SAN GIOVANNI DECOLLATO

Inizio riprese: 16 settembre 1940 - Autorizzazione censura e distribuzione: 28 dicembre 1940


Detti & contraddetti

Questa cosa deve rimanere un segreto tra noi: gliela dico nella tromba di Eustachio.

Mi sono sporcato il pipistrello della mano.


Mascalzoni farabotti, causa di tutte le mie intemperie!


Una brava ragazza non può avere che un solo padre.


Non vi dovete preoccupare: ho detto quisquilie. A priora.


Per una volta hai detto il veritiero.


Se la mia voce dà fastidio, vuol dire che canterò internamente.


Io e mia moglie siamo troppo fini per andare d'accordo con la gente di campagna: siamo areostatici.


Posseggo solo cose inutili... ma non è colpa mia. Non so leggere, ma intuisco.


Sono mesi che non mi faccio una bella pranzata.


Remembris omnibus: ricordati, uomo.


Sono contumacio e disissidento, io dissido.


In primis et antimonio una scarpa fine si fa di capretto e di vitellino di latte, questa è la madre del vitello, chiamata volgarmente vacchetta. Secondis, questa è tinta fatta col vitriuolo, e difatti appena un signore vi poggia il dito del pipistrello della mano se lo sporca, se lo anilifica. Terzis, questa suola non è battuta a dovere e difatti dopo un giorno o due di marcia o di camminamento a piedi mette fuori la lingua come un cane da caccia. Ancora due parole, non ho finito verbo. Gli elastici sono di cotone e non di seta, e perciò cedono, vedi che cedono. La tramezza è usata fraudolente. I punti di questo gurdione sono dati con la zappa e con la lesina, dico lesina. Ed infine, mio caro amico, le solette interne, guarda, sono di cartone e non di pelle. Perciò, mio carissimo signor ciabatttino, queste scarpe sono da fiera. Sei e cinquanta. E se non sapete fare il calzolaio, andate a fare il farmacista, che è meglio. Rimembris omnibus, cioè ricordati uomo, che calzolaio si nasce, non si diventa, ostregheta.


La madre del vitello è detta volgarmente vacchetta.


Io, prima di mangiare, mi sento sempre un po' stupido.


Lo stomaco mi funziona benissimo: non ho appetito perché sono dissidente.


Se non sapete fare il calzolaio, fate il farmacista. Calzolai si nasce, non si diventa.


Io su mia figlia esercito la patria potestà, sono il potestà di mia figlia.


..questa è tinta fatta col vitriuolo, e difatti appena un signore vi poggia il dito del pipistrello della mano se lo sporca, se lo anilifica.


Mastro Agostino Miciacio

Scheda film

Titolo originale San Giovanni decollato
Paese Italia - Anno 1940 - Durata 89 min - Colore B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Amleto Palermi - Soggetto Nino Martoglio - Sceneggiatura Amleto Palermi, Aldo Vergano, Cesare Zavattini - Produttore Liborio Capitani - Fotografia Fernando Risi - Montaggio Duilio A. Lucarelli - Musiche Cesare A. Bixio, Alexandre Derevitsky, Armando Fragna - Scenografia Piero Filippone, Vittorio Valentini


Totò: Mastro Agostino - Titina De Filippo: Concetta, la moglie - Silvana Jachino: Serafina, la figlia - Franco Coop: don Raffaele, il barbiere - Osvaldo Genazzani: Giorgio Maria Santapola, il fidanzato di Serafina, - Bella Starace Sainati: nonna Provvidenza - Eduardo Passarelli: Orazio, il lampionario - Augusto Di Giovanni: don Peppino Esposito - Mario Siletti: Teodoro Cupis, l'amministratore - Giacomo Almirante: il pretore - Oreste Bilancia: testimone al processo - Peppino Villani: inquilino del vaglia - Peppino Spadaro: mastro Vincenzo, il calzolaio - Grazia Spadaro: Rosalia - Dina Romano: Donna Filomena, la cartomante - Renato Chiantoni: l'avvocato difensore - Gorella Gori: testimone al processo - Edmondo Starace: Cancelliere - Maso Marcellini: Don Benedetto - Vincenzo Fummo: Inquilino - Mario Ersanilli: Ometto dalla barba bianca - Emilio Petacci: Il Pubblico Ministero Lanzetti - Raffaele Balsamo: Inquilino del palazzo - Milla Papa - Liliana De Curtis

Soggetto, Critica & Curiosità

1940-san-giovanni-decollatoSoggetto
Mastro Agostino Miciacio è un portiere e ciabattino napoletano che venera un dipinto raffigurante un'immagine di San Giovanni Battista decollato. Agostino ha l'abitudine di parlare con l'immagine sacra e di tenere acceso un lumino a olio presso l'immagine stessa in segno di devozione. Ogni notte però l'olio sparisce.
La devozione del portiere è tale da spingerlo a fare anche dei festeggiamenti che per la loro rumorosità gli tirano addosso le ire dei vicini e della sua famiglia; viene processato e poi assolto per semi-infermità mentale.
Il guappo Don Peppino vorrebbe imporre ad Agostino le nozze fra Serafina, figlia di quest'ultimo, e Orazio, un lampionaio suo protetto: ma Serafina rifiuta categoricamente e assieme al suo innamorato, un giovane studente, fugge dai nonni di lui nel paese di Montebello Siculo, in Sicilia. Li raggiungeranno Agostino con la moglie Concetta e sarà proprio durante le nozze dei due giovani che Agostino scaccerà Don Peppino riuscendo anche a scoprire che era proprio lui il ladro di olio del lumino di San Giovanni che lui aveva preso a calci. La famiglia è finalmente riappacificata e riunita sotto l'immagine del Santo, che arriva al punto di accordare ad Agostino, sia pure temporaneamente, la "grazia" di rendere muta la petulante Concetta.


Critica e curiosità

Il produttore cinematografico Liborio Capitani sta pensando a lui per una trasposizione di San Giovanni decollato di Nino Martoglio, che avrebbe dovuto essere il suo ottavo film con Angelo Musco. L’idea di Capitani suscita nel suo entourage discussioni e perplessità: che c’entra un comico metafisico come Totò con il personaggio farsesco di Agostino Miciacio, devoto ciabattino in rotta contro il violento pretendente della figlia? Anche Capitani si fa prendere dai dubbi; propone quindi ad Antonio de Curtis un provino teatrale, chiedendogli di inserire in Fra moglie e marito... la suocera e il dito la famosa macchietta del beghino che prega profondendosi in vorticosi segni di croce e sdilinquimenti mistici. Totò acconsente, e una sera di giugno il produttore entra in un palchetto al teatro Valle per vedere di cosa sia capace questo comico di cui parlano tutti. Il contratto, dicono le cronache dell’epoca, viene firmato ventiquattrore dopo. (Sveliamo il mistero della nascita di un film, “Film”, n. 44, 2 novembre 1940)

Le riprese cominciano in settembre, a Cinecittà, e Antonio de Curtis si accosta all’esperienza con qualche tremore per la differenza culturale e recitativa tra lui e Angelo Musco. Dirà successivamente: “Quel lavoro era il cavallo di battaglia di Angelo Musco e farlo io, in cinematografo, poteva sembrare presunzione. [...] Durante la lavorazione del film cercai di tenermi lontano dall’imitare l’attore siciliano”

Liborio Capitani, produttore del film, inizialmente pensa di far dirigere il film a Gero Zambuto ma vista l'età ormai avanzata del regista opta per Cesare Zavattini e al rifiuto di quest'ultimo si decide per Amleto Palermi. Del cast fanno parte anche Oreste Bilancia, il primo dei testimoni nel processo contro mastr'Agostino, Peppino Villani, nome conosciutissimo del cafè chantant napoletano, e una piccola bambina di 7 anni che si reca da Miciacio/Totò per ritirare le scarpe della madre: si tratta di Liliana la figlia di Totò nell'unica apparizione cinematografica della sua vita. Totò si e' sempre opposto a che sua figlia faccia parte del dorato mondo del cinema ma stavolta convinto da Capitani da il suo consenso.La piccola Liliana per questa parte nel film riceve come compenso una bambola. Dopo un inizio guardingo, regista e interprete entrano in sintonia e le riprese filano in un’atmosfera allegra e affettuosa. Palermi scopre un professionista duttile e generoso, Totò è felice di poter mescolare al rispetto per il copione i guizzi della sua comicità estemporanea, di attribuire al suo personaggio sguardi da cartone animato e salti da scimmia, e di spargere dove occorre la sua specialissima ansia di morte. Il prefinale in cui i protagonisti si massacrano lanciandosi piatti è improvvisato sul set su suggerimento di un Totò scatenatissimo, ampliando la trovata di un unico piatto che Miciacio avrebbe dovuto rompere in testa al guappo. La battaglia di stoviglie, alla quale partecipano fuori campo tecnici, amici di passaggio e pure il produttore del film, produrrà alla fine due quintali di cocci e qualche ferita, ad Augusto Di Giovanni (il guappo) e Titina De Filippo, entrambi colpiti alla testa, e allo stesso Totò, contuso a un braccio.

L’attore non dimentica la propria natura profonda, gli slanci dionisiaci, i fuochi d’artificio in repertorio, non abbandona del tutto la sua ansia funerea (pronto a farsi ‘decollare’ dal coltello di don Peppino, depone docile il capo su una guantiera, il collo talmente snodato che la testa appare già orrendamente spiccata dal busto). E in questo modo ottiene tra l’altro di sganciarsi dall’ingombrante modello-Musco.

Alla scena dei rumorosi festeggiamenti per il Santo potrebbe essersi ispirato Luciano De Crescenzo nel suo film 32 dicembre, uscito nel 1988.
Nel film compare per la prima e unica volta Liliana De Curtis, figlia del Principe: Totò infatti non voleva che la bambina intraprendesse la carriera cinematografica, e perciò questo fu l'unico episodio in cui la De Curtis ebbe l'occasione di recitare accanto al padre.
La scena in cui Totò resta seduto a tavola in casa dei nonni del futuro genero, e cerca di trattenere il vino e le pietanze prima che vengano portate via, sarà ripresa fedelmente da Mario Mattoli nel film "Miseria e nobiltà" (a sua volta rifacimento dell'omonimo film diretto da Corrado D'Errico sempre nel 1940 e basato sulla celebre commedia del 1888 di Eduardo Scarpetta). Anche nel film di Mattoli, Totò cerca di "difendere" le abbondanti portate preparate dal cuoco, padrone di casa. Un altro fattore che accomuna i due film, seppure non di primaria importanza, è l'equivoco secondo cui Totò e Titina si presentano ai parenti del futuro genero rispettivamente come un professore e una nobile (Concetta, evidentemente poco abituata al termine "aristocratici", parla di sé specificando "noi aerostatici"), mentre in Miseria e nobiltà i poverissimi protagonisti si fingono tutti nobili.


Così la stampa dell'epoca

«Nella terza tappa cinematografica Totò mostra di avere più esperienza e sicurezza, senza dubbio perché l’affiatamento con Palermi è riuscito; già la sua maschera ha una consistenza, sullo schermo ed un rilievo. Se gli riuscirà di sottrarsi all’atmosfera paradossale, da giornale umoristico, che tanto sembra gli sia cara, e accentuerà la tendenza, ora in erba, a divenire un tipo, vero e umano, Totò avra portato a termine uno studio e un’elaborazione di cui già si vedono i primi buoni risultati (...)».

Corriere della Sera, Milano 19-20 dicembre 1940

«[...] Totò è un grande comico, vero erede di quella tradizione della commedia dell'arte, che la morte di Petrolini pareva avesse dovuto estinguere. Un poco ricorda infatti Petrolini - la asimmetria del volto, il naso e il mento sproporzionati, la bocca grande e arricciata - ma ancora non si è umanizzato come il maestro. Certo la sua comicità non il risultato di una astrazione marionettistica dalla vicenda, per mezzo d'una maschera "di bronzo" come quella di Macario (o di Buster Keaton) ma nasce invece da una reazione umoristica e occasionale la situazione e da un portamento clownesco e lazzarone, che lo individua immediatamente. [...] In fondo,Totò è alle sue prime armi, nel cinema, ma è un'ottima recluta; sarebbe bastata una regia più accurata, una fotografia più inventiva e un ritmo meno descrittivo e più attivo per fare con questa pellicola dell'ottimo cinema. Le trovate sono generalmente buone: soprattutto nella seconda parte indichiamo quella del piatto su cui Totò depone la testa per farsela tagliare e quella del canto muto: ma la pellicola, che risente per quello che ha di meglio, della collaborazione di Zavattini alla sceneggiatura, non ne è tuttavia completamente sottoposta al suo controllo, come avremmo desiderato, per godere della collaborazione sua, della sua vena comica, con quella di Totò, italianissima maschera».

B.Y., (Tempo, IV, 83, Milano, 26 dicembre 1940)

«[...] Sono dieci anni che il pubblico ride in teatro per le "bazzecole, quisquiglie e pinzellacchere" di Totò. Era necessario portarle anche nel cinema? Era necessario condire il San Giovanni con le stesse spezie e gli stessi aromi un po' svaniti di un gusto artistico un po' dubbio con cui Totò da anni condisce le sue macchiette tipicamente dialettali? Io penso di no. E penso di no, perché, anche dopo aver visto il San Giovanni, resto dell'opinione che dei nostri attori comici Totò è ancora il più cinematografico, quello capace, per le sue doti più che artistiche naturali, per quella sua maschera così grottescamente e comicamente fotogenica, per quel muoversi così strambo e originale, di dare al nostro cinema un "tipo" comico nuovo e francamente divertente. Chi deve scoprire questo "tipo"? Totò o il regista? Io penso: il regista. Totò e troppo legato ancora al varietà, e più che al varietà, al successo che ottiene in varietà per dimenticare se stesso e tentare di dare alla luce un nuovo Totò, un Totò cinematografico, un Totò di una comicità meno dialettale ma più elaborata e consistente. [...] Del San Giovanni decollato di Martoglio è rimasto, in questa riduzione, solo il titolo. Gli sceneggiatori hanno saputo trasformarlo in modo completo e, direi, quasi devastatorio. Una specie di farsa che non fa ridere, senza la più piccola trovata, senza - ad eccezione di quelle di Totò già note da un ventennio - la più economica battuta [.. .]».

Osvaldo Scaccia, (Film, IV, 3, Roma, 18 gennaio 1941)

«Se c'è un attore in Italia che è tutto visivo, che potrebbe raggiungere i suoi effetti senza muovere le labbra, questo è Totò, presentando unicamente se stesso in quella specie di trance comica che Io invade quando è Totò. Palermi ha fatto un buon lavoro dirigendo questo San Giovanni decollato, ma non tutto il lavoro che avrebbe meritato Totò.»

Giuseppe Lumi, («Cinema», Roma, 25 gennaio 1941)

Del San Giovanni decollato di Martoglio è rimasto, in questa riduzione, solo il titolo. [...] Una specie di farsa che non fa ridere, senza la più piccola trovata, senza - ad eccezione di quelle di Totò già note da un ventennio - la più economica battuta.

Osvaldo Scaccia (“Film”, n. 3, 18 gennaio 1941, cit. in Orio Caldiron, Totò, Gremese, Roma, 1980, p. 81.)

(Il regista) Ha saputo portare l’attore, come un fantino di classe può condurre un puro sangue in corsa

Silvano Castellani (Comicità di Totò, “Film”, n. 47, Roma, 23 novembre 1940.)

Palermi ha fatto un buon lavoro di questo San Giovanni decollato, ma non il lavoro che Totò avrebbe potuto dare.

Giuseppe Isani (“Cinema”, n. 110, 25 gennaio 1941, cit. in Orio Caldiron, op. cit., p. 81.)

Ecco finalmente un film che fa vedere le grandi risorse cinematografiche di Totò [...]. A saperlo adoperare, a capirlo egli può fare dei film veramente importanti.

Ercole Patti (“Il Popolo”, 12 gennaio 1941.)



San Giovanni DecollatoFavorito da un viso asimmetrico, dove sembrano giocare le linee di antiche maschere greche, Totò, alle volte, buttato sul palcoscenico, pare tirato fuori pari pari da un corteo bacchico. Allora una felicità istintiva del moto lo conduce a bizzarrie che tolgono il rspiro alla platea; gli angoli della sua satiresca figura e gli spigoli di fantomatiche ossa, sembrano staccarsi per una danza geometrica tutta fuori d'equilibrio e di gravità. L'uomo si snatura, ridotto a stracci impalpabili, sotto i quali si affaccenda a irridere sè medesimo, un viso meridionale e furbesco. In questi momenti un fuoco intimo e nascosto lo trasfigura: gli occhi da pulcinella ammiccante, la bocca tirata a sorrisi astuti e cencilianti o le parole marcate che sembrano pronunciate dalle labbra. Totò pur dotato di mezzi eccezionali - fonti di riso immediato e sovente convulso - non è stato ancora definito bene, ma è stata notata la fantasia spontanea che si accende in lui, con trovate briose per ogni situazione, man mano che nella sala cresce l'entusiasmo. Che cosa gli manca, per togliere il punto fermo in un discorso su di lui? Il buffone se si va a stringere, ci sfugge tra le dita. Così tutta la sua aerea baracca pare fragorosamente piombare in terra. Gli manca essenzialmente una cosa: uno sfondo che da lui dipenda e lo accompagni. Le strade popolari e melanconiche definiscono e inquadrano di colpo in una sensibile e concreta cornice il personaggio di Charlot. gli ostacoli meccanici e naturali, talvolta immani, attorniano Buster Keaton: corteggi fragorosi, o nel muto, squallidamente annuovolati di polvere, punteggiano le azioni di Harold Lloyd o di Laurel & Hardy. Ma Totò, nè di teatro, nè di cinema possiede attorno a sè e nemmeno se li trascina dietro, quei contorni di cose non mai casuali, che danno corpo e stile a una creazione. Totò ha bisogno, come nessun altro, di regia; e Zavattini, che s'è messo in testa di farne un suo personaggio cinematografico e che è uomo di donare generosamente a Totò quella ricchezza di stile e di moralità che gli manca, lo ripete ogni giorno. Nel cinema, dopo due esperimenti poco felici (Fermo con le mani e Animali pazzi), Totò viene chiamato a tentativi più maturi. La sua prima pellicola della nuova serie è San Giovanni Decollato, ora in cantiere. Dalla tradizionale interpretazione di Musco al funambolesco Totò, è un esperimento curioso, anche perchè Zavattini è (assieme con Aldo Vergano, talento equilibrato e esperimentato) l'autore della sceneggiatura. Amleto Palermi è il regista. Dalle prime immagini, si direbbe che lo sfondo si vada concretando. Totò calzolaio sta vincendo una grande battaglia per Totò, "astro" sostanzioso del cinema italiano. (G-P-) - Tempo - 14 novembre 1940

Se c'è un attore in Italia che è tutto visivo, che potrebbe raggiungere i suoi effetti senza muovere le labbra, questo è Totò, presentando unicamente se stesso in quella specie di trance comica che lo invade quando è Totò. [...]

Giuseppe Isani (gennaio 1941)

Il film è tratto dall'omonima commedia di Nino Martoglio, che Musco fece conoscere ai nostri pubblici più diversi. Inutile quindi ricordarvi avventure e disavventure, sproloqui ed escandescenze di Agostino Miciacio, scarparo emerito, alle prese con la moglie, la figlia e il «suo» san Giovanni. Commedia vernacola se mai ve ne fu, non troppo ricca d'azione, concitata di un ritmo sovente soltanto verbale, il trarne un film era impresa assai difficile. Palermi e i suoi collaboratori se la sono cavata con un abile e furbesco compromesso tra cinema e teatro. [...]

Mario Gromo ("La Stampa", 16 dicembre 1940)

Toto è un grande comico, vero erede di quella tradizione della Commedia dell'arte che dopo la morte di Petrolini sembrava dovesse estinguersi. [...]

Gian Luigi Rondi (dicembre 1940)


La censura

Documento revisione censura n.2412 del 10 giugno 1947


Foto di scena e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Quando Totò sta parlando con la sua moglie (verso metà film), egli indossa una camicia scura, ed il suo colletto, con il passare delle inquadrature, prima è verso sinistra,poi verso destra, poi verso sinistra...
  2. Quando Totò sta mangiando una pizza con dei suoi amici, egli indossa un cappello, che, nelle varie inquadrature, prima è verso destra e poi è al centro.
  3. Nelle scene finali, Totò tira dei piatti al vero ladro che lo voleva decollare. I piatti sono palesemente di scena perché si sbriciolano prima che vengano tirati.

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Le Locandine



Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983