I TRE LADRI

Inizio riprese: febbraio 1954 - Autorizzazione censura e distribuzione: 16 settembre 1954 - Incasso lire 275.351.000 - Spettatori 1.885.966


Detti & contraddetti

Finché ero un povero ladro da due soldi, calci nel sedere. Ma da quando sanno che ho rubato dieci milioni, tutto è cambiato...


Hai le mani pulite? Allora fammi una cortesia, spegnimi la luce.


Io ho quel che ho rubato.


Modestia a parte, i miei furti attuali sono opere di vasto respiro: se ne parla ovunque, in tutto il mondo.


Per carità... Non mi permetto di far paragoni. Io sono rimasto un piccolo ladruncolo da quattro soldi: un ladro al minuto, al dettaglio. Viceversa tu no, tu sei diventato un ladro all'ingrosso...


Gennaro Jovine

Scheda del film

Titolo originale: I tre ladri
Paese Italia/Francia - Anno 1954 - Durata 95 min - B/N - Audio sonoro - Genere comico - Regia Lionello De Felice - Soggetto Umberto Notari - Sceneggiatura Lionello De Felice, Filippo Sanjust, Fèlicien Marceau - Fotografia Romolo Garroni, Giovan Battista Poletto - Montaggio Mario Serandrei - Musiche Roman Vlad - Scenografia Virgilio Marchi - Costumi Georges Annenkov Madeleine Rabusson


Totò: Tapioca - Jean-Claude Pascal: Gastone - Gino Bramieri: l'industriale Ornano - Simone Simon: la signora Ornano - Giovanna Ralli: Marietta, la cameriera - Virgilio Riento: il commissario Zannini - Turi Pandolfini: l'uomo delle invenzioni - Claudio Ermelli: l'avvocato della difesa - Mario Castellani: l'avvocato di Ornano - Memmo Carotenuto: Battista, il maggiordomo - Camillo Pilotto: il presidente del tribunale - Lauro Gazzolo: il Pubblico Ministero - Laura Gore - Nico Pepe

Soggetto, Critica & Curiosità

Soggetto1954-i-tre-ladri

1911. Tapioca è un povero ladro di galline che ha scarso successo e si fa prendere spesso. Per scappare da un negoziante dopo il furto di un salame precipita tramite un lucernaio in una casa signorile deserta. Dopo essersi saziato con le vivande rinvenute in cucina incontra il suo vecchio "apprendista" Gastone Cascarilla (diventato nel frattempo ladro "di classe") che, impeccabile in frac, cilindro e redingote, vuole estorcere dei soldi alla moglie del ricco imprenditore Ornano (Gino Bramieri), proprietario della casa.

Gastone, in possesso delle lettere che la moglie ha inviato a uno dei suoi numerosi amanti, si fa dare la combinazione della cassaforte da questa. Riesce così a rubare 10 milioni e a scappare indisturbato. Tapioca invece rimane ancora nella casa e viene scoperto mentre scappa.

Identificato da Ornano in quanto pregiudicato viene arrestato in quanto creduto lo svaligiatore della cassaforte. Ornano vuole a tutti i costi riottenere il denaro rubato in quanto senza di esso finirebbe in bancarotta. Quei soldi infatti gli permettevano di reggere l'intero impero finanziario di cui era proprietario fungendo via via da "anticipo" per tutta una serie di operazioni al limite della legalità. Per convincere Tapioca a rivelare dove ha messo i soldi Ornano decide di colmarlo di regali e comfort. La vita in carcere di Tapioca si rivela molto lussuosa, la cella è arredata e dotata di ogni comodità, con i secondini che si trasformano in servitori e camerieri. Non mancano poi le elargizioni che lui stesso fa agli altri detenuti ("Ha ucciso la suocera? Bene, bravo, eroe nazionale!").

In poco tempo Tapioca diviene una persona molto popolare persino all'estero, stampa e fans se lo contendono e a lui vengono intitolati cocktail e balli. Al processo nessuno ha quindi il coraggio di testimoniare contro di lui. L'imputato quindi si dichiara colpevole del reato che non ha commesso. Ma proprio in quel momento interviene in aula Gastone che rivela di essere lui l'autore del furto distribuendo i soldi a tutti i presenti e causando un tumulto durante il quale ha poca difficoltà a sfuggire alle guardie del tribunale. Persino Tapioca, quasi disgustato dalla violenza della folla scatenatasi a raccogliere le banconote, riesce a "sfilarsi" dall'aula di tribunale, rifiutando persino la mazzetta di biglietti da mille offertagli dallo stralunato inventore che lui aveva beneficiato.

Nella scena successiva (e finale) vediamo Ornano, Tapioca e Gastone che (presumibilmente a Parigi) discutono di come utilizzare un fascio di lettere compromettenti sottratte al capo dei locali servizi segreti.

I tre imbroglioni hanno unito le forze, apparentemente evitando la punizione per le loro malefatte.

Critica e curiosità

Contemporaneamente a "Miseria e nobiltà", Totò comincia "I tre ladri", una coproduzione italofrancese per la quale Ponti e De Laurentiis cedono l’attore a Rizzoli. 

Prodotto da Rizzoli con partner francesi il film doveva essere per Totò l'opportunità di uscire dai soliti film commerciali e di essere rilanciato all'estero. Problemi di lingua tra l'attore francese e Totò che quindi non puo' fare aggiunte o modifiche al copione , come era suo solito , perche' tra i due non c'è intesa , le cose migliorano nei duetti con Bramieri. Il finale è molto audace e atipico per la cinematografia italiana dell'epoca (la rigida censura diretta dalla Democrazia Cristiana avrebbe chiesto ovviamente un finale "edificante"), ma bisogna ricordare che l'opera è una coproduzione italo-francese. Il film fu sottoposto a censura.

Il film è una farsa d’inizio secolo, tratta da un romanzo di Umberto Notari, e il regista è Lionello De Felice, un giovane di esperienza soprattutto teatrale al quale Totò interessa poco, e che infatti non riesce a valorizzarlo. Il cast misto non aiuta: Simone Simon e Jean-Claude Pascal recitano in francese, gli altri in italiano, confidando nell’omogenizzazione del doppiaggio. Totò si sbriglia nei suoi assoli, come nella scena iniziale del furto del salame e nel processo finale, o nei duetti con Gino Bramieri.

De Felice dirige con ritmo lasco e la performance di Totò ne esce appannata, anche a causa di situazioni da vecchia comica: il film inizia con un risveglio alla Charlot, come in Fermo con le mani, c’è anche la vecchia gag dell’omino nascosto in bagno che è costretto a inzupparsi sotto la doccia (a pochi mesi dalla bronchite presa per Monicelli, l’attore accetta di bagnarsi solo dopo una snervante trattativa col regista).

Speravo che quel film non finisse mai. Totò per me era già un mito: allora per quelli che sognavano il teatro, che sognavano di diventare qualche cosa, lui era il caposcuola. Questo film doveva essere il salto di qualità, doveva portarlo in una dimensione diversa. Lui era bravissimo, devo dire, ed era bello anche il film. Meno comico del solito, non era il Totò che conosciamo noi se non in qualche cosa, ed essendo una coproduzione italofrancese lui doveva stare molto al testo. Ognuno parlava nella sua lingua per cui era anche difficile inventare. Con me per esempio giravamo a ruota libera. Mi ricordo, in carcere: ‘Allora parli?’, ‘No’, ‘Cosa vuoi?’..., ‘Sì’, allora mi alzavo, facevo per andare via, ‘Ornano?’, ‘Sì’ e tornavo indietro: sono cose fatte lì per lì. Erano le intonazioni la grande invenzione di Totò: facevi cinque ciak e non ne trovavi mai cinque uguali, alle volte c’era l’imbarazzo della scelta. Ricordo che Giovanna Ralli ha preso uno schiaffo dal regista perché non riusciva a fermarsi dal ridere. Totò doveva dire ‘Ornano, Ornano, ma ti pare che se io sapessi dove sono i soldi te lo direi?’. Ripetemmo la scena trentadue volte. Ogni volta che lui diceva ‘Ornano, Ornano...’, ci mettevamo a ridere perché cambiava intonazione ogni volta, cambiava sguardo ogni volta. Il regista De Felice ai primi ciak rideva anche lui, e la Ralli non riusciva a resistere. Facemmo una pausa mensa, andammo tutti a mangiare: non bastò perché poi alla ripresa successe di nuovo. A quel punto De Felice le dette uno schiaffo, la Ralli era una ragazzina, avrà avuto sedici anni.

Gino Bramieri


Così la stampa dell'epoca

«[...] Una satira, o meglio una farsa, senza molte pretese e senza troppo sale. La ravvivano, qua e là, alcune battute saporite e qualche situazione poco peregrina. E la ravviva, naturalmente, rinterpretazione di Totò, tutta lazzi, smorfie, sberleffi, nelle vestì del ladro millantatore [...]. La regia tenta qua e là cadenze di balletto: sovente con piacevole brio.»

Gian Luigi Rondi, («Il Tempo», Roma, 6 ottobre 1954.)


«Al genere dichiaratamente farsesco, basato quasi unicamente su un Totò privo dì inventiva e di freni e che, stancamente, ripete il modulo delle sue macchiette e non ancora di un personaggio, appartiene il fìlmetto dove qualche spunto comico si fa luce specie all'inizio e qualche velleità satirica è ben presto sopraffatta dall'arruffio della vicenda che ha più di un certo avanspettacolo che di cinematografo.»

Vice, («Nuova Gazzetta del Popolo», Torino, 28 settembre 1954.)


I documenti


La censura

Anche questa pellicola  incappa in nuove grottesche disavventure con la censura, che ha da ridire su una scena in cui Simone Simon appare in sottoveste, esige che il finto prete Memmo Carotenuto non porti la tonaca regolare ma un semplice vestito nero, solleva un mucchio di problemi per la scena in tribunale in cui giudici e guardie agguantano delle banconote lanciate per aria. La storiella del ladruncolo creduto ladrone, e per questo vezzeggiato da tutti, suggerisce che siamo tutti un po’ ladri, e che chi non lo è non rimane comunque insensibile alla ricchezza, che sia lecita o meno: morale ardita, addirittura comunista, perché si scaglia contro i ricchi e corrotti. Bramieri ricorda continue rivisitazioni del testo, e interventi non accreditati da parte dei vari scrittori allora a libro paga di Rizzoli: Brusati, Montanelli, Bettetini, Zucconi, Simonetta, forse Gerosa. Alcune scene vengono rigirate, altre modifiche sono effettuate in colonna sonora; prima di ottenere il nulla osta passano mesi e mesi.

Foto di scena e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Il film è ambientato nel 1910, ma nella scena dove il ladro ricatta la padrona di casa con le lettere dell'amante, queste recano i francobolli della serie "Italia turrita" del 1955.
  2. Gli articoli di differenti quotidiani che riportano la notizia delle avventure di Tapioca (Totò) in carcere hanno, ovviamente, titoli differenti. Ma l'articolo sottostante è il medesimo per tutti i quotidiani.
  3. Titoli di testa. 1'16" Costumi della sartoria SCHUBERTH che si scrive Schubert, e musiche del compianto Roman VLAAD che si scrive Vlad.
  4. Sul pianerottolo. 17'14" Totò cade a terra,si tira su a sedere: ripreso di scorcio dai piedi, ha perso il cappello che sta -semi impallato- dietro la sua schiena. Nuovo ciak, stesso tempo, rotazione oraria di 90° della camera: il cappello è in primo piano, sulla destra di Totò.

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Le Locandine


Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
Gino Bramieri, intervista di Alberto Anile, "I film di Totò" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998 cit., pp. 201-202.
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983