Si parla di Totò

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Che stupefacente, misteriosa apparizione! Il sentimento di meraviglia che Totò comunicava era quello che da bambini si prova davanti a un evento fatato, alle incarnazioni eccezionali, agli animali fantastici.

Federico Fellini

Totò è apparso all’orizzonte del cinema come arcobaleno dopo il temporale”, scriveva Palazzeschi. Al suo dileguarsi ciò che resta dello spettacolo, sia rivista o pellicola, precipita di conseguenza in una grigia vacuità.

Aldo Palazzeschi

Tante volte vedendo un film di Totò, quando egli sparisce dallo schermo, accade come quando, viaggiando, il treno entra in una galleria, e il paesaggio, d’un tratto, è abolito, e gli alberi, i fiori, il sole diventano in un baleno dei semplici ricordi.

Vincenzo Talarico

  1. Mario Soldati

    Il suo corpo, più che un burattino, diventava un cadavere elettrizzato. E la sua intima esuberanza e vitalità diventavano poetiche proprio per questo suggerimento, questo beffardo presagio di morte. Totò danzava e recitava come se dicesse di continuo, in sottofondo: ‘Mi agito tanto e anche voi vi agitate tanto: ma fa lo stesso: siamo già scheletri dentro di noi, e finiremo, tutti, stecchiti’.

    Mario Soldati'Inventò la sua maschera funebre', “Il Giorno”, 18 aprile 1967
  2. Enzo Barboni

    Mi dicevano di tenere le luci più basse che potevo perché dava fastidio alla vista di Totò. In teatro di posa illuminiano tutto quanto e [Totò e De Sica mi dicono: «E la luce?». Dico: «Commendatore, principe, è questa». De Sica, che mi conosceva dai tempi di Miracolo a Milano mi fa: «Ma che, mi stai pigliando per il culo? Qua ci si vede sì e no». «È una pellicola nuova, una Triple x...». Gli ho fatto un segno, lui ha capito ed è rimasto zitto. Poi tornano. «E vabbene» mi fa Totò, «ma un naso ce l'ho, un pochino più di luce non guasta».

    Enzo Barboni (direttore della fotografia in I due marescialli di Sergio Corbucci)
  3. mario soldati

    Si ride con soddisfazione, con la convinzione di ‘ridere giusto'. E da che cosa derivi questa convinzione, quale verità morale sia alla base della comicità di Totò [...] non saprei dirvi: bisognerebbe studiarla, pensarci a lungo. E' probabile, però, che la molla più potente di questa comicità sia un assoluto non conformismo. Appena vediamo la faccia di Totò, sentiamo subito che lui ha fatto piazza pulita di tutte le balle della nostra cultura e della nostra società, di tutte le cose e le persone noiose, di tutte quelle idee, enormi o minute, che Croce definiva ‘pseudoconcetti’. Insomma, come Molière e come tutti i comici veri, Totò smaschera le ipocrisie e denuncia spietatamente le vanità della società che gli è contemporanea e più vicina.

    Mario Soldati, "E se un giorno Totò incontrasse bellini", “Europeo”, n. 37, 13 settembre 1964 - Mario Soldati, "Da spettatore", Mondadori, Milano 1973, pp. 154-157.
  4. Michele Galdieri

    Vincendo l’istintiva riluttanza egli accettò di recitare la parte d’un Dante impazzito di dolore, durante un suo ritorno sulla terra sconvolta. La scena, deviando dal grottesco iniziale, si faceva improvvisamente seria e si concludeva con alcune drammatiche battute. Il pubblico, sorpreso dalla straordinaria bravura di un così insolito Totò, scattò alla fine in un entusiastico, prolungato applauso. Per due o tre rappresentazioni le cose andarono così, ma una sera Totò sentì il bisogno di scagliare un sasso contro il cristallo incantato che si levava fra lui e il pubblico, quasi vergognoso che qualcuno potesse leggergli nel cuore, e subito dopo la battuta drammatica fece echeggiare nella sala, silenziosa e commossa, un sonorissimo sberleffo. Fu un delirio. La gente piangeva e rideva e gli gridava freneticamente: ‘Bravo!’

    Michele Galdieri, Il pudore di Totò, “L’illustrazione Italiana”, dicembre 1948-gennaio 1949.

  5. Ruggero Guarini

    Era per farci ridere o farci piangere che era stata inventata quell’assurda e inespressiva fissità, quella crudele e burattinesca astrattezza, quella rigorosa e ritmica follia? Come poteva suscitare simultaneamente la massima ilarità e il più doloroso turbamento, il più candido divertimento e il più raggelante stupore, lo sgomento più profondo e il piacere più infantile, sgangherato e liberatorio? Fu così ridendo e spaventandomi a un tempo di fronte a quell’inquietante pantomima che scoprii, senza poter ancora nominare il senso di quella esperienza, i poteri del perturbante.

    Ruggero Guarini, "Tutto Totò" - Gremese, 1991, p. 10.
  6. Piero Vivarelli

    Dopo aver fatto una serie di film musicali: “Urlatori alla sbarra”, “I ragazzi del juke box”, “Io bacio, tu baci”, avevo appena fatto “Super-rapina a Milano”. Presi la trama di “Serenata a Vallechiara” e scrissi “Rita, la figlia americana” pensando a Totò e Rita Pavone. Girammo, mi pare, in 5 settimane, fra il settembre e l’ottobre 1965, ricordo che avevamo ancora gli abiti “leggeri”. Girammo gli interni alla Scalera. Avevo una gamba ingessata, e, solo per gli esterni notte, a Piazza di Spagna, chiesi mi fosse fatta una calza per il fresco. La canzone “Veleno” non ricordo, ma credo che l’abbiamo scritta tutti insieme. Totò lo ricordo con piacere, era straordinario. Mi affascinava per la bravura: mi diceva le battute, lavorando dalle 14 alle 19, rendendo più degli altri che lavoravano dalle 9 (del mattino). Battendo il ciak, si ripeteva il miracolo: vedeva; allo stop, tornava a non vedere. Tenuto per mano, anche lui faceva le prove luci. I cubi furono ricostruiti in teatro di posa: no, non girammo al Piper! Girammo anche in una Villa, sita dietro via Nomentana. Dove l’audio della presa diretta non era buono, Totò al doppiaggio non venne, perché con la vista era “proprio giù”: lo venne a doppiare Carlo Croccolo, Totò voleva solo lui.

    Piero Vivarelli, regista del film "Rita, la figlia americana"

  7. Vincenzo Talarico

    Comunque ti appaia, vestito da guerriero antico o semplicemente da Totò, d’Artagnan o gagà, Orlando innamorato e furioso o mordace travet in un ufficio di censura, bandito o gentiluomo, personaggio della storia o passante della vita d’oggi: neanche per un attimo possono esserci dubbi, [...] Totò è sempre, e più che mai Totò. [...] Inafferrabile come un fantasma, [...] Totò ha il segreto d’apparire sempre fresco, e inedito; e senza mai ingegnarsi di mutar pelle come i serpenti e i gerarchi

    Mercutio [Vincenzo Talarico](Ehi della Gonda, qual novità?, “Star”, 16 giugno 1945)
  8. Alberto Anile

    Esistono musicisti di grande finezza e intuito, dotati di orecchio ‘assoluto’. Totò è un caso rarissimo di artista in grado di rintracciare la comicità nelle occasioni e nei contesti più svariati, che sa trovare la fonte della risata come un rabdomante nel deserto, che è in grado di far ridere anche leggendo l’elenco telefonico. Totò è un comico assoluto.

    Alberto Anile
  9. Marco Ramperti

    Il ritmo dei gesti di Totò è di un’esattezza implacabile. Come il suo atteggiarsi, così il suo ballare. E l’accento. E lo sguardo. E la spalla che s’insacca. E la bocca che si scardina. E l’intera persona che si divincola, si trasfigura, si annienta in una demenza scomponitrice, la quale però conserva, non si sa come, una statica e un ritmo. E un’osservanza. E una dignità. Qualche cosa, vi ho detto, quasi rituale e di molto antico. Totò oggi, è il primo comico d’Italia. Forse, d’Europa.

    Marco Ramperti (Totò, in Enic, Cinecittà, Cines, volume pubblicitario per la presentazione, con ritratti di diversi attori, della stagione cinematografica, 1942)
  10. Carlo Ludovico Bragaglia

    Totò è attore di grandi risorse, solo in parte valorizzate. Vi è la possibilità di sfruttare nella sua compiutezza l’inesauribile vena del protagonista affidandogli un personaggio che sia più caricatura che macchietta, che tragga sempre l’ispirazione da un fondo umano, vero, piuttosto che dal personaggio stilizzato del comico a tutti i costi. Più caricatura che macchietta.

    Carlo Ludovico Bragaglia (“L’Araldo dello Spettacolo”, n. 19, 10 febbraio 1950)
  11. Galeazzo Benti

    In uno sketch interpretava senza dire una sola battuta, ma con pura mimica, un ‘Ascaro di Scelba (Sceiba era il ministro degli Interni e i suoi poliziotti erano stati soprannominati così per la violenza con cui usavano i manganelli durante i numerosi scioperi e le manifestazioni di quell’epoca inquieta). Totò restava in scena più di mezz’ora, rispondendo solo a gesti all’attacco del pubblico proprio come se fosse un poliziotto alle prese con la folla: era uno spettacolo incredibile

    Galeazzo Benti (Ricordi di un gagà, “Diario”, 8 ottobre 1997)
  12. Mario Castellani Durante la tournée spagnola a Barcellona nel novembre 1946:

    Totò ci dava dentro che era una meraviglia e il pubblico si scatenava appena lui usciva alla ribalta. [...] Una sera due spettatori finirono all’ospedale perché dal gran ridere avevano perso il controllo e si erano dati una capocciata tremenda. Confesso che venimmo alla ribalta quasi paralizzati dalla fifa. Ma fu un trionfo. Alla fine del primo sketch i colleghi erano in piedi e urlavano, battevano le mani, agitavano fazzoletti come se invece che in teatro fossimo alla corrida

    Mario Castellani Giuseppe Grieco (Intervista a Mario Castellani - Una soubrette si uccise per Totò)
  13. Marisa Merlini

    Totò dietro le quinte faceva delle grandi litigate con la Magnani. Poi prima d’entrare in scena avevano paura l’uno dell’altra, e allora grandi baci de corsa. Se ne dicevano... Erano due grandi, pieni di lazzi, di battute, e i grandi insieme hanno sempre fatto scintille.

    Marisa Merlini (intervista di Alberto Anile, 1995)

  14. Dopo l’annullamento del matrimonio, i nostri rapporti continuarono ad essere tempestosi. Divenne ancora più geloso di prima, ammesso che fosse possibile. Non solo non permetteva che uscissi da sola io, ma neppure Liliana. Liliana non è mai andata a scuola, ha fatto tutti gli studi in casa. Nel 1939 andò in tournée per due anni. Poiché, per via di Liliana, non poteva portarmi con sé, fece venire i suoi genitori da Napoli. Costrinse sua madre a giurargli che non mi avrebbe mai permesso di uscire da sola. Per due anni, dal 1940 al 1942, non sono mai uscita di casa.

    Diana Bandini Rogliani (Costanzo Costantini, Il Principe della gelosia, “Messaggero”, 11 marzo 1989)
  15. Si tratta della figura più significativa del teatro di rivista italiano: qualche cosa di mezzo fra il mimo, la marionetta, il macchiettista ed il vecchio e glorioso Pulcinella del Teatro San Carlino, fusi in un tipo nuovo, modernamente paradossale, che forse tutti li rammenta, ma da tutti si distingue.

    Nino Capriati (“Film”, 11 maggio 1940)
  16. Era Castellani che si occupava delle prove, Totò veniva poco per la verità. Con Totò io facevo tre cose, e ricordo che alla prova generale prima del debutto mi disse: ‘Caro Cajafa, guardate, in questo primo sketch non imparate la parte, perché tanto è inutile, perché vi farò ridere, e allora il pubblico vede che voi ridete e ride pure lui. Avete capito?’ E io pensai: ‘Ma guarda com’è presuntuoso questo individuo! Io non riderò, qualunque cosa faccia non riderò, voglio vedere che succede’. Ebbene, per tutti i dieci mesi dello spettacolo, tutte le sere, io non è che ridessi, mi rotolavo dal ridere per le cose che faceva. Era una cosa enorme.

    Gianni Cajafa (1995, in Alberto Anile, Il cinema di Totò (1930-1945). L’estro funambolo e l'ameno spettro, Le Mani, Recco 1997, p. 186.)
  17. Totò deve tutto a un fenomenale istinto: tra l’animalesco e l’infantile. [...] Un’ameba con uno stato civile, ma un’ameba. Senza satira, senza tempo. In un limbo attraverso il quale intravediamo misteriosi formicolìi dell’animo.

    Cesare Zavattini (“Tempo”, 30 maggio 1940)
  18. Enrico demma

    Teatro Della Valle di Aversa, 1922. Fischi a Totò.

    Totò, quando venne il suo turno, incominciò a declamare le solite macchiette di Gustavo De Marco. Fu tutto un uragano incessante di fischi. L’attore dovette letteralmente fuggire dal teatro. ‘Demma, non posso più rimanere a Napoli. Andrò via. Andrò a Roma', mi disse quella sera stessa

    Enrico Demma (intervista rilasciata a Vittorio Paliotti)

  19. Totò capocomico merita l’esilio. La sua compagnia è molto zelante, ma vi abbiamo visto crescere le girls, diventare madri, nonne; tra le quinte sono stesi ad asciugare i panni come in un vicolo. I suoi spalleggiatori [...] sono le prime vittime della mediocre regia di Totò. [...] Sicuro di sé in un modo feroce, riassume lo spettacolo nella sua presenza quasi costante sul palcoscenico.

    Cesare Zavattini (“Tempo”, 30 maggio 1940)

  20. Totò fu un direttore di compagnia un po’ moscio, che delegava i testi e anche le prove, fidando unicamente nella propria capacità di tenere in pugno la platea, senza mostrare grande interesse per tutto il resto.

    Wanda Osiris(Silvio Danese: Totò, Wanda e le rose, “Il Giorno”, 8 aprile 1992.)

  21. Sandro De Feo

    Bisognava vederlo portare le braccia in su, piegando le mani verso gli omeri come una danzatrice sacra indiana, e poi cominciare a buttare il torso nella direzione opposta dell’addome e la testa in tutt’altra direzione rispetto al torso, e gli occhi storcersi nella direzione contraria a quella del capo, e la bazza per conto suo rispetto alla bocca, e il pomo d’Adamo correre in giro vorticosamente facendo correre la farfallina nera della cravatta. Era proprio allucinante [...].

    Sandro De Feo (Il Picasso della risata, “L’Espresso”, Roma, 23 aprile 1967)

  22. Umberto Barbaro

    Al semplice comparire di Totò sul proscenio scoppia irrefrenabile la risata del pubblico tanto delle poltrone che della galleria; è il più grande fantasista che abbia oggi l’Italia.

    Umberto Barbaro, “L’Italia letteraria”, 1935

  23. Eduardo2

    Proprio in quel periodo mi ammalai di reumatismi e Totò che aveva finito il suo ingaggio al Kursaal, mi sostituì al Teatro Olimpia nella commedia napoletana che stavamo recitando. E quando la notte ritornava in pensione dopo lo spettacolo, mi faceva le pezze calde col ferro da stiro, e poi con quelle mi fasciava le braccia colpite dal reumatismo. Poi recitava e cantava le macchiette solo per me, me ne ricordo una in particolare, "Il portavoce": allungava il collo, si dimenava nella mossa del cavallo; io ero veramente un suo ammiratore e distinguevo bene, oltre lo straordinario allucinante personaggio, la precisa intensa satira mimica muta.

    Eduardo De Filippo (Ci scambiavamo cappotto e pelliccia, “Paese Sera”, 17 aprile 1977)

  24. Vestito di nero, magro il volto e allampanato, con un cappellino di quelli che a Napoli chiamano ‘da prevete’, in sulle prime Totò sembrava un personaggio funebre e quanto mai tetro a cui, a mortificazione di tutto il pubblico, fosse stata data l’incombenza di chiudere, nel clima di un mortorio, uno spettacolo gaio e sfavillante di luci. Anche quel suo modo di camminare, di allungare smisuratamente il collo, gli orecchi e il naso, quel suo corpo snodato che faceva pensare al viscido corpo di un verme, davano un senso di pena insieme e di disgusto. Ma poi l’estro di una comicità istintiva e vulcanica [...] conquistava [...] il pubblico che abbandonandosi a grosse risate voleva e rivoleva alla ribalta il magro e pallido Totò.

    Adolfo Franci (Totò, “Cinema Illustrazione”, n. 14, 5 aprile 1939.)

  25. peppino de filipo 2

    Conobbi Totò quando cominciava a lavorare nei varietà periferici di Napoli, piccoli teatrini sgangherati. [...] Faceva l’imitazione di un artista che si chiamava Gustavo De Marco [...]. Ricordo ancora dei manifesti per le strade col suo nome scritto grande, anzi grandissimo, e sotto, tra parentesi e in lettere piccolissime: ‘imitato da Totò’. Il fatto è che la stella di De Marco era ormai in declino e sulla sua scia sorgeva invece questo guaglione.

    Peppino De Filippo (Ettore Mo, In tandem con Peppino, “Corriere della Sera”, 15 aprile 1977.)

  26. Beniamino Maggio

    Mio padre non lo voleva in compagnia perché Totò sfondava le scene. Nel senso che il pubblico per indurlo a fare alcuni numeri fuori programma glieli sollecitava lanciando monete da due soldi o da quattro soldi, monete pesanti che finivano quasi sempre sui fondali di carta, bucandoli. E allora un fondale dipinto costava trecento lire...

    Beniamino Maggio - Eduardo Piromallo, Quel Totò non lo voglio in scena, “Radiocorriere TV” n. 49, 30 novembre 1980.

  27. C L Bragaglia

    L’aria che tirava conteneva in sé l’impronta che aveva decisamente impresso la rinnovazione artistica dovuta al futurismo, era un’aria pregna di futurismo. Probabilmente non è catalogata né riconosciuta l’attività di Totò quando faceva gli sketch d’avanspettacolo prima del film: lì è uscito fuori un personaggio straordinario. Ma non è derivato da un uomo colto e intelligente, Totò non capiva cosa fosse il futurismo. Totò era un ignorante, ignorava anche la sua grandezza: io l’ho definito una marionetta inconsapevole i cui fili sono agitati dalla mano di Dio.

    Carlo Ludovico Bragaglia, intervista di Alberto Anile, 1997

  28. Umberto Onorato

    Si riapre il fondale sul tradizionale fondale di giardino. La scena è vuota, l’orchestra continua la sua marcia. Ad un tratto, preceduto da un potente colpo di grancassa, entra in scena [...] il comico Totò. Egli si esibisce in una danza meccanica: i suoi arti si snodano come quelli di un burattino in movimenti precisi, ritmati dai colpi della grancassa. Mano mano questi movimenti si accelerano, ogni parte del suo corpo è in convulsione, sembra una girandola vivente che attraversa il palcoscenico come una meteora. Ad un colpo più forte della grancassa il corpo dell’attore si arresta di botto appiattendosi contro un pilastro della scena. Da tutta la sala prorompe un urlo di gioia e lo scroscio di un lungo e nutritissimo applauso.

    Umberto Onorato, Primo incontro con Totò, “La Fiera Letteraria”, 1 settembre 1966.

  29. Pierpaolo Pasolini

    Sì, si può dire che Totò, il suo modo di essere, di presentarsi, di esprimersi fisicamente, ha qualcosa di avanguardistico in senso lato, e cioè ha se non altro l’estraniamento: si stacca dalle cose, dal mondo degli altri e costruisce questa specie di marionetta che non ha quell’interezza umana tipica dell’arte classica, semmai è tipica dell’avanguardia.

    Pierpaolo Pasolini - (Tommaso Chiaretti e Mario Morini, Pier Paolo Pasolini: ecco il mio Totò [intervista de! 1974], “La Repubblica”, 3 agosto 1976.)
  30. alberto bevilacqua

    Secondo me, nonostante le apparenze, la comicità di Totò non era "adatta" per la generazione di ieri. Va invece "a pennello” per il gusto di oggi. I giovani non ridono soltanto per la "battuta" o l' "espressione" esteriore di Totò: loro vanno a fondo, leggono attraverso le righe tutta l'amarezza del comico. Azzarderei che la maschera di Totò è più "cattiva” di quella di Chaplin: più disperata.

    Alberto Bevilacqua (scrittore, regista)
  31. La verità è che Totò era un trovatello. Faticò a rintracciare sua madre e ci riuscì. Anni dopo trovò in un ospedale un vecchio signore ormai ridotto sul lastrico ma discendente da un’antica e famosa famiglia napoletana, appunto il marchese De Curtis, e lo convinse a sposare sua madre.

    don Giovanni Pietro dei duchi Caffarelli, presidente dei Cavalieri di Malta italiani nonché presidente del Corpo della nobiltà italiana.

    (Paolo Conti, Ma quale contessa e contessa, “Sette”, n.16, 1996.)

  32. Ben Gazzara2

    Ricordo come se fosse ora la sera in cui girammo l’ultima scena. Eravamo dinanzi a una chiesa. Al termine delle riprese io dissi a Totò: « Principe, perché non mi canti Malafemmena? ». Mi cantò Malafemmena e la Magnani l’accompagnò. Nel fondo era un uomo molto dolce e generoso, affascinante.

    Ben Gazzarra
  33. Dino Risi

    Ho avuto la fortuna di lavorare con Totò una sola volta, nel ’66, in “Operazione San Gennaro”. Totò aveva serissimi problemi con la vista, ma davanti alle luci dei riflettori il suo istintaccio geniale riusciava a farlo essere inappuntabile (qualche problema in più ci fu in fase di doppiaggio, perché aveva difficoltà a disitinguere le immagini sullo schermo). Sapevo anche prima di lavorarci che era un grandissimo comico, lo sapevamo tutti: non è vero che non avessimo capito il suo enorme talento. Nella vita l’avevo incontrato solo una volta, a un pranzo con Franca Faldini, ma lo conoscevo benissimo come artista fin dai tempi in cui correvo a vederlo a Milano al Teatro Esperia e morivo dal ridere. Quando ho lavorato con lui era puntuale e professionale, credo che avesse vissuto sempre per il suo lavoro e che fosse destinato a morire in scena come Molière.

    Dino Risi
  34. Iaia Forte

    Ho scoperto Totò da piccola: papà mi portava da bambina a vedere i suoi film. A Napoli è un’istituzione e il suo culto si tramanda di generazione in generazione. Credo senza retorica che sia un genio assoluto. È stato un vero rivoluzionario: ha saputo applicare una legge che ogni artista dovrebbe adottare, e cioè quella di creare un nuovo linguaggio, autonomo e libero, rivoluzionando quelle preesistente. Ancora oggi, quando rivedo i suoi film, scatta in me quella sensazione di appagamento infantile che ti viene dalle risate libere e viscerali: risate di gioia.

    Iaia Forte
  35. Almeno fino al Seicento quella era una zona collinare abitata esclusivamente dai nobili, spiega Marco Rocco dei principi di Torrepadula parlando di Santa Maria Antesaecula. [...] Lo stesso caseggiato in cui Totò nacque era di proprietà, in origine, del barone Stanislao Campagna. [...] La gente del rione Sanità, perciò, era abituata a vedere nei nobili la massima espressione del mondo che li circondava. Da bambino Totò, e questo l’ho afferrato anche dai lunghi discorsi che io e lui abbiamo avuto, guardava i nobili del rione Sanità con ammirazione e, forse, con segreta invidia. Avrebbe voluto essere uno di loro, avrebbe voluto giocare con i loro figli. E invece doveva accontentarsi di giocare con gli scugnizzi.

    Vittorio Paliotti
    (Piangeva su ogni de Curtis, “Oggi”, n. 14, 5 aprile 1973.)

  36. Carlo-DellePiane

    Ho recitato con Totò in “Guardie e ladri”, “Totò e Cleopatra” e “Totò contro i 4”. E ho, per questo ricordi molto lontani: è inutile soffermarsi sulle straordinarie doti d’attore, preferisco mettere in risalto come fosse generoso e premuroso. Si informava su quello che facevo ed era affettuoso e amichevole nonostante fosse notoriamente schivo. Il suo fascino e la sua grandezza, infatti, erano nella sua strabiliante capacità di sdoppiarsi e diventare un altro quando recitava, spesso improvvisando dal nulla. Non l’ho frequentato fuori dal set, l’ho incontrato solo qualche volta uscendo con Aldo Fabrizi di cui ero amico. Era nota la sua generosità con la gente: ogni giorno, quando usciva di casa per andare sul set trovava ad aspettarlo in strada compagni di lavoro sfortunati, comparse, generici che gli chiedevano aiuto, inventando situazioni disperate, sfratti e rovine in agguato: e lui dava a tutti mance molto generose.

    Carlo Delle Piane
  37. Luciano_De_Crescenzo

    Tra i miei pochi rimpianti c’è quello di non aver conosciuto Totò. L’ho incontrato una sola volta, durante gli anni dell’Università, quando ottenni dei biglietti omaggio per il teatro. Alla fine dello spettacolo andai in camerino a salutarlo e lo vidi, serissimo e spiritosissimo al tempo stesso, mentre si allontanava salutato da una custode di nome Concetta col rituale: “Principe, che la Madonna vi accompagni”. Quella volta Totò si fermò e le disse: “Concè, ma secondo voi San Giuseppe non si scoccia che la Madonna mi accompagna tutte le sere?”. Mi sono consolato attraverso i racconti dei miei amici che hanno lavorato con lui. La grandezza di Totò stava nel fatto che lui andava oltre la parola, non contava quello che diceva, ma quello che trasmetteva nell’aria. Era unico e inimitabile.

    Luciano De Crescenzo
  38. Carlo_Croccolo

    Era un professionista rigoroso, con un’idea tutta sua dell’improvvisazione: e cioè non era ammissibile nulla, né un gioco, né uno scherzo, a parte quelli che aggiungeva lui nel copione. Severissimo con se stesso e con gli altri, un’ora prima di andare in scena ci faceva provare nella sua roulotte le battute che aveva riscritto per noi. Poi tutto doveva andare come stabilito. Una sola volta non fu così: in “Totò lascia o raddoppia”, se ne uscì a sorpresa con la battuta: “Questa non è una domanda pertinente, ma impertinente!”. Scoppiai a ridere, e pensai che avremmo rifatto tutto. Invece il regista ci disse di continuare, andava bene. E l’unica vera improvvisazione che potete vedere in un film di Totò.

    Carlo Croccolo
  39. Ugo_Gregoretti

    Gli ho voluto bene per la simpatia, la capacità di fondere l’animo popolaresco napoletano con un contegno principesco, per la straordinaria dignità. Abbiamo fatto un episodio del film “Le belle famiglie”: era già quasi cieco; ma sul set era perfetto. Arrivava con il suo autista, sempre puntualissimo. Tranne una volta: era il giorno del funerale di Togliatti. Quando arrivò, pallido, mi prese da parte e mi disse “Ugo mio, Roma invasa dalle bandiere rosse... Dove andremo a finire?!”. Faceva tenerezza.

    Ugo Gregoretti
  40. Lello_Bersani

    Aveva dentro l’antico “sacro fuoco” napoletano, che gli ha permesso di essere uno dei più grandi protagonisti moderni della commedia dell’arte, nel teatro e poi nel cinema, con un dono innato per la comicità dei gesti, delle parole, della mimica. Era uno di quegli attori che possono fare tutto: anche commuovere. Solo il fatto di essere italiano e dialettale gli ha impedito il paragone con Chaplin all’estero. Forse è morto troppo presto....

    Lello Bersani
  41. Alberto_Lattuada

    La collaborazione con Totò, per “La mandragola”, è stata splendida. Lui aveva già problemi di vista, ma si imponeva di fare tutto. Era un professionista straordinario, un’adorabile creatura, ottimo ascoltatore e acuto osservatore, sempre garbato nel riferire impressioni e suggerimenti. Voleva sapere tutto, non avrebbe mai tollerato di essere colto di sorpresa da qualche ritocco nel copione. Avevamo in testa un altro film, in cui sarebbe stato una sorta di “Mattia Pascal”. Era entusiasta, ma non c’è stato tempo...». - «La collaborazione con Totò, per “La mandragola”, è stata splendida. Lui aveva già problemi di vista, ma si imponeva di fare tutto. Era un professionista straordinario, un’adorabile creatura, ottimo ascoltatore e acuto osservatore, sempre garbato nel riferire impressioni e suggerimenti. Voleva sapere tutto, non avrebbe mai tollerato di essere colto di sorpresa da qualche ritocco nel copione. Avevamo in testa un altro film, in cui sarebbe stato una sorta di “Mattia Pascal”. Era entusiasta, ma non c’è stato tempo....

    Alberto Lattuada
  42. Sandro De Feo

    Avevo visto tanti comici napoletani della grande tradizione di Eduardo Scarpetta, li avevo visti aver paura sul palcoscenico e tremare, perdere il colore, balbettare più o meno naturalisticamente come è giusto che faccia un attore che vuol far ridere dando ad intendere che ha paura. Totò non faceva nulla di tutto questo, non tremavano le mani, non tremava la voce e neppure il corpo, solo si spostava, si dislocava, si dissociava a quel modo. Eppure subito io capii - ed è forse l’arte dei grandi comici di rendere subito intellegibili al pubblico le loro intenzioni e convenzioni più estreme - capii subito che di quel suo corpo prodigioso Totò si era servito per farmi ridere, dandomi ad intendere che aveva paura.

    Sandro De Feo
  43. Diego_Abatantuono

    La mia infanzia è stata costellata dei suoi film. Ma devo dire che ho iniziato ad apprezzarlo ancora di più man mano che crescevo e mi si affinava il senso dell’umorismo. La sua grande dote è stata non solo quella di far ridere tutte le generazioni, ma anche quella di essere sempre originale

    Diego Abatantuono
  44. Anna Magnani

    Se ne potevano accorgere anche prima del vero valore di Totò. Ma in questo nostro Paese è sempre stato così: per essere apprezzati fino in fondo bisogna proprio crepare!

    Anna Magnani
  45. Beniamino Maggio

    Buio assoluto in sala, luci fioche, cimiteriali, l’orchestra esegue una marcia funebre. Totò si irrigidisce come in catalessi. Interviene a questo punto un colpo di teatro pensato dallo stesso Totò: dalla prima fila di poltrone salgono in palcoscenico quattro spettatori, opportunamente istruiti. Il morto viene portato in spalla come in un funerale e fa il giro della sala e così parte la suggestione collettiva al punto che, dal fondo della sala, in attesa del “morto vivo” si alza il pianto delle puttane. Regolarmente ogni sera le brave donne si rifugiano in teatro, a un segnale convenuto con la maschera, per assistere al numero, lasciando deserti i posti di lavoro intorno al teatro.

    Beniamino Maggio - Nino Masiello, Tempo di Maggio.
  46. Vincenzo Cerami

    Passavo molto tempo con lui nella roulotte - racconta Cerami in "Consigli a un giovane scrittore" - a suggerirgli i dialoghi. [...] Leggevo dal copione scandendo forte e bene le parole e lui le ripeteva tra sé una per una. Poi però, quando recitava la battuta intera, a voce alta, pronunciava una frase tutta diversa. All’inizio lo correggevo e lui mi faceva si con la testa. Poi, nel riprovare, ne dava un’altra versione ancora. Ne parlai con il regista e si decise di lasciarlo libero di inventare nelle prove di memoria. Ci avrebbe pensato Pasolini durante le riprese a ristabilire il testo originale. Ma non fu cosi. Totò a ogni ciak cambiava sempre qualcosa. Vedevo che il regista spesso non interveniva. In verità Totò non faceva che girare intorno alle frasi per cercare di mettere in bocca al proprio personaggio la battuta più vicina alla sua maschera. Pasolini lo interrompeva poco perché l’attore, pur rigirando la frase, spesso modificandola nei toni, salvava puntualmente tutti i contenuti «informativi» e le metonimie. Ciò significa che nel momento di lasciarsi andare all’improvvisazione non dimenticava neanche per un istante il filo del racconto. Sapeva perfettamente tutto ciò che era successo fino a quel punto e che cosa sarebbe successo nel seguito. I suoi interventi creativi erano diretti alla forma verbale e lasciavano intatta la sostanza narrativa.

    Vincenzo Cerami (Assistente alla regia nel film "Uccellacci e Uccellini")
  47. Sandro De Feo

    Egli compiva col suo corpo una di quelle operazioni di distacco, di deviazione e alienazione delle varie membra dal proprio asse [...]. Bisognava vederlo portare le braccia in su, piegando le mani verso gli omeri come una danzatrice sacra indiana, e poi cominciare a buttare il torso nella direzione opposta dell’addome e la testa in tutt’altra direzione rispetto al torso, e gli occhi storcersi nella direzione contraria a quella del capo, e la bazza per conto suo rispetto alla bocca, e il pomo d’Adamo correre in giro vorticosamente facendo correre la farfallina nera della cravatta.

    Sandro De Feo
  48. Ai giovani d’oggi piace Totò non solo perché è un grande comico, ma anche perché hanno scoperto i valori autentici e popolari di quel cinema italiano tanto denigrato dalla critica intellettuale che va sotto il nome di cinema "boz-zettistico". Ho sempre pensato che c’era più fantasia e verità in tanti film "bozzetti-stici” degli anni Cinquanta che in tutta la letteratura italiana del dopoguerra.

    Luigi Comencini (regista)
  49. steno 3

    Tra i due comici non ci furono scontri particolari benché il carattere di Fabrizi sia tutt’altro che facile. Forse perché nella vita erano molto amici e anzi, la sera uscivano assieme per andare al night. Spesso Fabrizi tentava di mettere bocca. Totò comunque non ci dava peso. Erano duetti di due leoni. Ogni tanto, quando uno si sentiva sopraffatto dall’altro, cavava fuori le sue astuzie di grande attore. Cosi Totò fregava Fabrizi con una battuta imprevista e Fabrizi fregava Totò mettendosi a ridere e interrompendogli la scena.

    Steno
  50. nino taranto3

    Il pubblico è alla ricerca di una ventata d'aria pulita, senza lo "smog della problematica”. Che cosa ce di meglio di un buon film di Totò per passare due ore in allegria? Una cosa non mi spiego, perché la critica, quando il povero Totò era vivo, non ha mai voluto ammettere una volta per tutte che lui era il numero uno dei comici italiani. Ma si sa: dare con generosità, come faceva in ogni suo film Totò, è un'abitudine che pochi sanno apprezzare.

    Nino Taranto
  51. Mina 2

    Totò è una cartina di tornasole. Se lo ami sei un essere umano di una qualche rilevanza. Se no, no. Questo è, ovviamente, quello che pensano i suoi irriducibili adoratori, di cui amerei moltissimo essere la presidentessa. Già, che stupida, non ci avevo mai pensato e mi viene in mente solo ora. Farò un «Totò fan club». Bene. E ora so che non posso sottrarmi alla tua richiesta perché sai che ho avuto la fortuna, il privilegio di conoscerlo personalmente e, come mi chiedi, vuoi sapere qualcosa di più. Ecco, quando lo vedevo mi comunicava la netta sensazione di essere di fronte a una meraviglia della natura, la più alta montagna, il brillante più puro, la lampada di Aladino, il mago Merlino. Aveva una classe personale, un tratto, una disposizione che dire principesca è dire poco. Ho visto persone delle più varie estrazioni commosse fino alle lacrime solo per il fatto di essere vicino a lui, e qui si ripeteva il miracolo. Totò ti arriva all’anima per strade sconosciute.

    Mina
  52. Silvana Pampanini

    I giovani riscoprono Totò perché si è sparsa la "voce” che i suoi film fanno ridere, che la sua "maschera" è intatta. Di Totò ho un ricordo umano straordinario. Dicevano che si fosse innamorato di me. Ricordo, quando lavoravamo insieme, che mi mandava ogni giorno in camerino mazzi di rose, scatole di cioccolatini: un gentiluomo d'altri tempi. Per tutta risposta io dissi a Totò una frase che vorrei non aver mai detto: "Caro Totò, io ti voglio bene, ma come ad un padre". Solo quando se n’è andato per sempre ho capito di avere amato Totò: per le indimenticabili lezioni di gentilezza d’animo che ha dato a me e a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo da vicino.

    Silvana Pampanini
  53. Macario 2

    Gli proponevano soggetti impossibili, abborracciati in quattro e quattr'otto per far fronte alle richieste del pubblico. Tutte le sere, dalle otto alle undici, noi ci trovavamo nella sua casa romana di via Monte Parioli al 4 per discutere le scene che avremmo girato r indomani. Menntre il regista o un altro della troupe leggeva il testo, Totò mi prendeva la mano, si chinava al mio orecchio e diceva: «Che te ne pare, Maca'? Per me è una schifezza». Ma non interferiva con osservazioni di nessun genere: tanto, sapeva benissimo che sul set avrebbe poi fatto di testa sua, inventando come nella commedia dell'arte. A quel tempo Totò era molto stanco e triste. Non si alzava mai prima di mezzogiorno e consumava a casa un pasto leggero. Alle due del pomeriggio, puntualissimo, si presentava sul set, accompagnato in macchina dal suo segretario-autista. Poiché era quasi cieco, chiedeva subito che qualcuno leggesse la scena che si doveva girare. Ascoltava con pazienza fino alla fine, poi sentenziava, ma questa vollta pubblicamente: «È una schifezza». E aggiungeva: «Facciamo un' altra cosa». Una breve pausa, quindi, rivolto a me, domandava: «Maca', che vogliamofare?». Detto fatto, mi dava la battuta, tanto per saggiare il terreno, e io cominciavo a rispondergli a tono. Dopo pochi minuti, botta e risposta, la scenetta era combinata. La provavamo un paio di volte, tanto per mandarne a memoria i punti più importanti e per connsentire al regista di fare le sue annotazioni. Quindi si cominnciava a girare e si andava avanti così, sempre inventando, sempre recitando «a braccio», fino alle sette. Alle sette, infattti, Totò smetteva. Non c'era verso di fargli prolungare l'orario di lavoro: puntualissimo nell'arrivare sul set, lo era alltrettanto nell' andarsene. Quando si avvicinava l'ora fatale, compariva il segretario ad annunciare: «Mancano dieci minuti». Totò, allora, tirava un respiro di sollievo e mi dava una gomitata nel fianco: «Forza Maca'» diceva, «che adesso finiamo. Io, mi sono scocciato».

    Macario
  54. franca Faldini 3

    Le lodi sperticate di tanti uomini di cinema, oggi, sono un " mea culpa " per avere sprecato Totò da vivo. Poteva diventare una maschera internazionale: solo che gli a-vessero offerto dei film non prettamente commerciali. Era un mimo meraviglioso: eppure nessuno, allora, gli finanziò il sogno di tutta la sua vita, quello di realizzare un film muto, basato sulle espressioni del viso. Una specie di sfida a Charlot. Gli proponevano soltanto il "filmaccio” commerciale da 100 milioni: tanto sapevano che tutto sarebbe andato a gonfie vele. Adesso è facile dire "viva Totò": tanto non costa più una lira!

    Franca Faldini
  55. Totò è giovanissimo e la sua arte è giovanissima. Scriverò anche di più: Totò è migliorato, perché alla smaccata e dilatata mimica che richiedeva la partecipazione acrobatica di tutto il suo corpo, e che forse era soltanto l’effetto della giovinezza, della sua intima esuberanza e vitalità, oggi è stato costretto a sostituire una recitazione più paziente e precisa, più musicale e più raffinata: un gioco da fermo; un pò come i grandi calciatori sul finire della loro carriera, quando fanno miracoli nello spazio di un metro quadrato: ma più efficacemente di loro e con la prospettiva di una durata molto più lunga per l’avvenire, dato che il calcio non può fare a meno di una certa violenza fisica,e, a un certo momento, dell’energia muscolare necessaria a un breve shoot, mentre a quello shoot degli attori che è il primo piano basta un silenzio, un’immobilità, la scelta di un tempo, un timido abbassare delle palpebre, una lieve contrazione della pelle tra naso e labbro superiore.

    Mario Soldati
  56. giovanni mosca

    Con le dovute proporzioni, accade per Totò quello che è accaduto per Charlot. La "maschera” dell’attore napoletano sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per andare al di là di una determinata epoca. A differenza di altri attori comici italiani, Totò ha avuto la grande fortuna d'essere stato partorito dal golfo di Napoli: e Napoli non è una semplice città, ma un vero e proprio mondo, quindi anche i suoi cittadini sono i cittadini del mondo.

    Giovanni Mosca (scrittore, commediografo, critico teatrale del « Corriere d'informazione » e della « Domenica »)
  57. peppino de filipo 2

    Era monarchico, eh sì, eccessivamente. Infatti una volta, durante un'elezione, cercò di convincermi a votare per Stella e Corona. La monarchia andò piuttosto male e, a elezioni compiute, mi chiese a chi avessi dato il voto. «Ho votato comunista» gli dissi. Stavamo mangiando sul set, lo ricordo bene. Buttò via tutto, cartocci e bicchieri, gridandomi addosso: «Questo proprio non me lo dovevi fare».Un giorno mi disse: «Ma tu lo sai che se la Regina d'Inghilterra m'invita a pranzo a me m’ha da mettere vicino ad essa?». Gli piaceva nominare cavalieri e commendatori, ma a me mi disse: «A te non ti faccio, pecché mi sfotti».

    Peppino De Filippo
  58. franca Faldini 3

    La cecità lo colse nella primavera del 1957, durante la tournée di "A prescindere" che aveva segnato il suo ritorno al teatro dopo un'assenza di sette anni. Al Sistina di Roma, quando si era affacciato in scena la sera del debutto, il pubblico lo aveva accolto con tre minuti e quarantadue secondi di applausi cronometrati e lui, in fracchesciacche e una valigia in mano, si era appoggiato al sipario commosso e nella voce bassa e smozzicata che dopo un attimo avrebbe cangiato in quella di Totò aveva mormorato più volte grazie, con le labbra che gli tremavano.
    Il teatro era la sua vita, il suo ambiente naturale, ci si muoveva a suo agio quanto un animale rimesso in libertà. E per il teatro nutriva un sacro rispetto tanto che, quando attraversava il palcoscenico per raggiungere il camerino all' ora o al termine dello spettacolo, immancabilmente, secondo un antico costume artistico, si toglieva il cappello "perché", diceva, "per l'attore il palcoscenico è un tempio e non si attraversa un tempio fregandosene da maleducati" .Era istintivo. Non provava i suoi sketch che negli ultimi due giorni precedenti il debutto, lasciava che gli attori per allenarsi li ripetessero con la sua spalla, poi ogni sera li modificava un poco secondo l'inventiva del momento e lo stato d'animo del pubblico, tanto che spesso nascevano brevi e via via assumevano la corposità di un atto unico. Ai componenti la compagnia dedicava un interessamento quasi paterno, approfondiva i loro problemi umani, li trattava con grande rispetto e non ammetteva alzate di voce per redarguire qualche trasgressore. Spesso la sera, a sipario calato, li ospitava tutti a casa.Nel febbraio di quell'anno, quando la rivista andava a gonfie vele al Nuovo di Milano, fu colpito da una broncopolmonite virale curata in fretta e furia con dosi massicce di antibiotici e una degenza di quattro giorni in un appartamento dell'Hotel Continental, mentre Remigio Paone, che era il suo impresario preferito di quella e di tante riviste celebri del passato, si aggirava nella hall come un corvo a stecchetto che deve rinunciare a un lauto pasto, supplicando i medici di accelerare i tempi. Il teatro era venduto al completo per un paio di settimane, fosse stato per lui lo avrebbe spedito in scena anche semicadavere. E poco ci mancò, perché il terzo giorno di degenza tanto fece e disse che egli si levò dal letto febbricitante e rintronato, raggiunse il Nuovo, si truccò grondando sudore freddo, e quando per i camerini riecheggiò il classico Cinque minuti, avviandosi in quinta ebbe un collasso e lo spettacolo venne sospeso.I medici gli avevano prescritto un minimo di convalescenza di quindici giorni. Il virus broncopolmonare non era del tutto sgominato, a evitare ricadute e danni si rendeva necessaria questa ulteriore cautela. Per Antonio fu una tegola in testa. Ci rifletté fino all' alba, poi, sfinito e angosciato, tirò le sue conclusioni. Con quella ulteriore sospensione la tournée sarebbe zompata per aria. E come avrebbe sbarcato l'inverno la gente della compagnia, a stagione più che iniziata, senza lavoro o paga? Erano tutti individui che vivevano della loro fatica, no, non se la sentiva di infliggergli quel colpo a tradimento, era stato anche lui un pesce piccolo e i disagi del conto non pagato alla pensione o alla bettola gli si erano scolpiti nella memoria. Quindi, al diavolo le raccomandazioni, curarsi è un lusso che non debbono pagarti gli altri, sarebbe tornato al lavoro, era il capocomico, aveva la responsabilità di quelle persone che non campavano d'aria.E così, vincendo gli intimi timori, le obiezioni cliniche e lo sforzo fisico, terminò la piazza di Milano e partì per una serie di debutti in provincia. Biella, Bergamo, San Remo. Fu qui ché avvertì le avvisaglie di quanto stava per accadergli. Festeggiavamo, dopo lo spettacolo, il matrimonio di due ballerini di "A prescindere", Sandro e Josey, a cui aveva donato una 500 perché "vi siete conosciuti, amati e uniti in mano a me e spero che scarrozzerete a due per il resto delle piazze e della vita".Guardandosi attorno per il locale mi sussurrò: "Strano, vedo ballare le pareti e i tavoli, oscillano come se fossi sbronzo fradicio, eppure non ho bevuto niente". All'uscita, lo stesso fenomeno gli si ripeté con i palazzi. Il giorno dopo si recò da un oculista che attribuì la manifestazione agli antibiotici e alla debolezza, e prescrisse un ricostituente e delle vitamine.Anziché diminuire, il fastidio si accentuò. A Firenze, dove il teatro crollava per la calca e ogni sera il pubblico ritrovava un Totò parossistico e disarticolato, diceva che quel disturbo gli dava un senso di maretta e mi pregava di leggergli i quotidiani poiché le righe gli si accavallavano.Antonio divenne cieco in scena, sulle tavole del Politeama a Palermo, vestito da Napoleone, a tre passi da me che gli ero accanto nello sketch del cocktail party poiché, per uno di quei rari casi del destino che nella necessità ti fanno trovare fisicamente vicino a chi ti è caro anche quando proprio non dovresti esserci, da circa un mese avevo accantonato la mia veste borghese di compagna indossata circa tre anni prima per seguirlo, e sostituivo la soubrette Franca Mai infortunatasi nelle piroette di un ballo. Al nostro fianco, c'erano Franca Gandolfi, non ancora signora Domenico Modugno, Elvy Lissiak ed Enzo Turco.Notai che batteva le palpebre come per togliersi un corpo estraneo dagli occhi e voltava per un attimo le spalle al pubblico guardandosi attorno con le pupille sbarrate. Poi, sottovoce, pacato, con quel tono impercettibile con cui in scena, tra una battuta e l'altra, ci si comunica a volte i fatti propri, mi disse: "Non ci vedo, è buio pesto". Nessuno se ne accorse in sala. Accelerando i tempi, tagliando battute, con una vitalità selvaggia scaricò se stesso in una mimica frenetica che fece delirare il pubblico e, tra le ovazioni di un teatro impazzito che gli urlava "Totò, si 'na muntagna ri zuccaru", si avviò ad intuito verso le quinte mentre il sipario si chiudeva lento, per ritornare più volte sul proscenio a ringraziare la platea, le file di palchi e il loggione neri di folla e illuminati a giorno che lui, però, non distingueva più. Da quel momento e per oltre un anno fu notte piena.Tornammo a Roma tra la curiosità morbosa dei passeggeri sul traghetto che avevano appreso la notizia della sua disgrazia dai quotidiani, i lampi crudeli dei fotografi e il tatto di cacciatori di autografi che, allontanati a forza, gli sbottavano in faccia un "Ma allora è vero che è proprio cieco." Pianse al rientro a casa, quando non riuscì ad afferrare la mano tesa del personale e a vedere Gennaro che dal trespolo gli volava incontro. Poi non pianse più. Si rintanò nella sua stanza e lì rimase, tra letto e lettuccio, le serrande abbassate sul sole di primavera, per mesi e mesi di oscuro isolamento.

    Franca Faldini
  59. Confesso che da anni io vado a vedermi, magari in un cinemino alla periferia di Milano, le pellicole "storiche” di Totò. Adesso tutti gridano al miracolo, lo riscoprono. Devo tutto a Totò: fu lui, quando avevo soltanto 16 anni, a farmi debuttare al suo fianco nel " Piccolo caffè " al teatro Excelsior di Milano. Bentornato Totò: adesso potrò andarmelo a vedere nei cinema del centro.

    Wanda Osiris (soubrette)
  60. Pietro Bianchi

    Il cinema italiano in particolare è ricco di film importanti nella sfera politica e della contestazione, ma non è altrettanto ricco in commedie comiche, evasive o di semplice divertimento. Negli ultimi tempi si sono visti i nostri maggiori attori comici, come Nino Manfredi (” Per grazia ricevuta"), Alberto Sordi ("Detenuto in attesa di giudizio"), Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi ("In nome del popolo italiano”), impegnati in film in cui il divertimento va ricercato sotto abbondanti dosi di amarezza. Il ritorno di Totò, secondo me, è dovuto non solo ai meriti de! grande attore, ma anche al fatto che la gente, nei tempi calamitosi in cui viviamo, ha voglia dì ridere, come reagente ad una situazione politica ed economica che non ha più nulla di divertente.

    Pietro Bianchi (critico cinematografico di "Il Giorno")
  61. In teatro tutto "ritorna". Di Totò la nostra generazione ha fatto indigestione negli anni Cinquanta. A tal punto che le splendide trovate del comico napoletano ci sembravano oramai ovvie, come ovvio ci sembrava il fatto che Totò ci facesse immancabilmente ridere. Lo riscopre questa ultima generazione, che non s’è rotolata di risate sulle poltrone di tanti teatri per le "gag" di Totò. Ricordo la puntualità di Totò, che cominciava lo spettacolo alle 21.15 precise. Se la prendeva con quelle signore impellicciate che arrivavano a teatro in ritardo. Appena vedeva nel corridoio della platea farsi avanti una di quelle ritardatarie, Totò bloccava l'orchestra e interrompeva l'azione scenica. Diceva: "Grazie signora, eravamo tanto in pensiero per lei...". Quanti comici lo imitano? Meglio non fare nomi.

    Remigio Paone (impresario di molte riviste di Totò)
  62. Carlo Croccolo

    L’ho doppiato naturalmente non in tutti i film ma solamente nelle scene esterne, per via dei rumori che richiedevano la doppiatura e, siccome Totò non riusciva a vedersi e allora lo facevo io. Avevamo la stessa pasta di voce . Sono stato scelto perche’ lui si e’ ricordato di quando l’ho doppiato in francese ne “La legge e’ legge” La loi c’est la loi, e che avevo la stessa voce. Totò era un comico modernissimo infatti aveva una comicità surreale purtroppo e’ sta apprezzata dopo, tant’e vero che era surreale che oggi i film di Totò sono ancora di moda anzi sono più che mai di moda sono sempre attuali, e la gente ride e si diverte ancora oggi. Totò sceicco fu il mio debutto al cinema ed era una specie di provino che Totò m’aveva fatto, cioe’ per vedere se sapevo recitare allora m’ha infilato in questo film di forza, “con birra e salciccie” facevo il genovese.

    Carlo Croccolo
  63. Federico Fellini 590

    Considero una fortuna appartenere a una generazione che può testimoniare di averlo visto veramente sul palcoscenico e, lacrimando di gioia e di godimento, di averlo applaudito insieme a platee esultanti di contentezza, gratitudine. Come raccontare, come riferire di quel suo fascino inquietante da creatura extraterrestre, da spiritello lunare, da manifestazione di seduta spiritica, un angelo buffo che si è incarnato con la missione mai tradita di regalare buonumore, risate, festa, gaiezza e renderci tutti più allegri, soddisfatti, confortati. Vi ricordate la sua voce bassa, rauca, stentorea e sfiatata da sepolto vivo? E la grazia stregata delle sue danzette al rullo del tamburo, disarticolate, da scossa elettrica, da zombi? Non erano forse un addomesticamento gioioso della danza macabra, non alludevano a dimensioni grottescamente già esorbitate dalla vita conosciuta, diurna, quotidiana?
    Davvero dico sul serio: perché non si pensa di santificare questo generosissimo benefattore dell'umanità? Un santo clown o, se la proposta vi scandalizza, vi sembra sproporzionata, blasfema, cominciamo intanto a stampare la sua incredìbile faccia sui francobolli del nostro paese. Chi meglio di lui può rappresentarci? Le miserie, le paure, i raggiri, l'irresponsabilità bambinesca, l'antico dolore, la bassezza e la nobiltà, il disastro cronico, la scomparsa, il ricordo di qualcosa che non c'è più, ma eternamente risorge, morto e vitalissimo: il nostro limato paese dove si può convivere con tante contraddizioni in un prodigioso equilibrio come proponeva la magica marionetta napoletana, irridendo, sghignazzando, piroettando con grazia e levità...San Francesco amava definirsi giullare di Dio, e allora coraggio, San Totò! Del resto non faceva già piccoli miracoli sul palcoscenico?

    Federico Fellini
  64. Macario 2

    Non ci sono in Italia film puramente comici validi, all’infuori dei tentativi di Franchi e Ingrassia: ecco perché Totò è ritornato da vincitore. Il pubblico è stufo di ridere amaro, o, peggio ancora, di vergognarsi di ridere con semplicità. Modestamente sono stato io a "lanciare” Totò. Ero in compagnia con A-chiIle Maresca, in " Madama follia”, al teatro Lirico di Milano. Improvvisamente dovetti cercare il mio sostituto: dovevo tornare a Torino per motivi familiari. Mi segnalarono un comico napoletano al varietà "Apollo” di Napoli. L’andai a vedere, e dopo due "battute" l’avevo già scritturato.

    Macario
  65. C L Bragaglia

    Noi fratelli Bragaglia, io, Anton Giulio, «Il teatro degli Indipendenti» abbiamo avuto sempre una grande ammirazione per Totò quando ancora era nell'avanspettacolo, pensavamo che sarebbe diventato qualcuno. Allora eravamo all'inizio della nostra attività, che poi Anton Giulio ha abbandonato per fare il teatro invece del cinema. Tanto io che lui avevamo la passione di far fare un film a Totò, ma la difficoltà era di imporre un attore di avanspettacolo a un produttore. Invece è a Gustavo Lombardo che dobbiamo questo merito: aveva prodotto Fermo con le mani! e produsse anche Animali pazzi.
    Gustavo Lombardo, napoletano, era diventato amico di Totò e gli riuscì di cavar fuori dall'avanspettacolo questo grande attore. Insieme con Achille Cammpanile avevamo pensato a un soggetto di grande fantasia, ma il film non si poté realizzare come era stato concepito da me e da Campanile, perché ci volevano dei mezzi finanziari enormi, in quell'epoca il cinema era limitato a un circuito esclusivamente nazionale, e poi per le difficoltà del produttore che era uno che si arrangiava e quindi mancavano i mezzi per fare tutte le enormi trovate fantasiose che avevamo escogitato con Campanile per fare veramente degli animali pazzi. Nel film è rimasta soltanto una traccia, che funziona abbastanza, ma è venuto meno il pepe, che erano le pazzie degli animali. Ce n'è soltanto qualcuna appena accennata, ma le più facili e le meno costose perché le più costose avrebbero avuto bisogno di tempo e di danaro, che non avevamo.Approfittammo di certi ambienti che Lombardo aveva fatto non ricordo per quale film, tra i quali c'era un bellissimo, grandissimo salone che è quello del finale, della scena del matrimonio. Avevo chiesto per lo meno cinque-seicento comparse per riempire questo salone, ma Lombardo mi disse: ,Tu sei pazzo, io non ho soldi» allora venimmo a patti, trecento, duecentocinquanta, finché stabilimmo centocinquanta comparse. Quando mi presentai a girare la scena non ce n'erano neanche cinquanta. Il film era tutto basato sul "doppio" che si fa con i mascherini, e allora approfittai di questo mezzo tecnico che avevamo adoperato nel resto del film e riempi la sala di duecento persone facendo quattro mascherini, e modificando le posizioni delle cinquanta persone, il cappello di quello lo mettevo a quell'altro, insomma venne fuori una sala in cui sembrava ci fossero duecento persone, non cinquanta.

    Carlo Ludovico Bragaglia
  66. franca Faldini 3

    Politicamente non era impegnato, e anzi era quasi impossibile puntualizzare il suo pensiero. Non perché propendesse al nostrano banderuolismo ma perché in ogni corrente politica trovava una cosetta o due da salvare e il resto da gettare schifato nella pattumiera. Così aveva elucubrato un suo credo personale: non so come si materializzase in sede elettorale, ma so per certo cher in sede umana raggruppava in un unico polpettone un certo numero di ingredienti disparati: un pizzico di nostalgia molto romantica per la monarchia, un nonnulla di consenso per la rispettosità centrista di alcune istituzioni, una dose di ammirazione per l'intransigenza destrorsa e certe trasgressioni, una spolverata di propensione per l'idealismo alla Cristo di un determinato socialismo, un pugno di consenso per le promesse sinistrorse di un benessere generale, purchè scevro da un vero livella mento sociale [...].

    Franca Faldini
  67. Federico Fellini 590

    Mi ero appena seduto in quella stiva di pirati pronti a tutto, quando si fece sentire, via vìa più sonora e pungente, una musichetta da circo, una tarantella pazza e sinistra che percorse lo sgangherato stanzone come un irresistibile solletico. La platea si agitava tutta, allargava le cosce, sbracandosi nella posizione più comoda, con ingordigia: era scoccato il segnale che un accadimento ansiosamente atteso stava arrivando. Sembrava di stare in un aereo al momento del decollo, sulla pista di partenza... Ma Totò non apparve sul palcoscenico che continuava a restare vuoto e deserto. Arrivò dal fondo del cinema, si materializzò all'improvviso e tutte le teste si voltarono insieme, come una gran ventata. In un uragano di applausi, di urla di gioia, dì gratitudine, feci appena in tempo a vedere l’inquietante figuretta che avanzava rapidissima lungo il corridoio. Scivolava come su delle ro-telline, una candela accesa in mano, il frac da becchino e, sotto l'ala della bombetta, due occhi allucinati, dolcissimi, da rondone, da ectoplasma, da bambino centenario, da angelo pazzo. Mi passò vicinissimo, leggero come un sogno e subito scomparve inghiottito dalle onde del pubblico che si alzava in piedi, lo acclamava, voleva toccarlo. Riapparve, ormai irraggiungibile, laggiù sul palcoscenico, si dondolava avanti e indietro, in silenzio, gli occhi che giravano come le palline della roulette. Poi, di colpo, la funebre macchietta soffiò sulla candela, alzò la tesa della bombetta e disse: «Buona Pasqua». Ma non era Pasqua. Era novembre.

    Federico Fellini
  68. Carlo Campanini 2

    Sono stato uno dei primi che ha avuto le confidenze di Totò a proposito delle sue ricerche araldiche. È stato durante la lavorazione del Ratto delle Sabine in cui faceva il guitto che moriva di fame e faceva andare per le lunghe le prove perché nel frattempo era mantenuto con tutta la compagnia. Nella recita Totò fa il re e mi ricordo che finché eravamo lì che provavamo m'ha detto: "Ah Carle', io qui faccio per scherzo ma lo sono veramente!". lo che non ero al corrente di nullla sono rimasto un po', lo guardavo e pensavo: , "Sta raccontando una barzelletta". Dico: "Non ci credo". "Ma io sono veramente re", e il giorno dopo m'ha portato un malloppo di carte dell'ufficio della consulta araldica fiorentina e m'ha fatto vedere il papier secondo il quale era già barone. Non ho mai avuto il coraggio di chiamarlo principe, perché mi sembrava di pigliarlo in giro, capisco domani in società ci terrai, ma qui stiamo facendo i buffoni ... A questo proposito m'ha racccontato un bell'aneddoto. Dapporto va a trovarlo al Quattro Fontane, entra in camerino durante l'intervallo e gli fa: "Buongiorno, principe". "Ah, ma lo sai pure tu". "Sì - dice - guardi che lo sanno tutti". "Meno male che sono solo principe. Pensa, se ero re che sentivo un fetente che veniva a bussare: "S'accomodi, tocca a lei Altezza", sai sarebbe stata una cosa un po' troppo mortificante". Poi a poco a poco è entrato in possesso dei suoi titoli, era molto soddisfatto, era la sua vita, tanto è vero che io un giorno per scherzo ho detto: "Mi sembra che Totò viva in un giardino pieno di alberi genealogici", perché non parlava d'altro.

    Carlo Campanini
  69. Eugenio Aulicino

    Tu fai ridere pure 'e nire [...] Dicimmo 'a verità, chilli puverelli [...] che teneno a ridere?

    Eugenio Aulicino
  70. franca Faldini 3

    Abbiamo avuto i nostri alti e bassi, un paio di volte siamo stati sul punto di stringerci la mano e riprendere ognuno la propria via. I motivi che a tratti riuscirono a smagarmelo furono sempre gli stessi, retaggio di una possessività piccolo-meridionale, una superiorità maschilista tipica della generazione sua, una predisposizione pavida a evitare i crudi impatti con la vita, che poi invece accettava con profonda filosofia, anche se non seppe mai dirsi "passato vieni che ti domo" o cullarsi nella sua ombra come una barca in uno specchio tranquillo.
    Antonio si asteneva dal vietarti drastico qualcosa, sosteneva che a questo mondo ognuno è libero di scegliere alla maniera sua, ma poi, per metterti il bastone tra le ruote, attaccava il bloccante ritornello del "Fai, fai pure, però preferirei che..." E quando gli prestavi orecchie da mercante aveva un’arte tutta sua per fartela scontare.

    Franca Faldini
  71. Ruggero Guarini

    Totò era il frenetico animatore di quelle pazzesche e vertiginose cerimonie anarchiche e plebee che erano i finali interminabili delle sue riviste. Luogo privilegiato di queste cerimonie era la passerella, lungo la quale Totò non si stancava di correre, marciare o passeggiare, trascinandosi dietro l'intera compagnia come la coda di una cometa.
    Tutta la crudeltà e le dissacrazioni che ci vengono oggi proposte da un preteso teatro d'avanguardia non sono che innocue lambiccature di fronte all'esplosiva virulenza di quei rovinosi ed esilaranti "finali".Totò mimava una rivista militare? Tutta la retorica marziale franava nel grottesco. Totò mimava una processione? Tutto il beghinismo cattolico franava nel ridicolo. Totò mimava un funerale? Tutta l'ipocrisia religiosa franava nel dileggio. Totò mimava la marcia dei Bersaglieri? Tutta la retorica patriottistca finiva nella derisione. Totò mimava un attacco alla baionetta? Tutta la mitologia guerresca frana nella beffa.

    Ruggero Guarini autore del libro "Tuttototò"
  72. mario monicelli 4

    Quando facevamo "Guardie e ladri" giravamo verso l'Acqua Acetosa alla periferia di Roma, c'era Totò che scappava inseguito da Fabrizi che era la guardia, a un certo momento arrivò una vettura della polizia e si intromise, due poliziotti saltarono giù con la rivoltella perché credevano che fosse vero, si misero a inseguire Totò che si spaventò e disse subito: "Fermi, fermi". Totò aveva una grande qualità, quella di avere due facce, una umana e una comica, ma addirittura surrealistica.
    Totò era un attore straordinario, di grande sensibilità, di grande sapienza, di grande mestiere, inventava continuamente la parte, non che inventasse le battute, ma inventava continuamente il personaggio. Lo sforzo che è stato fattto intorno a Totò anche da me, più che altro da me, è stato quello di levargli questo suo marionettismo, cioè di cercare di umanizzarlo, di umanizzare queesta sua comicità un po' marionettistica, burattinesca. I primi tentativi furono fatti proprio con "Guardie e ladri". A mio avviso però questa non è stata nemmeno la strada giusta perché, quando si lavorava, Totò tendeva a costruire questa sua comicità tutta meccanica, surrealistica, e forse è stato un errore contrastarlo.Il primo film che ho fatto con Totò è stato "Totò cerca casa" ed è nato per caso. Non è che io l'ho scelto o lui ha scelto me, è stata una cosa abbastanza avventurosa, è stato un film che è stato fatto perché c'era Totò libero per quattro settimane. Ponti aveva questo contratto con Totò e venne da me e da Steno e ci disse: "Tra quattro settimane devo cominciare, avete un'idea?". Rispondemmo che sì, un'idea ce l'avevamo. C'era la crisi degli alloggi, bastava metterci Totò che ha una famiglia, cerca una casa, tutto quello che può avvenire quando uno cerca casa, con i vari incontri. Scrivemmo questa sceneggiatura assieme ad Age, Scarpelli e altri amici ma, finita la sceneggiatura, non c'era il regista; allora Ponti disse: "Fatelo voi", la cosa è nata così, non è che ci fosse questa grande preparazione. Certo, lo conoscevamo già perché lo avevamo incontrato in occasione delle sceneggiature che avevamo scritto per lui.

    Mario Monicelli
  73. castellani

    Un nostro quadro che aveva molto successo si intitolava "Il paese dei balocchi". A un certo punto Totò e io ci scambiavamo due battute: «Ah, quello li ha la testa di legno ! » «Benissimo ! Vuol dire che lo faremo ministro ! » La gente scoppiava a ridere e magari pensava a qualche ministro fascista che non aveva fama di essere troppo intelligente. La censura, tuttavia, non ci disse mai niente. Ma un giorno arrivarono gli alleati a Roma e ci portarono la libertà. Naturalmente, ripresentammo il quadro, e sempre con l’identico successo. Ma ci andò male con la censura democratica: infatti il quadro ci fu proibito dopo la prima rappresentazione.

    Mario Castellani
  74. franca Faldini 3

    Io ricordo Antonio de Curtis ogni volta che, ad una riunione di signori, mi accorgo che lo sono di nome e non di fatto, come lo era lui. Io rammento Totò alle note della fanfara dei bersaglieri e lo rivedo trafelato in passerella, una mano accartocciata a tromba accostata alle labbra, il piumetto che in una sera lontana gli era stato lanciato dal loggione da un bersagliere del terzo, svolazzante sulla bombetta. Non mi emoziona guardarlo o sentirlo sullo schermo perchè quello che vi appare non è il compagno che conoscevo. Ho scritto queste pagine non per ambizione e neppure con un occhio al giudizio della critica, che non mi interessa. Mentre mi interessa che interessino a tutti coloro che nella vita amano le creature umane, con le virtù e i difetti umani. Antonio de Curtis, in arte Totò, era un uomo umano.

    Franca Faldini
  75. peppino de filipo 2

    Il povero Totò quasi non vedeva più e io ero costretto (Dio sa con quanta tenerezza e amicizia) a girare le nostre scene portandomelo sottobraccio, accompagnandolo così... naturalmente, senza dare a capire, e lui recitando, mi seguiva fiducioso, tranquillamente nello spazio stabilito nel quale si svolgeva la vicenda.

    Peppino De Filippo
  76. Ho lavorato una sola volta con Totò, nel 1951. Il film era "Totò e i Re di Roma" e il mio personaggio, una partecipazione, somigliava a quello di "Mammma mia che impressione!": un maestro di scuola che bocciava Totò alla licenza elementare. Non l'ho molto frequentato, però ci incontrammo dopo, quando io giravo "Un americano a Roma"; lui espresse il desiderio di conoscermi, di stare insieme, e mi invitò a cena nella sua casa ai Parioli. Mi chiese subito di dargli del tu, anche se io gli confessai la mia emozione nel trovarmi di fronte all'esempio vivente del comico tradizionale, colui che, al solo apparire, in teatro o sullo schermo, conquistava il pubblico prima ancora di dire "Buonasera". E infatti certi suoi film venivano snobbati dai critici perché non c'era niente da commentare, c'era soltanto da esaltare la sua immagine che, da sola, bastava a far ridere. Un attore talmente eccezionale e irripetibile che forse ci vorranno cento anni perché ne nasca un altro. Certo, la mia carriera è stata molto diversa da quella di Totò. Io non facevo ridere di colpo, dovevo studiare per far emergere quell'ironia che avevo dentro e che rispecchiava la realtà del momento, sulla scia del neorealismo; dovevo creare situazioni, storie, personaggi. A lui tutto questo non serviva, ma era molto interessato a capire come si evolveva il cinema, sentiva che stava nascendo un genere in cui, al contrario del passato, il comico non poteva essere solo "presenza" fisica.
    Non mi sorprende affatto, quindi, che tra le carte di Totò sia stato ritrovato un foglio di appunti, diviso in due colonne: da una parte c'è scritto "Totò" e dall'altra "Sordi", e sotto alcuni titoli di film suoi e miei con accanto i relativi incassi. Non credo che Totò prendesse questi appunti per raffrontarsi con me, considerandomi magari un antagonista. Credo che volesse confrontare il genere dei film suoi con quelli miei, proprio per studiare quell'evoluzione di tendenza del pubblico cui accennavo prima. E credo avesse capito che la nascita della commedia all'italiana faceva emergere altri tipi di personaggi che ugualmente potevano far ridere la gente, anche se lui dominava ancora il cinema comico. Insomma, Totò era il massimo allo stato puro, all'altezza di Charlot e di Buster Keaton. Oggi si riconosce che lo si può capire dovunque mentre noi abbiamo parlato una lingua sconosciuta oltre confine, pur rappreesentando, comunque, qualcosa di artisticamente diverso.Se un giorno si affaccerà alla ribalta un altro personaggio come Totò, sarà solo per un miracolo della natura, sarà un'immagine che muoverà istintivamente il riso della gente, una vis comica che si baserà, come Totò, sull'istinto e l'improvvisazione, non avrà bisogno di testi e tanto meno di registi. Anzi farà, come Totò, la felicità di registi e produttori che non avranno bisogno di scervellarsi troppo: tanto il film, o lo spettacolo che sia, glielo salverà comunnque questo nuovo Totò. Ammesso e non concesso, ripeto, che ne nasca un altro.

    Alberto Sordi
  77. castellani

    Totò era nato per gli applausi. Quando sentiva di avere il pubblico in pugno, si scapricciava che era una bellezza. A lasciarlo fare avrebbe tirato mattina.

    Mario Castellani
  78. (Signori si nasce, 1960) - Ho passato due mesi di lavorazione stupenda con un uomo eccezionale, Totò era un uomo molto serio, molto galante, una galanteria diversa da quella di Eduardo, che era interessata, mentre la sua era una galanteria proprio da signore. Io ero un fiorellino, a quell'età tutti lo si è, ed ero sempre in guépière. Mi guardava, per quel poco che vedeva, ma era piacevole essere guardata così, perché c'era pulizia nel suo sguardo. Seppi che era anche venuto a teatro riuscendo a intravedere il mio personaggio non ricordo se in Giove in doppiopetto o in quale altro spettacolo. E allora durante la lavorazione del film gli chiesi una foto per ricordo, per tenerla fra quella di Charlot e le altre che mi accompagnano. Me la diede e ci scrisse sopra: "Che peccato, facevo il mestiere per cui lei è nata, mi sarebbe tanto piaciuto lavorare con lei anche sul palcoscenico". La conservo ancora.

    Delia Scala
  79. Federico Fellini 590

    Non mi sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le storie le aveva già tutte scritte sulla faccia? Mi sarebbe piaciuto piuttosto dedicargli un piccolo saggio cinematografico, un ritratto in movimento, che rendesse conto di come era, come era fatto dentro e fuori, quale era la sua struttura ossea, quali erano gli snodamenti più sensibili, le giunture più resistenti e mobili. Avrei voluto farlo vedere in diversi atteggiamenti in piedi, seduto, orizzontale, verticale, vestito ma anche nudo, per vederlo bene e farlo vedere, così come si fa con un documentario sulle giraffe, per esempio, o su certi pesci fosforescenti degli abissi marini. Avrebbe dovuto essere un'intervista fantastica, un tentativo di catturare il senso di quella straordinaria apparizione.

    Federico Fellini
  80. franca Faldini 3

    Da lui ho imparato a rimettermi in cammino. Diceva: «Quando un dolore ti piomba addosso, perché distruggersi? E' inutile quanto tormentarsi se non splende il sole o nella consapevolezza che un giorno morirai. Il maltempo, le infermità, la morte sono realtà che è vano contestare. E nessuno ha il diritto di caricaturarsi nel monumento alla memoria di qualcuno». Gli sono grata per quell'arco di anni assieme che fu a volte un paradiso, spesso un inferno, mai comunque un limbo.

    Franca Faldini
  81. Io avevo cominciato a contattare Totò, e poi siamo diventati amicissimi, ma Totò non era trattabile in quanto non aveva logica ... Stava volentieri a chiacchierare con me chissà di che cosa (mi ricordo che quando in viale Parioli 41 ci serviva vino o caffè, lui in persona, su un vassoio d'argento stemmato, poi lo riponeva sull'étagère pulendolo con il gomito), ma poi usciva e se Guglielmo Giannini gli offriva di fare una cosa la faceva perché seguiva certi criteri pratici, senza mai amministrarsi mentalmente, culturalmente, intellettualmente. Ma era di tale qualità che tutti lo volevano, perché funzionava sul pubblico, e lo prendevano mescolando il buono e il cattivo, in un gran casino, così che non era facile scegliere il loglio dal grano.A Milano feci una grossa campagna per Totò, nei primissimi anni Trenta, perché i miei amici mai andavano a vedere questi spettacoli, mai andavano al Trianon, io invece ci andavo per via dei residui del mio vecchio amore per il Varieté. Insomma, a un certo punto dico: «Totò, tu sei il mio uomo!» e scrivo "Totò il buono". E sarebbe andato magnificamente bene, ma non c'era rispondenza effettiva nell'ambiente per prendere Totò in forza in quel modo lì. Ho avuto forse la più grande occasione della mia vita, quando Capitani mi offerse di fare il regista di San Giovanni decollato con Totò, perché il povero Zambuto non era più in grado. Ma io non ne ho avuto neanche per scherzo il coraggio, Dio sa cosa sarebbe accaduto!Per avere Totò con me me lo sono associato, mi sono fatto rilasciare una dichiarazione, per avere anche verso la produzione una carta in mano. Questo nel '35, già per "Darò un milione" di Camerini. Ma la produzione non se la sentì. Io feci di tutto, e il soggetto era un bel soggettino, una cosa molto cinematografica, in cui si mescolavano da Frank Capra a Charlot e a Clair e alle comiche e alla mia natura. E anzi avevo proposto a Camerini anche Keaton, ma Camerini non li volle, né l'uno né l'altro. Voleva la commedia senza rischi.

    Cesare Zavattini
  82. Fui io ad avere l'idea di quel programma, e mi dispiace parlarne male… L'unica cosa buona di quella trasmissione è stata che Totò non fece in tempo a vedersi sul piccolo schermo, altrimenti si sarebbe guastato il sangue dalla rabbia. Ma ancora una volta avrebbe dovuto incolpare soltanto se stesso, la sua apatia, la sua mancanza di fiducia negli uomini. Era convinto che della sua arte non sarebbe rimasto niente, perché questo è il destino degli attori, e ritenne inutile affaticarsi per smentire il suo fondamentale pessimismo. Del resto, lo interessava solo il teatro vero, quello che lui inventava sera per sera davanti al suo pubblico: nel cinema e nella televisione vedeva unicamente delle macchine per far soldi, per pagarsi i suoi vizi e la sua dorata tristezza di principe venuto al mondo in un secolo sbagliato. (A proposito della serie televisiva Tuttototò).

    Mario Castellani
  83. Quando però entrava Totò in scena l'attenzione si spostava su di lui. Era una vera indemoniata marionetta, Totò, e talvolta anche noi, suoi compagni di lavoro, ci sorprendevamo incantati ad ammirarlo. Il grosso pubblico rideva, pur senza capire; ma gli intellettuali più aperti, che già incominciavano a venire ad assistere ai nostri spettacoli, rimanevano anche pensosi.

    Wanda Osiris
  84. Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento, perché, oltre ad essere quell'attore che tutti riconosciamo ora, era anche un compagno corretto, un amico fedele, un'anima veramente nobile. Ogni giorno il nostro incontro in teatro, mai prima delle tredici (Totò era più nottambulo che mattiniero), mentre io pur rincasando tardi mi svegliavo presto: lui arrivava fresco fresco, leggero leggero, ed io, che avevo sforchettato pesantino, dovevo ricorrere ai doppi caffè "antipennichellistici"; dicevo, il nostro incontro avveniva sempre con un abbraccio sinceramente affettuoso e due bacetti, uno di qua e uno di là. Nel breve tempo che ci preparavamo per la scena da girare c'era il solito scambio informativo a base di "come ti senti?", "hai dormito?" e altre domandine con relative risposte personali.Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l'allegro giuoco della recitazione prevalentemente estemporanea, che per noi era una cosa veramente dilettevole. C'era soltanto un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non potere andare avanti per il troppo ridere. Il guaio, però, era che la cosa non finiva lì, poiché bastava una battuta nuova, un gesto imprevisto, una reazione inaspettata per dovere interrompere nuovamente il dialogo, con disappunto di noi stessi che - pur lieti e felici per il divertimento nostro e dei presenti - ci davamo complimentosamente la colpa l'un l'altro.E se il regista, visti gli inutili tentativi di sottrarci a questa crisi di fanciullesca, irresponsabile ilarità, proponeva di girare due primi piani in controcampo per utilizzare i pezzi buoni, noi dal canto nostro ci impegnavamo solennemennte a farla per l'ultima volta senza interruzione, come si addice a due professionisti seri e consapevoli del costo ... della pellicola. Però, non del tutto convinti di quanto promettevamo, alla prima battuta o espressione nuova del volto, scoppiavamo in una nuova risata e cercavamo di giustificare al regista che la crisi era soltanto uno sfogo per scaricarci da ogni eventuale pericolo di ricaduta. Tuttavia, prima di girare, cercavamo di rattristarci rinfacciandoci a vicenda la nostra età, le tasse da pagare e, se in quei giorni, poniamo, fosse capitata la dolorosa scomparsa di un nostro comune amico, saremmo ricorsi anche a quel luttuoso freno. Ma dopo un'espressione di concentrato cordoglio, purtroppo, risbottavamo vergognosamente a ridere prima del ciak.

    Aldo Fabrizi
  85. franca Faldini 3

    Per il teatro nutriva un sacro rispetto tanto che, quando attraversava in palcoscenico per raggiungere il camerino all'ora o al termine dello spettacolo, immancabilmente, secondo un antico costume artistico, si toglieva il cappello "perché", diceva, "per l'attore il palcoscenico è un tempio e non si attraversa un tempio fregandosene da maleducati".

    Franca Faldini
  86. franca Faldini 3

    Antonio ebbe un grosso contrasto con la RAI per il Musichiere. Si lasciò sfuggire questa frase, «Viva Lauro!», frase che - posso testimoniarlo fino alla fine - aveva detto non perché fosse un sostenitore del comandante Lauro ma perché era il momento in cui Lauro dava la pasta, i pacchi dono, sembrava che facesse qualche cosa per la popolazione di Napoli. L'aveva detto in questo senso. Successe l'ira di Dio e la RAI non lo cercò più per molto tempo.

    Franca Faldini
  87. Totò era un istintivo, un improvvisatore nato. Il copione, per lui, doveva rapppresentare appena una traccia, un punto di partenza e basta. In rivista, dove io facevo il direttore artistico, lui veniva, e piuttosto svogliato, solo i primi giorni di prova, poi scompariva dalla circolazione ed era inutile cercarlo. Si rifaceva vivo quando si stava per andare in scena e allora in quattro e quattr'otto si aggiornava su quello che doveva fare. Ma la verità è che le cose migliori gli venivano spontanee solo sul palcoscenico, sotto la spinta del pubblico.
    Insomma, quella di Totò era una forma di comicità tutta speciale, assolutamente unica nel suo genere e perciò irripetibile. In genere, lui lavorava di contropiede, afferrando di rimbalzo battute e situazioni che gli venivano offerte dallla sua "spalla". Se il gioco attaccava, allora si scatenava sull'onda del consenso del pubblico ed infilava tutta una serie di invenzioni di cui sul copione non c'eera il benché minimo accenno.In seguito al rinnovato interesse per la figura e per l'arte di Totò, spesso mi capita di sentirmi chiedere il testo di questo e di altri sketch diventati ormai leggendari. Ma i testi non ci sono. Non ci sono mai stati. Ecco perché l'arte, la vera arte di Totò è scomparsa con lui e i giovani che non hanno avuto la fortuna di vederlo sul palcoscenico non possono ritrovarlo come è stato veramente guardando i suoi film. Totò non è Chaplin o Buster Keaton, fenomeni tipicamente cinematografici. Totò è il teatro. Il cinema, nel migliore dei casi, lo ha dimezzato. Nel peggiore, che era poi la norma, lo ha puramente e semplicemente tradito.

    Mario Castellani
  88. Se il nostro paese fosse più civile, più ordinato, più semplice da vivere, più rispettoso di se stesso, anche la sua posizione - come Totò, dico - sarebbe diversa. Lei potrebbe illuminarci ogni sera, in cinque minuti televisivi, con un commento ai fatti del giorno: dopo il telegiornale, i cinque minuti di Totò e il suo «saper dire». A sua libera scelta, potremmo ascoltarla parlare su ogni cosa: su un delitto, su una disposizione ministeriale, sugli astronauti, sulle difficoltà economiche, sul suo pappagallo Gennaro, sui giovani o sui partiti. Sono sicuro che la sua funzione assumerebbe toni critici tutt'altro che qualunquisti. Sono sicuro che finiremmo per ridere (e quindi capire) di cose altrimenti troppo fluttuanti. Dopo tutto apparteniamo a un popolo che si esprime più a gesti che a parole. Una sua smorfia potrebbe aiutarci a mettere nel giusto quadro una tiritera dell'onorevole Moro o la questione degli alberi abbattuti dall'ANAS. (Totò, «pater et magister», «Tempo», 14 aprile 1965).

    Giovanni Arpino, giornalista
  89. Il primo incontro con Totò risale a quando da ragazzo lo seguivo nel teatro di rivista e soprattutto nell'avanspettacolo. Me lo ricordo al Brancaccio o nei cinema-teatri di via Cola di Rienzo dove faceva le sue riviste dopo il film. Mi è rimasta impressa "I tre moschettieri", in cui Totò faceva D'Artagnan e usava coome spada la stampella per i panni. Nel dopoguerra scrivevo per la radio e per i giornali umoristici, lavoravo in coppia con Steno.
    Un giorno viene Mattoli, che stava facendo Il fiacre numero 13, e ci dice che vorrebbe utilizzare le stesse scenografie per fare un film con Totò, al cineema inattivo fin dalla fine della guerra. Bisognava farsi venire un'idea, trovare qualcosa che potesse svolgersi negli stessi ambienti e con gli stessi costumi: pensammo di fare la parodia de Le due orfanelle e abbiamo fatto I due orfaanelli, con Totò e Campanini. Si lavorava nei momenti in cui Mattoli non giraava, faceva l'orario francese e cominciava alle dieci della mattina, e noi alle settte eravamo già a casa sua. Abbiamo fatto delle riunioni, e poi siamo passati raapidamente alla stesura, riportando già le scene, alla buona. Andammo poi a vedere Totò durante le riprese molto timidamente. Fu la mia prima esperienza cinematografica. Probabilmente non ci eravamo neppure accorti di aver centrato con l'idea della parodia un aspetto tipico della comiicità di Totò,' che con Scarpelli ripresi qualche anno dopo in Totò sceicco, che rifaceva il verso a tutta la grande epopea della legione straniera, strizzando l'occhio a L'Atlantide e alla tradizione della letteratura romantica già sacchegggiata dal cinema francese e americano. Totò parodiava sempre qualche cosa, muoveva sempre da uno spunto e si divertiva a deformarlo, a distorcerlo, ad aggredirlo, a insultarlo.Si è sempre divertito a rifare qualcosa di già esistente, che liberamente reinterpretava, facendo diventare di una l'occasione di una esibizione personalissima. Era la sua grande forza. Spesso si dimentica che la parodia può essere una grande forma d'arte, che rifare il verso a qualcuno non è una cosa da poco. È con la parodia che Totò riusciva ad aggredire un modo di pensare o un comportamento, una forrmula di moda, spesso colpendola in maniera molto acuta, altre volte in manieera superficiale, la parodia può diventare sarcasmo, diventa anche satira, non solo satira sociale ma anche satira politica e nelle forme più aguzze.

    Age (Agenore Incocci)
  90. C'è chi la parola "onorevole" l'aveva già abolita per conto suo molto tempo prima. Era accaduto sul vagone letto di "Totò a colori", in viaggio da Napoli a Milano in una notte del 1952. Ed è un po' come se ci fossimo stati tutti, su quel vagone; svariate generazioni, quelle che fecero la guerra, quelle che hanno fatto la pace, ognuna col suo carico di onorevoli, di caporali, di commendatori, di cavalieri. Nello scompartimento di prima classe l'impagabile Mario Castellani, spalla prediletta di Totò, si fregiava della parola "onorevole" con tutta la prosopopea del caso; ma Totò gliela sgonfiava inesorabilmente, gliela svuotava di ogni significato con un esplosivo, dirompente "Ma mi faccia il piacere!". Da allora ogni volta che sentiamo qualche politicante o imprenditore esibire parole come "onorevole", "cavaliere", "commendatore" a noi tutti non onorevoli, non cavalieri, ecc., ci scappa un "Ma mi faccia il piacere!", con tutti i punti esclamativi di cui siamo capaci.

    Enrico Giacovelli
  91. Mi ricordo quello che accadde un giorno al Verdi di Firenze, nel 1941. Era una domenica, si facevano due spettacoli e Totò dice a me e a Mario Castellani: "Ecco, nel pomeriggio io faccio ridere di testa e stasera faccio ridere di petto". Impostava la battuta in un certo modo per cui il pubblico rideva di petto, oppure la impostava in un altro modo e ridevano di testa. E qua bisogna essere fenomeni...

    Gianni Cajafa (attore nella compagnia di Totò)
  92. Totò non è soltanto eterno ma anche attuale, una risposta sempre valida alla civiltà del finto e del lezioso: su può immaginare cosa direbbe delle pubblicità che massacrano i film, delle telenovelas, del neocretinismo televisivo, dei nuovi onorevoli sempre meno nuovi e sempre meno onorevoli. Perchè naturalmente, in Italia, la parola "onorevole" è rimasta com'era, e adesso se ne fregiano quelli che vogliono abolirla. Ma ci sarà sempre, speriamo, un Totò che riserverà loro uno schiaffo, un punto esclamativo, uno sputo in un occhio. Ci sarà sempre, contro ogni potere, uno schietto, salutare "Ma mi faccia il piacere!"

    Enrico Giacovelli
  93. Scaparro, nel suo lungo monologo in soffitta, dice che le donne sono "Inopportune, prepotenti, malinconiche, incoscienti, maligne, superficiali, egoiste, invidiose, noiose, esose", suscitando un brusio degli ipotetici spettatori in sala, che Steno ci trasmette per dare maggiore verosimiglianza al soliloquio.

    Ennio Bispuri
  94. Il volto di Totò, impresso una sedimentazione secolare di stenti, di fame, di freddo e di soprusi, rischia di scomparire dietro la maschera, anche se il risultato finale, dovuto alla straordinaria forza del parlato, scavalca questa rigidità fino a rendere umana questa figura.

    Ennio Bispuri
  95. peppino de filipo 2

    Ho fatto da spalla a Totò e con piacere. Solo una cosa mi dispiace: i film sono stati realizzati sempre male. Per i produttori italiani il film comico è una cosa poco seria. [...] Io sto facendo il comico da 50 anni e non ho mai detto nessuna volgarità, e modestamente ho una posizione artistica in Italia quasi invidiabile. Ho partecipato ai film a cui lei allude, ma non mi sono spogliato io! Non ho detto io la parolaccia! Ho sempre tagliato le battute che prevedevano una cosa del genere... [...] Per fare un film comico non è necessaria la battuta facile. Basta un poco di serietà.

    Peppino De Filippo
  96. franca Faldini 3

    Odiava ballare nei locali, in pubblico. Spesso, dopo essersi impigrito tutta la notte dietro un tavolo, ballava al rientro a casa, dove su un carrello trovavamo del bianco in ghiaccio e una sfiziosità fredda e allora, borbottando roco: 'Scendi dai trampoli. Un uomo che è un uomo non si impruscina in pubblico con la donna sua', metteva un disco sul grammofono ed era come Fred Astaire.

    Franca Faldini
  97. Ci si chiede, infine, se non sarebbe bello vedere Totò diretto da un sommo regista: da Fellini, per esempio. Chissà? Forse non darebbe niente di più. Forse sarebbe peggio; sarebbe come congelato dal genio altrui. Ma varrebbe la pena di provare, no? Fa cinque film all’anno. Possibile che nessun produttore veda la convenienza commerciale, la novità pubblicitaria, la probabilità artistica dell’abbinamento? Andrà come andrà. Caro Totò, in ogni modo, grazie. Grazie di averci tanto divertito. Nella tua carriera e nell’esattezza del ritmo del tuo più piccolo lezzo, c’è qualche cosa di indomito: un esempio per tutti, e una lezione. Anche di questo, grazie.

    Mario Soldati (L’Europeo, Milano, 13 settembre 1964)
  98. L'incontro con Totò è avvenuto quando la mia posizione cinematografica era già avanzata. Qualche volta ho fatto delle partecipazioni anche minime perché mi voleva molto bene e aveva piacere che partecipassi comunque ai suoi film. Qualche film con Totò me lo ricordo con piacere, qualche altro me lo ricordo quasi con vergogna. Allora si facevano perché si era nell'immediato dopoguerra e avevamo bisogno di soldi. Si può dire che ci si sarebbe potuti rifiutare di fare certi film, ma era difficile.
    Non è che con questo voglio giustificare le mie malefatte cinematografiche. Adesso sono moltissimi anni che non faccio cinema, posso rifiutare anche perrché le mie vecchie amicizie sono un po' scomparse; ma alcuni registi che adessso vanno per la maggiore allora facevano film con Totò, oggi parlano, sono inseriti politicamente e non fanno più film di serie B. Oggi farei del cinema diverso, più decoroso. Forse in un altro paese la mia faccia ispirerebbe delle stoorie diverse, ma in Italia sanno utilizzare solo i grossi nomi che fanno cassetta. Un personaggio quando facevo cinema l'ho inventato: il fidanzato geloso, nevrastenico. Totò è stato uno dei ricordi più dolci, più professionalmente seri perrché era una persona di una grandissima civiltà.Si è fatta molta polemica sul fatto se era principe o no: lo era comunque senz'altro nella sua grande generosità, nella sua disponibilità verso gli altri. Mi voleva molto bene, mi stimava moltissimo come attore. Mi ha regalato una delle sue prime registrazioni di poesie con la dedica. Era uno dei miei amici, anche se in genere non ho amici attori. Totò è stato un amico caro e sincero, uno dei ricordi più importanti della mia vita. Con lui facevamo i film in presa diretta e lì veniva fuori tutto l'estro di Totò, la sua fantasia. Abbiamo lavorato insieme come buoni professionisti, o meglio come buoni artigiani.

    Aroldo Tieri
  99. Il suo viso si componeva di tanti pezzi belli, soprattutto due stupendi occhi vivaci e malinconici, messi insieme in maniera bizzarra.

    Diana Rogliani
  100. Spero di riuscire a divertire il pubblico e di fare, come regista, un'utile esperienza. Il film comico italiano è nato come una macchina per far quattrini. trova la sua origine nel successo delle riviste. Non c'è da stupirsene. In tutto il mondo c'è oggi crisi del film comico. L'esperienza neorealista non ha ancora influito su questo genere. I produttori preferiscono battere la vecchia strada: ed è così che i nostri film comici raramente sfociano all'estero.
    L'insicurezza del mercato straniero porta come conseguenza la tendenza a limitare le spese di costo, mentre un film comico dovrebbe invece costare almeno quanto un altro qualsiasi film di normale impiego. Basta considerare che per un film comico bisogna girare, grosso modo, il doppio di inquadratuure di un film drammatico se si vogliono ottenere e sfruttare effetti, movimento. eccetera. Naturalmente, queste osservazioni sono di carattere generale, poiché, per mia fortuna, la casa produttrice de "L'imperatore di Capri" non vuoI fare la politica della lesina ad ogni costo.Il mio è un film con Totò; e Totò non è mai logico. È illogico. Rompe la batttuta. E non è mai un personaggio. Comunque lo si voglia rigirare. Totò rimane sempre se stesso, come ai loro tempi Ridolini o Buster Keaton. Una vicenda che abbia come protagonista Totò non può essere che la storia di Totò in rapporto a qualche cosa. Per questo preferirei che il mio film si chiamasse "Totò a Capri", come ieri ci fu "Totò al Giro d'Italia" e domani, poniamo, ci sarà "Totò palombaro".

    Luigi Comencini
  101. Federico Fellini 590

    Una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga.

    Federico Fellini
  102. Ricco di fantasia, papà si rivelò attore fin dalla primissima infanzia, per trasformarsi in qualcuno più felice del bimbo solo che era in realtà.

    Liliana de Curtis
  103. Quando ho fatto I tre ladri avevo un contratto con Rizzoli per uno di quei film con Cervi e Fernandel, allora andavano tanto di moda, era uno strano precedente del compromesso storico. Il tempo scadeva, mi fu fatta la proposta del film con Totò, tratto dal libro di Notari; la sceneggiatura era già stata quasi commpletata da Brusati, feci solo qualche piccolo cambiamento. Con Totò andavamo d'accordo, e fui esentato dal chiamarlo principe. Mi ricordo che durante la lavoorazione ebbe una terribile idiosincrasia per l'acqua. In una scena doveva andare sotto la doccia vestito, dovetti impormi per farglielo fare. Mi disse: "Lo faccio solo per te". La doccia fu preparata con acqua tiepida. Vennero preparate tre, quatttro giacche perché potesse cambiarsi. Così si decise a farlo. Poi sedemmo al tavolo della pace per alcuni giorni. Io non sono mai stato un entusiasta di Totò, non mi sono mai divertito ai suoi film, mi sento più vicino alla comicità di Sordi, a personaggi legati alla realtà. Questo surrealismo di Totò, non so se voluto da lui o scoperto dopo, non lo capivo molto. Io e altri registi abbiamo cercato di fargli fare film diversi dai soliti, ma questo non si risolse mai in vantaggi economici perché il pubblico era abituato ai suoi lazzi, ai suoi calambour.Era un attore molto disciplinato, solo l'inizio delle riprese creava dei problemi, perché cominciava all'una, faceva l'orario francese, ma poi era sempre molto attennto, seguiva il regista, anche se aveva una memoria un po' debole, un po' improvvisava e un po' impasticciava. Quando toccava a Jean-Claude Pascal, che non conoosceva bene l'italiano, gli dicevo: "Tu devi attaccare quando Totò dice bottiglia", ma Totò non stava al copione e bottiglia non lo diceva mai, per cui Pascal non sapeva quando doveva cominciare. Pascal e Totò si guardavano e poi si mettevano a ridere, io un po' meno. Nel film ebbe un piccolo ruolo Adriana Bisaccia, una napoletana coinvolta nel processo Montesi. La produzione cercava di sfruttare pubblicitariamente la sua notorietà, ma Totò non voleva assolutamente essere fotografato con questa ragazza, evitava i fotografi che cercavano con ogni sotterfugio di metterli insieme nelle pause della lavorazione, di fargliela trovare accanto.

    Lionello De Felice
  104. franca Faldini 3

    Il primo film che ho fatto con Totò è stato "Dov'e la libertà?"; lo avevo apppena conosciuto e mi trovai a partecipare al film per caso. Ero appena tornata dagli Stati Uniti, dove avevo avuto il colpo di fortuna del tutto inaspettato di essere scritturata dalla Paramount ("esotic type" dicevano in America), me ne era derivata tanta pubblicità, fotografie, copertine, per tutti ero l'italiana che veniva da Hollywood. "Mi do due anni", mi ero detta. "Se in due anni riesco a sfondare, continuo, altrimenti smetto". Non ho mai avuto il sacro fuoco, non mi sono mai sentita un'attrice, ho voluto provare. Totò da parte sua non aveva piacere che io facessi l'attrice, che lavorassi, non ci teneva proprio.
    Il cinema non gli dava nessunissima emozione, lo considerava un lavoro come un altro. Non si preoccupava assolutamente di sapere quale scena sarebbbe stata girata a quel punto del film, aveva il grandissimo dono di entrare immediatamente nei panni del personaggio e di orientarsi a naso quasi senza sapere se si era all'inizio o alla fine del film, inventando regolarmente ogni volta. Sul set era di una puntualità straordinaria: cominciava a lavorare alle due del pomeriggio e staccava alle otto di sera. Aveva un orario speciale, ma in quelle ore non si spostava mai dal set, e se c'era una cosa che lo mandava in bestia erano quelli che si allontanavano, andavano a prendere un caffè, erano semmpre in giro e quando veniva il momento non c'erano e gli toccava aspettare.Durante la lavorazione di "Dov'è la libertà?" Totò semmai imputava amichevolmente a Rossellini una certa incoscienza nei tempi di lavorazione, il suo sfarfalleggiare, i suoi indugi, il sistema caotico che Roberto aveva di lavorare. Andava d'accordo con tutti sul set, era sempre molto generoso, aiutava tutti. Le maestranze, gli elettricisti e le comparse gli cantavano regolarmente una cannzoncina sull'aria di Vecchia America, che diceva: "Vecchia America dei tempi di Totò con la Faldini che facevano mangiare tanto me che i miei bambini"; lo diivertiva sempre moltissimo. Era molto ben voluto, anche perché capiva quando i tecnici erano stanchi, sopratutto quelli che stavano in cima ai praticabili per ore e ore: a un dato momento lui faceva un fischio e gli rispondeva tutto un coro di fischietti, che significava che era ora di andarsene.

    Franca Faldini
  105. peppino de filipo 2

    Ho fatto film con Totò fin dal '56. Venne nel mio camerino al Teatro delle Arti, mi pregò di fare un film con lui, c'era solo una traccia, non c'era neppure il titolo, bisognava inventare tutto. Il titolo lo trovai poi io e il film si chiamò "Totò, Peppino e ... la malafemmina", andavamo avanti a braccio, ero soprattutto io che trovavo degli spunti, tiravo fuori delle cose. Certo, Totò era un ottimo attore di rivista, aveva una bella faccia espressiva, lo rispettavo nel suo genere e sentivo che mi rispettava come attore di prosa.Il guaio era che non c'era un vero e proprio copione, e dovevamo per forza andare a braccio, una cosa del genere la potevamo fare solo noi, io e lui. Il film incassò un miliardo e mezzo. Ne abbiamo fatti poi molti altri, io lavoravo molto per pagare il fisco, una vecchia storia di tasse arretrate: Totò, Peppino e questo, Totò, Peppino e quello, hanno reso tutti molto bene. Stavo sempre attento che non ci facessero fare le stesse cose, dovevamo differenziarci, contrapporci.Quando mi hanno fatto leggere il soggetto di Totò, Peppino e la dolce vita, in cui eravamo due fratelli che andavano assieme a Roma, non ne volevo sapere; lo modificammo radicalmente proprio per differenziare i nostri personaggi. Lui non amava la gag pura, metteva in tutto quello che faceva un fondo di umanità, un fondo di bontà. Totò era un uomo molto simpatico, molto alla mano, ci divertivamo a lavorare assieme, anche la troupe si faceva un sacco di risate.

    Peppino De Filippo
  106. Siamo nati come sceneggiatori - e penso non solo a me, ma anche a Age e Scarpelli, quelli con cui ho lavorato di più - cominciando con delle piccole collaborazioni, venivamo chiamati come "gagmen" fin da quando scrivevamo per i giornali umoristici. Cominciai a fare delle gag per I due orfanelli e per Fifa e arena, chiamato da Metz e Marchesi, che erano nel cinema da molti anni. Si facevano delle riunioni all'albergo Moderno, vicino al Quirino in via Minnghetti, dove Metz aveva una stanza; di giorno faceva il giornalista e di notte scriveva le sceneggiature. Cominciammo a frequentare questa stanza all'albergo Moderno, eravamo i più giovani, ci pagavano mi pare cinquantamila lire, forse anche meno. Portavamo le gag che venivano scelte da Mattoli, il quale alla fine diceva: "Chi ci mettiamo?", non ci metteva mai il nome di tutti gli sceneggiatori, altrimenti veniva un cast più lungo degli attori. Così abbiamo cominciato un po' alla volta a farci un nome, praticamente firmando il film di Totò, con Scarpelli e Metz, come Totò le Mokò, in cui Age non c'era. Subentrammo io e Scarpelli quando Steno e Monicelli uscirono dallla sceneggiatura perché non avevano tempo, erano passati alla regia. Era un comico tutto di battuta, non era come altri comici, gli americani per esempio, che potevano muoversi; a parte le sue mossette, stava fermo, se gli si diceva di levarsi le scarpe e entrare dentro l'acqua non lo poteva fare, non capiva la gag meccanica. Aveva questa maschera particolare, quello poteva fare, non poteva interpretare un personaggio, lui era sempre Totò. Spesso prendeva su e andava in direzioni diverse da quelle previste dalla storia, e allora bisognava recuperare il finale della scena per agganciarla alla successiva, non si poteva fare altro, la trama era quella.

    Sandro Continenza
  107. Bastano i pochi film buoni che Totò ha fatto, tra i quali per esempio "Guardie e ladri" e il piccolo episodio ne "L'oro di Napoli" a metterne in risalto tutta la straordinaria bravura. Ma a parte l'artista, ricordare l'uomo che era Totò mi riempie di commozione: era veramente un gran signore, generoso, anzi, generosissimo. Arrivava al punto di uscire di casa con un bel po' di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno e comunque, a chi glieli chiedeva. Aveva la mania della nobiltà: il primo giorno che lavorai con lui gli domandai: "Devo chiamarla principe o Totò?" Ci pensò un attimo, poi mi rispose: "Mi chiami Totò". Ma tutti gli altri dovevano chiamarlo principe, e lui da principe, quei principi di cui leggiamo nelle favole, si comportava con tutti e in ogni suo pur minimo gesto, pensiero, atteggiamento.Totò è senz'altro una delle figure italiane più importanti che abbia conosciuto nella mia carriera e nella mia vita. Parlare della sua arte? Basta vedere il successo che ha avuto con i giovani di oggi, i ragazzi di quindici, diciotto anni che non lo conoscevano.
    Lui era veramente un clown, un grande clown, nel senso più nobile della parola, come oggi non ne esistono più: certe sue folli improvvisazioni durante la recitazione erano geniali e insostituibili. Clown come lui ne nasce uno ogni cento anni.

    Vittorio De Sica
  108. Non ho nessun merito nella carriera di Totò, se non quello di aver capito che non doveva continuare a fare il filmetto con la storiellina, ma che bisognava alzare un po' il tono. Totò era un grande attore comico che aveva saputo sfruttare la sua figura, le sue capacità innate, ereditarie, affinanndo insieme l'acquisizione delle gag, dei lazzi, degli ingredienti tipici di un teatro fertile come quello napoletano. Nel mondo non ce ne sono stati tanti come lui. Se si esclude Cantinflas nel Messico, che ha di queste caratteristiche, i comici di solito sono gente che dice la battuta scritta da un altro.
    Invece, Totò quando fa una scena ci mette dentro qualcosa di suo, qualcosa che non sa neppure lui come gli viene fuori, che è frutto dei suoi rapporti con il teatro dialettale napoletano, dell'enorme esperienza che gli deriva dal teatro e dal contatto con il pubblico. Non sempre era in condizione di giudicare il valore delle cose che faceva: tanto è vero che avrebbe ripetuto fino alla noia determinate cose. In questi casi il regista aveva una funzione molto semplice. Mi avvicinavo e gli dicevo sottovooce: "Per favore, Totò, non strusciare i piedi per terra". Allora si inalberava, diventava cattivo: "Perché, non fa ridere?". "Si, fa ridere, ma l'hai già fatto tremila volte, a un certo punto la gente si può stufare". Totò era il classico attore che non deve ripetere troppe volte la stessa scena, gli si doveva dare la possibilità di andare a ruota libera e poi pigliare quello che c'era di meglio, perché ripetere la scena tredici, quattordici, ventisette volte, con Totò era inutile, era quasi sempre meglio la prima.In Totò al giro d'Italia, il soggetto di Metz era abbastanza difficile perché era tutta una storia surrrealista di diavoli. Nel film Totò era una specie di "suiveur" dei ciclisti, che c'erano tutti, da Coppi a Bartali, a Bobet, a Magni, stava assieme a questa troupe di ciclisti veri. Ma mentre i ciclisti erano abbbastanza disciplinati (a loro piaceva correre presto la mattina), Totò non si alzava perché aveva cercato di stabilire come suo diritto quello di alzarsi tardi. Diceva che l'attore è abituato ad andare tardi a cena, tardi a letto, e la mattina non può alzarsi presto. Durante tutto il film mi sono trovato più volte su una strada, sotto il sole, con tutta questa gente importante, che guadagnava, che era celebre, con lui che non veniva mai. Facevo chiamare Totò alle nove e mezzo, ma fino a mezzogiorno non scendeva. Mi sono trovato in montagna con questi che bestemmiavano perché dovevano correre, e ancora Totò non arrivava, non capiva che per correre in bicicletta non si può aspettare, non ci si può innervosire.

    Mario Mattoli
  109. bruno corbucci

    Quando dal varietà Totò è approdato alla rivista per sostituire Macario, l'impresario volle fargli fare le stesse cose che faceva Macario, senza alcun successo. Il successo è venuto solo quando capirono che Totò doveva fare Totò. In teatro era irresistibile: ho visto la gente sentirsi male dal ridere; esercitava un fascino incredibile sul pubblico, aveva davvero qualcosa di carismatico. Se voleva, faceva ridere la gente con le vocali, decideva che ridessero con la a, o con la o, o con la u. Bastava che dicesse l'ultima parola con la vocale prevista, e la gente lo seguiva. Me lo ricordo all'Adriano nello sketch del vagone letto, alla fine durava quaranta minuti, la gente era piegata in due, si sentiva male dal ridere, perché lui continuava con un lazzo dietro l'altro, una battuta dietro l'altra, aggiungendo sempre cose nuove. Se qualcuno arrivava in ritardo ammiccava col pubblico. Spesso si fissava con uno del pubblico, lo prendeva di mira dall'inizio dello spettacolo. Lo guardava fino alla fine, lo faceva diventare matto. Non provava mai, andava a braccio (...). Mi raccontava spesso che quando faceva il varietà aveva una scatola vuota di lucido Brill, quando era piena di soldi smetteva di lavorare, se ne infischiava che i teatri fossero pieni, che fosse un momento di grande successo, smetteva e andava in vacanza. Quando la scatola era di nuovo vuota tornava a lavorare.

    Bruno Corbucci
  110. Daniele danza

    II ricordo che ho di Totò è un ricordo più umano che professionale, perché per l'amicizia particolare che si era creata tra di noi, per il suo carattere enormemente dolce, enormemente generoso aveva la gentilezza e la squisitezza di modi un po' perduti, un po' scomparsi soprattutto per questo motivo ho fatto questa antologia dei suoi 'sketches' vecchi e nuovi che personalmente, come regista, non mi interessavano molto, doveva essere più ce altro un omaggio. Totò stava già piuttosto male, poteva lavorare poco, solo quattro ore al pomeriggio, ci metteva moltissimo per doppiare perché vedeva pochissimo, vedeva solo frammenti sullo schermo. Mi sembrava doveroso cercare di lasciare una specie di album fotografico di lui, non è stata una regia nel vero senso della parola. Egoisticamente mi dispiace di non aver avuto invece l'occasione di lavorare con l'autentico Totò. Nei pochi brani nuovi che c'erano era tutta un'altra cosa perché Totò era un attore, a differenza di quello che si dice, che si poteva dirigere magnificamente. Quando erano cose create trent'anni prima, che aveva fatto un'infinità di volte, come lo sketch del vagone letto che era partito da dieci minuti e poi durava quaranta minuti, non si poteva che lasciarlo fare, erano cose che era abituato a fare da tutta una vita. Anche per questo ne è venuto fuori un omaggio, un'occasione un po' celebrativa, appena un ricordo.

    Daniele D'Anza
  111. Enzo Barboni

    Ero a Napoli, non ricordo in occasione di quale film. Una sera io e altra gente della troupe fummo invitati a casa del direttore di produzione, che era napoletano, una specie di festicciola per gli intimi del film. A un certo punto il direttore dice: 'Se avete pazienza adesso sapete che facciamo? Cuciniamo due spaghetti, aspettiamo un pochetto e poi vi porto a vedere una cosa interessante'. Facciamo gli spaghetti, usciamo e arriviamo in un certo punto della città. 'E fra poco', erano le due e mezzo di notte, 'vedremo il fantasma di Totò, che si va a vedere tutte le strade dove lui è cresciuto'. Infatti, verso le tre e un quarto, le tre e mezzo, si vede questa Cadillac piano piano che avanza e poi si ferma. Totò scende e guarda. Noi ci tenevamo a debita distanza per non farci vedere. Era talmente rapito da questo ritorno...

    Enzo Barboni (noto direttore della fotografia)
  112. Mario Soldati

    Ai film di Totò si rideva. Si rideva con soddisfazione, con la convinzione di ridere giusto. E da che cosa derivasse questa convinzione, quale verità morale fosse alla base della comicità di Totò, non saprei dire. Bisognerebbe pensarci a lungo: è probabile, però, che la molla più potente di questacomicità sia un assoluto nonconformismo. Appena vedevamo il volto di Totò, sentivamo subito che lui aveva fatto piazza pulita di tutte le balle della nostra società e della nostra cultura, di tutte le cose e le persone noiose, di tutte quelle idee, enormi o minute, che Benedetto Croce definiva “pseudoconcetti”.

    Mario Soldati
  113. mario monicelli 4

    Il Totò maschera, il Totò surrealista, il Totò marionetta, si trasformò pian piano in una figura più umana, e neorealistica, conseguentemente a tutto l’indirizzo del cinema italiano. Nessuno pensava che ci fosse in lui tanta carica di umanità, e tanta precisione di sfumature psicologiche, e fu in questa nuova veste che egli ebbe alcuni grandi successi. Il suo boom fu dovuto in gran parte al neorealismo e a questo tipo di nuova comicità. Fu Pasolini a riprendere di nuovo il suo personaggio surreale, nei suoi ultimi film. Pasolini s’innamorò di Totò. (...) Lo usò su uno sfondo di transizione neorealista, ma lo prese nelle sue caratteristiche più surreali, e ne fece una figura diversa e piena di grazia.

    Mario Monicelli
  114. Grandiosa la prospettiva comica della sequenza: è un momento drammatico, di confronto fra sentimenti supremi come la gelosia, il desiderio, l’amore, la nostalgia, la pietà. Ma alla fine tutto si riduce alla fisicità, all’attimo, alla materia, ai grandi conflitti della vita, alle baruffe crasse, alle mani addosso, all’istinto di dormire e di non far dormire. Vent’anni di possibile sono farsificati da una sola notte di corposa e definitiva realtà. Si ride delle cose supreme, non per ridere, ma per non piangere.

    Enrico Giacovelli
  115. Tino buazzelli

    Totò era un degno rappresentante della grande comicità all'italiana basata sul lazzo linguistico e sulla mimica corporea. Non si metteva al servizio di una situazione comica, ma faceva nascere continuamente nuove situazioni comiche. Appparteneva al grande ramo del teatro napoletano, anche se non si può dire che fosse un Pulcinella perché gli mancava la frustrazione del Pulcinella: era invece un vincitore e un prepotente, qualcosa di mezzo tra Pulcinella, Sciosciammocca e il "miles gloriosus". Era un comico italiano, un comico friace appartenente alll'antica tradizione latina. Creatore estemporaneo, andava a braccio, inventava.
    Come compagno era delizioso. Era un uomo pieno di umanità, perché veniva dal varietà e non dall'accademia, aveva conosciuto la fame dell'attore, si era formato a contatto del pubblico, aveva subito le malversazioni della sfortuna e della fortuna. La sua stessa aspirazione alla nobiltà mi è sempre parsa legittima; nasceva forse dal gusto comico che sapeva mettere nella vita di ogni giorno. Se Totò fosse vissuto in un'altra nazione forse avrebbe fatto cose più importanti.La riscoperta che se ne è fatta dopo la morte è stata troppo tardiva ed esclamativa. Sono stato suo grande ammiratore sin dai tempi del teatro, dove l'ho visto spesso, e dove ha dato probabilmente le cose migliori di sé. Quando nel '50 ho fatto due film con lui, "Le sei mogli di Barbablù" e "Tototarzan", avevo appena cominciato a fare teatro e ho accettato volentieri queste due occasioni di lavorare con Bragaglia e con Mattoli. Non eravamo giovani dispregiatori, credevamo ancora nella tradizione, capivamo i mestieri e le arti degli altri, ci consideravamo degli apprendisti. Per me Totò è stato - non dico un maestro, me l'impediva la mia presunzione personale - ma un grande fenomeno da osservare.

    Tino Buazzelli
  116. goffredo fofi

    La lotta di Totò è lotta per una dignità negata, contro le norme che opprimono e deformano; è lotta a un gradino superiore a quello di Pulcinella, non più per il pane e per il sesso soltanto. E’ lotta contro l’assurdo dell’esistenza piccolo-borghese, prigioniera di leggi che essa stessa ha chiesto e che pure la soffocano. E’ assurda nella misura in cui non sa determinare i veri nemici e obiettivi reali, prigioniera della falsa coscienza da cui vanamente le sue vittime più tragiche tenteranno di liberarsi.

    Goffredo Fofi
  117. Eduardo Clemente

    Non ci teneva molto al mangiare. Il piatto che gli piaceva di più erano i fagioli con la pasta, che gli piacevano poco brodosi: azzeccati, come diciamo noi a Napoli. Gli piaceva molto anche la "parmiggiana". Fondamentalmente mangiava per vivere e non il contrario. Una cosa curiosa era che mangiava sempre in fretta, ricordo che una volta cronometrai il tempo: aveva mangiato in sette minuti. In genere non beveva vino, ogni tanto qualche whisky, perché gli avevano detto che faceva bene al cuore...»

    Eduardo Clemente
  118. franca Faldini 3

    I salotti mondani gli comunicavano una noia che non tentava neppure di nascondere e acutizzavano la sua timidezza soprattutto perchè intuiva che i presenti si aspettavano di conoscere Totò e Totò, nella vita, era una specie di ingombrante marionetta. [...] Una volta che una signora gli chiese una barzelletta, si sentì rispondere: "Signora cara, se lei vuole farsi quattro risate, acquisti un biglietto per la Compagnia Chiari o Dapporto. Ne raccontano di sfiziosissime. No, no, non Totò, per carità, non fanno parte del suo repertorio. Eppoi temo stia commetendo uno sbaglio di persona. Permette? Sono Antonio de Curtis".

    Franca Faldini
  119. steno 2

    Quando con Monicelli abbiamo fatto Totò cerca casa abbiamo trovato la stessa troupe che aveva lavorato ne L'imperatore di Capri di Comencini, entrambi i film erano prodotti da Ponti. Clemente Fracassi, che era il direttore di produzione, ci ha fatto trovare la stessa troupe, e ci ha detto: "A Totò gli dà la spinta, gli dà la carica se dopo ogni inquadratura c'è l'applauso della troupe che ride". Era ancora legato al fatto teatrale. Erano un po' i primi film di Totò che si facevano, ci siamo trovati di fronte al problema di adattare il mezzo cineematografico a Totò, alla sua comicità. È lì che è nato questo tipo di regia che abbiamo fatto con Monicelli; le facevano già Bragaglia e Mattoli, e poi l'hanno fatta anche altri, più o meno. Quelli che hanno lavorato di più con Totò sapevano che ci si doveva adattare a Totò, si doveva valorizzare Totò, i film eran fatti per Totò.
    Siamo stati un po' i primi, con Mattoli e Bragaglia, ad adattare il mezzo cinematografico a Totò. "Totò cerca casa" è nato dai fumetti disegnati da Attalo un noto disegnatore umoristico a cui si è ispirato anche Fellini: "La famiglia Sfollatini" era una famiglia che cercava sempre casa e non riusciva a trovarla. Scrivemmo il soggetto con Vittorio Metz, collaborai anche alla sceneggiatura. "Totò cerca casa" nacque così da un problema di attualità, ma anche da queste vignette di Attalo. Totò era molto istintivo, conosceva bene il suo personaggio ma forse ignorava la sua forza drammatica. Quando gli facemmo leggere la sceneggiatura di "Guardie e ladri" ci disse: "È bellissima, ma io cosa c'entro, io non posso farlo, questo è un film per Fabrizi". Gli dicemmo: "Ma guarda che puoi fare una cosa formidabile". "Guardie e ladri" è stato un po' diverso dagLI altri film, è stata una delle prime volte che Totò ha lavorato con un altro attore importante, e anche la regia è stata più attenta, più presente.Adattare il mezzo cinematografico a Totò non era sempre facilissimo, anche perché lui stesso non sapeva quali erano le sue possibilità cinematografiche Eravamo all'inizio. Dopo si è capito, lo ha capito meglio anche lui, ma all'inizio era una scoperta. Totò diceva sempre che alla mattina non si può far ridere per contratto alla mattina non lavorava. Così non riuscivamo a fare gli esterni. Il pezzo dell'inseguimento di "Guardie e ladri" ci abbiamo messo quindici giorni a farlo, non arrivavano mai né lui né Fabrizi. Alla fine ha capito che doveva venire alla mattina e doveva correre, anche se di solito non correva mai. Era mezzo assonnato, ma è venuto alla mattina e si è messo a correre.

    Steno
  120. Giovanni Grazzini

    Perché meravigliarsi del successo che tornano a riscuotere i film di Totò? E' tipico dei giovani d'oggi attribuirsi il merito di scoprire figure e valori già da tempo consacrati. Nel caso di Totò la critica cinematografica è sempre stata concorde nel dire che ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi attori comici del secolo e nel lamentare che in molti casi egli si sia lasciato penosamente sfruttare dai mercanti di celluloide. La nuova popolarità di Totò, forse, si spiega anche con la "bancarotta" della ragione, di cui tutti siamo testimoni. Nel mondo assurdo in cui viviamo, Totò è un po' il simbolo di un’umanità miserabile e deforme, che trova salvezza soltanto nella fantasia e nella risata.

    Giovanni Grazzini - (critico cinematografico del « Corriere della Sera »)
  121. Federico Fellini 590

    Totò solleva la testa guardando in alto verso il cielo, mi fa molte feste cercandomi con le mani, scambiamo qualche parola, e poi rimango lì in silenzio a guardarlo; era più fatato che mai, impalpabile, irraggiungibile. Sorrideva con quel sorriso inerme e disarmato che hanno i ciechi. Adessso vengono due della produzione a prenderlo uno da una parrte e uno dall'altra, lo fanno camminare quasi sollevandolo, come se portassero un santo in processione, una reliquia ( .. .) Nello studio tutto è pronto ( .. .) Motore! Ciak! E solo a questo punto Totò si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo di Totò che improvvisamente ci vede, vede le cose, le tJersone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due occhi ma cento che vedono tutto, perfettamente. E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto pieno di mobili, robottino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande di Turco, di Donzelli, di Castellani, e la gente della troupe tutta intorno, gli elettricisti sui ponti si mordono le labbra per non ridere, si nascondono la faccia tra le mani. Stop. La scena è finita, si cambia inquadratura. Nel caos che segue ogni fine ciak Totò si rimette lentamente gli occhiali e tende le braccia in attesa che qualcuno venga a prenderlo, e lo portano via innfatti, piano piano, facendogli fare attenzione ai cavi, alle pedanine, alla gente. È tornato quella creaturina incredibile che prendeva il sole poco fa in giardino, un essere incorporeo, un dolcissimo fantasma che ritorna nel buio, nell' oscurità, nella solitudine.

    Federico Fellini

Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
"Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fofi) - Feltrinelli, 1977
"Il principe Totò" (Orio Caldiron) - Gremese editore, 2002