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47 MORTO CHE PARLA

Inizio riprese: novembre 1950 - Autorizzazione censura e distribuzione: 19 dicembre 1950 - Incasso lire 448.700.000 - Spettatori 4.314.423


Detti & contraddetti

Era un uomo così antipatico che dopo la sua morte i parenti chiedevano il bis.


Voi dite che stiamo precipitando dans la mer? Ma no, ma no... Sotto di noi c'è il mare.


L'altro mondo è lontano da ogni centro abitato.


Noblesse oblige: la nobiltà è obbligatoria.


E io pago... e io pago!

- Gastone Peletti: Non mi dai il buongiorno?
- Antonio Peletti: Io non do niente a nessuno. Dare, dare...


Buongiorno cavaliere, lei campa ancora? Quanti anni ha? Novantasette? Mi pare che lei stia sagerando. Si decida, si decida.


Barone Antonio Peletti

Scheda film

Titolo originale 47 morto che parla
Paese Italia - Anno 1950 - Durata 82 min - B/N - Audio sonoro - Rapporto 1.33:1 - Genere comico - Regia Carlo Ludovico Bragaglia - Soggetto Ettore Petrolini - Sceneggiatura Vittorio Metz, Furio Scarpelli, Age, Marcello Marchesi


Totò: il barone Antonio Peletti - Silvana Pampanini: Marion Bonbon - Carlo Croccolo: il cameriere Gondrano - Aldo Bufi Landi: Gastone Peletti - Adriana Benetti: Rosetta - Arturo Bragaglia: il sindaco Tiburzi - Tina Lattanzi: Susanna, la moglie del sindaco - Gildo Bocci: il macellaio - Franco Pucci: il dottore - Eduardo Passarelli: il farmacista - Dante Maggio: Dante Cartoni - Mario Castellani: il colonnello Bertrand Jean de Lattre de Tassigny - Gigi Reder: strappabiglietti alle terme - Diana Lante

Soggetto, Critica & Curiosità

1950-47-morto-che-parlaSoggetto

Campania, 1906. In un paese non meglio definito l'avarissimo barone Antonio Peletti ha ereditato dal padre una cassetta contenente monete preziose e gioielli dal valore altissimo.
Nel testamento il defunto aveva espresso la volontà di devolvere metà del patrimonio al comune affinché venisse costruita una scuola, mentre l'altra metà passerebbe a suo nipote abiatico, ovvero il figlio di Antonio, Gastone, innamorato della cameriera Rosetta.
Ma il barone Peletti, pur di non separarsi dal tesoro, nega di averlo mai ritrovato e in questo modo asserisce di non poter donarne la metà al comune.
Ma la scuola deve essere costruita subito (i bambini sono costretti a fare 4 km all'andata e 4 km al ritorno per andare alla scuola comunale del paese vicino) e, per riuscire a sapere dove il riccone tiene nascosto il suo tesoro, gli amministratori comunali, con un'efficace messinscena e l'aiuto di una compagnia teatrale, gli fanno credere di essere morto e di trovarsi nell'aldilà.
Perciò, credendo di essere morto e dietro la minaccia di terribili punizioni per la sua avarizia in vita, Peletti rivela il nascondiglio del tesoro.
Ma l'imbroglio viene presto scoperto dal barone che medita di rendere pan per focaccia ai suoi concittadini. Dopo alterne vicende e dopo essere "naufragato" in Sardegna con la mongolfiera del colonnello Bertrand de Tassigny, il Peletti dovrà alla fine accettare le volontà del suo defunto genitore, ma si prenderà delle belle soddisfazioni sugli artefici della burla e verrà acclamato da tutto il paese come un generoso benefattore.

Critica e curiosità

L’origine del soggetto è un 'bozzetto teatrale' del 1918, cavallo di battaglia di Petrolini, di cui viene conservata solo la trovata fondamentale del gruppo di burloni che fa credere al protagonista di essere morto. Age e Scarpelli (coadiuvati da Fabrizio Sarazani, Nicola Manzari, Metz e Marchesi) la irrobustiscono innestandovi L'avaro di Molière.; il finale, che nel soggetto originale era diverso, viene probabilmente deciso a ridosso delle riprese, aggiungendo un viaggio in mongolfiera che viene da Cinque settimane in pallone. Famosissima la scena in cui il barone acquista una microfettina di carne dal macellaio e non solo non paga una lira ma riesce anche a farsi dare dei soldi di resto, da ricordare i duetti con Carlo Croccolo, cameriere affamato dal padrone tiranno. Nel film riveste il ruolo di angelo - guida l'attrice Silvana Pampanini cui le cronache del tempo fanno risalire un tentativo di approccio sentimentale da parte del Principe.

Le riprese iniziarono nell'autunno del '50 e fu girato quasi interamente negli studi della Titanus della Farnesina. Per le scene del finto inferno si girò alla solfatara di Pozzuoli, le cui centinaia di bocche fumanti gas sulfureo evitarono l'uso di particolari "effetti speciali", utilizzando in tal modo un paesaggio naturale.
Nella Smorfia napoletana il numero 47 rappresenta semplicemente "Il morto" mentre "il morto che parla" è rappresentato dal numero 48. Prima apparizione cinematografica per Gigi Reder.


Così la stampa dell'epoca


«Totò, questa volta in un film costruito, ossia con capo e coda ; c'e' dentro un racconto filato e, cosa ancor più nuova, c'e' un personaggio che non e' soltanto un fantoccio, ma un carattere fin roppo delineato. [..] E' un film recitato, questa volta, dal principio alla fine ; si che Totò non risulta soltanto una marionetta, ma un bravo attore [...]»

Arturo Lanocita ("Corriere della Sera", 1950)


La censura

Documento revisione censura n.9119 del 19 dicembre 1950

Dopo l’uscita, la pellicola viene nuovamente revisionata dalla commissione censura: ci sono da eliminare un paio di scene in cui sarebbe stato leso il rispetto per le cose religiose. Giulio Andreotti, allora sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, segnala ai produttori la necessità di due tagli: parte della scena in cui il barone prega sulla propria tomba e quella in cui, mentre Passarelli e Bocci bevono del Lacryma Chrisi, il pregiato vino bianco vesuviano, Totò esclama: "Lacryma Christi? Questo è sangue mio!" (il secondo taglio sarà reintegrato cinquantanni dopo nell’edizione in dvd).


I documenti



Estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI "Il Pianeta Totò", ideata e condotta da Giancarlo Governi, trasmessa in tre edizioni diverse - riviste e corrette - a partire dal 1988 e "Totò un altro pianeta" speciale in 15 puntate trasmesso nel 1993 su Rai Uno e curato da Giancarlo Governi.


L'avarizia del protagonista di 47 Morto che parla, il barone Peletti

47 morto 00010E' in particolare nella prima parte di 47 Morto che parla che Totò caratterizza il personaggio dell'avaro con una serie di comportamenti e battute.
In una delle prime scene del film riesce a entrare alle Terme senza pagare; come fa? Si è dotato di una tessera di povertà, tessera che gli dà diritto alle cure gratis. Potremmo definirlo un falso invalido ante-litteram! Prosegue nella bottega del macellaio: a parte il consueto giochetto con i soldi ("consueto", perché in più di un film Totò gioca sulle monete da dare e/o ricevere in resto per fregare il commerciante), è da sottolineare il metodo banale da lui usato per far sembrare più leggera la carne da pesare: semplicemente mette il bastone sotto il piatto della bilancia.

In farmacia si arrabbia contestando al farmacista di avergli dato ben un milligrammo di farmaco in meno. Sotto casa, vede un mendicante; gli si avvicina aprendo il borsellino: nessuna paura, non è per dargli qualcosa! E' per incassare il fitto per l'occupazione dello spazio antistante alla sua proprietà... Altra scena molto ricordata di 47 morto che parla è quella della cassaforte: il barone conserva infatti olio, sale, pepe e rosmarino in una cassaforte! In occasione dell'invito a pranzo della presunta fidanzata, estrae l'olio, come una reliquia da un tabernacolo, e raccomanda al maggiordomo di utilizzarne 10 gocce per ogni fetta di carne; poi si corregge e stabilisce che è meglio usarne 9... Accusa il figlio di stare sempre a gironzolare: perché? "Perché così, andando in giro, gli si consumano le scarpe!"

Al figlio che gli domanda: "Non mi dai nemmeno il buongiorno?", risponde: "Io non do mai niente a nessuno!"; il figlio ribatte: "Ma il buongiorno sì!"; il barone: "Quello te lo auguro!".

Al figlio che gli comunica che va via di casa: "Bene, un pane e un coperto di meno!".


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Una delle migliori opere interpretate dal principe De Curtis. Sempre eccelso nelle gag, Totò interpreta stavolta un personaggio sfaccettato in un film dalla trama ben strutturata che, pur con alcuni picci qualitativi, mantiene un buon livello generale per tutta la sua durata, grazie ad una sceneggiatura ben scritta. Oltre al protagonista, è d'obbligo citare le buone interpretazioni di caratteristi come Castellani e Croccolo.

  • Il registro comico viene smorzato da improvvisazioni inattese (sconfinanti nel drammatico) date dall'avarizia di un melanconico -pur se ricco- barone Antonio Peletti (Totò) talmente povero di spirito da negare il saluto a chi incontra per strada. Ispirato ad una commedia del grande attore teatrale Ettore Petrolini (ispiratore della vis comica di De Curtis), la sceneggiatura di Age/Scarpelli e Metz/Marchesi non rifugge da considerazioni tragico/pietose, infondendo al film un carattere superiore rispetto alle coeve pellicole ammantate d'ironia.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: la scena del "finto" inferno, nel quale alcuni burloni fanno precipitare "L'Avaro": nel quale "il vil denaro" non serve a (niente)nessuno...

  • Ricco e avaro: Totò gioca bene col suo personaggio, mettendo a segno gag e battute (“...e io pago!”) in un plot da commedia degli equivoci, che dopo un inizio un po’ blando inizia a cavalcare proprio grazie al crescente buon incastro tra la verve brillante del protagonista e una trama particolarmente strutturata e ben congegnata. Si fa credere al taccagno di esser defunto perché sveli le sue ricchezze, ma non è che l’inizio di un vortice altalenante di variazioni sul tema della beffa e della morte, che mette a segno diverse sequenze argute.

  • Tra le pellicole più riuscite interpretate dal mitico attore napoletano. Ben scritto e diretto con la consueta professionalità da Bragaglia, consta di un copione perfetto e privo di tempi morti, con qualche scena da antologia e attori in affiatato spolvero. Totò inarrivabile nel ruolo dell'avaro; Castellani puntuale come sempre. Croccolo una spalla perfetta. Pampanini radiosa come non mai. Rapido cameo di un giovane Gigi Reder. Battute memorabili a iosa.

  • Una delle commedie più riuscite interpretate dal grande Totò, con una sceneggiatura strutturata meglio del solito, vivace e dal ritmo spedito. Non ci sono praticamente tempi morti e il personaggio di avaro è interpretato dal principe alla perfezione, regalando momenti memorabili e battute ormai entrate nella storia del cinema italiano. Buono anche il reparto comprimari, con il sempre efficace Croccolo, la Pampanini e uno stuolo di caratteristi di gran classe. Notevole.

  • Non è facile ricordare un avaro come il barone Peletti (Totò) nel cinema: la scena dal macellaio è veramente esemplare; non solo Totò cerca di spendere pochissimo comprando due "bistecche", ma riesce pure a confondere e a fregare il poveretto. A una prima parte in cui appunto viene mostrata l'estrema avarizia del barone e l'equivoco sulle sue pretese di matrimonio, segue una seconda con la riscossa dei concittadini, sindaco in testa, e il loro machiavellico piano. Tiepida la regia di Bragaglia. Totò, come sempre, salva tutto.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La Pampanini, spirito (ma anche di carne) guida.

  • Il tema della morte e dell'avarizia in questa pochade parodistica che vede Totò in grande spolvero ed autore di battute memorabili. L'impianto narrativo appare valido, e il nostro è ben coadiuvato anche dagli altri interpreti tra cui spiccano Croccolo, Castellani e la radiosa Pampanini.

  • Relativo passo indietro nell'utilizzo di Totò rispetto ai tentativi "realistici" di Cerca casa e alla sfrenata parodia di Fifa e arena. Il film pare decisamente diviso a metà, con la cesura determinata, parrebbe, dal subentrare al concreto cinismo di Age/Scarpelli, della scrittura etereo-surreale di Metz/Marchesi (scelta avallata da Bragaglia). Comunque fondamentale per la capacità del Principe di misurarsi, forse per la prima volta, con un personaggio comico di statura (non casuali i richiami a Petrolini, Moliere, Plauto). Croccolo non si limita a incassare.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Fammi vedere le mani"; Pampanini guida spirituale e molto corporea"; La gag col macellaio Gildo Bocci.

  • Guardandolo recitare nelle vesti dell’avido Barone Peletti viene da chiedersi cosa avrebbe potuto regalarci Totò se avesse recitato nell’Avaro di Molière. Nella prima parte, in particolar modo, è superlativo e, complice un bravissimo Croccolo, scolpisce nella pietra una delle sue migliori interpretazioni. Successivamente, per ragioni di copione, lo spazio per Totò si restringe e diventa un film "normale". Fortuna vuole che il soggetto di Petrolini abbia fornito una buona base agli sceneggiatori per realizzare un film solido e quadrato.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "...e io pago!".

  • Esile farsa di Petrolini dalla quale quattro gloriose penne del nostro cinema ricavano una graziosa commedia con vistosi riferimenti al teatro classico. Eppure questo film non convince fino in fondo, anche perché tentare di "imbracare" Totò con una sceneggiatura è sempre stata operazione rischiosa e il Principe, che naturalmente non si discute, deve cedere spesso spazio ad attori concentrati nel portare avanti la storia riducendone notevolmente la vis comica. I momenti migliori sono infatti quelli fra Totò e le sue spalle storiche. Mediocre.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Taci, figlio denaturato!" (Totò).

  • E' guardando film di questo tipo che si comprende l'ostracismo della critica verso Totò; non tanto per la sua indiscussa genialità quanto per le scelte che spesso lo hanno deprezzato. Il film in questione è un'opera esile a cui il Nostro (e solo lui) riesce a conferire mordente dando registro a un memorabile avaro che diverte ancora oggi. Purtroppo la trama si dipana banalmente, rovinando una buona intuizione di partenza. Uno dei film meno riusciti del Principe della Risata.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La lunga scena del finto Inferno girata alla Solfatara di Pozzuoli; "...E io pago!".

  • Una pellicola veramente notevole, questa diretta dal geniale Bragaglia. Solida trama, racconto fluido, efficace impianto teatrale, un realismo psicologico che si sposa perfettamente alla commedia dei caratteri, con un Totò superlativo che stilizza in modo potente ed innalza, al di là dell'ambientazione paesana, il carattere universale dell'avarizia come costante dell'animo umano. Totò è un Arpagone universale fuori dal tempo e dalla spazio. Tale è, anzi, anche nell’Ade… Tutto il resto fa da dignitosissima cornice ad un film unico e raro. Ormai un classico.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il ripetuto grido-esclamazione di Totò-Arpagone "E io pago!" ormai é diventato il tormentone sulla bocca di tutti i cittadini tartassati d'Italia!

  • Qui il Principe interpreta uno dei suoi personaggi più memorabili e citati; quello dello spilorcio che, pur avendo ricchezze inestimabili, vive da miserabile vessando immancabilmente il povero cameriere (il solito ottimo Croccolo). La prima parte del film è veramente spassosa, mentre il divertimento si riduce progressivamente nella seconda parte della storia. Nel complesso resta un classico di Totò sempre gustoso. Ottimo cast di contorno, dalla conturbante Pampanini a Bragaglia.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La riscossione ai danni del questuante; Dal macellaio; Il tormentone "E io pago!" con la liberatoria risposta di Croccolo "Ma a chi?!".

  • La mimica del principe della risata al servizio di un canovaccio tutto sommato ben condotto. Non è il miglior film di Totò ma si ride abbastanza soprattutto in alcune occasioni (memorabili). Bellissima la Pampanini. E' noto l'errore che indica nrl titolo col 47 (invece del 48, nella smorfia napoletana) il morto che parla.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Le facce di Totò di fronte alle forme della Pampanini, spirito molto corporeo e Totò con il lenzuolo in testa.

  • La sceneggiatura è di Petrolini, ma in realtà è un classico sia del teatro plautino sia (ancor prima) della commedia greca (da cui derivano comunque il 90% delle commedie attuali). Bel cast con la splendida Silvana Pampanini (anche fiamma di Totò), Castellani sempre perfetto, così come Croccolo nella parte del maggiordomo/cocchiere/cuoco. Totò meno a ruota libera del solito ma imbattibile quando fa il ricco avaro.

  • Totò diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. Non un capolavoro, ma di sicuro uno dei film più simpatici del principe. Tratto da una commedia di Ettore Petrolini. Il regista qui dosa bene le gag e la comicità senza mai lasciarla andare troppo sopra le righe, riuscendo a dare al film quel tratto di teatralità tipica petroliniana. Molto bravo Totò nell'interpretazione del riccone avaro legato in modo maniacale al denaro che consegnerà al suo prossimo soltanto dopo morto. Ottimo anche Carlo Croccolo.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La scena del resto dal macellaio; L'inferno ricreato nei campi flegrei; Il simpatico maggiordomo Carlo Croccolo; Il volo in mongolfiera.

Foto di scena e immagini dal set


LE INCONGRUENZE

  1. Quando il Barone verso la fine del film sbircia nel cannocchiale vedendo dei marinai che si impossessano della sua giacca, tra una inquadratura e l'altra cambia il modo in cui le sue braccia passano tra le corde della mongolfiera.
  2. Nel finale, quando il sindaco parla ai cittadini, dice che il barone è morto per tre volte, poi quando il barone ricompare vivo, il sindaco dice che "questa è la sua terza vita". In realtà avrebbe dovuto dire che era "la sua quarta vita".
  3. A fine film il dottore dice che lo scherzo è stato eseguito su suggerimento del sindaco quando poi sapeva bene che è stato il farmacista ad organizzare tutto.
  4. Scena finale. Il barone da i fiori donatigli dal bambino alla moglie del figlio e, quest'ultimi, sono palesemente di colore scuro. Nell'inquadratura successiva, che ha un campo maggiore, se si sta attenti si vede che i fiori hanno cambiato colore, sono diventati bianchi!
  5. Quando Totò torna dal macellaio dopo aver comprato la carne per gli ospiti, entra in casa accolto dal maggiordomo Gondrano (il grande Carlo Croccolo). Dopo che è entrato, il maggiordomo spinge la porta per chiuderla e segue Totò, ma per un istante si vede nella scena una mano all'esterno che la ferma, probabilmente di un tecnico della troupe, forse per impedirle di fare rumore e disturbare le riprese.
  6. Quando la mongolfiera si libra in volo con Totò aggrappato, nel primo piano si nota che il cielo sullo sfondo altro non è che un telone mosso dal vento.

www.bloopers.it

Le location del film, ieri e oggi

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
   
Il paese della Campania (nel film) dove abita il Barone Antonio Peletti (Totò) ho scoperto essere in realtà in Abruzzo. Si tratta di Villetta Barrea (AQ). Purtroppo la folta vegetazione cresciuta nel tempo ha reso difficile l'identificazione più semplice, dalla strada che risale il versante montuoso di fronte al paese...
 
Si può comunque dimostrare la cosa grazie ad alcuni edifici rimasti in piedi e praticamente invariati da allora

Le Locandine



Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983