LA CASTA È CASTA E VA SÌ RISPETTATA...

Casato De CurtisA molti anni dalla sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967, sui giornali e alla televisione si insiste volentieri nel porre in dubbio la legittimità del titolo “principesco” di Totò. Dalla storia si impara che, occupata Bisanzio dai turchi nel 1453 e ucciso l’Imperatore Costantino XI, reo di non essersi convertito all’Islam e morto da “martire”, cessò praticamente di esistere l’Impero Romano d’Oriente.

Rifugiatisi però in Italia molti dei superstiti delle diverse Casate Imperiali, essi pretesero alla successione… Fra i tanti pretendenti, vi era naturalmente anche il Capo di Nome e d’Arme della Casa dei Focas o Foca, oggi rappresentata dalla principessa Liliana De Curtis, ossia dalla figlia di Totò!
Ora, trattando dei Focas, se le cognomizzazioni di cui si parla nella sentenza sotto riportata vanno riferite al discendente di quel Focas succeduto a Maurizio Tiberio III (582-602), ultimo Imperatore sul Trono della dinastia giustinianea, allora queste si riducono ai cognomi: Flavio, Valerio, Claudio, Giulio; se invece le cognomizzazioni vanno riferite al discendente di quel Niceforo II (963-969) che succedette a Basilio II e Costantino VIII, coimperatori, ai riportati cognomi andrebbero aggiunti anche quelli spettanti alle dinastie Eraclidea, isaurica, amoriense (o frigia, o amoriana), macedone. A decidere in merito non può essere che l’Albero genealogico della Famiglia, corredato dalle opportune prove documentali.

toto stemma


Durò molti anni la battaglia che Antonio de Curtis condusse per avere riconosciuti i titoli nobiliari di cui riteneva averne i diritti. La stampa dell'epoca e l'opinione pubblica era appassionata a questa guerra, combattuta a suon di carte bollate e udienze tenute nei vari tribunali d'Italia. Questa è una piccola parte delle recensioni di stampa dell'epoca.

DOMANI IN TRIBUNALE SI DIRÀ SE TOTÒ È VERAMENTE PRINCIPE

Sarà discussa la causa per diffamazione, ma i napoletani vogliono sapere qualcosa di più preciso sulla discendenza dal trono di Bisanzio.

Napoli 25 giugno.
Grande emozione, a Napoli, specie nei vicoli della Sanità, per il ritorno di Totò. Qui infatti, il popolare attore è nato, e qui domani lo si vedrà per un processo in tribunale. Totò è in veste di parte civile e da lui è partita la denuncia per diffamazione contro l’avvocato Carlo Felice Battaglia, del Foro di Roma, ma già è dato prevedere che la parte più interessante del processo non sarà quella relativa all'accertamento del reato contestato, ma piuttosto quella che verterà sulla reale discendenza di Totò dalle dinastie del trono di Bisanzio, succedutesi da Costantino il Grande in poi. In sostanza il pubblico vuol sapere questo: Totò è principe o non è principe? Anche se tale questione sembra prescindere da quello che è l’oggetto principale della causa(e nulla di più probabile che l’avvocato Eugenio De Simone, del Foro di Roma, difensore di Totò, farà il possibile per evitare che essa si incardini nel processo), è chiaro che essa rappresenta il problema base per poter decidere in ordine al reato contestato all’avvocato Battaglia, e i difensori di quest’ultimo, avvocato Pasquale Ruggiero e avvocato Amedeo Pistoiese, ambedue di Napoli, cercheranno certamente di trattarla in linea preliminare. Non è questa la prima volta che Totò è costretto a battere le vie giudiziarie per dimostrare come egli sia l’unico erede delle dinastie succedutesi a Costantino. Totò, che nacque nel febbraio 1898 da Anna Clemente e da padre ignoto, fu legittimato nel 1928 da Giuseppe De Curtis, che nel 1921 aveva sposato la donna. Nel 1933 egli fu adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi e nel luglio 1945 si vide riconoscere dalla quarta sezione del tribunale di Napoli, in base a un’istanza e a una documentazione da lui stesso presentata, unico erede di tutte le dinastie succedutesi al trono di Bisanzio. Nel 1950, ancora, egli fu riconosciuto come «Antonio Flavio Angelo Dukas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi.» Tuttavia il principe Marziano II Lavarello Lascari, di Roma, insieme al capitano Guido Jurgens, che faceva parte della sua casa, avanzò un esposto al procuratore della Repubblica di Roma, adducendo la impossibilità che Totò potesse proclamarsi erede al trono di Bisanzio e chiese un accertamento sulla documentazione da lui presentata al tribunale di Napoli. Anche il principe Lavarello imperniava la sua tesi su una questione di discendenza, e a questo punto occorre dire che lo studio su tali documentazioni risulta tutt’altro che facile, dato che occorre risalire per generazioni e generazioni, rami collaterali e rami ereditari. Tuttavia si può dire che il riconoscimento dato a Totò dal tribunale di Napoli si basava appunto sulla documentazione da lui presentata, documentazione al cui centro è il collegamento con la dinastia discendente da un certo De Curtis, discendente a sua volta dalle dinastie bizantine. Il procuratore della Repubblica archiviò l’esposto del principe Marziano II e del capitano Jurgens e costoro furono successivamente querelati per calunnie da Totò, e condannati in prima e in seconda istanza. Il principe Lavarello era difeso dall’avvocato Carnelutti e lo Jurgens dall’avvocato Battaglia, il quale, in seguito alla condanna del suo assistito, e secondo quanto egli stesso dichiara, venne a Napoli per indagare, al Comune, alla biblioteca nazionale, all’istituto orientale, sulla effettiva ascendenza imperiale di Totò. In tale occasione egli avvicinò lo scarpaio Gennaro De Curtis, a quanto sembra cugino del padre di Totò, nonché un amico dello stesso Gennaro, tale Salvatore D’Angelo. Che cosa sia stato detto veramente è ai giudici che tocca stabilirlo, ma fatto è che Totò, nell’agosto dello scorso anno, presentò querela contro l’avvocato Battaglia, basando la sua denuncia sulle testimonianze, appunto, di Gennaro De Curtis. Costoro, infatti, dopo essersi incontrati alcune volte con l’avvocato, dichiararono che costui aveva chiesto a Gennaro De Curtis una procura per iniziare una causa contro Totò, asserendo che era lui, Gennaro, ad aver diritto al titolo nobiliare. In ogni caso - a quanto dichiarano i due popolani - l’avvocato Battaglia avrebbe detto che era quella un’ottima occasione per far sborsare a Totò qualche milione. In più l’avvocato avrebbe pronunciato frasi offensive nei riguardi dell’attore, quali, ad esempio, «Totò è un falsario», e aveva inviato, tramite il D’Angelo, una lettera a Gennaro de Curtis, con la quale si esprimeva in termini certo poco lusinghieri nei riguardi dell’attore e dell’attrice Franca Faldini, che stava per avere un figlio. Di qui la querela di Totò sulla quale saranno chiamati ad esprimersi i giudici lunedi. Ciò malgrado sembra probabile che la causa, per gravi ragioni di ordine procedurale, sembra destinata a subire un rinvio. Ma la procedura - quest’è certopoco interessa al popolino della Sanità, che si augura di poter vedere l’attore, in questa o in un'altra udienza. Uno spettacolo che nessuno vuol perdere, tanto più che non si paga il biglietto.”

 

ORLANDO MAZZONI (così come sopra riportato, pubblicato all’epoca nel quotidiano “La Nazione” di Firenze, numero 151, domenica 26 giugno 1955)


FOLLA E CLAMORE AL PROCESSO DI TOTÒ

La causa è stata rinviata per indisposizione dell’imputato. L’improbo lavoro delle forze dell’ordine.

Napoli lunedì 27 giugno.

«Totò sei bello»:con questo grido la folla di popolani e di curiosi che stamattina si era data convegno davanti al tribunale o all’intemo di Castelcapuano...

Folla inverosimile. Totò giunto con la sua “LINCOLN”. La corte ha accetato il rinvio in quanto l’avvocato Battaglia ha prodotto certificato medico.

Totò è rimasto seduto tranquillo accanto al parente Gennaro. All’uscita Totò, assediato, sorridente, firmò decine di autografi, salutò tutti, ed è ripartito applaudito.

(“La Nazione” di Firenze, martedì 28 giugno 1955)




 Totò non potè mai possedere questo quadro.

1980-04-14L’attore napoletano, nella strenua ricerca di “natali illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali” - come lui stesso scrive nella poesia “‘A Livella”, riferendosi al defunto marchese - commissionò una serie di ricerche genealogiche che lo portarono sulle tracce della nobile famiglia De Curtis di Cava de’ Tirreni, da cui deriva il nome della frazione Licurti. La sua attenzione si soffermò sulla figura del nobile cavese Giovan Camillo De Curtis, immortalato nel 1585 in un ritratto conservato nell’aula consiliare del Comune di Cava.
Mascella volitiva, naso dritto e sguardo penetrante, sormontato da una fronte resa più spaziosa dall’incipiente calvizie. La somiglianza del patrizio cavese con Totò è effettivamente impressionante. Si comprende, dunque, il desiderio dell’attore napoletano di avere quel quadro. I tratti somatici dell’uomo maturo in abiti severi, che una piccola targa di ottone qualifica come il consigliere del regio consiglio collaterale e preside del Sacro regio consiglio, avrebbero potuto dimostrare che Camillo De Curtis era un antenato di Totò e, di rimbalzo, la discendenza del comico dai marchesi De Curtis di Somma vesuviana a cui era imparentato l’omonimo ramo nobiliare di Cava.
L’attore fece di tutto per entrare in possesso del quadro. Agli inizi degli anni Sessanta l’artista venne, infatti, a Cava per chiedere ad Eugenio Abbro, il sindaco di allora, di vendergli il ritratto. Alcuni dipendenti comunali, adesso in pensione, raccontano che Totò disse di essere disposto a pagare qualunque cifra pur di entrare in possesso dell’opera. Fu, quindi, indispettito dal rifiuto senza appello del sindaco, il quale rispose che l’opera era patrimonio inalienabile della città. E c’è chi è disposto a scommettere che quell’episodio colpì talmente Totò da indurlo ad inserire, in alcuni film successivi, scene in cui il protagonista passeggia nella galleria dei quadri degli antenati, ravvisando in tutti una somiglianza innegabile con lui.
Peraltro, come racconta l’attuale sindaco di Cava Marco Galdi, dell’avvenuto incontro ci sono delle testimonianze nell’archivio comunale, dove è custodito un documento in cui si descrive, nei dettagli, il colloquio tra Abbro e Totò. Anche in ricordo di questo curioso episodio il sindaco di Cava chiese all’attrice metelliana Geltrude Barba, che nel 2011 stava ideando un festival teatrale, di chiamarlo “Premio Licurti”.
Ma qual è stato il percorso che ha condotto Totò a Cava? La storia inizia a Napoli negli ultimi anni dell’Ottocento. Il comico napoletano è nato al numero civico 107 in via Santa Maria Antesaecula, nel rione Sanità,il 15 febbraio 1898. La scorsa domenica, dunque, è ricorso il 117esimo anniversario dalla nascita. Sua madre, Anna Clemente, lo registra all'anagrafe come Antonio Clemente. E solo più tardi, nel 1921, sposerà il marchese Giuseppe De Curtis, che successivamente riconosce Antonio come suo figlio naturale. La spasmodica ricerca delle sue origini accompagnerà Totò per tutta la vita. Nel 1933 Antonio de Curtis viene adottato dal marchese Francesco Gagliardi Foccas in cambio di un vitalizio e nel 1945 il tribunale di Napoli gli riconosce il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli. Questo, però, ancora non gli basta. L’attore continua a commissionare ricerche araldiche e genealogiche, che lo conducono ai De Curtis di Somma vesuviana, imparentati con quelli di Cava. Gli stemmi delle due casate, infatti, risultano lievemente diversi solo nei colori. Come sostenuto da diversi storici, i De Curtis di Cava (o anche Della Corte) erano un’antichissima famiglia longobarda (X – XI secolo), originaria della zona fra Salerno e Cava, I De Curtis di Cava, in effetti, si radicarono nel casale che da loro fu detto De Curti, col tempo trasformatosi nel toponimo Licurti. Totò era convinto che, in qualche modo, la famiglia entrasse a pieno titolo nel suo albero genealogico, dimostrando che i suoi antenati erano nobili. Una convinzione, questa, che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni e che l’attore cristallizzò in una delle sue battute più celebri pronunciata, tra il serio ed il faceto, in un film del 1960: “Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui”.

Sono ormai e comunque termini fissi per giurisprudenza e dottrine costanti: a) che al Capo di Nome e d’Arme rappresenta una Dinastia(non importa se oggi sbalzata dal trono) spetti la qualità jure sanguinis, ossia nativo, e il trattamento di Altezza Imperiale ( se discende da Imperatori e/o reale se discende da Re); b) che la qualità di Principe jure sanguinis,essendo nativa, si distingue dal titolo di principe dativi, in quanto il titolo deriva da un conferimento; c) il Capo di Nome e d’Arme di una Casata ha il diritto di pretendere al trono già dei suoi Avi; mai disconosciuto, di esercitare il Gran Magistero degli Ordini che fanno parte del Patrimonio araldico della sua famiglia. Ecco il dispositivo della sentenza del Tribunale di Napoli, IV sezione civile, pronunciata il 1° marzo 1950, a seguito ricorso presentato per rettifica atto di nascita:

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano. Il Tribuanle Civile di Napoli - 4^ Sezione riunito in Camera di consiglio, nelle persone dei sigg. Presidente dott. Galiano Gaetano; De Falco Enrico, Giudice; dott. Rocco Carlo, Giudice Relatore. Sentita la relazione del giudice delegato, lette le conclusioni del P.M.; ha emesso la seguente sentenza:

(...Omissis…)

P.Q.M.

Sulle conformi conclusioni del P.M. - Visti gli articoli 454 cc. E 167 dell’Ordinamento dello Stato Civile. Così decide:

1. - Ordina all’Ufficiale dello Stato Civile di Napoli, di rettificare l’atto di nascita di S.A.I. Principe Antonio de Curtis, Griffo, Focas, Gagliardi, iscritto al n° 259del registro dei nati di sezione Stella dell’anno 1898, nel senso che, dove leggesi: “De Curtis, Focas, Gagliardi”, vi si legge “Focas, Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, De Curtis, di Bisanzio, Gagliardi”.

2. - Ordina nel contempo all’Ufficiale dello Stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana De Curtis, Griffo, Focas, figliuola di esso Principe Antonio, nata il 10 maggio 1933 ed iscritta nei registri dello Stato Civile dei nati di detto anno in quella città.

Così deciso in Napoli il primo marzo 1950.

Firmati: Gaetano Galiani, Enrico De Falco, Carlo Rocco, Ugo Corona Cancelliere - Registrata a Napoli uff. atti giud. Il 21 maggio 1950 N. 7462 vol. 610, mod. 5, Esatte lire 836 e lire dieci proventi e lire 75 urgenza da De Curtis.

Il direttore firmato Maddalena.

(fonte: imperialclub.net)

Il Mattino Illustrato - 14 aprile 1980