa. Simbolistico di un sud arretrato e provinciale al cospetto di un nord avanzato e godereccio: l'amore colma ogni distanza e trionfa superando tutti gli ostacoli. Intermezzi musicali (belli) e romantici (meno belli) rallentano un po' il ritmo, ma le decine di gag a cui danno vita i nostri eroi, probabilmente nella loro migliore performance, sono una migliore dell'altra. Cineteca.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Noio volevam savuà... ja, l'indiriss...

  • Totò e Peppino offrono scene indimenticabili, ciascuna delle quali meriterebbe cinque pallini. Mario Castellani, che compare poco, è sempre una sicurezza. La Gray e la Sini sono belle, Vittoria Crispo in parte. Il film, in sé, non dice molto: ma ha pezzi da Antologia (con la A maiuscola) e dimostra come due attori quali i nostri protagonisti, in piena maturità artistica e ben coadiuvati da ottimi comprimari, siano in grado di creare divertimento puro anche con materiale povero. Nel complesso davvero notevole!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Quelle con Totò e Peppino: ho detto tutto!

Foto di scena e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Per tutto il film Totò dà un sasso a Peppino che lo tira alla finestra al primo piano di Mezzacapa, ma vorrei sapere, alla fine del film, quando Totò dice al bambino di tirare il sasso, come faccia quest'ultimo ad avere la forza di tirare una pietra tanto lontano, visto che loro sono sul carretto in mezzo alla strada...!
  2. Nella famosa scena della lettera c'è una curiosità/svista per i piu' attenti: Peppino scrive sull'ultima riga del foglio quasi metà del testo, perche ci era arrivato troppo presto nella finzione, e deve continuamente scrivere sullo stesso punto.
  3. Durante la scena della lettera fate attenzione alle ombre di oggetti e persone: variano da inquadratura ad inquadratura, sono multiple, e in direzione opposta alla luce che proviene dalla finestra
  4. Nella scena in cui Totò e Peppino, andati a cercare la "malafemmina", sono stati accolti nel suo camerino e si presentano alla stessa, tra un cambio di inquadratura e l'altro, il suo trucco del viso cambia vistosamente, leggero e inavvertibile prima, pesantissimo poi.
  5. La famosa lettera di Toto' e Peppino: Toto' detta e Peppino scrive anche quasi accavalando le righe a fondo pagina e addirittura mettendo il foglio di sbieco. Quando pero' la lettera viene consegnata e letta dalla destinataria (Dorian Gray) si puo' vedere il foglio che a fondo pagina e' ben spaziato e senza accavallamenti e scritture di sbieco.
  6. Fine film, Toto' e Peppino sono a letto dopo la sbornia al night, la borsa dell'acqua calda che ha sullo stomaco Toto' continua a spostarsi di posizione istantaneamente (2/3 volte).
  7. I fratelli Caponi tirano sempre un sasso alla finestra di Mezzacapa, lo fanno anche quando accompagnano il nipote al treno, facendo un bel buco tondo nel vetro, Quando tornano ne tirano un'altro ma il precedente buco e' completamente diverso.
  8. Quando Toto' e Peppino vanno da Dorian Gray in camerino a parlarle del nipote, questa e' chiaramente doppiata da due diverse persone, infatti il timbro della sua voce cambia palesemente. Il momento in cui cambia e' quando lei li riconosce e dice loro (approssimativamente) "Tu devi essere zio Antonio! E tu zio Peppino!"
  9. La scena dell'arrivo alla stazione di Milano è doppiata, lo si può notare seguendo il labiale di Totò!
  10. Nella prima scena dove appare Teddy Reno, quando scende le scale con le valigie, si sente che ha una voce diversa da quella che avrà per tutto il resto del film, probabilmente si tratta della vera voce di Teddy Reno. Infatti nella scena successiva, quando è sul calesse con Totò e Peppino, la sua voce è cambiata quella del famoso doppiatore Pino Locchi, che gli darà la voce per tutta la durata del film.
  11. Quando a Milano Totò svuota le valigie piene di generi alimentari, passa a Peppino un formaggio commentando "prendi 'sta caciotta", quando in realtà in mano ha una scamorza.
  12. La lettera anonima che informa la famiglia Capone dell'esistenza della malafemmina ha sull'indirizzo la località "Colizzi" che in realtà non esiste
  13. Una scena del film è ambientata nel piazzale del Maschio Angioino di Napoli, ma in realtà è stata girata in uno studio di posa. Lo si nota guardando il cielo sullo sfondo: nonostante abbiano dato l'illusione di una giornata di brezza (le frange dell'ombrellone di un bar si muovono, effetto ottenuto probabilmente con un ventilatore nascosto), l'unica nuvola che si vede sullo sfondo è perfettamente immobile.
  14. All'inizio del film si assiste alla scena in cui Totò deve restituire 40.000 Lire a Peppino. Totò, di nascosto, preleva il denaro dai risparmi del fratello, 30.000 Lire li tiene in mano e 10.000 se li mette nella tasca destra della giacca. Nella scena dopo quando li restituisce al fratello, questi si accorge, "soppesandoli" con la mano, che sono solo 30.000. A questo punto Totò restituisce anche la banconota mancante ma anzichè prenderla dalla tasca destra la tira fuori dalla tasca interna della giacca.

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Le location del film, ieri e oggi

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
 Totò Peppino e la malafemmina  Totò Peppino e la malafemmina
La fattoria Mezzacapa (Mario Castellani), alla quale i fratelli Caponi (Totò e Peppino) si divertono a fracassare le finestre a suon di sassate, non si trova a Napoli (o, per essere precisi, a Colizzi, in località Borgata Tre Pini, come si leggerà sulla lettera che verrà inviata a Lucia Caponi), come si sarebbe portati a pensare, ma a Roma, in Via del Ponte di Nona, a breve distanza dall’innesto sulla Via Prenestina.
 Totò Peppino e la malafemmina  Totò Peppino e la malafemmina
Qui ripresa dalla facciata che dà su Via del Ponte di Nona. È interessante notare come l’edificio e la zona circostante abbiano conservato quasi intatte le caratteristiche rurali. L’unica sostanziale differenza rispetto al 1956 è la costruzione di un’area residenziale all’altezza dell’incrocio con la Prenestina, che si vede alle spalle dei due attori
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 Il controcampo.
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Si veda invece qui la fattoria di Via Chiodelli sullo sfondo, tuttora visibile dallo stesso punto, sempre lungo Via del Ponte di Nona
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LA FATTORIA DEI FRATELLI CAPONI - La fattoria dei fratelli Caponi (Totò e Peppino), dove i due personaggi rientrano dopo aver fatto visita – non proprio cortese – a quella di Mezzacapa (vedi sopra), si trova sulla stessa Via del Ponte di Nona a Roma, a circa 700 metri di distanza dall’altra. Eccoli entrare nella viuzza della loro fattoria, dove tutto è rimasto come allora. Nel film Totò e Peppino arrivano dalla Prenestina, transitano davanti alla fattoria Mezzacapa e quindi proseguono verso la loro casa, ma ad essa li si vede poi arrivare dalla direzione opposta, ossia da Via Collatina! Rispetto all’altro edificio, questo ha subito più trasformazioni, ma è innegabilmente quello.
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Guardiamo anche la vicina stalla
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Nonché il casolare.
Totò Peppino e la malafemmina Totò Peppino e la malafemmina
Ecco come sono posizionate le due fattorie lungo Via del Ponte di Nona e dov'è posizionato l'incrocio con la Prenestina.
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Il casolare in panoramica.
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LO SFONDAMENTO DEL MURO (FINTO) La scena in cui i fratelli Caponi si mettono incautamente alla guida del trattore nuovo provocando un grande scompiglio che termina con lo sfondamento di un muro e i due che escono malconci dall'incidente. Vediamo dove era il muro (B): se consideriamo una precedente inquadratura del fienile attiguo alla casa... ci accorgiamo che nella scena dello sfondamento del muro (nel lasso di tempo intercorso tra le riprese i contadini "veri" hanno intanto avuto tutto il tempo di riempire per bene il fienile A), a destra del fienile è comparso un muro posticcio (B)...
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...che è quello che, visto dal lato opposto, i due sfondano col trattore.
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La facoltà di medicina che frequenta Gianni (Teddy Reno), il nipote dei fratelli Caponi, si trova in Corso Umberto I° a Napoli, all’interno del Palazzo degli Studi, sede centrale dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, visibile anche nel film "Stanno tutti bene".
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  Totò Peppino e la malafemmina  
Il bar dove Gianni (Teddy Reno) racconta a Raffaele (Manfredi) del primo incontro con Marisa (la “malafemmina”) si trova in Piazza Municipio a Napoli. Nonostante la centralità della location non è possibile individuare il luogo con streetview, perché le immagini riprendono un cantiere, nel quale è riconoscibile la parte superiore del monumento che si intravede a sinistra. Il bar di Piazza Municipio in realtà non è mai esistito! Furono messi 3-4 tavolini e 2 ombrelloni al centro di Piazza Municipio, prendendoli dal vicino BAR MARIA (angolo Calata San Marco). Il traffico fu deviato, (anche per la grande folla sul posto, in quanto ci si aspettava la presenza di Totò, che invece non recitava nelle scene girate a Napoli). La scena fu ripetuta 2 volte.
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  Totò Peppino e la malafemmina  
La piazza dello spassoso incontro tra i fratelli Caponi e il “ghisa” è l’inconfondibile Piazza Duomo a Milano.
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I giardini dove Gianni (Teddy Reno) e Raffaele (Nino Manfredi) vedono passare i cartelloni pubblicitari con la foto di Marisa, la "Malafemmina" (Dorian Gray) sono quelli della Villa Comunale in Via Francesco Caracciolo a Napoli.
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La via all'uscita del teatro a Napoli (l'uscita è lungo gli edifici sulla sinistra del fotogramma) dove, alla fine dello spettacolo, Gianni aspetta Marisa, è in realtà in Via del Melone a Roma.
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LA VILLA DI RAFFAELE (MANFREDI) - La villa in cui abita Raffaele (Manfredi) ha una doppia natura molto curiosa. ESTERNO MARE Quando la vediamo perché Raffaele la presta all’amico Gianni per il secondo incontro con Marisa, capiamo che si trova a Napoli, in Via Posillipo 33. Il luogo è riconoscibile dalla vista su Palazzo Donn'Anna (A).
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Vediamo la terrazza vera e propria dove stanno i due, che è quella sopra agli archi (B) e (C), visti attraverso l'arco nella roccia (D):
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INGRESSO - L'ingresso della villa lo vediamo quando Raffaele e Gianni ne escono indugiando sul muretto a discorrere. E qui siamo invece in via Marechiaro (Napoli), parecchio distante dall'altra "sede"... Quando Gianni e Raffaele escono di casa ci mostrano una fioriera a sinistra dell'ingresso oggi totalmente coperta dalle piante (come se vede nella foto). La fioriera a sinistra è identica a quella di sinistra che possiamo vedere in streetview.
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Quando i due si muovono poi si appoggiano al muretto discorrendo (l'uomo in figura qui interpreta Manfredi) e ci mostrano alle spalle un edificio che sta dietro di loro, oggi anch'esso coperto dalle piante...
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Quell'edificio esiste ancora e ci dà la prova che il posto è quello giusto! Andiamo quindi a ingrandire il fotogramma servendoci della foto di oggi.
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Ecco quindi l'ingresso alla villa, con (cerchiato di rosso) l'edificio chiave e il cono di ripresa che lo inquadra da dove stanno i due protagonisti della scena. In definitiva ecco segnate con A la terrazza sul mare e con B l'ingresso della villa:

Le  Locandine

Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
Alberto Anile, Totò, Musco e la malafemmina, “Cabiria”, n. 168, maggio-settembre 2011, pp. 45-56.
Teddy Reno, intervista di Alberto Anile 1995, parzialmente in Alberto Anile, "I film di Totò", cit., p. 241.
Piacere, Ettore Scola, a cura di Marco Dionisi e Nevio De Pascalis, Edizioni Sabinae, Roma 2016, p. 69
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
http://www.quicampania.it/