Il primo provino per il cinema

cineE' il 1930 quando Totò realizza questo provino realizzato dalla "CINES" di Stefano Pittaluga, il più importante produttore cinematografico dell'epoca, per il film "Il ladro disgraziato". Il provino fu riutilizzato facendolo commentare ad una voce fuori campo, successivamente fu inserito all'interno della rivista "Cines" n.4. Una delle prime testimonianze del cinema sonoro in Italia.

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Antonio Clerment è già Totò, beniamino delle platee, popolarissimo in tutta Italia e capace di far ridere interi teatri di rivista. Al cinema però ancora non ci è arrivato, bisognerà aspettare altri sette anni per vederlo nel suo primo lungometraggio, ovvero "Fermo con le mani", diretto da Gero Zambuto e prodotto da Lombardo (fu lo stesso a chiedere a Totò di interpretare il film).

Il documento si apre con una sigla: un mondo che gira circondato dalla scritta «Rivista Cines», poi sul mondo appare «N. 4».

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Dopo la sigla entra in campo un giovane elegante con un fazzoletto nel taschino. In testa ha un cappello, nella mano sinistra stringe un bastone e dei guanti. Avanza sorridente su una passatoia, ma mentre fa per parlare la sua immagine sparisce e, in sottofondo a un cartello nero con la scritta «Cines» a destra e a sinistra, si sente la voce fuori campo: «Molti sono i bei giovani che sperano di prendere il posto di Rodolfo Valentino. Ecco uno dei concorrenti».

Nei fotogrammi successivi, siamo in uno dei teatri di posa della Cines e la scenografia è un belvedere: una balconata con una colonna sulla sinistra. Sul fondale è disegnato un viottolo in salita che finisce forse davanti a una porta d’ingresso. Sullo sfondo, due o tre colli con una casetta in cima.

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Da sinistra entra Totò, timido, secco, allampanato. Ha una camicia chiara, una giacchetta striminzita abbottonata e una lobbia un po’ piccola per la sua testa. Avanza fino al centro dicendo: «Oh, che bella festa! Oh, che bella festa! » Sta un po’ piegato sulle gambe, muove il collo a destra e a sinistra e rotea gli occhi, braccia larghe, pollice e indice di entrambe le mani uniti.

Mentre la voce fuori campo dice: «Voi lo avrete certamente riconosciuto. E il famoso comico Totò. Guardate com’è carino. Sembra che voglia fare concorrenza all’uomo-serpente», lui fa la marionetta, poi si piazza di profilo e piano piano abbassa il busto cominciando ad assumere la posa della gallina. Poi si rimette di fronte alla macchina da presa, batte una volta le mani, si leva la lobbia, si aggiusta i capelli, rimette la lobbia. Muove di nuovo il collo a destra e a sinistra, storce ancora gli occhi, tira fuori la lingua, arriccia il naso. Unisce le mani sul grembo, rifa la gallina, poi parla, piegato in avanti, rivolto a un interlocutore che non c’è: «Ah, birichino, birichino... Ebbe’... E vabbe’... » dice, tirandosi su e continuando a fare smorfie. « Quando c’è la salute... Ch’aggiafa’, mo’?... Eh, eh, eh...»

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Si agita ancora un po’, non sa dove mettere le mani, accenna uno sbadiglio con una mano sul fianco. Poi fa la faccia preoccupata, dalla camicia aperta sul petto si intravede la maglia della salute. «No, perché...» dice, «io da bambino ho avuto la meningite. Con la meningite o si muore o si rimane stupidi. Io non so’ morto !» E fa una pernacchietta. « Ih, ih, ih... » conclude, avvicinando la faccia alla macchina da presa e storcendo gli occhi.

E qui ritorna brusco il cartello nero con le scritte della Cines che lampeggiano alternandosi a delle stelle.

Fonte: "Non principe, ma imperatore" (Valentina Pittavina)