Daniele Palmesi, Federico Clemente Mag 2015

OSCAR LUIGI SCALFARO E LO STRANO CASO DEL PRENDISOLE

I fatti.

Roma, mezzogiorno e mezzo del 21 luglio 1950, che afa fa! Un certo appetito l'on. Oscar Luigi Scalfaro ce l’avrebbe pure. Prima il digiuno per la comunione all’alba, poi tutti quegli appunti presi sulla gastronomia sacra... Ha deciso, scende alla solita trattoria di via della Vite, dove lo aspettano tra l’altro due colleghi democristiani. Ordina subito un pinzimonio, è dalle sette che combatte con l’olio degli altri (“In quella casa c’era solo un tavolo e un fornello su cui bolliva il pane che lei prima faceva seccare, e che poi le serviva per sfamarsi. Null’altro. Giunse a lei un giorno, da una mano benefica, una piccola bottiglia d’olio, andò di corsa alla parrocchia, perché la lampada del Santissimo non venisse meno e rimanesse accesa...”). Che caldo. Al tavolo vicino una signora bruna si toglie il bolerino (è di gran moda, il suo è a fiorellini verdi e rossi. Il tutto si chiama “prendisole”) e resta a spalle parzialmente scoperte. Scalfaro (sostenuto dagli altri due) non resiste più: “Non si vergogna?!”. E scontro. “Vestita così lei è una bestia”. La signora alla moda sporge querela.

A novembre, fioccano le interrogazioni al ministro degli Interni. Scrive Ghigo De Chiara: “L’on. Scalfaro, democristiano e moralista da parrocchia, ha rincarato a Montecitorio la dose delle ingiurie che contro la bella Edith Toussan lanciò mesi addietro in una pizzeria del centro”. Che cosa ha aggiunto Scalfaro? Eccolo: “Queste donne, a furia di esporsi senza alcun pudore, cessano di essere donne private per diventare donne pubbliche!”. Non fa in tempo a dirlo che si è già beccato tre sfide a duello: quella del padre della signora, quella del marito (si chiama Aramis!) e quella della stessa Edith, perfetta schermitrice, alla quale giustamente non va giù di passare più o meno da “malafemmina”. Lei era vestita soltanto alla moda. Scoppia in aula la “Battaglia del prendisole”. Sul suo banco De Gasperi si agita: qui rischiamo il ridicolo. Intanto, Scalfaro cerca di dribblare i tre moschettieri: dice che lui è cattolico e non può fare duelli. Lo contesta L'Avanti!, con l’articolo “E una gallina l'on. Scalfaro?” (“Al gesuita padre Hurtado di Mendoza, spiaceva che un cristiano, sfidato a duello, tenesse un contegno da gallina e non da uomo: ‘gallina et non vir’”). Ma Scalfaro non cede, questo duello non s’ha da fare. E non si farà.


Scalfaro 1Considerato persona di rigide vedute in tema di morale fu protagonista il 20 luglio del 1950, all’inizio della sua attività parlamentare, di un episodio che fece molto scalpore, poi divenuto noto come “il caso del prendisole”.
Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano “da Chiarina”, in via della Vite, quando insieme ai colleghi di partito Sampietro e Titomanlio Scalfaro ebbe un vivace alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa in quanto il suo abbigliamento, a parere dell’onorevole, era sconveniente poiché ne mostrava le spalle nude.

Secondo una ricostruzione de Il Foglio, la signora si sarebbe tolta un bolerino a causa del caldo e Scalfaro avrebbe attraversato la sala per gridarle: «È uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!». Sempre secondo questa fonte, Scalfaro sarebbe uscito dal locale e vi sarebbe rientrato con due poliziotti. L’episodio terminò perciò in questura, ove la donna, militante del Movimento Sociale Italiano, querelò Scalfaro ed il collega Sampietro per ingiurie.

La vicenda tenne banco sui giornali e riviste italiane per lungo tempo: la stampa laica accusava Scalfaro di “moralismo” e “bigottismo”, quella cattolica lo difendeva. […] Alla Camera furono presentate interrogazioni parlamentari nell’attesa di una delibera sull’autorizzazione a procedere (della cui competente Giunta Scalfaro stesso era membro) contro i due parlamentari a seguito della querela sporta dalla signora. Peraltro, poiché la Mingoni aveva dichiarato la sua militanza politica, nella richiesta di autorizzazione a procedere si afferma che dai parlamentari sarebbe stata chiamata “fascista” e minacciata di denuncia per apologia del fascismo. L’episodio fu raccontato dalla stampa anche in una versione secondo la quale Scalfaro avrebbe dato uno schiaffo alla signora.
Nel novembre del 1950, dopo i fatti del prendisole in trattoria nei quali era rimasto coinvolto Scalfaro e altri due deputati DC, il socialista Geraci presenta un’interrogazione, in Parlamento, al ministro degli Interni, per sapere se i deputati accusati dalla signora Toussan avevano agito nell'ambito delle leggi della Repubblica (avevano insultato la signora, infatti, che li aveva denunciati). Sempre in Parlamento Scalfaro risponde che “si è meravigliato che l’interrogazione venisse proprio dal Geraci, un figlio di quella terra di Calabria dove si ha il culto della famiglia e si venera la donna, giungendo per essa fino al duello rusticano (commenti)”. 

Il padre della Mingoni in Toussan (un colonnello pluridecorato dell’aeronautica militare a riposo), ritenendo offensiva nei confronti della figlia una frase pronunciata da Scalfaro durante un dibattito parlamentare, lo sfidò a duello. Al padre subentrò poi come sfidante il marito della signora, anch’egli ufficiale dell’aeronautica. La sfida fu respinta, la qual cosa, risaputa pubblicamente, fece indignare il “principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis”, in arte Totò, del quale il quotidiano socialista Avanti! pubblicò una vibrante lettera aperta a Scalfaro. Nella missiva, il comico napoletano rimproverava a Scalfaro un comportamento prima villano e poi codardo.

Sul caso Scalfaro-Toussan (la faccenda delle spalle nude, per intenderci) sono intervenuti uomini politici, moralisti, bigotti e buontemponi. Oggi pubblichiamo la lettera aperta che l’attore Totò indirizza al deputato democristiano il quale, dopo aver offeso pubblicamente la reputazione della donna, si è rifiutato di battersi col di lei genitore. In verità, ogni volta che si parla di duelli, siamo costretti a sorridere (come del resto ci divertirebbe un signore in cilindro); ma il parere, in materia cavalleresca, di Totò, che oltre ad essere un discendente di antica famiglia nobiliare è anche un uomo di talento e di cuore, ci sembra di particolare interesse. Riassume in un certo senso il giudizio che, sul gesuitismo imperante oggi in Italia, danno le persone di buon senso. Qualunque siano le loro opinioni di morale e di costume.

L'Avanti, 23 novembre 1950

«Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti.La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.Non si pretende da Lei , dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.»

Principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis


La satira contro l'episodio del "prendisole"

A Roma in Parlamento son di scena
le spalle nude di una tal Signora...
Ciò ci diverte ed in maniera piena.
Si ride infatti, e rideremo ancora,
in materia di spalle, ciò è provato,
alle spalle di qualche Deputato!
(Dino Verde. Marc’Aurelio, 1950)


 

Autori delle vignette: Mosca, Barbara, Attalo, Santo, Girus, Majorana, Scola, Scarpelli

Ma forse è meglio riderci su ed io mi auguro che gli arguti compagni Scarpelli e Maiorana vogliano seppellire sotto il ridicolo di una delle loro amabili vignette il grande onorevole che non può soffrire le spalle nude senza distinguere (pare) se sono belle o brutte

(Gabriele Pepe, L'Avanti!, 1950. Editoriale sull’intervento in Parlamento di Scalfaro)


I maestri di Scalfaro: Mario Scelba è maestro di Censura a tutto campo. Come ministro degli Interni (1950) vieta un po’ tutto: dai baci scambiati per strada ai “due pezzi” sulle spiagge. Scalfaro si farà notare dal maestro presentando un’interrogazione alla Camera “per conoscere quali provvedimenti immediati il Ministro degli Interni intenda adottare per... infrenare una moda che persino nelle città offende la morale e la dignità dei cittadini”. La moda del prendisole.

La satira contro Oscar Luigi Scalfaro

In primo luogo, dunque, occorre salvare l'unità della famiglia, nella quale il capo è il padre,
anche se non sempre appare, e nella quale, malgrado certe tendenze politiche di oggi,
la direzione collegiale non è ancora instaurata.

(O.L. Scalfaro, “Amen”, 1980)


Così la stampa dell'epoca


Mi diceva stamane un amico psichiatra: se è possibile fare una diagnosi a distanza, l’on. Scalfaro parrebbe affetto da una strana forma morbosa, non molto dissimile da quella paura del vuoto, che noi psichiatri chiamiamo agorafobia; nel suo caso, un orrore invincibile, e di natura indubbiamente psicopatica, per tutte le posizioni scoperte: gli appaiono sotto forma di spalle muliebri, o sotto quella di una franca e virile accettazione delle responsabilità che ad ogni cittadino discendono dalle sue parole ed azioni. Perciò contro le querele delle persone da lui pubblicamente ingiuriate, egli si copre con la immunità parlamentare; e contro i cartelli di sfida, con i precetti della religione, che condannerebbe il duello. Egli, insomma, è sempre coperto: coperto come vorrebbe le spalle di tutte le donne del mondo.

Ma il guaio è assai più grave; il guaio è che l'on. Scalfaro crede, poveretto lui, di essere coperto, mentre non sa coprirsi affatto: è imprudente e sbadato, e il materiale di copertura che
sceglie è di scadente qualità e di assai scarsa efficacia. Eccolo adesso che rifiuta di battersi “perché il duello è contrario ai principi cristiani”. Avrebbe potuto, giacché è magistrato, ricordarsi che il duello è punito dalle leggi civili; nossignore, ha voluto fare la voce grossa, ha voluto atteggiarsi a confessore e martire della fede, e ha sfoderato i "principi cristiani”. State a vedere che adesso gli capita tra capo e collo pure una querela da parte della Compagnia di Gesù; e allora addio anche alla immunità parlamentare, perché se la Compagnia passa una parolina, a questi chiari di luna...

E non si vede, d'altra parte, come i gesuiti potrebbero tollerare i ripetuti affronti di un uomo (sia pure un deputato democristiano) che di continuo e pubblicamente li smentisce, e pretende d'insegnar, lui a loro, quali siano i principi cristiani. Già si sono mostrati una volta benevolmente indulgenti lasciando che mettesse il mondo sottosopra per un paio di spalle nude, essi che consentono (come sanno anche i nostri lettori) ben più generose nudità; ma dato, un giorno dopo l’altro, tutta una vita di meditazione e di studio?

Rivendicherà contro di lui, il Generale della Compagnia, che questa si è preso a cuore l’onore degli uomini, e non ha mai voluto condannare un cristiano, soltanto perché cristiano, a fare una figura da gallina? (Non se la prenda con noi l’on. Scalfaro: la frase non è nostra, ma di un gesuita coi fiocchi, il padre Pietro Hurtado di Mendoza, al quale spiaceva appunto che un cristiano, sfidato a duello, tenesse un contegno da gallina e non da uomo: “gallina et non vìr”). Vogliamo sperarlo, perché i testi sono lì, chiari e lampanti, che li intenderebbe Renzo Tramaglino. “Se un soldato o un gentiluomo — scrive il padre Layman — si trova nella situazione di dover perdere il suo ‘onore’ o la sua fortuna non accettando un duello, non vedo come si possa condannarlo se lo accetta”. Dopo la faccenda della gallina, sarebbe persino inutile riferire l'opinione dell’Hurtado; comunque eccola, debitamente approvata dal grande Escobar: “Ci si può battere in duello anche per difendere la propria ricchezza: perché ognuno ha il diritto di difenderla, persino procurando la morte dei suoi nemici”. E non soltanto può accettare la sfida, il ‘pio’ che non voglia esser gallina, ma anche lanciarla, come opina il Sanchez (uno degli astri del firmamento gesuitico), il quale permette e approva ben altro che il duello; e ci auguriamo che il Generale della Compagnia mostri ai giudici il relativo testo, assai interessante (Theologia moralis, II, 30, 7): “E molto ragionevole dire che un uomo può benissimo battersi in duello, per salvare la propria vita, il proprio onore o anche la propria ricchezza quando è pacifico che si tenti di sottrarglieli con processi o cavilli, ed egli non abbia altro mezzo per conservarli. E Navarro dice benissimo che in questi casi è permesso non solo accettare il duello ma anche sfidare: ‘licet acceptare et off erre duellum . E anche si può uccidere di nascosto il proprio nemico. Anzi, se si può uccidere di nascosto, è preferibile non servirsi del duello, evitando insieme, e di esporre la propria vita in combattimento, e di partecipare al peccato che il nostro nemico commetterebbe battendosi in duello".

Si ricreda, già ancora, in tempo l’on. Scalfaro; torni sulle sue decisioni, e impugni le armi. Scenda sul terreno, o si appresti, di notte, a qualche cantonata, per aspettarvi gli avversari. Sarà un sacrificio, magari; ma lo compia. Cosa vuol fare, se no? Mettersi a capo di una setta eretica? O scatenare uno scisma? Ohibò! Si sacrifichi alla cattolicità del pensiero.

Giulio Ubertazzi

L'Avanti! 25/11/1950

 


Parte dei testi e disegni sono tratti dal volume "Totò, Scalfaro e... la malafemmina"

di Angelo Olivieri - Edizioni Daga