MARZIANO II, IMPERATORE DI BISANZIO?

Marziano II Lavarello - Nostra Signora dei parrucchini

biografia di Giovanbattista Brambilla


336 6Nella storia d'Italia la comparsa del gay di portata nazional-popolare risale al folle periodo della cosiddetta Dolce Vita romana (dal 1954 al 1960 circa).
Disperata voglia di vivere, audacia nei costumi contro il grigiore cattolico, ricchi turisti stranieri e rinascita di Cinecittà furono un vero toccasana su molti versanti, non ultimo quello economico.
Rotocalchi scandalistici e cinegiornali, sbeffeggiando e impepando con gusto, amplificavano quotidianamente le bizzarre gesta della fauna accalcata in Via Veneto. Nobili rampolli, artistoidi, mannequin, avventurieri d'ogni sorta e tutta una folta schiera di parassiti, nonché prostituti e spacciatori d'ogni droga in attesa del loro esploit fortunato. Essere gay divenne un'eccentricità da salotto, assai ricercata per movimentare ogni evento mondano, artistico e non.
Famosissimi, ma assai ben consci che al loro sputtanamento corrispondesse in proporzione gran pubblicità e moneta sonante, furono in tre a contendersi il titolo del "più finocchio d'Italia". Non certo per esplicita ammissione, impensabile all'epoca, ma solo con le loro mossette nervose, volée di polso, anello "Cupido" al dito mignolo, colpi d'anca ed abbigliamento frou-frou.
Il più celebre, anche perché di grande talento, fu il sarto Emilio Schubert (1904-1972) che dettò legge in quanto a chic. Sposato e con prole, oggi gli eredi cercano di diffondere la notizia che lui fingesse. No comment.
Poi arrivò il (conte) Giò Stajano (classe 1931), nipote del gerarca fascista Achille Starace. Aspirante pittore e attore, scrittore e sfacciato giornalista mondano, nonché inventore di vivaci scandali restati negli annali. A lui si dovrebbe fare un monumento. Calato nel ruolo dell'effeminato, propostogli dalla sua epoca, divenne démodé nei '70 e decise di darci un taglio...cambiando sesso nel 1982. Il resto è storia.
Ultimo, ma non per importanza, fu Marziano II Lavarello (1921-1992), colui che osò auto-proclamarsi porfirogenito Imperatore di Bisanzio per diritto ereditario fasullo, inseguendo folli ambizioni personali.

Attraverso documenti legali inediti, ritrovati durante le ricerche per quest'articolo, risulta che Olga Cassanello era legalmente separata dal marito Prospero Lavarello già dal 1904 (all'epoca, si presume con immenso scandalo) e perciò ben diciassette anni prima della nascita del proprio figlio Marziano.
Riuscì, comunque, a far registrare il suo pargoletto all'anagrafe di Roma col cognome Lavarello.
Probabilmente, se la Sacra Rota religiosa non aveva annullato il matrimonio, perché il divorzio in Italia non esisteva e per legge un figlio, anche se nato in regime di "separazione" legale, aveva il diritto d'adottare il cognome del marito della madre.
S'ignora però la reazione di Prospero Lavarello, né se costui nel 1921 fosse ancora in vita. Ignoto è anche il parere d'eventuali parenti Lavarello a Genova.
Ho trovato un articolo di giornale, degli anni '50, in cui si accenna al fatto che Marziano fu condannato in tribunale, nel 1952, per aver corrotto un custode dei registri parrocchiali allo scopo di falsificare il suo atto di nascita originale. Non è dato a sapere se tale "ritocco" riguardasse la paternità.
Quel che è sicuro, è che nell'immediato dopoguerra iniziò tutta una sua particolare strategia "pubblicitaria" d'arrampicatore sociale senza eguali.
Inseguì ogni minima occasione per far parlare di se, con clamore, sui giornali. Nel 1946 sfidò pubblicamente a duello un altro celebre mitomane, un certo Vittorio San Martin che sosteneva d'essere il vero re d'Italia. La cosa fu amplificata sulle pagine del conservatore e neo-fascista "Giornale d'Italia".
La cosa non andò a termine ma Lavarello fu sputtanato da un suo ex-amico, l'araldista Luciano Pelliccioni, in un articolo sulla rivista "Scandalo".
Lui lo denunciò per diffamazione e anche perché accusato pubblicamente di pederastia mezzo stampa.
Pelliccioni ottenne piena assoluzione in Cassazione, pure per l'accusa di pederastia perché bastò far notare al giudice che Lavarello s'era recato all'udienza con parrucca, cerone, soppraciglia depilate, smalto alle unghie e calze da donna.
Così per sentenza di tribunale Marziano Lavarello riuscì, pateticamente, soltanto ad essere un "pederasta riconosciuto a termini di legge".
Più Lavarello voleva darsi un tono e più ricadeva nel ridicolo.
La sua doppia vita, tipica d'ogni gay dell'epoca, la svolgeva in scorribande notturne in cerca di ragazzi, nei quartieri di periferia o in cinema-teatri di terz'ordine. Negli ambienti di batuage, tra i cespugli di Villa Borghese, gli affibbiarono il nomignolo di "Principessa di Lamballe" (citando la Savoia amica di Maria Antonietta che fu massacrata durante la Rivoluzione). Vi si recava con altri noti elementi della sua corte bizantina: lo scudiero personale e giovane attore Dino Di Giano, soprannominato "Padiglione Blu" (forse per via del manicomio), insieme al falso conte "La Bianchina" (non si sa se in onore d'una mucca o dell'utilitaria).
Tutta la combriccola era dedita alle scienze occulte e sedute spiritiche a casa Lavarello. Cosa strana, per uno che oltre ad Imperatore ambiva automaticamente al titolo di capo religioso della chiesa ortodossa, proclamandosi superiore al Papa.
Il medium ufficiale era l'agente d'attori e critico cinematografico, falso conte, Peppino Perrone (1923 - 2006), perciò iniziarono a frequentare la corte di Marziano molta gente di Cinecittà e veri nobili della café society in cerca d'eccentricità divertenti (tra cui Faruk, re d'Egitto in esilio che aveva un segretario notoriamente gay).
Anche due grandi nemici di Lavarello come Pelliccioni e il pazzoide scrittore cattolico Enrico Contardi (malvisto in Vaticano e che sostenne d'aver incontrato, vivo e vegeto, nel 1934 in Piazza Navona il mago occultista, del '700, Saint Germain) erano dediti alle conversazioni con l'aldilà e riti magici. C'è da giurarci che invocarono quotidianamente strali infernali ai danni del sedicente imperatore di Bisanzio.
Accadde poi che Marziano Lavarello trovasse un alleato nell'italo-argentino Giovanni Gatti (Juan de las Flores), già finito in carcere per atti osceni "contro natura" durante il fascismo, poi tornatovi per truffa aggravata. Questi pubblicò un giornale su cui Lavarello scrisse un articolo contro Pelliccioni, raccontando che durante la Resistenza finì in galera per rapine a mano armata e non per la sua provata fede fascista.
Così ne nacque una scenata in Via Veneto dove, davanti al Caffé Doney, Pelliccioni finì a schiaffeggiare Lavarello tra l'ilarità dei presenti.
Intervenne pure la Polizia, mentre Pelliccioni strappava la parrucchetta dalla testa dello pseudo-imperatore, urlando che doveva renderla all'Ambasciata di Turchia... poiché oggi Bisanzio non è altro che Istanbul.
Anche stavolta tutto finì in tribunale ma Pelliccioni fu assolto.

Verso il 1952, Marziano Lavarello iniziò una battaglia personale contro il celeberrimo attore Totò (principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Gagliardi), anch'egli presunto erede di Bisanzio secondo diramazioni araldiche fantasiose. Alla fine perse, beccandosi una condanna a un anno e sei mesi di prigione per reato di calunnia, oltre a due mesi per diffamazione e pagamento dei danni morali e spese processuali. Pene mai applicate per via di una fortuita amnistia e della generosità di Totò. Gli fu vietato anche l'utilizzo improprio del cognome bizantino Lascaris.

I fatti

La vicenda ha inizio alla fine dell'anno 1952 qundo il Conte Luciano Pelliccioni Di Poli (consulente araldico di Totò) presenta alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia a carico di Marziano Lavarello, più noto come "Marziano II di Bisanzio". Secondo l'accusa Marziano avrebbe falsificato il proprio atto di battesimo. Marziano Lascari di Lavarello, che assume d'essere lui il vero pretendente al trono di Bisanzio, successivamente denunciò Totò affermando che il noto comico aveva sorpreso la buona fede dei magistrati, esibendo loro documenti falsi o apocrifi. Mentre la Procura della Repubblica stava svolgendo le indagini su questa denuncia, Totò, senza attendere la decisione dei giudici (i quali archiviarono la pratica ritenendola non fondata) denunciò a sua volta per calunnia Marziano Lascari di Lavarello, il suo segretario Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens, consulente araldico della Casa di Marziano II. Qualche mese dopo fu tenuta, in un salone dell'albergo Hassler, una conferenza stampa dal signor Jurgens, il quale si lasciò andare ad espressioni che Totò ritenne diffamatorie. Da qui un'altra denuncia di Totò per diffamazione. Alla fine dei dibattimenti in aula, durati circa tre mesi, il Pubblico Ministero, Dott. Antonio Corrias, nel processo chiede come pena: diciotto mesi per diffamazione a Marziano II e Colisi Rossi, due a nni e sue mesi a Jurgens. Il 25 gennaio 1953 il tribunale di Roma condanna Marziano II e il "cancelliere" Colisi Rossi a un anno e sei mesi di reclusione per i reati di calunnia e diffamazione, lo Jurgens a due anni oltre al pagamento delle spese di giudizio, a quelle per la difesa nella somma di 78 mila lire, al pagamento dei danni nei confronti del Principe Antonio de Curtis, da liquidarsi in separata sede. La sentenza verrà comunque impugnata in Corte d'Appello.


 

Antonio de Curtis contro Marziano II - La rassegna stampa, in ordine cronologico, all'epoca dei fatti


 

 

Sconfitto, Lavarello tornò a fare il pittore di stemmi araldici su vetro, in nero e oro, tra i bohèmien di Via Margutta. Esibendosi in mille mossette per la gioia degli operatori dei cinegiornali.
Ma il 18 novembre 1956, con un improvviso colpo di mano osò l'inosabile, riuscendo ad essere incoronato "basileus" Imperatore Marziano II di Costantinopoli, nonché Re di Serbia e Imperatore dei Romani e di tutto il Cristiano Oriente. Con lui l'augusta madre Olga Cassanello in gualdrappa imperiale, giri di perle e mantiglia. Inscenando la cerimonia, dai risvolti farseschi, nella Chiesa Episcopale Protestante (invece che ortodossa?) di St. Andrew in via XX Settembre, ottenuta grazie ad un inganno.
I maligni dissero che tiara, globo e scettro provenissero, con altri costumi, dai magazzini del Teatro dell'Opera e che il trono dorato non fosse altro che un arredo dell'"Andrea Chénier" appena andato in scena.
Si disse pure che l'inno di Bisanzio, appositamente composto dal Maestro Sella, fosse un plagio da Verdi e della marcetta dei Balilla moschettieri.
Il falso vescovo che pose la corona sull'imperiale parrucchino (per l'occasione in tonalità più castana) fu Jan van Assendelft van Altland, olandese della Eglise des vieux catoliques, una setta cattolico-omosessuale mal vista dal Vaticano.
Chierichetto d'uffizio fu Jean-François Heuterbize, completamente folle per Bisanzio, celebre medium e paragnosta che finì poi per diventare un vero Pope ortodosso ad Atene.
Lì a fianco, portava su un cuscino di velluto le molte decorazioni imperiali, l'avvocato Battaglia, colui che due anni dopo fu sorpreso dalla Polizia mentre s'aggirava di notte nel quartiere Parioli, in mutande e agitando una spada, gridando frasi sconnesse. Era presente un fotografo di "Life" e della vicenda rise il mondo intero, nei cinegiornali il pernacchio fu lungo e prolungato.
Dal Vaticano giunse, addirittura, minaccia di scomunica per blasfemia. Le cronache narrano che tutti i componenti del corteo imperiale, con gli invitati di maggior riguardo, furono poi convocati, per un party, nella "reggia" Lavarello, al quarto piano del palazzone umbertino in Via Piemonte 101, ma che dovettero a loro spese infilare la monetina di cinque lire per far funzionare lo scricchiolante ascensore condominiale.
L'abitazione era decorata con pitture astratto-cubiste, mobiliata con freschi vimini e con una sala del trono in cui l'immancabile grassa ed ingombrante madre se ne stava in mostra basilissa in vesti bizantine, spesso con un serpente arrotolato al collo.
Ogni anno, per l'anniversario del lieto evento si rinnovavano gli inviti. Persino il moralistico rotocalco "Lo Specchio", dedicò per anni l'apposita rubrica "Cronache da Bisanzio" per sbeffeggiare pesantemente tutta la ridicola corte di Marziano II.
In occasione del 18 novembre 1960, Lavarello annunciò l'emissione commemorativa di un apposito francobollo, in cui era raffigurato di profilo con la basilissa madre, e coniò un "bisante", moneta con la sua faccia di bronzo dal diametro di tre centimetri, dal valore indefinito di un Dinaro.
Ma solo un anno più tardi si scatenò su "Tempo", del 28 novembre 1961, un titolone su tre colonne che urlava: Per una udienza troppo privata, denunciato Marziano II Imperatore. E' dovuta intervenire la Squadra del Buon Costume su invito telefonico rivolto alla Polizia da alcuni vicini di casa. Nell'articolo si leggeva: Tolta la corona e lasciato il trono, come è solito fare ogni sera, si è recato, nonostante il maltempo, a fare una battutina in quel di Via Veneto, fino a Piazza dei Cinquecento. E' stato proprio nei pressi della Stazione Termini che ha incontrato un giovane dotato di un volto dai tratti fieri. La vicenda finì con l'accusa d'atti osceni in luogo pubblico, perché l'avventura notturna tra l'aitante giovanotto e l'Imperatore si consumò sulle scale della reggia di Via Piemonte.
Anni dopo, Marziano II, preoccupato di non aver progenie a cui trasmettere il suo titolo, fece nuovamente scandalo quando spedì a tutti le sue partecipazioni di nozze con un giovane uomo. Non si capiva se si trattava d'una cerimonia d'adozione o di un matrimonio vero e proprio. Alcuni giornali riportarono la notizia sgomenti.
E' singolare che tanti falsi nobili truffatori e megalomani, amici o rivali di Lavarello, in anzianità ricorsero all'istituto legale dell'adozione per trasmettere titoli nobiliari fasulli ai loro "segretari" personali. [6]
Cosa che Marziano II non riuscì a fare, soprattutto perché ridotto in povertà e senza giovani marchettari monarchici attaccati al suo portafoglio.
Gli anni felici, infatti, erano già passati da un pezzo. L'onnipresente madre basilissa Olga morì novantaduenne nel 1976.
Spolpato dalle continue spese legali e varie follie, col tempo, Marziano II Lavarello era divenuto così indigente che l'unica maniera per suonare l'inno nazionale di Bisanzio, davanti ai suoi pochi adepti, era ascoltarlo a viva voce dalla segreteria telefonica.
Nel 1987 la giornalista Laura Laurenti lo intervistò per il suo libro "Vita da ricchi" (Rizzoli Editore). Lo trovò in un minilocale a Roma, al numero 14 di Via Sicilia, aiutato dalla Caritas. Alcuni ragazzacci di vita lo avevano pure aggredito, legato e percosso, per poi svaligiarlo dei pochi beni rimasti.
Morì nel novembre del 1992.
Con un coup de théâtre finale sorprese tutti, riuscendo ad avere, non si sa come, un funerale ortodosso presso la Chiesa di Russia in Via Palestro 69.
Pochissimi i presenti e curiosi. Sulla cassa era deposta la finta corona bizantina, la stessa con la quale era stato incoronato ai tempi della Dolce Vita.
 

Totò illustra come e perché discende da Leone Focas il Grifo

Anche la magistratura di Roma riconosce il diritto di Antonio de Curtis ai titoli di principe e altezza imperiale

Il popolare comico Totò, alias il principe Antonio de Curtis, ha ricevuto trionfalmente la stampa nella sua abitazione di via Bruno Buozzi per enunciare un bollettino di vittoria contro sua maestà Marziano Lavarello. Il principe, in abito del tipo preferito dal collega principe di Galles, contemplava con soddisfazione i documenti in carta bollata con gli estratti di una sentenza favorevole.
Marziano Lavarello aveva insinuato che la magistratura napoletana riconoscendo al de Curtis nel '45 il titolo di principe e altezza imperiale, aveva commesso un errore giuridico. Ora il tribunale di Roma ha ordinato l'archiviazione degli atti presentati da Marziano.
«La corte di Marziano Lavarello» dice Totò «sostiene che Focas, da cui deriva la mia nobiltà, sia stato un impostore. Ma distinguiamo. Ci sono due Focas: uno l'usurpatore che fu ucciso da Eralio, e un altro, il mio, che visse trecento anni più tardi e regnò dal 963 al 969. Il mio era figlio di Barda Focas e regnò col nome di Niceforo II, lasciando due figli, Saturano e Procopia. Sì, ne convengo che sono nomi strani, ma che vuli-tefa’? Dunque questo Focas sposò Teofania, vedova di Romano I che aveva due figli. Ma non è da questo che discendo io, bensì dal fratello di nome Leone, che ebbe tre figli, Euripione, Niceforo III e Barda. Questo Leone adottò il nome di Grifo dopo aver vinto e ucciso il duce dei bulgari (mi raccomando non il duce nostro, ma quello dei bulgari!), che si chiamava Grifo. Un ramo dei Grifi era in Sicilia e qualcosa c'è pure a Napoli dove esiste tuttora il parco Grifeo. Verso il 1512 i Grifi vennero espulsi da Napoli e combiarono il nome. Fu Angelo Curtis Grifo che per primo si chiamò de Curtis.»
Come si comporteranno adesso le due potenze? «Ma quali potenze mi dite? Qui non c'è nessuna potenza, né di qua né di là. In quanto a me, la mia potenza è che mi chiamo Totò.»
I legali del principe de Curtis hanno presentato querela nei confronti di Marziano Lavarello.

(«Il Mattino», giovedì 20 settembre 1951)

 

NOTE
[1] "Re, Imperatori e falsi nobili nell'Italia d'oggi", Roma, Consalva Editrice, 1964. Dino Salvatore ( ma aveva invertito il nome, in quanto Dino è il suo vero cognome) è un altro dei tanti che bazzicavano negli ambienti di Via Veneto vicini a Lavarello. Nel suo ben documentato e velenosissimo libro, scritto al solo scopo di mettere in imbarazzo Marziano Lavarello, si deduce che fosse molto amico del cattolico-occultista Enrico Contardi ( che a sua volta si proclamava discepolo del defunto Accademico di Francia Pierre de Nolhac, da un certo momento in poi trasformò il suo cognome in Contardi-Rhodio, forse fregiandosi pure lui di un non ben precisato titolo nobiliare). Salvatore Dino era un bellissimo ragazzo pugliese ben informato del "segreto" mondo omosessuale romano, tanto che nel frontespizio del suo volume su Lavarello del 1964 annunciava l'imminente uscita del suo prossimo pamphlet dal titolo "La massoneria del Terzo Sesso in Italia (inchieste e documenti)", purtroppo mai dato alle stampe. Tutto ciò che sappiamo su Dino Salvatore lo dobbiamo a ciò che si legge nel trionfale risvolto di copertina: "Nativo di Taranto, l'irrequieto giovinetto fuggì dalla città e dalla casa appena quindicenne, perché espulso dalle scuole per indisciplina. Vagò in varie località d'Italia, sbarcando il lunario nei modi più impensati, dal rappresentante di commercio allo scaricatore di porto. A Roma, entrò al Centro Sperimentale di Cinematografia e vi si distinse, ma ne fu espulso, sempre per via della sua natura ribelle. Trovò subito da recitare in teatro, ove si manifestò chiaramente il suo talento, tanto che qualche critico parlò di lui come di una rivelazione. Entrò a far parte successivamente della compagnia di Eduardo e di quella Proclamer-Albertazzi. Insofferente di disciplina e ancor meno di una vita metodica, il giovane brillante attore ha rinunciato anche alle scene ed ha scelto la libera carriera del letterato. Sua opera prima è il lungo poema "Pane e sale", lavoro che rivela una personalità sconcertante ed una esasperata sensibilità , e che è stato scritto, senza alcun infingimento retorico, in momenti di estrema esaltazione. Al poema, fa seguito il presente volume, mentre non tarderà a vedere le stampe un altro interessante lavoro "Massoneria del Terzo Sesso in Italia", inchiesta profonda e spregiudicata sul dilagante e preoccupante fenomeno della omosessualità nel nostro Paese." In seguito, nel 1982, Dino Salvatore risulterà titolare della casa editrice Dino Editori. A lui si deve in quell'anno il volume "Mussolini tradito. Dall'archivio segretissimo e inedito dell'ultimo segretario nazionale del P.N.F." Tutto ciò seguendo gli insegnamenti dell'editore cattolico repubblichino Giovanni Volpe (1906-1984) che aveva anche lui ufficio sull'Appia Antica. Oggi, risulta a nome Salvatore Giorgio Dino la casa editrice Multiservice 2000, sempre allo stesso indirizzo, sull'operato della quale però non so dare alcuna notizia. Nell'elenco dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio il nome di Salvatore Dino non c'è.
[2] La mia vita scandalosa, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1992.
[3] Le Signore Sirene, Roma, Quattrucci editore, 1961.
[4] Il volumetto di poesie "Rime e Odi patrie"(1938), stampato solo in 100 copie di lusso con molte belle gravures interne del pittore Lanfranco Felin ( celebre pittore e illustratore nel Ventennio). Inutile dire che è solennemente fascistissimo. Oltre che pomposo e presuntuoso nei contenuti e stile. Ma il fatto è che due odi sono dedicate a:
- "A mio nonno Tomaso Cassanello dei Mille"
-"A mio zio l'Immortale Francesco Cilea, quest'ode piccolo ramo di lauro tra i boschi che gli fanno corona"
Ho controllato, entrambe le cose sono vere:
- Francesco Tomaso Cassanello di Pietro, nato a Genova il 19/8/1842, è il numero 262 tra i Mille ad avere diritto alla pensione garibaldina dal 1877. A suo padre Pietro, fondatore del Pastificio Cassanello, è dedicata una via a Genova.
- Francesco Cilea (Palmi, Calabria 1866-Varazze 1950), famoso compositore di opere liriche, aveva sposato a Varazze Rosa ("Rosy") Lavarello il 26/6/1909. Nel 1960 la "Villa Gloria" dei Cilea, a Varazze, fu donata dalla vedova Rosa alla S.I.A.E.. Probabilmente proprio per non doverla lasciarla in eredità all'unico nipote Marziano Lavarello.
[5] Il libro, dal titolo "Berretto rosso" di Tina Wickens-Crico, è citato da Dino Salvatore. Il quale aggiunge che il libro era largamente diffuso in Italia. Per quanto lo abbia cercato in Internet non sono riuscito a trovarne traccia.
[6] A tale proposito vedere di Gian Carlo Jocteau "Nobili e nobiltà nell'Italia Unita", Bari, Laterza, 1997. Dove vi si ritrovano alcuni nomi citati nel mio articolo. E' singolare che tali truffatori tramandassero falsi titoli e predicati di "pomponne" a destrorsi "ben disposti" giovanotti, che a loro volta scimmiottarono in seguito il proprio genitore adottivo ricorrendo, essi stessi, a tale istituto.
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