LILIANA, FU VERO AMORE

«È morta, se n'è ghiuta 'n paraviso!
Pecchè nun porto 'o llutto? Nun è cosa
rispongo 'a gente e faccio 'o pizzo a riso
ma dinto 'o core è tutto n'ata cosa!»

Chi era Liliana (Eugenia) Castagnola, cosa rappresentò e che influenza ebbe nella vita del Principe Antonio De Curtis? Della sua famiglia, che vive nel quartiere genovese di San Martino, non sappiamo molto; abbiamo notizia di una sorella, Gina, che Liliana ricorderà nella sua ultima lettera.
Giovanissima, inizia una fortunata carriera di chanteuse e ballerina frequentando molti teatri d’Europa. Sono gli anni anteriori alla prima guerra mondiale e il pubblico acclama questa ragazza che a 16 anni ispira, per la bellezza e il carattere, il personaggio di Mimì Bluette, protagonista del romanzo di Guido da Verona Fiore del mio giardino, uno dei maggiori successi commerciali nell’Italia degli anni Venti. Con Lina Cavalieri e la Bella Otero, Liliana è una sciantosa assai nota; i suoi atteggiamenti in scena sono provocanti, mentre, fuori dal palcoscenico, è molto conosciuta per la frangetta nera, il suo sorriso ironico e sensuale, l'eleganza.
È abilissima a mutare abiti, voce e atteggiamenti. Le sue fotografie mostrano un volto sempre diverso: lo sguardo sembra alludere a misteri, burrasche e, d'altra parte, le avventure della Castagnola, in bilico fra cronaca rosa e nera, finiscono spesso sui giornali alimentando la sua leggenda di femme fatale. «Battetevi a duello, il vincitore mi avrà»...
Raccontano i giornali dell'epoca che Liliana viene accusata, in Francia, di aver provocato con queste parole un duello tra due marinai che si contendevano i suoi favori; uno di loro rimane gravemente ferito, Liliana viene espulsa e fa ritorno in Italia, ma questo episodio sembra rafforzare il suo alone peccaminoso e conturbante. Viene ferita da un costruttore milanese che le spara due colpi di pistola mentre è nella vasca da bagno. La colpisce in fronte solo di striscio ma, crede di averla uccisa e, disperato, si suicida. In seguito, un giovane spasimante dilapida per lei l'intero patrimonio, tanto che i familiari intentano nei suoi confronti un processo di interdizione sostenendo che era stata la Castagnola a fargli perdere il senno.

 

Questa è la fama che la precede quando, nel Dicembre 1929, giunge a Napoli, scritturata dal Teatro Santa Lucia, all'appuntamento con il suo destino; pochi giorni più tardi Liliana telefona all'impresario del Teatro Nuovo dove recita Antonio De Curtis, in arte Totò, e gli chiede di riservarle una poltrona.
«È le sette meraviglie e poi da tutto quanto si capisce che è un vulcano, un fuoco, una forza della natura».
Così Salvatore Rubino, segretario e servo di scena dell'attore, gliela annuncia quella sera; Antonio la sbircia dal palcoscenico scostando appena il sipario: è seduta in un palco sola, il volto pallido è ombreggiato da un cappello di velluto nero, che nasconde un poco gli occhi verdi che molti hanno amato. Antonio non teme la sua “cattiva fama”, è affascinato da questa donna bellissima e sensuale che lo ha cercato; avverte il privilegio ma pure la certezza della conquista.
«È col profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia ammirazione».
Con questo biglietto e un grande mazzo di rose Antonio, il mattino successivo, inizia il corteggiamento. Liliana lo invita alla Pensione degli artisti Ida Rosa in Via Sedil di Porto, dove abita in un quartierino composto da un ingresso, una sala da pranzo e una camera da letto. L'arredamento è troppo carico con poltroncine damascate, tendaggi, ninnoli, un gusto che ad Antonio non piace e il suo primo impulso è di scappare. Ma ecco, lei gli si avvicina per donargli una foto nella quale appare con un abito di scena chiaro e vaporoso, i capelli acconciati alla garçon, la frangetta a coprire la cicatrice lasciatele dal colpo di pistola, e la dedica: Totò, un tuo bacio è tutto. È l'inizio del loro amore.
Liliana sta per compiere 35 anni, troppi per il mondo crudele del Café Chantant; ha avuto ai suoi piedi molti uomini, ma sembra trovare nel giovane attore la fine del suo peregrinare. Vuole legarlo a sé, gli propone di lavorare insieme ma, giorno dopo giorno, perde agli occhi di lui quell'aura peccaminosa di irrangiungibile seduttrice: lo tormenta con scenate di gelosia e pressanti richieste di stabilizzare il loro legame.


Corrispondenza epistolare tra Liliana Castagnola e Antonio de Curtis

  1. È con il profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia profonda ammirazione. Antonio
  2. Signor Antonio De Curtis, Vi ringrazio, gentile signore, delle belle rose che ho gradito con molto piacere. Intanto, suppongo, non vi dimentichiate che, dopo un certo numero di giorni, queste meravigliose rose appassiranno e che, di conseguenza, occorrerà sostituirle con altri fiori. Che fare per contraccambiarvi? Sabato, al Santa Lucia, canterò per voi le mie migliori canzoni.
    Liliana Castagnola
    13 dicembre 1929, Napoli.
  3. Caro amico,
    Perché desidero soltanto che arrivi lunedì? Ho vivissimo desiderio di conoscervi e di parlarvi per potermi convincere di ciò che per telefono mi dite. Siete sincero? Domani, alle 12, vi farò pervenire un altro mio scritto. Attendo una vostra telefonata... e vi penso.
    Vostra Lilia
    14 dicembre 1929

  4. Caro Antonio,
    Intanto, perché ci si possa salutare, all'ora in cui più vi piace, telefonatemi. Ho piacere di sentirvi. Come potevate farlo ieri sera, dopo la vostra conversazione telefonica, cosi potete venire a conversare con me, ed anche questo quando vi piaccia.
    Sappiate che in me, per voi, nulla è cambiato. Lunedì andrò dal fotografo per potervi offrire una mia fotografia. Salutatemi i signori Scala, ricordatemi alla piccola dolce Maria e voi vogliatemi bene: ci tengo. Nell'attesa di voi, d’un vostro scritto o di una telefonata, vi invio il mio più amicale e sincero affetto.
    Liliana Castagnola
    21 dicembre 1929, Città

  5. Antonio,
    come convenuto, dopo lo spettacolo, vado a casa dove ti attenderò per cenare. Qui, in camerino, c'è già tutto il necessario che Gino ha gentilmente comprato. Vieni presto. Mi faccio accompagnare a casa da Gino. Sono felice di te. Sei il mio amore: ho bisogno di te e la mia anima cerca disperatamente la tua. Guai se mi manchi.
    Tua Lilia

  6. Antonio,
    Dopo mezz’ora da quando te ne sei andato, mi hanno chiesta al telefono e mi è stato detto così: « Voi credete che Totò si sia recato a casa sua? Vi illudete!». Ed hanno troncato la comunicazione, senza che io abbia avuto il tempo di chiedere altre informazioni. Che debbo fare? Come vivere così? Perché dici che mi ami, quando invece non mi sei che un nemico? lo ti voglio bene, Antonio, e non sai come il cuore e la mia mente soffrano! Debbo credere alla telefonata? Vivo in orgasmo.
    Lilia

  7. Antonio,
    Ida mi ha detto quanto segue: Vostro padre è venuto oggi a cercarvi perché la signora Z... è a casa vostra e vi reclama. Ha affermato anche che avrebbe voluto venire il fratello della vostra signora mamma. Sembrava impossibile che io potessi essere un po’ felice, è vero? Mandatemi subito una lettera o telefonatemi subitissimo perché possa regolarmi. Spero che si sia trattato di uno sbaglio, ma se, mio malgrado, fosse vero, capirete che io non posso assoggettarmi a questo. Vorrete allora restituirmi tutto quanto mi concerne. In un caso o nell'altro, telefonatemi subito. E vi prego di dirmi la verità.
    Attendo ansiosa.
    Liliana.

  8. Mio Antonio,
    Ti ringrazio della tua lettera. Però essa non ha fatto altro che rattristarmi di più. Sono stata leggera a non confessarti la verità, ma ti assicuro che l'avrei detta al mio ritorno. Tuttavia ti chiedo ancora scusa. Perché non è vero che io mi sia fermata da D..., né che abbia fatto altro che potesse dispiacerti.
    Da quando ho denunziato alla Pubblica Sicurezza, per i fatti a te noti, il signor D..., non ho più avuto con lui alcun rapporto. Questa è l’assoluta verità. Sono stata la vittima di questa gente (N.B. allude allambiente della Pensione presso cui abitava) che vuole sfruttarmi e che si è preoccupata delle cento lire giornaliere che avrebbero perduto se avessi lasciata la Pensione.
    Il D... ha sfruttato la gentilezza, che mi aveva chiesta molto tempo fa, di concedergli uno o due spettacoli che avrei dovuto eseguire in un Teatro da lui preso a percentuale. Se non vi fossi andata, aveva giurato (e questo in presenza di Mara) che non mi avrebbe fatta più cantare a Napoli. Di questo avrei potuto infischiarmene, ma la padrona della Pensione mi ha tanto pregato e ha tanto fatto che io stupidamente ho accettato.Mi sono ora resa conto che la padrona, fallito il primo tentativo col dirmi male di te, ha montato su il secondo: quello cioè di farti circondare da persone che ti dicessero quanto ti hanno riferito, diffamandomi.
    Ti ho pregato in tutte le maniere, in tutte le forme, e tu non mi hai creduta. La tua mancanza di fiducia ha offeso il mio amor proprio. Io mi sono concessa a te senza nessuno scopo, senza alcun interesse, e per dimostrarti il mio affetto ero pronta a cambiare vita e a vivere con te, come a te avesse fatto più piacere.
    Non ho giocato alcuna commedia, perché non ero mossa da alcuno scopo volgare. Mi chiami ipocrita, falsa, ecc. Ancora mi offendi. Mi fai male, tanto male che non lo puoi immaginare. Io e Mara abbiamo pianto, piangiamo ancora sulle cattiverie del mondo che vuol farmi male ad ogni costo.
    Mi sento male, ho un gran male di testa e sono desolata. Rimango ancora in questa pensione, ma non sono certa di restarvi fino al rotto gennaio. Vi è molta elettricità in giro! Io e Mara ci siamo barricate in camera mia. Per eliminare incidenti, il nove partirò. Grazie di tutto il bene che mi hai fatto. Ti ricorderò sempre con tanto piacere, perché tu sei un uomo buono e retto.
    Le mie lettere, tienile. Tra un po’, rileggi le ultime tre. Con serenità, riuscirai a vedere che da esse scaturisce tutta la mia sincerità. Mara ti manda i suoi saluti e dice che ti vuole bene. Io ti invio tanti auguri di lieto avvenire.
    A me non pensare più. Sono talmente addolorata da desiderare, con voluttà, di essere ancora più triste, per potermi guardare allo specchio e farmi un sorriso di compatimento e di scherno. Merito questo.
    Addio. Liliana

  9. Antonio,
    Questa lettera potrebbe essere oziosa; tuttavia te la scrivo lo stesso. Sono in treno e scrivo appoggiata sulla valigetta. Dopo tutte le preghiere che ti ho fatto telefonicamente e telegraficamente, è inutile e stupido che ti scongiuri ancora di credermi. Tutto tra noi è finito? Come tu vuoi. Sento che il mio orgoglio mi proibisce di pregarti oltre.
    Involontariamente, perché non hai voluto ascoltarmi e ragionare, mi hai offesa per telegrafo e per telefono. Sai perché mi hai offesa? Perché hai voluto pensare che tra me e D... potesse esistere qualcosa! Ti ho raccontato minutamente cosa è avvenuto tra me e lui, e dovrei essere una volgare e una sciocca a ricascarci un'altra volta!
    Tra te e me tutto è ormai finito. Sono rimasta triste e avvilita, ma è stato necessario che finisse, non ho nulla in contrario. Non mi oppongo, e malgrado soffra non poco, sta bene. Però, anche se non sono necessarie, sento il bisogno di darti alcune spiegazioni.
    Prima di ogni cosa, ora che sono a mente calma, ti chiedo scusa per quello che ho fatto; e tu, in omaggio a questo, non essere indulgente, ma giudica serenamente quanto ti dico.
    Eccomi, dunque. Prima che ti conoscessi, la padrona della Pensione mi fece promettere a F.D., che desiderava gestire un Teatro a percentuale, di lavorare in detto Teatro. Sulle prime, rifiutai. Poi, davanti alle insistenti preghiere della padrona, promisi.
    Poi conobbi te. Oggi comprendo che avrei dovuto dirti la verità, ma non te l'ho detta prima nella speranza di accontentare D..., mantenendo la mia promessa, e con la illusione che tu non saresti venuto a conoscenza di nulla. Invece ho sbagliato.
    La padrona della Pensione cominciò col dirmi che non stava bene aver promesso e non mantenere, tanto più che D... si sarebbe vendicato, e a lei serve il D... perché, ad esempio, va nei Teatri ad applaudire le artiste che abitano nella sua Pensione. Come la ragazza più sciocca del mondo, sono partita per Benevento, e ora sconto così la mia gentilezza.
    Arrivati, trovammo il Teatro Comunale nel più completo abbandono, un'orchestra infelice, un programma di scarto, i macchinisti ubriachi, gli uomini di sala e di scena con tutte le volontà, fuorché quella di fare il proprio dovere. Un solo scenario per tutti i numeri di varietà.
    Alle quattro e mezza finii la prova, feci la facchino montando da me i tiri e lo scenario, stirandomi le toilettes, preparandomi il camerino, ed alle sette e mezzo ero in scena per il primo spettacolo che ho eseguito dinanzi ad una ventina di persone! Dopo il secondo spettacolo, con un pubblico numeroso come sopra, cercai un posto dove mangiare. Come sai, non avevo preso che un caffè e uno zabajone. Tutto chiuso! Neanche un pezzetto di pane in alcun posto.
    Pregai il signor Mimi Mancuso di trovare da mangiare per me e per tutti gli altri artisti, ed egli riuscì a fare aprire un'osteria, dove mangiammo alla meglio.
    Io mi ritirai al «Grand Hótel» dove sono rimasta fino alla sera alle sette. Il D. dormì in un altro posto, dove hanno alloggiato gli altri artisti de! Comunale e degli altri due Teatri: fra questi, il comico Inglese e Dina Dini.
    Oggi, altri due spettacoli identici a quelli di ieri. Un deserto e una grande desolazione! Arrivata alla Stazione, ho saputo che il treno, su cui ora mi trovo, sarebbe arrivato a Napoli solo alle sei e mezzo. A vevo rinunziato a passare cinque ore e mezzo in ferrovia da Benevento a Napoli, ma, quando ho saputo che il D. sarebbe rimasto a Benevento in attesa di un telegramma, mi sono decisa e son salita in treno perché non volevo che tu pensassi che io rimanevo a Bene-vento perché D. non partiva. Tutta Napoli sa che tra me e quell'uomo non esiste nulla di nulla. Da quando sono arrivata a Benevento fino ad ora, non gli ho parlato. Ti voglio giurare la verità: tra me e D., dopo i fatti avvenuti circa un anno fa, fatti che ti ho raccontati, non c'è stato più nulla!
    Può darsi che tu non creda al mio giuramento; pensa come vuoi, ma se riesci a trovare un po' di bontà per me, un po' di serenità, sii uomo e credi a una donna: a me che te lo giuro con l'anima sincera sulle labbra.
    Se ho avuti altri rapporti con lui, dopo la mia denunzia, che Iddio mi punisca nel modo più atroce: che tu debba trovarmi, tra breve, sui gradini delle Chiese a chiedere, a chiederti l'elemosina.
    Questa lettera non è per giustificarmi. Ti ho pregato abbastanza, mi hai umiliata fin troppo, non credendo alla mia lealtà, perché io creda di dover giustificare ciò che tu ritieni vero e non lo è.
    Ho voluto scriverti per l'ultima volta perché tu non mi giudichi un'artista di caffè-concerto. E ora basta!
    Ieri sera, in teatro, ho sentito nel cuore che tu avevi ragione di disprezzare il Varietà e, seppure avessi perduto già ogni speranza, ti ho ringraziato lo stesso per aver voluto danni l'illusione di una vita quieta e signorile. Forse mi hai sempre parlato preso dal momento, ma ti ringrazio lo stesso di essere stato così buono.
    Un'ultima cosa. La padrona della Pensione aveva avuto sentore che io, molto probabilmente, me ne sarei andata prima dell'otto gennaio. Di qui tutto il suo trucco. Scongiurarmi di accettare di lavorare a Benevento, consigliarmi di non farti sapere nulla, per poi, appena messo il piede sul treno, farti sapere tutto per mezzo di uno qualsiasi.
    La tua Napoli è bella e meravigliosa quando la si vive, come spesso ho fatto, dall' «Excel-sior» o dal «Grand Hotel», ma è infame quando si è costretti a nuotare nel fango di certe persone, nella miseria di certi animi.
    Dunque: il primo sono al Salone Margherita di Napoli, e il nove parto senz'altro. Da Bene-vento ho già scritto in proposito, e Napoli mi vedrà mol(o più in là. Sento il bisogno assoluto di non respirare aria napoletana.
    Ti prego di una cortesia. Dall'uomo di scena che, qualche volta, mi hai mandato fammi avere tutte le mie lettere, compresa la presente. Ne farai un pacco, da don Vincenzo ti farai procurare un po ' di spago e della ceralacca per sigillarlo. Sul pacco scriverai il numero delle lettere e darai ordine che mi venga consegnato personalmente.
    Antonio! Ti auguro, con tutto il cuore, tanta felicità, tutta quella che non ho, che non avrò io. Sono troppo sentimentale, troppo sciocca, ho il cuore ancora troppo ingenuo e troppo infantile per sperare in un po' di gioia. Occorre che io soffra di più! Tu sei una cara persona, un lavoratore, un uomo onesto, e meriti tante belle cose. Che tu sia pieno di gloria! Da quella viene la felicità e il benessere.
    Io? Io sono nulla. Una povera figliola sballottata da un destino non troppo simpatico. Lavorerò ancora, mi aggrapperò ancora alla vita, e mi amareggerò ancora di più l'anima.
    Lilia
    Caserta, ore 5 del mattino — 26 dicembre 1929

  10. Fammi telefonare da don Vincenzo come va lo spettacolo. Perché tu abbia un grande successo personale, il mio voto scadrà il 10 di maggio anziché il 10 marzo. Non tenere la presente esposta a tutti quelli che entrano nel tuo camerino, quando sei di scena.
    Ti amo.
    Lilia tua.
    Casoria, ore 6,30

  11. Ore 5 — Ti mando tutti i miei baci.
    Ore 6 - Ho dovuto smettere perché il pompiere ha sorpreso me e il parrucchiere con la macchinetta accesa. Ha fatto l'ira di Dio, prendendoci le generalità, per poi finire per chiederci scusa... Pensi seriamente a quello che ti ho detto ieri sera? Ho parlato sul serio, dopo aver ben ponderato. Voglio la nostra felicità e penso che si possa benissimo raggiungerla con quello che ti ho detto, con un impegno formale perché tu possa essere tranquillo.
    Io rimetto a te il mio «numero». Tu sarai il mio maestro e direttore del nostro lavoro. A te il «montare» il numero. A te il diritto di vedetta.
    Io non ti lascerò mai, perché ti voglio bene, perché tu sei un uomo di ardimento, pieno di entusiasmo per il bello e per il lavoro.
    Io mi sento come te. Sarò la tua compagna e la tua artista devota e ti sarò grata del bene che mi farai. Stasera, ti parlerò più a lungo. Ci spiegheremo meglio. Non credere che la presente sia scritta sotto un impulso di espansività. No. Scrivo col cervello a posto, sicura in te e di te.
    Non credere neanche che questa lettera non abbia valore perché scritta a matita e di fretta: sono in camerino. Ho premura perché siamo all'ultima parte del film e debbo andare per il secondo spettacolo. Puoi darmi risposta? Puoi darmi qualche speranza? Puoi incominciare a darmi la felicità? Questi due mesi starò vicina a te per studiare, per eseguire i tuoi ordini e per aiutarti a montare il «numero». A poi.
    Ti amo.
    Lilia

 

Gli estratti della corrispondenza epistolare tra Liliana Castagnola e Antonio de Curtis sono stati gentilmente concessi da Federico Clemente


 L'epilogo

 

Capì che le membra si intorpidivano, con un ultimo sforzo, si eresse in tutta l’alta persona, e percorse come un automa i pochi passi che la separavano dal letto. Lo raggiunse, vi si infilò con estrema lentezza, mentre le mani si allungavano quasi carezzando la morbida coperta di lana.

—...Antonio...— riuscì a pronunziare in un soffio, compiendo un supremo sforzo mentale, mentre al tempo stesso le pupille si dilatarono smisuratamente. Ma un sonno greve, pesante, inesorabile gliele spense subito dopo, sigillando una sull’altra le sue meravigliose ciglia nere. Il miagolio lamentoso, stridente di un gatto si fece ancora sentire, giù nel vicolo. Ella l’avvertì ed ebbe un moto leggerissimo di fastidio: le sue delicate sopracciglia s’inarcarono impercettibilmente.

Si abbandonò, infine, all’eterno sonno della morte.

Il pensiero del matrimonio o di una convivenza con la Castagnola sono ipotesi per Antonio lontanissime; il sentimento di lei è scomodo ed eccessivo per lui, ma ha paura di perderla e le fa credere che forse un giorno... Dopo quasi un anno di furiosi litigi e successive riappacificazioni accetta, per sfuggirle, un contratto con la Compagnia Cabiria che lo avrebbe portato a lavorare a Padova.
Liliana non può sopportare quello che sa essere un addio e, quella notte, sola nella sua camera, si veste con i suoi abiti più eleganti e si trucca diligentemente. Poi scioglie un intero tubetto di sonniferi in un bicchiere d'acqua, beve, riesce ancora a scrivergli un ultimo accorato messaggio e si sdraia sul letto, allestendo la scena in cui il suo amante la troverà.
Totò apprende la notizia il mattino successivo: sta partendo per Padova ma si precipita alla Pensione degli Artisti. Sa di averle mentito, di averla illusa. Rimpiangerà di aver trovato comodo pensare «ha avuto molti uomini, posso averla senza assumermi alcuna responsabilità» e di non aver voluto o saputo cogliere la profondità del suo sentimento. 

Il rimorso per la morte di Liliana lo accompagnerà per tutta la vita. Anni dopo non esiterà a contravvenire alle tradizioni, e chiamerà la sua unica figlia (nata dalla moglie Diana Rogliani) Liliana, piuttosto che Anna, come sua madre. E già nei giorni successivi alla tragedia decide che Liliana riposerà nella cappella della famiglia De Curtis, al Cimitero del Pianto di Poggioreale (Napoli): chi va in visita alla tomba di Totò trova così, appena sopra la sua, quella di Eugenia Liliana.


 OGGETTISTICA


Quotidiano "La Stampa" del 4 marzo 1930

Quotidiano "La Stampa" del 30 ottobre 1993
 
Secolo 187 2015 03 09 mini
Il Secolo, 9 marzo 2105 

 

Una mostra milanese racconta la più drammatica storia d'amore vissuta da Totò

IL PRINCIPE E LA BALLERINA

Le donne fatali gli hanno sempre fatto perdere la testa, sul set e nella vita. Ma una sola l’ha fatto piangere. Uccidendosi per lui

La bella faccia da principe napoletano era pallida e triste.

Secondo la tradizione dei grandi clown, Antonio de Curtis aveva un’anima tragica a pensava spesso alla morte che tutto livella: ci sono volumi di lettere, canzoni e poesie a confermarlo.

Anche quando era giovane e frenetico, scatenato fantasista da avanspettacolo, Totò aveva del resto un portamento drammatico, le sue mosse da burattino snodabile facevano venire in mente gli scatti di un corpo (morto) elettrizzato. Come tutti i principi e i filosofi attraversati dalla paura (la voglia) di finire, Totò era un uomo che amava le donne, un uomo che soffriva e faceva soffrire: conosceva bene la fatica della conquista e dell’abbandono, dell’inseguimento e della fuga. Fasi alterne che fatalmente si ripetevano scandite dalle aritmiche intermittenze del cuore.

Su questa sua doppia vena, funeraria e romantica, costante segreta di una vita gettata sul palcoscenico e sullo schermo, molto hanno insistito i critici biografi. Totò, l’uomo e la maschera (Feltrinelli) si intitola difatti il fondamentale saggio a quattro mani di Franca Faldini (decisiva compagna) e Goffredo Fofi, che resta il massimo esegeta e il primo responsabile (in senso positivo) della filologia totologica.

La mostra iconografica aperta in questi giorni a Milano (organizzata dal Centro Brera, nella ex chiesa di San Carpoforo sino al primo luglio) propone nuove suggestioni, puntando più sui giorni (la sua vita di uomo) che sulle opere di Antonio de Curtis. Alcuni docenti in totologia, esperti manipolatori di materiali cinetelevisivi, come Vincenzo Mollica e Giancarlo Governi, hanno contribuito con documentati interventi all’allestimento e al catalogo, che ha l'ambizione (forse eccessiva) di una proposta totale: «L’uomo, il teatro, il cinema, la televisione, il fotografo», "alla faccia del provolone”.

In realtà, nonostante ventanni di rivalutazioni nostalgiche e postumi rimpianti, mille cicli retrospettivi e repliche infinite, il caso Totò non è ancora del tutto sistemato, c’è ancora parecchio da capire sul suo cinema (senza alcuna speranza per il teatro, ahimè, perduto), figuriamoci sull’uomo, che è già un mistero sin dalla nascita, con la avventurosa storia del padre smarrito, il travaglio della madre Anna, nubile e sola nei bassi napoletani, l’agnizione quando Antonio è già in età adulta da parte del marchese Giuseppe de Curtis, che forse era il padre vero (forse solo un signore di passaggio nel cuore di Anna), che si decise all’adozione.

QUASI NUDA

Al di là di aneddoti e pettegolezzi (a prescindere...), le notizie biografiche ci interessano insomma per capire meglio le opere, come del resto capita per qualsiasi autore-attore di qualità. Accantonando per un istante la maschera e inseguendo le tracce dell’uomo, autorizzati dagli indizi della mostra del Centro Brera, non ci dimentichiamo dunque della meta finale che resta sempre la comprensione dell’artista. I due sentieri non paralleli, separati all’inizio, saranno destinati a incontrarsi alla fine.

Fra le tante immagini in memoria dei giorni che furono ce n’è una, stampata in un tenebroso bianco e nero, più dolente delle altre. Una bellissima ragazza in fiore posa quasi nuda, coperta soltanto dalle piume del varietà, pietrificata nel leggero movimento della danza. Si chiamava Liliana Castagnola ed è la più sventurata passione di Antonio de Curtis, la donna che per lui decise di morire.

Era il 1929 quando i due si incontrarono. Sia Totò sia la Castagnola erano intorno ai trent’anni. Lui era un giovane capocomico in ascesa, non senza emozionanti avventure alle spalle ma ancora non travolto da un amore importante. Lei era una stella del varietà, sconvolgente e seduttrice, che forse già sentiva la sottile angoscia dell’attimo fuggente, della bellezza che se ne va. La storia è consumata in fretta fra il 1929 e il 1930. Dopo il ruggente momento della conquista, il principe comico si sente leggermente oppresso da quel-

lo che rischia di diventare un legame, e decide di scomparire, andandosene in giro per l’Italia con la compagnia di un’altra mitica soubrette, Cabiria. La Castagnola si arrende e, aiutata da due flaconi di sonnifero, si abbandona al grande sonno. Il ricordo di quel dolore resterà per tutta la vita addosso ad Antonio de Curtis, che romanticamente chiamerà Liliana la figlia nata dall’unica moglie ufficiale. Diana Bandini Rogliani.

MISERIA E NOBILTÀ

Altre storie e altre passioni toccheranno nel corso del tempo il cuore triste del clown. Nelle poesie e nelle canzoni, buttate giù di notte o anche nelle pause fra un ciac e l’altro, l’amore sarà quasi sempre descritto da Antonio de Curtis come una malinconica ossessione («Chi-st’uocchie ’e fatto chiagne./lacreme e ’nfamità»). Se gli uomini sono mascalzoni, non necessariamente simpatici, le donne sono malafemmene non perdonabili («Si avisse fatto a n’ato chello ch’e fatto a mine...»). Invece nei film, che Totò non dirige, ma occupa completamente con la sua presenza, le donne, ancorché spesso bellissime e desiderabili, saranno soltanto un oggetto buffo, la spalla ideale per far nascere la gag. Quando la bionda Isa Barzizza piomba inaspettata nel vagone letto, durante lo storico viaggio ferroviario col cavalier Trombetta, Totò brucia le tappe della seduzione. Niente fiori o biglietti in versi, come faceva il principe de Curtis, ma subito una proposta diretta, un’idea per passare la nottata («A me piace...»).

O ancora quando Silvana Pampanini, fatale Pam Pam, si presenta come allegro fantasma avvolto in un bianco lenzuolo (47 morto che parla), Totò subito la tocca e l’annusa e si giustifica da impenitente canaglia.

«Sono fatta di aria», aveva sussurrato lei, bugiarda e tentatrice. E lui replica:

«Prendo una boccata d’aria bbona». Infinite sarebbero le citazioni possibili, sensi arditamente raddoppiati nel nome del corpo della donna, e anche questa è una conferma della schizofrenia che il principe de Curtis coltivò ostinatamente per tutta la sua esistenza. Lui nobile (vero o immaginario non importa), riservato signore d’altri tempi, anzi di un altro secolo. Totò guitto ed estroverso, buffone e plebeo. Non per niente nelle interviste della celebrità, de Curtis arrivò a parlare della sua maschera in terza persona: «Totò è un villano, quando agita le mani fa gestacci, strizza l’occhio. Veste in maniera assolutamente ridicola, devo dire... Ama le compagnie numerose, le battute grasse, le risate a piena gola... Io sono il principe Antonio de Curtis, Totò è il mio abito da lavoro. Quando la sera torno a casa lo appendo all’attaccapanni e non lo rivedo più finché non ne ho bisogno».

I momenti più fulminanti del cinema di Totò sono quelli in cui la separazione fra l’uomo e la maschera, il principe e il burattino, è più netta. Non sempre è così. A volte l’attore, specie nel decennio Cinquanta, si lascia prendere dalla tentazione del mèlo, del gusto un po’ appiccicoso del neorealismo di appendice.

Il cinema di Totò non è un blocco compatto, si possono distinguere almeno tre o quattro momenti e filoni.

Il rivoluzionario debutto sotto il segno del neorealismo alla Campanile verso la fine degli anni Trenta (da Fermo con le mani all’irresistibile San Giovanni decollato)', le farse e le travolgenti parodie del primo dopoguerra, il massacrante e alterno impegno di una maturità forse troppo frettolosa e quasi buttata via; il testamento dell’estrema senilità suggellato dall’incontro con un poeta in stato di grazia, Pier Paolo Pasolini.

Come spettatore devoto, dovendo scegliere, opterei per il Totò delle folgoranti parodie del dopoguerra: Fifa e arena, Totò al Giro d’Italia e, soprattutto, Totò le Mokò mi sembrano ancora i titoli eccellenti. I registi (Mattoli e Bragaglia) si limitano ad assecondare i suoi estri, ma sanno farlo nella giusta maniera, che non era impresa facile, le sceneggiature pur sconvolte dalle sue improvvisazioni non sono casuali e rigattiere, come più tardi avverrà non di rado. L’equilibrio fra la prepotente personalità del principe-clown e la costrizione del film è pressoché perfetto.

NON DICO BARZELLETTE

Umile o tiranno a seconda dei momenti e degli interlocutori, il Totò di questi anni è felicemente a-neoreali-sta, e col suo repertorio da animale pazzo esce vittorioso dallo scontro con la retorica populista e lacrimante della commedia e del dramma all’italiana. Componenti queste (il neorealismo rosa o drammatico) con cui invece l’attore si troverà a fare spesso i conti negli anni Cinquanta, a volte vincendo la non facile scommessa (Guardie e ladri), in altri casi lasciandosi sopraffare dagli eccessi di tenerezza, dalla voglia di una lacrima sul viso. Persino un film che ha per titolo uno dei suoi slogan vincenti, Siamo uomini o caporali, risente negativamente di questa attrazione melodrammatica. Sfiorato dalla tentazione di trasformarsi in Charlot, Totò $i perde in una pudica love story, con citazioni quasi testuali dall’idillio fra il vagabondo e la monella di Tempi moderni. Non era né il suo campo né la sua strada e l’armonia del film non ne gode.

La forza anche tragica della comicità di Totò vive massimamente nei film in cui ogni schema realista è annullato. Pronunciati da lui, giochi di parole apparentemente sciocchi: «Abbiamo conquistato Fiume e ora conquisteremo gli affluenti», «Abbiamo fatto Trento e ora faremo trentuno», «Dica Duca, Duca dica...», «Voglio la Tracia e la cucaracha...», «Vedi Omàr quant e bello...», sono la poetica testimonianza di una cultura lucidamente sovversiva, che al di là del divertimento spezza gli schemi della banalità e del conformismo.

Addolorato per l’ostinato scetticismo che lo accompagna in vita, il principe era però consapevole di sé e della sua grandezza. La risposta data a una ammiratrice che gli chiedeva una barzelletta può valere come epigrafe o testamento: «Signora cara, se lei vuole farsi quattro risate, acquisti un biglietto per la compagnia Chiari e Dapporto. Ne raccontano di sfiziosissime. No, no, non Totò, per carità, non fanno parte del suo repertorio. E poi temo stia commettendo uno sbaglio di persona. Permette? Sono Antonio de Curtis».

Claudio Carabba


Articolo tratto da "L'Europeo" del 23 giugno 1990


 

Pillole di Totò

 


NOTE
1.È quanto riporta la figlia Liliana nel libro Femmene e malafemmene (Liliana De Curtis, Rizzoli 2003) nel quale, basandosi sulle confidenze del padre a lei e a sua madre Diana, ha voluto che fosse lui, in prima persona, a narrare la vicenda di Liliana Castagnola.
2.Totò, Balcune e llogge , 'A Livella, Napoli, Fausto Fiorentino Editore 1968

Articolo redatto da Luigi Cesareo.

Scrive raramente. Si interessa di Spagna e del mondo che ruota intorno alla Corrida e alla tauromachia, dal quale è rimasto folgorato una mattina di luglio, a Ronda. Ha scritto alcuni racconti su questi temi. Altri incontri decisivi: Totò, Achille Campanile, Eduardo, Van Morrison. Suona il basso elettrico e ha due bambini. Alcuni articoli su http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php



«Puoi darmi risposta? Puoi darmi qualche speranza? Vuoi incominciare a darmi la felicità? Questi due mesi starò vicina a te, per studiare, per seguire i tuoi ordini, per aiutarti a montare il numero.» Ma queste offerte di Liliana su de Curtis esercitavano una preoccupazione costante: egli non poteva credere che una donna che fino allora aveva trascinato nella tragedia diversi uomini, potesse e volesse chiudersi in una specie di francescanba rassegnazione: potesse e volesse cessare la sua vita intessuta di avventure, di amori, di successi. Liliana Castagnola aveva in quel periodo appena trent'anni ed era quindi nel pieno della propria bellezza. A trent'anni non si può parlare minimamente di decadenza: né una donna vi pensa mai a quell'età. - Alessandro Ferraù, 1942


Era bellissima, famosa, innamorata: si uccise quando Totò decise di lasciarla

E’ uno degli episodi meno noti della vita del grande attore, scomparso nel 1967 • La "soubrette” Liliana Castagnola, popolare negli anni Venti, venne sepolta nella cappella dei De Curtis • Le disperate lettere dell’amata: "Perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta, prima di partire?”


Nella cappella dei principi De Curtis, nel cimitero napoletano di Poggioreale, c’è la tomba di una giovane che con la illustre famiglia di Totò non aveva alcun legame, né di sangue né di parentela acquisita. E’ quella di Liliana Castagnola, una soubrette genovese molto popolare negli anni Venti, che si uccise per amore a 32 anni, ingoiando il contenuto di un intero tubetto di barbiturici, dopo aver scritto una drammatica lettera all’innamorato che stava per abbandonarla.

Destinatario della missiva, che la infelice cantante lasciò sul tavolo della sua camera d'albergo, era il principe Antonio De Curtis Gagliardi Focas Comneno di Bisanzio, in arte Totò, allora alle prime armi come attore-fantasista d’avanspettacolo. Era la sera del 3 marzo 1930. Il principe-attore aveva 32 anni, la stessa età di Liliana. "Antonio, perché non sei venuto a salutarmi per l’ultima volta?”, furono le ultime parole dell’amata. "Ti sarò grata per sempre del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Mi hai fatto felice, amore mio, e ti ringrazio. In questo momento mi trema la mano... Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero? Ma tu hai deciso di non vedermi più. E senza di te, senza il tuo amore, la mia vita non ha più alcuno scopo. Erano tutto, per me, i tuoi baci. Sei stato il mio unico grande amore. Addio per sempre. Tua Lilia”.

Era innamorata e bellissima, Liliana Castagnola. Non aveva (artisticamente parlando) la fama di una Lina Cavalieri o di una Bella Otero, ma gareggiava con loro in fascino e avventure. A sedici anni, la sua aggressiva e prepotente bellezza aveva ispirato al romanziere Guido da Verona il famoso personaggio di Mimi Bluette, "fiore del mio giardino"; due ammiratori francesi, per i suoi begli occhi, si erano affrontati e uccisi a Marsiglia in duello rusticano; un patrizio genovese si era ridotto sul lastrico dissipando con lei un patrimonio ingentissimo; e un industriale milanese si era ammazzato, dopo avere sparato due colpi di pistola (per fortuna andati a vuoto) contro di lei.

L’incontro della esplosiva Liliana con Totò avvenne a Napoli nel dicembre del 1929. Recitavano in teatri diversi: lui al Nuovo, lei al Santa Lucia; e Liliana, in una serata di riposo della sua compagnia, andò ad assistere allo spettacolo del giovane comico. Poche parole, scambiate in camerino dopo la recita. La sera successiva, nel suo camerino, la cantante trovò un cesto di rose, con un biglietto dell’at-tore: ’’E’ con il profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia profonda ammirazione". Rispose lei, con un altro biglietto: "Grazie, ma voglio ricordarvi che, quando queste meravigliose rose appassiranno, dovranno essere sostituite con altre. Sabato, al Santa Lucia, canterò per voi le mie più belle canzoni".

Furono tre mesi di intensa passione. "Sei il mio grande, immenso amore”, gli scriveva Liliana. "Ho bisogno di te, la mia anima cerca disperatamente la tua”. E, per stare vicina all'amato, non esitò a disdire una serie di contratti, con grande disperazione dei suoi impresari. "Per te, per questo nostro grande amore”, insisteva lei "sono pronta anche a rinunziare alla carriera".

Ma la passione, in lui, durò poco. Era troppo preso dal lavoro, il giovane comico Totò, perche potesse accettare legami. Non dimenticava i giorni duri degli inizi, nelle salette di periferia, gli stenti, la fame. Figlio illegittimo di una popolana e di un nobile decaduto (il quale sposerà la donna molti anni dopo, ma potrà dare a lei e al ragazzo solo il nome di un casato illustre e nient’altro), era riuscito a conquistare il successo, e non intendeva rischiare inseguendo awen-turette sentimentali. Da Napoli era già pronto per partire, aveva impegni a Padova e in altre città del Nord. Liliana si offrì di andare con lui, nella sua compagnia: si sarebbe accontentata di una paga modesta, pur di stargli accanto. "Mi considero nelle tue mani, voglio essere nelle tue mani...”, gli scriveva. Non riuscì a convincerlcfr Alla vigilia della partenza dell’innamorato, la popolare cantante si chiuse nella sua camera d'albergo e si diede la morte.

Totò la rivide cadavere. «Alla vista di quella poveretta», raccontano i biografi «rischiò anche lui di morire, per collasso. Le gambe gli si piegarono, e stramazzò per terra, privo di sensi. Quando si riprese, non voleva più staccarsi da lei. Stringeva al cuore le sue fredde mani e continuava a singhiozzare: "Liliana, Liliana mia, perché non ti ho creduta, perché ho infranto così il tuo grande amore?”. Era un uomo distrutto. Non volle che il cadavere di Liliana fosse trasferito a Genova, nella sua città natale. Scelse, per lei, una delle tombe nella cappella di famiglia dei principi De Curtis, al cimitero di Poggioreale, e riservò per sé la tomba accanto. "Un giorno torneremo a essere insieme”, disse tra le lacrime al momento della sepoltura. E in quella cappella, trentaset-te anni dopo, raggiunse la sua Liliana».

«IO, MUSULMANO?»

Un ricordo del grande Totò, nel ventennale della morte che si celebra proprio in questi giorni (morì il 15 aprile del 1967, per un infarto, a 69 anni), non può non dare il giusto rilievo al tragico episodio che segnò profondamente la sua vita di uomo e di artista. Lui, di quella morte disperata, non parlò mai nelle sue interviste. Ma i suoi amici più cari (tra i quali l’attore Mario Castellani, che gli fece da "spalla” in tanti film e spettacoli di riviste) raccontavano che il principe-attore andava spesso a portare fiori sulla tomba della sfortunata amica, anche quando era ormai legato ad altre donne; e all’unica figlia che ebbe dalla moglie, Diana Rogliani, diede proprio il nome della cantante suicida per amore, Liliana.

Fu molto amato e amò molto, il principe-attore, anche se le donne della sua vita, a parte la sfortunata soubrette Liliana Castagnola, furono soltanto due, la moglie (che lo abbandonò dopo nove anni di vita in comune e cinque di matrimonio per sposare un avvocato) e Franca Faldini, che gli restò accanto per 15 anni, fino alla morte. Molte, a volte anche scottanti, le delusioni: una gliela diede Silvana Pam-panini, la "maggiorata” più famosa degli anni Cinquanta, sua partner in tanti film, che rifiutò di sposarlo e per la quale Totò, deluso e amareggiato, compose una delle sue canzoni più struggenti, Malafemmena. «Le donne gli piacevano», raccontava Mario Castellani «ma era ombroso, peggio di un cavallo di razza. Bastava un niente perché pigliasse cappello e s’impuntasse. In amore, era un po’ musulmano: più che amare, gli piaceva sentirsi amato. Temeva sempre, però, di scottarsi troppo. Gli pesava sulla coscienza la storia della povera Liliana. Dopo quella tragica storia, non si tirò certo da parte, a recitare la parte del "vedovo inconsolabile”. Ma non era il tipo che le donne andasse a cercarle, come un Casanova: le aspettava al varco. Il suo fascino, soprattutto sulle giovani, era irresistibile, e lui lo sapeva. Quando ghermiva la preda, ne diventava il padrone assoluto, una specie di tiranno, possessivo, geloso come un Otello».

Lui scherzava, sulle sue manie di conquistatore. «Musulmano, io? E’ nella natura dell’uomo essere un po’ poligamo. Avete mai visto», domandava agli intervistatori «cento pecore e cento montoni insieme, dieci galli e dieci galline nello stesso pollaio? Io ho sempre visto cento pecore e un montone, dieci galline e un gallo...». Scherzava spesso, amaramente, anche sulla sua condizione di uomo solo. E ricordava che, quando da giovane era costretto a viaggiare senza una donna, portava sempre in valigia "una vestaglia femminile e un paio di scarpine col tacco". Così, diceva «prima di andare a letto, appendevo la vestaglia accanto alla mia, sistemavo le scarpine accanto alle mie, e mi sembrava di avere la donna accanto».

Diana Rogliani, la moglie, aveva 17 anni meno di lui. La incontrò sedicenne a Firenze nel 1931 (un anno dopo la morte della povera Liliana) ed ebbe da lei, due anni dopo, l’unica figlia. Si sposarono nel 1935 e il matrimonio fu annullato nel 1940. «Era di una gelosia mostruosa», raccontò la donna, passata nel 1949 a nuove nozze. «Per tenermi accanto a sé, mi impedì persino di andare al capezzale di mia madre morente. Ero arrivata al punto che da casa, senza di lui, non potevo uscire nemmeno per andare dal parrucchiere. Era un uomo stranissimo, di un egoismo incredibile. Aveva solo il merito di riconoscerlo».

Fu una vita d’inferno, la sua, prima e dopo il matrimonio. «Una sera, a Sam-pierdarena», raccontò la ex signora De Curtis «eravamo stati invitati a una festa, dopo lo spettacolo. Andammo in albergo per cambiarci. Io indossai un abito di raso color arancione, molto aderente, che a lui era sempre piaciuto molto. Ma quella sera, prima di lasciare la camera, mi fissò con i suoi occhi di padrone possessivo e geloso e mi disse: "Sembri proprio nuda, con questo vestito”. Io non sapevo che fare: era già tardi per cambiarmi ancora d'abito. Lui mi si avvicinò, introdusse un dito nella scollatura del vestito e con uno strattone lo fece in due.

«Un’altra sera, a Catania», era ancora il racconto della ex moglie «successe il finimondo in un ristorante. Quattro giovanotti che stavano nel tavolo accanto, alle sue spalle, non staccavano gli occhi da me. I giornali, a quel tempo, parlavano poco della vita privata dei divi: chi sapeva che io ero sua moglie? Quei quattro, vedendomi accanto a Totò, pensavano piuttosto a una delle sue ballerine. Io me ne stavo buona, tranquilla, ero vestita in maniera più che composta. Ma lui non tollerava neppure che la gente mi guardasse.

RISSA AL RISTORANTE

«Non poteva vederli in faccia, quei giovanotti. A un certo punto, nervosissimo, con la scusa che gli era andato qualcosa dentro l’occhio, mi chiese di dargli il portacipria che avevo in borsetta. Piazzò lo specchietto in modo da osservare bene i nostri vicini di tavolo, senza voltare la testa. Poi si alzò, afferrò la tovaglia con tutto quello che c’era sopra e scagliò piatti, bicchieri, bottiglie contro di loro. Da quella sera, decise di non portarmi più in tournée. Fui costretta a restare a casa per molti anni, affidata alla strettissima sorveglianza di sua madre, che non mi permetteva neppure di andare a fare la spesa da sola».

Bello non era, ma le donne facevano pazzie per lui. Sempre molto riservato nella vita privata, altero e scontroso, uomo di vecchio stampo, malinconico e piuttosto orso, sulla scena si scatenava. Era il comico più popolare e più amato d’Italia, venerato da grandi e piccini. Con quella sua comicità istintiva, da grande istrione e funambolo della risata, con quel volto mal squadrato (conseguenza, come lui stesso rivelò, di un pugno che gli aveva provocato la deviazione del setto nasale, mentre tirava di boxe in collegio), gli occhi roteanti e folli, il corpo che si snodava incredibilmente, allungandosi o accorciandosi a sua richiesta, come se mascella, braccia e gambe fossero i pezzi sconnessi di un burattino di legno costruito in laboratorio da un Mastro Geppetto o da un puparo siciliano. E quella sua inventiva straordinaria, grossolana e un po’ da guitto, che gli consentiva di tirar fuori le battute più imprevedibili, buffe e paradossali, espressioni entrate poi nel gergo comune e riportate persino nei nuovi dizionari linguistici, come ’’fa d’uopo", "quisquiglie”, "pinzellacchere”.

Centoquindici film, quasi tutti di fattura artigianale, raffazzonati su trame assurde e dozzinali. Ma la gente andava al cinema per "vedere Totò e ridere con Totò”. Come era già avvenuto per il grande Charlot, era lui che dava spesso il titolo alle pellicole: Totò al Giro d'Italia, Totò cerca moglie, Totò cerca casa, Totò sceicco, Totò a colori. E si rideva di cuore. Come ridono oggi quelli delle nuove generazioni che hanno scoperto Totò attraverso i vecchi film riproposti (con grande successo) dalle televisioni.

Lui si schermiva. «Gli attori», era solito ripetere ai giornalisti «sono come i camerieri: il pubblico comanda e noi lo serviamo. Che altro possiamo fare? La Duse diceva che gli attori scrivono sulla sabbia, che le onde del mare poi portano via. Ma noi comici scriviamo addirittura sull’acqua. Dei miei film, non ne salverei nessuno. Eppure continuo a farli. Come potrei campare, altrimenti? Con il titolo di principe, non ci faccio nemmeno un uovo al tegamino. Con il cinema, invece, ci mangio dall’età di vent’anni. E, con me, mangiano i duecento-venti cani che ho raccolto dalla strada e vivono nella mia villa. Loro sono esigenti più di me: mangiano molto e mi costano moltissimo. Anche a me, dopo i giorni della fame, è sempre piaciuto vivere da gran signore, tra governante, camerieri in guanti bianchi e l’autista in divisa sempre pronto con l’auto tirata a lucido».

Era già ricco e famoso, il principe-dowM, quando corteggiò e chiese in moglie Silvana Pampanini. Era il 1949 e giravano insieme Quaran-tesette, morto che parla: lui aveva 51 anni, lei 24. «Quando mi presentarono il principe De Curtis», racconta l’attrice «io ero insieme con mio padre, che aveva gli stessi suoi anni. Il principe mi baciò la mano, con molta galanteria, dopo avermi squadrata da capo a piedi, ed esclamò: "Ecco una donna tutta vera, di dentro e di fuori”.

«Non era quello che si dice un bell’uomo, ma era così pieno di attenzioni che non si poteva restare insensibili. Sempre molto elegante, azzimato, profumo francese: di sera, l’abito blu con cravatta argentata che era il massimo della civetteria, in quegli anni. Introverso e difficile da trattare nella vita si scioglieva quando una ragazza gli andava a genio, diventava gran compagnone, sempre pronto alla battuta arguta, sapida, all’ironia di cui era lui per primo bersaglio. Con me (e con mio padre, che allora non mi mollava di un passo) legò subito. E mio padre, al ristorante, fece scorpacciate delle sue barzellette.

SPLENDIDE POESIE

«Il corteggiamento, all’inizio, fu molto discreto», ricorda Silvana. «I suoi primi fiori non furono le rose rosse che mi mandavano altri corteggiatori, ma dei mazzolini civettuoli, stile Ottocento, guarniti di trine pregiate. Accompagnati, quasi sempre, da regalini di gusto raffinato, anche se non sempre costosi. E da poesie, naturalmente: ne scrisse molto belle, per me, che lui stesso mi recitava nei pochi momenti in cui restavamo soli. Fino alla dichiarazione d’amore che concluse bruscamente la nostra love story, con quella che ho sempre considerato la gaffe più clamorosa della mia vita. "Ti amo, voglio che tu diventi mia moglie”, mi disse lui, con tanta passione. Ed io: "Anch’io ti voglio bene, come una ragazza può voler bene a suo padre”. Ferito, non mi privò della sua amicizia: continuammo a lavorare insieme, in altri film. Qualche mese dopo, uscì il disco Malafemmena. Che per un napoletano come lui, sia chiaro, non significava donna di facili costumi, ma donna dal cuore inaccessibile, di quelle che tanto fanno soffrire gli innamorati respinti e "intus-sicare l’anema". Una canzone bellissima, che solo un grande artista (oltre che un grande innamorato) poteva scrivere. Mi ha fatto piangere, lo confesso, quella canzone. E me lo ha fatto ancor più voler bene, il mio Totò: senza rimpianti, con tanta stima e amicizia».

Non si risposò più, il principe attore. Si legò stabilmente a Franca Faldini, trentatré anni meno di lui, con la quale girò mezza dozzina di film. I soliti film, che, a sentir lui, gli servivano per campare, e che non andava mai a vedere. «La mia faccia», diceva ai giornalisti «preferisco dimenticarla. Voi continuate, benevolmente, a chiamarmi artista. Macché artista: i comici sono soltanto dei pagliacci venditori di chiacchiere e di risate, farse da quattro soldi».

COME UN LEONE

Si divertiva a recitare anche nella vita, soprattutto con i giornalisti. Disprezzava il proprio lavoro, i film che girava, diceva di non voler salvare nemmeno piccoli capolavori come Risate di gioia (quel memorabile duetto con la Magnani), Napoli milionaria del grande Eduardo, L ’oro di Napoli di De Sica, I soliti ignoti di Monicelli. E mentiva, si divertiva a mentire. Al suo lavoro, in realtà, teneva moltissimo, anche ai film più insignificanti. «Se volete farmi morire», disse un giorno ai medici che gli consigliavano di stare lontano dai riflettori per il rischio che correva di restare completamente cieco «toglietemi il divertimento, quel bel giocattolo che per me è il lavoro».

Non glielo tolsero, il bel giocattolo. Continuò a recitare fino agli ultimi giorni di vita, anche se intorno a sé vedeva ormai soltanto delle ombre. Gli occhi non lo tradirono del tutto. Lo tradì il cuore, che lui credeva di avere forte come quello di un leone, e se ne andò per un infarto, a 69 anni. Nella capella gentilizia di Poggioreale, era già pronta, da trentasette anni, la tomba che doveva accoglierlo, accanto a quella in cui aveva voluto che fosse sepolta Liliana Castagnola, la soubrette che per lui si era uccisa.

Restano, del grande Totò, quei centoquindici film (belli e brutti) che continuano a far ridere gli italiani delle vecchie e nuove generazioni. E, tra i grandi registi italiani, il rammarico di avere ignorato, per quarantanni, uno dei più grossi talenti del nostro cinema. Hanno scritto i giornali americani, dopo aver visto uno degli ultimi film interpretati da Totò, Uc-cellacci e uccellini, di Pier Paolo Pasolini: "Hollywood, di un attore come questo, avrebbe fatto la sua bandiera, come un Buster Keaton, un Chaplin. Soltanto Pasolini, tra gli italiani, ha capito che, dietro la maschera del fantastico burattino Totò, c’era un artista vero, uno dei pochi autentici talenti del cinema di tutti i tempi”.


Articolo tratto dal settimanale "Gente" del 24 aprile 1987 - Gaetano Saglimbeni