IL CORAGGIO

1955



Incasso lire 288.300.000 - Spettatori 2.025.000

Detti & contraddetti

Sarò il tuo figlio adultero, oh scusa, adulto…


La mattina mi colaziono un minestrone.


Mi ci costringi mi ci!


Modestamente, non faccio per vantarmi, io negli ammanchi sono maestro. Sono l'Oscar.


Il whisky lo bevo corretto con una spruzzatina di Frascati.


Noi pezzenti mettiamo al mondo troppi figli... è vero, ma la colpa non è tutta nostra, è anche della miseria. Quelli che hanno le possibilità, la sera escono, vanno al cinema, al night; al mattino si coricano stanchi e si addormentano subito. Noi povera gente, soprattutto d'inverno, quando si fa buio presto e fa tanto freddo, la sera alle nove andiamo a nanna. E sapete come succede: da cosa nasce cosa.


Non dividerei mai una donna con un altro uomo. In amore non mi piacciono i condomini.


Gennaro Vaccariello

Scheda del film

Titolo originale Il coraggio
Paese Italia - Anno 1955 - Durata 95' - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Domenico Paolella - Soggetto Augusto Novelli, Totò - Sceneggiatura Marcello Mantoni, Marcello Marchesi, Edoardo Anton, Marcello Ciorciolini, Carlo Moscovini, Totò - Produttore Isidoro Broggi, Renato Libassi per DDL - Fotografia Mario Fioretti - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Carlo Savina - Scenografia Piero Filippone


Totò: Gennaro Vaccariello - Gino Cervi: Comm. Aristide Paoloni - Gianna Maria Canale: Susy Esposito (amante di Paoloni) - Irene Galter: Irene - Gabriele Tinti: Raffaele - Paola Barbara: Anna - Leopoldo Trieste: amministratore Rialti - Ernesto Almirante: Salvatore - Anna Campori: Ginevra - Sandro Pistolini - Gina Amendola: Cameriera casa Paoloni - Gianni Partanna: il giovanotto "snob"

Soggetto, Critica & Curiosità

1955-il-coraggio2Soggetto

Aristide Paoloni è un industriale tessile che naviga in cattive acque, con l'originale hobby di salvare la vita a chiunque tenti il suicidio gettandosi nel Tevere non nascondendo, in tali circostanze, anche un tantino di protagonismo. Sono già 24 le persone che egli ha salvato dalle acque del fiume, ed altrettante sono le medaglie al valor civile che ha conseguito per le sue gesta, che fanno bella mostra in un vero e proprio "sacrario" nello studio di casa.

È il giorno fatidico del suo venticinquesimo salvataggio: ma, dopo che egli ha festeggiato l'avvenimento ed è stato osannato da tutti come un eroe d'altri tempi narrando altresì l'accaduto in maniera alquanto ampollosa, succede il classico imprevisto che gli cambierà letteralmente la vita: infatti si presenta in casa sua, subito dopo essere stato dimesso dall'ospedale, l'aspirante suicida di turno, Gennaro Vaccariello, un povero diavolo - per di più vedovo - che, in virtù del suo salvataggio pretende di essere ospitato e mantenuto con l'intera famiglia costituita da ben sei figli e da un anziano zio, bersagliere a riposo non tanto sano di mente che crede di essere ancora sotto le armi.

Sia pur a malincuore, Paoloni è costretto a cedere, innanzitutto per non compromettere la sua reputazione essendo candidato alle elezioni ormai alle porte, e poi perché preoccupato che possa venire a galla una sua relazione extraconiugale; egli, però, non si rende nemmeno conto che la sua avvenente amante altri non è che una donna senza scrupoli il cui unico scopo, fra una moina e l'altra, è soltanto quello di spillargli ripetutamente denaro da spendere per i suoi capricci.

In ogni modo, l'atmosfera di casa Paoloni è letteralmente stravolta dalla presenza della nuova e numerosa famigliola, e la convivenza non è delle più facili, soprattutto considerando la vivacità - ed anche una certa invadenza - da parte dei figlioletti più piccoli di Vaccariello. In seguito, però, Paoloni avrà ben modo di riscontrare con mano i benefici che ne deriveranno, del tutto inaspettatamente, da questa forzata "ospitalità": l'intraprendente Gennaro, infatti, si rivelerà tutt'altro che un opportunista sfruttatore, anzi si prenderà letteralmente cura, in piena autonomia, delle sorti della famiglia che lo ospita.

In primis, scoperta la relazione segreta di Paoloni, Vaccariello decide di intervenire personalmente per risolvere la questione: innanzitutto si procura un po' di soldi sacrificando, non senza rimpianti, la fisarmonica di uno dei suoi figlioli con la promessa, però, di ricomprarne un'altra a cose fatte; si presenta quindi a casa della donna spillasoldi spacciandosi per un ricco imprenditore sudamericano in cerca di moglie e, con la promessa di sposarla non appena ritornato in patria, la liquida facendola imbarcare da sola, con un inganno, su un aereo per il Venezuela senza che ella possa fare più ritorno; quasi casualmente, recupera altresì un assegno di ben cinque milioni di lire che la donna aveva ottenuto da Paoloni fingendo di dover forzatamente acquistare la casa nella quale viveva per evitare un inesistente sfratto.

Allo stesso tempo, al fine di non provocare ulteriori problemi di convivenza fra le due famiglie, Gennaro si trasferisce con la prole ed il vecchio zio proprio nell'azienda di Paoloni. Qui una notte scopre, origliando dietro una porta, che Rialti, amministratore del suo "benefattore", fa il doppio gioco: questi, infatti, da un po' di tempo è al soldo di un concorrente, al quale rivela tutte le offerte che Paoloni presenta alle numerose gare di appalto facendogli puntualmente perdere tutte le relative aggiudicazioni, e causandogli quindi enormi danni finanziari. Fra l'altro, il valore delle forniture della gara indetta per l'indomani è molto alto e prestigioso, ed un ulteriore esito sfavorevole si tradurrebbe per Paoloni - ormai all'ultima spiaggia - nella certezza di un fallimento della sua azienda.

È fin troppo semplice per Gennaro identificare nell'infedele amministratore l'unico responsabile del tracollo del suo stesso principale: cosicché, dopo che questi è andato via, manomette la busta e modifica l'offerta in modo che l'importo sia di quel poco inferiore a quanto basta per vincere l'appalto. Il giorno dopo, al momento dell'apertura delle buste Paoloni, ignaro di tutto, assiste soltanto all'offerta del suo concorrente e, ormai convinto di aver perso tutto, subito se ne va senza neppure attendere l'apertura della sua busta e la relativa aggiudicazione.

Ritiratosi in casa, credendosi ormai un uomo finito e completamente sul lastrico, decide di togliersi la vita; Gennaro, però, che era corso da lui per annunciargli l'esito positivo della gara, riesce fortunatamente ad impedirglielo in extremis ed a tener nascosto ai suoi familiari l'insano proposito. Ed è qui che Paoloni viene messo al corrente dalla famiglia e dalla sua fidata segretaria di tutto quel che Gennaro ha fatto per lui. Non manca nemmeno l'infedele Rialti che, sfrontatamente, si presenta per complimentarsi con lui dell'esito vittorioso della gara d'appalto ma Vaccariello, con l'ausilio dei figli che gliele suonano di santa ragione, lo caccia via in malo modo e lo fa licenziare in tronco.

Alla fine, i due saranno soci in affari in quanto Paoloni per riconoscenza cointesterà a Gennaro la sua azienda e, per giunta, in un immediato futuro diverranno persino consuoceri grazie all'amore nel frattempo sbocciato tra Raffaele, il primogenito di Gennaro, e Irene, l'unica figlia di Paoloni; ma c'è anche un piccolo colpo di scena finale che comunque non cambia le cose: Gennaro, ad una domanda del suo benefattore sul perché un uomo così pieno di risorse come lui abbia potuto pensare di suicidarsi, gli rivela che non era per nulla sua intenzione far ciò in quanto quel giorno, invece, era tranquillamente steso sul parapetto del ponte sul fiume e un ignoto malfattore, per chissà quale ragione, lo aveva spinto giù.

Critica e curiosità

Il film fu tratto dall'opera teatrale di Augusto Novelli.

Totò è stato anche produttore del film, salvo lasciare la società di produzione in seguito all'insuccesso commerciale del medesimo.
Il film contiene un'autocitazione di uno degli sceneggiatori, il grande Marcello Marchesi. All'inizio del film, il co-protagonista (Gino Cervi), alla domanda di un vigile urbano su quale sia il suo indirizzo di casa, risponde di risiedere in via Marcello Marchesi.

E' il primo film interamente prodotto dalla D.D.L., le riprese iniziano nel settembre del '55 negli stabilimenti Pisorno di Tirrenia, Totò scrittura personalmemnte l'attore Leolpoldo Trieste. Il film non ebbe il successo commerciale sperato tanto che Totò lasciò la società di produzione agli altri due soci, anzi si racconta che il Principe alla fine del primo ciak pretese la consueta paga giornaliera ma dal momento che anche lui era uno dei produttori gli fu detto: "Ma Principe il film lo produciamo noi! I soldi li avrai ai primi incassi" E Totò di rimando: "Ah, ma così non mi trovo! Sapete che vi dico? Se le cose stanno così continuate la società senza di me!".

Rivolgendosi all'amante del Paoloni che gli aveva chiesto se i parenti in Sudamerica l'avrebbero accolta con favore come sua sposa, Vaquerillos (Totò) risponde: "Ma certo, mia cara, una Vaquerillos in più o una Vaquerillos in meno cosa vuoi che sia"; questo era Totò, anche in film meno riusciti.

La pellicola, coprodotta dallo stesso Totò, entrò in lavorazione presso gli Stabilimenti Pisorno di Tirrenia subito dopo che furono terminate, alla fine di giugno, le riprese di "Destinazione Piovarolo" e dopo la pausa estiva, nell'ultima settimana di settembre 1955, per una durata di cinque settimane.


Così la stampa dell'epoca

«Totò è quel grande comico che tutti conosciamo, ma quanti sono i film tra decine e decine da lui interpretati che si salvano non dico sul piano dell'arte, ma almeno su quello dell'intelligenza e della dignità? Totò ha sempre successo di pubblico perché le sue risorse sono tali da strappare qualche risata anche con le più insulse banalità. Così tutti si aggrappano a lui, anche i giovani registi, come una sicura garanzia di quel successo economico senza il quale non c'è possibilità di carriera. Ma è necessario scegliere sempre la via più facile e banale? Così ha fatto nel Coraggio Domenico Paolella. Il vecchio testo di Novelli, che fu già cavallo di battaglia di Petrolini, poteva offrire lo spunto per realizzare con Totò un gustoso film satirico, solo che il regista si fosse preoccupato di dire qualche cosa anziché accavallare situazioni farsesche del tutto esteriori con l'unico intento di far ridere il pubblico. Il risultato, naturalmente è negativo: questa volta neppure Totò è riuscito a superare la piattezza della sceneggiatura. Ne è venuto fuori un film scolorito e noioso.»

Luigi Chiarini («Il Contemporaneo» del 31 gennaio 1956)

«Oltre all'espressiva recitazione di Cervi e Totò (davvero efficaci certi primi piani sui loro volti) il film funziona grazie a una ben architettata sceneggiatura che dà rilievo anche a personaggi secondari (come l'amante di Paoloni) e al subplot sentimentale della storia fra il figlio di Gennaro e la figlia del commendatore. Per tutti questi motivi Il coraggio si rivela una commedia di grande spessore»

Jleana Cervai


Note

Ci pensa Totò a sgonfiare il petto zeppo dell’industriale: “che genere di vita mi hai preparato?!” domanda come novello Adamo a chi voleva fare Dio senza pagarne il dazio. In un pirandelliano dramma da camera il suicida Vaccariello riconosce nel salvatore Paoloni il proprio padre, il proprio Dio; veste gli abiti del figlio redento a forza e in questi termini si rivolge al generoso genitore, improvvisamente soffocato da quei panni che fino a qualche ora prima gli sembrava calzassero a pennello. E Vaccariello non ci pensa nemmeno a fermarsi al cancello dell’Eden: alla conquista del piano terra, ben presto trasformato in suburbio, seguirà la presa della scala e del piano superiore, invano sventata dal commendatore in un primo momento. In fondo il Padreterno in flanella l’aveva tirato per il bavero; chi glielo aveva chiesto? Adesso deve prenderselo in casa, pena la pubblica denuncia di violazione di una terna di articoli del codice penale: Dio aveva cacciato l’uomo per avere violato una sola legge, adesso l’uomo può incriminare Dio per averne violate tre.

Un Padreterno, questo Paoloni, forse più Zeus padre: entrambi ben pasciuti, entrambi sensibili alla bontà dell’altrui sesso, entrambi incapaci di ragionare davanti ad una coscia ben tornita, fosse essa d’agnello o di fanciulla. Ma da quella Grecia di dei ed eroi siamo ormai lontani: la timé che governava vita e morte degli Achille e degli Aiace è scomparsa coi lanci di dadi di Odisseo. Trucchi, nient’altro che giochetti, gli stessi coi quali Paoloni convive, gli stessi coi quali Gennaro entra in casa sua e lo cava fuori dai guai. Ad Aiace non rimane che la solenne tragedia della morte; a Paoloni, borghese degli anni ‘50, la farsa di un suicidio poco convinto. Qualcosa di quel mondo arcaico è però rimasta: quell’insegna alla fine della pellicola, quel “Paoloni – Vaccariello & figlio” che cancella senza pietà il diritto ad ereditare dell’unica figlia del commendatore a vantaggio del marito. Le donne avevano iniziato a votare nove anni prima; metterle a capo di un’industria non era concepibile, nemmeno in un film.

Spiace che una pellicola così ben principiata finisca per intorcinarsi malamente dietro i troppi fili narrativi, tranciati malamente nel finale dal regista a scapito della verosimiglianza della vicenda. I frequenti slanci di improvvisazione di Totò, poi, non sempre incontrano il coinvolgimento spontaneo di Cervi, rigido all’inverosimile; due mondi distanti anche nella vita, purtroppo. Eppure la bella immagine del figlio che regala al padre l’oggetto più amato, una fisarmonica, e del padre (Totò) che pure gliela domanda conoscendone il valore, vale probabilmente tutto il film. In fondo è per queste cose che ci vuole veramente “Coraggio”!


Una della molte malattie di cui il cinema italiano d’oggi soffre pare essere senz’altro la mancanza di creatività dei nostri sceneggiatori e registi. Una malattia che si manifesta attraverso l’enorme difficoltà odierna di parlare con semplicità e di cimentarsi con storie originali nella loro “ordinarietà”. Fortunatamente, il dopoguerra ci offerse ben altro scenario, soprattutto da noi, ma anche all’estero. Negli anni’50 si usava scrivere e dirigere commedie troppo frettolosamente definite di “serie B”, interpretate tuttavia da “mostri sacri”, solo in un secondo momento riconosciuti tali dalla miope critica cinematografica. Oggi possiamo dire, che tali opere non hanno nulla da invidiare ai cosiddetti film di “serie A”, troppo intenti a guardarsi allo specchio.

“Il coraggio” di Domenico Paolella, è un esempio di quel cinema rimpianto. Diretto nel 1955, ha per protagonisti il grande Totò e un Gino Cervi, già famoso per l’interpretazione di Peppone in “Don Camillo”. La trama è tratta da un atto unico scritto dal semisconosciuto Augusto Novelli: il disoccupato “cronico” Gennaro Vaccariello (Totò), stanco della vita, decide di suicidarsi gettandosi da un ponte sul Tevere a Roma. Avvistato dall’industriale Paoloni (G.Cervi), viene da questi tratto in salvo e perciò premiato pubblicamente per l’eroismo dimostrato.

Vaccariello tuttavia, non gradisce il salvataggio e rimprovera il gesto all’industriale. Egli non ha chiesto d’essere salvato, quindi chiede d’essere mantenuto a casa sua con tutta la sua famiglia. L’invadenza di Vaccariello in casa di Paoloni supera ogni limite, spingendo il padrone di casa a chiedersi addirittura “perché l’ha fatto!”. Ma proprio quando il disgraziato capisce di non essere gradito, ritentando nuovamente il suicidio (questa volta con la pistola), ecco che interviene l’amore tra la figlia di Vaccariello e il figlio di Paoloni. I due protagonisti diventano consuoceri, poi soci in affari.

“Il coraggio” ha un “plot” molto semplice, eppure la vicenda desta interesse allo spettatore per il suo insolito dipanarsi. Lo schema resta quello della commedia, tinta però di un velo agrodolce, cui la maschera tragicomica di Totò contribuisce a rendere. L’attore infatti utilizza qui entrambi i codici espressivi, quello comico e quello drammatico, e il regista equilibra con saggezza le due componenti, così come fece in “Destinazione Piovarolo” dell’anno prima.

Ne “Il coraggio”, il personaggio popolare interpretato da Totò, è inserito suo malgrado nel milieu borghese nostrano, che lo giudica come al suo solito, troppo superficialmente, senza cogliere le qualità dell’uomo se non alla fine del film. Gino Cervi, infine, è un’ arma preziosa per il film, l’interprete ideale grazie alla misura e all’equilibrio da contrapporre alla vulcanica istrionicità di Totò. Il risultato di tutto ciò, è un film di serie B, senza troppe pretese per l’epoca, ma che non ci sentiremmo di cambiare con molti prodotti titolati che il convento oggi ci propina.

Salvatore Molignano


 

Il coraggio è una commedia classica, tratta da un’opera teatrale di Augusto Novelli, rielaborata dallo stesso Totò, anche produttore di un film che non riscosse grande successo.

Domenico Paolella (Foggia, 1915 - Roma, 2002) è un regista che sopravvive alla caduta del fascismo; aveva cominciato come assistente di Carmine Gallone (Scipione l’Africano), debuttando a 24 anni con Gli ultimi della strada (1939), film insolito - anche se propagandistico - sugli scugnizzi napoletani. Autore di interessanti cortometraggi, corrispondente di guerra dal fronte sovietico, direttore del cinegiornale INCOM (1946 - 1951). Il suo nome resta legato alla commedia e ai film musicali, soprattutto a diversi lavori interpretati da Totò.

Muore nel 2002, ma le sue ultime regie sono datate 1979: Gardenia, Belli e brutti ridono tutti, No, non è per gelosia (episodio di Tre sotto il lenzuolo, firmato Paolo Dominici). Negli anni Novanta lo ricordiamo soggettista e sceneggiatore di alcuni film di Aldo Lado, Stelvio Massi, Lamberto Bava e Sergio Sollima. Tra i suoi titoli migliori citiamo Le monache di Sant’Arcangelo (1972) Storia di una monaca di clausura (1973), che generano il tonaca-movie, anche se il suo era cinema storico di buon livello artistico. Molti film con protagonisti Maciste, Golia ed Ercole - il neo peplum italiano anni Sessanta - portano la sua firma.

Il coraggio è una commedia ben strutturata, dotata di una sceneggiatura elaborata e priva di pecche, ben fotografata, girata quasi completamente in interni (stabilimenti di Tirrenia - Pisorno) e montata con ritmi rapidi. Gino Cervi è il commendator Paoloni, salvatore del furbo Gennaro Vaccariello, caduto nelle acque del Tevere, che approfitta della situazione per farsi mantenere - insieme alla numerosa famiglia - dal benefattore. Molti equivoci da pochade. Bravissimo Cervi nel ruolo del burbero bonario, così come Totò è strepitoso nei panni del poveraccio che inventa giorno dopo giorno il modo per sopravvivere. L’attore è contenuto nei suoi eccessi da Paolella e da una vera e propria squadra di sceneggiatori. Limita le battute a doppio senso a uno scambio di frasi con Gianna Maria Canale (amante del commendatore), quando si finge un ricco argentino che la vorrebbe sposare: “Ma certo, mia cara, una Vaquerillos in più o una Vaquerillos in meno cosa vuoi che sia”. Non può mancare una storia d’amore molto anni Cinquanta come sottotrama della pellicola. Irene Galter e Gabriele Tinti (giovanissimi, il secondo sposerà Laura Gemser e diventerà un nome importante del cinema di genere) sono impegnati nel solito copione della giovane ereditiera che s’innamora del povero ma bello. Totò diventa grande amico di Gino Cervi, scoprendo una truffa ai suoi danni ordita da Leopoldo Triste (infido amministratore) e liberandolo dalla mantenuta (Canale) che toglieva molti denari alle casse aziendali. Ricordiamo tra le prime battute del film Gino Cervi affermare di essere residente in via Marcello Marchesi, uno degli sceneggiatori della pellicola.

Domenico Paolella era un regista abbastanza affermato, ma nonostante tutto Luigi Chiarini su Il contemporaneo (1956) scrisse che era “un giovane regista che si aggrappava a Totò per ottenere successo”, ma finiva per stroncare un film definendolo “scolorito e noioso”. La colpa che imputa Chiarini al regista è quella di aver usato un vecchio testo teatrale, già cavallo di battaglia di Petrolini, per fare soltanto farsa e non dire niente di nuovo. Paolo Mereghetti concede due stelle: “Specie di apologo surreale… l’originalità del presupposto si sfilaccia ben presto in una specie di predicozzo moralista… indimenticabile l’imitazione del cardinale fatta al telefono con l’imbuto”. Morando Morandini (due stelle e mezzo per la critica, tre per il pubblico) è più benevolo: “Una spiritosa e precisa satira di costume. Ritmo rallentato nella seconda parte che si regge quasi soltanto sulle spalle di Totò”. Pino Farinotti conferma le tre stelle, senza motivare. A nostro giudizio Il coraggio è un film che mostra le vere possibilità comiche di Totò, perché basato su una solida sceneggiatura e diretto con mano solida da un regista per niente succube dell’attore. Totò collabora anche come autore alla stesura del soggetto e realizza una commedia molto teatrale partendo dall’atto unico di Augusto Novelli. Strepitosi i monologhi sui poveri che mettono al mondo i figli perché non possono permettersi altri svaghi, ma anche sullo scheletro nell’armadio, il segreto inconfessabile che tutti avrebbero e che può sempre servire come minaccia. La macchietta del finto ricco sudamericano che chiama Susina la sua piccola Susy è strepitosa. Il binomio sesso e politica, ma anche la trilogia affari - sesso - politica, già negli anni Cinquanta era molto presente. Un testo attuale, se epuriamo i pochi elementi strutturali.

Giordano Lupi


Foto di scena e immagini dal set


Le location del film, ieri e oggi

logodavi
Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo
 1955-Il coraggio 01  
  La casa dove abita il Comm. Aristide Paoloni (Gino Cervi) e "abusivamente" anche Gennaro Vaccariello (Totò) con la sua numerosa famiglia è Via Giovanni Randaccio 4 a Livorno. La casa, nella realtà del film, è a Roma in Via Marcello Marchesi, un'autocitazione di uno degli sceneggiatori.
   
  Il circolo "Coraggio e volontà" che frequenta il Comm. Aristide Paoloni (Gino Cervi) e dal quale si tufferà per salvare Gennaro Vaccariello (Totò) è ormeggiato sul Lungotevere Arnaldo da Brescia nei pressi del Ponte G. Matteotti a Roma.
   
  La fabbrica del Comm. Aristide Paoloni (Gino Cervi) sono in realtà gli ex studi cinematografici Pisorno, situati in Via Pisorno 60 a Tirrenia (Pisa) e oggi trasformati in abitazioni inserite nel complesso residenziale Cosmopolitan Village, il cui nome deriva da quelli che assunsero gli studi dopo il 1961, quando furono rilevati dalla Cosmopolitan Film di Carlo Ponti. Grazie a Fedemelis per fotogrammi e descrizione. L'azienda e gli studi visti in una cartolina d'epoca.
   
  L'ingresso agli ex studios come appariva nel 2011, quando erano in corso i lavori di ristrutturazione
   

Le Locandine


Fonti:

www.storie.it

http://www.mescalina.it

http://www.agoravox.it