Nascita del café-chantant in Italia: saloni, caffè e teatri

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Non meno di trenta, trentacinque grandi cafés-chantants, poi teatri di varietà, fioriscono in Italia tra la fine del 1800 e il principio del 1900, cioè dalla belle époque allo scoppio del primo conflitto mondiale. Ma, al fianco o in sottordine a codesti locali, dove sfolgorano stelle e comici e attrazioni sia nazionali che di tutto il mondo, centinaia di altri se ne contano nelle città di provincia. Non c’è capoluogo, o grosso centro o piccolo, che non abbia il suo Apollo, il suo Eden, il suo Kursaal, il suo Orfeo: si può dire anzi che i locali di provincia sono i preferiti dalla stragrande maggioranza degli artisti di café-chantant, delle artiste, soprattutto, per le possibilità di conoscenze e relazioni che offrono tanti ricchi centri provinciali della Penisola.

Fra le grandi città, Napoli, Milano, Roma sono in testa, per numero e qualità, alla graduatoria dei varietà nazionali. A Napoli primeggia, fin dagli ultimi anni dello scorso secolo, il fastoso e festoso Salone Margherita, che cancella ogni traccia e ogni ricordo della antichissima Partenope, del vecchio Rossini e d’altri piccoli cafés più o meno chantants della seconda metà dell’Ottocento, quando il varietà napoletano avanti-lettera è costituito generalmente da comici improvvisatori, eredi diretti dei Pulcinella, dei Tartaglia, dei pagliacci da circo, scritturati per le farse finali di spettacoli popolari.

Col sorgere del Margherita, i decrepiti teatrini di periferia hanno le ore contate: qualche caffè ancora resiste, come il Caffè Scotto-Jonno in Galleria Principe di Napoli, ma è chiaro che la “gente di condizione” accorre al nuovissimo locale, che i fratelli Marino inaugurano nel 1890, al centro della città, nel sottosuolo della Galleria Umberto, a pochi passi dal San Carlo e da Palazzo Reale. A questo Salone napoletano, insieme col milanese Olimpia, si fa risalire in Italia l’origine delle sale di spettacoli sotterranei: tempo verrà che i teatri sul piano stradale rimarranno poco più che immagini nelle raccolte dei musei. La platea del Salone Margherita è divisa in due ordini: anteriore e posteriore. Davanti, sotto il palcoscenico, a contatto con l’orchestra (non si parla ancora di fosse) è il vero “parterre des rois.” Sulla scena, non molto grande, ma abbagliata di luce, sfilano le più favolose étoiles internazionali, francesi, spagnole, inglesi, russe: i Marino sono a contatto quotidiano con le più accreditate agenzie d’Europa. Molte, moltissime grandi diseuses celebri, chanteuses e attractions (la Otéro, la Cavalieri, la De Mérode, la Tortayada, e via via) son passate sulla piccola scena del Margherita. Di taluna, come della romanzesca Eugénie Fougère, si ricordano episodi persino drammatici che si ricollegano ai suoi soggiorni napoletani.



Contemporaneo, e forse antecedente al Salone Margherita, è il Circo delle Varietà, poi rimodernato e ingrandito: vi sono ospitati, oltre a grandi numeri d’oltralpe, le prime troupes esotiche, acrobati e giocolieri, “famiglie di colore”, attrazioni ciclistiche di fine secolo, fenomeni di fama mondiale in carattere col titolo del teatro, Circo delle Varietà.

Ad un livello inferiore sono l’Eden dei fratelli Resi, la Fenice dell’impresario Musella, il Teatro Umberto dell’ingegner Del Piano, consigliere comunale di Napoli. E, nei periodi estivi, giù a Santa Lucia, si apre sulle acque l’arioso accogliente Eldorado, che è contemporaneamente stabilimento balneare ed è gestito da una delle più popolari figure di esercenti d’ogni tempo: Gabriele Valenzano.

A Milano, al vecchio Stabilini, al vecchissimo Bottegone (che ricordano i fasti serali della scapigliatura, quando gli scapigliati andavano a fare baldoria cont i donnett de teater accettando compagni di tavolo non propriamente in guanti gialli), sopravvive, fino al primo decennio del Novecento, il famigeratissimo Morisetti, a Porta Venezia, confinante coi Giardini. Questo locale famoso ha una storia che in parte si riallaccia a quella delle giornate milanesi del Novantotto, alle barricate, alle cannonate, e alle fucilate di cui l’ingresso del teatrino, come tanta parte delle mura di corso Venezia per tanti anni portano il segno. Il Morisetti (locale e proprietario) visse tutte quelle giornate infauste: chiusi i battenti durante il periodo della “Operazione Bava-Beccaris”, appena abolito lo stato d’assedio, il Morisetti riapre le “porte insanguinate” (parole del titolare) per “tenere su il morale della cittadinanza” (sic) con del buon champagne della vecchia riserva. A codesta riserva di spumante Morisetti, si dà fondo grazie alle “signorine del locale”, ossia le artiste della quindicina, alle quali è fatto obbligo per contratto (i sindacati di categoria sono di là da venire) di trattenersi nel locale dopo lo spettacolo, per contribuire alla consumazione della riserva di spumante. L’antisala del teatrino, disposta a tabarin vent’anni prima della creazione del tabarin, è fornita di speciali lampadine colorate, le quali si accendono una dopo l’altra a mano a mano che una bottiglia è stappata. Le lampadine sono venticinque; e, quando si sono accese tutte, gli accessi al teatro da corso Venezia vengono sbarrati, per concedere maggiori libertà alla clientela del dopo teatro.

A ben diversi concetti si ispirano, in questi stessi anni, i veri teatri di varietà milanesi. L’Eden di piazza Cairoli è gestito dalla Società Suvini-Zerboni, e per essa dall’avveduto, geniale, autoritario, intelligentissimo Luigi Zerboni che col socio Emilio Suvini controlla otto teatri sugli undici della città, otto teatri di prosa, lirica, operetta, varietà. In un primo tempo, l’Eden è collegato, con un passaggio sotterraneo, al teatro Olimpia che sorge all’altro lato della piazza: è il tempo che nel sottosuolo dell’Eden si svolgono gare di pattinaggio, lo sport che col primo ciclismo (Ganna, Gaietti, ecc.) crea il primo pubblico di appassionati. Gare di pattinaggio nel sottosuolo, e spettacoli di caffè-concerto nella sala del teatro che, giusta la moda dei cafés-chantants parigini, è sistemata a posti distinti, con tavolini per le consumazioni durante lo spettacolo. Il servizio di consumazioni è praticato anche di giorno, durante le prove dei numeri nuovi o di quelli già in programma e attira una particolare categoria di spettatori.

Del San Martino, sul corso Vittorio Emanuele, ma al quale si accede in un primo tempo da via Pattari, è fondatore l’industriale Desiderio Pavoni. A lui succede presto il socio Bernardo Papa, poi proprietario del teatro Odeon. Bernardo Papa, fin da allora, vive una buona metà della sua esistenza a Parigi, dove ha casa e cavalli da corsa: al teatrino riserba ogni sua attività nel settore artistico che ben conosce e segue da vicino nella capitale francese. I programmi del San Martino brillano presto di luce propria, che non tarda ad attirare la élite di Milano, l’ufficialità del Terzo Savoia, l’alta borghesia, i soci dei Club con gli ospiti di passaggio, e i principi reali residenti a Milano. Il San Martino è il primo teatro italiano di varietà che tenta la rivista.



Terzo, è il vecchio Trianon, che nasce nei primi giorni del Novecento, dalle ceneri di un teatrino per marionette. Questo, a sua volta, aveva sostituito un antico Teatro Milanese, caro al ricordo di quanti videro i trionfi della commedia dialettale degli Sbodio e dei Carnaghi, sotterrata dal Ferravilla. Le sette lettere del nome Trianon brillano sul fronte della bizzarra costruzione in stile floreale. Il richiamo ai regali Livertissements di Versailles risulta efficacissimo; il Trianon si allinea subito con i maggiori cafés-chantants nazionali. Ha, in più, un Pavillon dorè, cioè un’appendice allo spettacolo, che dalla mezzanotte in poi si svolge nel piano sottostante alla sala del teatro, dove passano talune stelle di minore grandezza applaudite al piano di sopra. Il creatore del Trianon, per conto di una società romana che gestisce anche teatri nella capitale, è Achille Mauri. A lui è dovuta anche una trovata per allettare i clienti che scendono nel Pavillon. Sugli specchi attorno alle pareti un pittore improvvisa ogni sera ritratti e caricature di signore e signori presenti, grandi due o tre volte il vero. Questo diversivo costituisce spesso il numero più interessante dello spettacolo notturno. Il vecchio Trianon, che durante l’estate trasporta gli spettacoli in giardino, diventando il Trianon Giardino, adotterà in seguito, d’ordine superiore, il nome di Mediolanum. Oltre al varietà, ospita compagnie di prosa anche importanti e spettacoli di rivista. Ma il suo periodo migliore è quello del caffè-concerto, la cui direzione artistica è passata dal maggiore Raimondi ed Edoardo Indelicato (il secondo fra sette fratelli siciliani tutti teatranti dal primo all’ultimo), all’ingegner Guido Cellè, ad Arturo Boccassini con Alfredo Bracchi, il noto poeta e scrittore milanese, poi al solo Boccassini, patron espertissimo dell’ultimo Mediolanum, sacrificato poi alle esigenze del piano regolatore.

L’Orfeo di Roma, in un primo tempo Grande Orfeo, è tra i più antichi locali della capitale: divide, con il contemporaneo Concerto delle Varietà, il dominio dell’arte varia dagli ultimi anni dell’Ottocento ai primi del nostro secolo. Numeri italiani che un giorno faranno parlare di sé il mondo (si può leggere, in un manifesto del Concerto delle Varietà, in data 8 aprile 1894: “N. 1: orchestra; n. 2: orchestra; n. 3: Josefine (sic) Jager, cantante tedesca; n. 4: Signorina Lina Cavalieri, cantante italiana...”), si alternano a partecipazioni straniere più o meno autentiche.

I napoletani fratelli Marino, dei quali si è detto, gestiscono anche nella capitale un loro Salone Margherita, gemello del Margherita di Napoli, come il Mauri del milanese Trianon è già da vari anni proprietario e gestore del romano Apollo di via Nazionale. Compagna di questi è la fortunatissima Sala Umberto. I fondatori dei varietà intitolano ai Reali d’Italia dell’epoca, Margherita e Umberto, i migliori palcoscenici minori dell’Otto-Novecento.
La Sala Umberto, a pochi metri dal Corso, è il solo sopravvissuto dei teatri romani di varietà d’un tempo. Per quarant’anni è il dominio di Wolfango Cavaniglia, arcinoto negli ambienti teatrali col semplice nome di Wolfango. Il lungo, meritato successo del suo locale, oggi cinema, è dovuto a lui, alle sue personali e romanissime doti d’abilità e simpatia, alla sua conoscenza di uomini e cose d’ogni teatro, al suo fiuto proverbiale, alle sue relazioni infinite.

Ma due nomi romani vanno inseriti in questa piccola rassegna del varietà nostrano: oggi non sono che fra i lontani ricordi di un tempo, anche precedente a quello fin qui rievocato: l’antichissimo teatro Jovinelli, e l’altrettanto antico teatro Esedra. Sui manifesti, e sulle pagine della vecchia “Tribuna”, portano il nome di teatro, ma sono autentici cafés-chantants dell’epoca di Gabriele D’Annunzio chroniqueur mondano, di Carlo Rudinf, brillante figlio di papà Eccellenza, e di Trilussa delle prime favole. Lo Jovinelli prende il nome dal suo turbolento fondatore; l’Esedra, dalla piazza omonima, è creatura deH’impresario e direttore Cruciani, ed è il centro serale, fra l’altro, dei parlamentari ai giorni di Crispi, di Pelloux, del Marchese di Rudini: le promozioni cavalleresche del Cruciani si succedono di ministero in ministero, come di quindicina in quindicina i programmi sul minuscolo palco che ha per scena fissa un giardino.


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Follie del Varietà" (Stefano De Matteis, Martina Lombardi, Marilea Somarè), Feltrinelli, Milano, 1980
  • "Café-Chantant" 1900-1928 - "Varietà" 1929-1932