Pasqualino 'o barbiere

I primi degli anni '20, rappresentarono per Totò il periodo delle peripezie e degli insuccessi nella ricerca di una buona scrittura teatrale. Provò allora ad ispirarsi al grande Rodolfo Valentino (capelli corti e impomatati con basette a punta), attore in grande auge in quel periodo. Antonio Clemente si mise alla ricerca di un bravo barbiere, in grado di conciliare le sue esigenze estetiche ed economiche. Fu così che, per sua fortuna, trovò Pasquale Anatriello (Pasqualino 'o barbiere), titolare di un salone in Via Frattina. In un'afosa giornata di luglio Totò entrò nel suo negozio, sudato in volto, con indosso un pastrano militare. Pasqualino lo riconobbe (lo vide infatti recitare allo Jovinelli in una macchietta di De Marco), con entusiasmo lo invitò ad entrare e a togliersi il pesante cappotto ma Totò fece finta di nulla, si sedette per farsi radere, tagliare i capelli e creare delle basette a punta. Entrambi napoletani, entrambi lontani da casa, divennero grandi amici. Per tutta quella lunga estate, Totò andò a trovare il suo nuovo amico barbiere, sempre sudato e sempre col pastrano militare. Con l'approssimarsi dell'inverno un giorno Totò si presentò senza paltò e consapevole della novità anticipò l'amico: «Tu vo' sape' pecche' 'o cappotto non 'm 'o llevavo mai, Pascalì? Pecchè tenevo 'e pezze al culo e le dovevo nascondere. Anzi, ai miei calzoni mancava 'o fondo. Insomma, tenivo 'e mutande 'a fora. Ho dovuto aspettà 'a liquidazione de Jovinelli pe me comprà un pantalone nuovo!». Negli anni che seguirono, Pasquale Anatriello, fece ottenere a Totò un'importante scrittura al Teatro "Sala Umberto" di Roma ritenuto all'epoca il "Tempio" del varietà, guadagnandosi la sua eterna gratitudine.


Totò, Totò, che ti dicevo io? Avimmo fatto ’a botta!


In una delle strette ma importanti vie che collegano Piazza di Spagna al Corso Umberto, e cioè in Via Frattina, ha sede un Salone di barbiere, frequentato da quasi quarant’anni da artisti di varietà e di ogni branca della vita teatrale.
Prosa, rivista, varietà hanno sempre avuto una vasta rappresentanza nel negozio di questo Figaro novecento, abile, insinuante, interessante come il personaggio di Pierre-Augustin Caron di Beaumarchais.
Il proprietario, «Pasqualino», ne era e ne è l’anima e la vita.
Napoletano purosangue, nel 1911 si trasferì a Roma, riuscendo, in breve tempo, a metter sù un negozietto di barbiere e a formare una cospicua clientela stabile, in massima parte attori di teatro, impresari, agenti teatrali e loro amici, oltre a tutti gli habitués del Teatro Sala Umberto della vicinissima Via della Mercede.
Il Teatro Sala Umberto, in quel tempo, era la mèta sospirata da ogni attore di varietà per la sua importanza. Il Teatro era gestito da Salvatore Cataldi e Wolfango Cavaniglia.

«Pasqualino» era un frequentatore assiduo di quel Teatro, spintovi anche dall’entusiasmo che aveva per la vita teatrale e per i suoi protagonisti, che rasentava la manìa.
Era sufficiente che un qualsiasi tizio si qualificasse artista, per ottenere da lui la massima considerazione e il più deferente trattamento nel suo negozio di barbiere, compresi i battimani e le richieste di bis, a Teatro.
Ogni sera, appena chiuso il negozio, dopo essersi cambiato, agghindato, preparato e del tutto trasformato, si avviava verso il Teatro Sala Umberto. Dopo la chiusura del negozio cessava di essere «il barbiere», e assumeva il classico contegno e il tono del viveur di quel tempo.
Ormai conosciuto da tutti, si presentava al Teatro con un’aria professionale, permeato dalla indifferenza e disinvoltura che deriva dalla lunga abitudine contratta vivendo in un determinato ambiente e circolava per i corridoi e il palcoscenico con la massima noncuranza, senza che alcuno s’interessasse del suo andirivieni, indubbiamente considerandolo come parte integrante della Sala Umberto.
Di statura un po’ al di sotto del normale, come tanti meridionali, è dotato di una vivacità e di una attività inesauribili, volte ad un solo scopo: clienti, clienti per il suo negozio.
Perciò, l’applauso scrosciante cui egli dava per primo l’avvio, fungendo spessissimo da disinteressato claqueur, era, nello stesso tempo, l’implicito invito, rivolto all’attore che stava sulla ribalta a raccogliere i battimani, per il prossimo taglio di capelli.
Così il nuovo artista-cliente si trovava nella condizione morale di dover cambiare barbiere per la prova veratnente affettuosa dimostratagli, la sera precedente, da Pasqualino ; e il nostro Figaro acquistava un cliente che finiva per rimanergli fedele per tutta la vita.
Come il Figaro di Beaumarchais, egli è dotato di parola facile, convincente, drogata dall’inesauribile spirito napoletano per cui i clienti, oltre ad essergli affezionati, trovavano la sua opera perfettissima. Guai a criticare il taglio di Pasqualino. «Non usa macchinetta... Tutto a punta di forbici...», commentavano gli attori-clienti, stabilendo così un netto distacco con il resto della categoria.

* * *

In un caldo e afoso pomeriggio di luglio, un gruppo di attori risaliva lungo Via Frattina. Giunti all’altezza del negozio di Pasqualino, come era loro abitudine, si fermarono sulla porta.
- Pascali, buon giorno! - disse allegramente uno di essi.
- Oh, don Gennarino bello! - rispose una voce nel negozio.
- C’è molto?
- Due minuti... Accomodatevi... ho quasi finito... - e, così dicendo, Pasqualino si fece sull’ingresso, lasciando in asso il cliente che stava servendo.

I convenevoli s’incrociarono intensi e affettuosi.
- Pascali, ti presento un mio amico - disse Gennarino De Pasquale, noto in arte con lo pseudonimo di Rino Sala, cantante melodista di canzoni napoletane. - Eccolo qua... Vieni avanti, Totò... - e continuò: - Ti presento il comico Totò che tanto successo sta ottenendo attualmente allo Jovinelli...

Poi, rivolto ad Antonio:
- Pasqualino il miglior barbiere di Roma e dell’universo!...
- Piacere - disse Pasqualino stendendo la mano.
- Fortunatissimo - rispose Antonio, stringendogliela.
- ...Si deve fare barba e capelli - continuò Gennarino. - Io l’ho portato da te... mi raccomando - concluse, ammiccando.
- Giovanotto! - gridò una voce nell’interno del negozio.
- Chi è? - chiese Pasqualino, quasi seccato, voltandosi di scatto.
- Come, chi è? Sono io! - disse ancor più seccato il cliente che era stato piantato in asso. - Io ho premura...
- Ah, siete voi? Ecco, ecco, un momento... Sono certi amici, capite, nuovi clienti...
- E va bene - esclamò l’uomo che era rimasto con mezza faccia insaponata. - Ma qua si è seccato tutto il sapone...
- Con questo caldo?!... - esclamò, facendo il finto tonto Pasqualino - Possibile?
- Oh, giovanotto... Credete di farmi la burletta? Vi ripeto che ho premura...
- Certo, certo... - rispose conciliante Pasqualino - adesso vi faccio un’altra insaponata e così il sapone si rinfresca... Signor Totò, due minuti e sono a voi...

Poi, sottovoce, aggiunse: - Scusatemi un momento... Ma quello - e indicò il cliente bilioso: - è un insetto...
- Come?! - esclamò Antonio che non aveva capito il perché di quella qualifica entomologica sulla bocca del barbiere.
- Ve lo dico dopo... - sussurrò Pasqualino. - Accomodatevi, levatevi il cappotto...

* * *

- Il signore è servito - disse Pasqualino al cliente permaloso, e rivolgendosi al ragazzo di bottega aggiunse:
- Ragazzo, spazzola! Svelto! Il signore ha fretta!

Il cliente, arcigno e freddo, chiese: - Quanto pago?
- Una lira e cinquanta.

Il signore appoggiò con cura sul tavolino-cassa la somma richiesta. Rifiutò le prestazioni del ragazzo di bottega e, preso il cappello che gli veniva porto, uscì dal negozio pieno di sussiego.
Quasi all’unisono, i tre lavoranti esclamarono: - Mancia!... - Ma il cliente aveva già svoltato l’angolo senza dare nulla.
I tre si guardarono in faccia esclamando: - Grazie!
Pasqualino raccolse le monete, le chiuse nel cassetto e, col più bel sorriso, si avvicinò ad Antonio.
- Eccomi a voi.
- Barba e capelli.
- Pronti... E vi volete levare il cappotto?
- No, grazie.

II barbiere rimase un momento perplesso: - Non vi dà fastidio? - chiese.
- No.
- Scusate, signore, ma con questo caldo...
- Lo so, fa caldo...
- Molto caldo...
- Mi raccomando: sfumatura bassa, molto bassa e basette lunghe...

Pasqualino scambiò un’occhiata di intelligenza con gli altri lavoranti e allargò le braccia, esclamando: - Come volete! - lo serrò in un largo e lindo grembiule e cominciò a lavorare di forbici.
Da quel momento Pasqualino si accinse a compiere « l’opera d’arte ». Le sue dita magiche impressero alle forbici la velocità delle ali di una mosca, mentre, col pettine nell’altra mano, sollevava con delicatezza i capelli. Le punte passeggiarono su e giù per i neri capelli di Antonio, si incunearono rapidissimamente, si allontanarono battendo velocissime l’una contro l’altra per aria, ritornarono sulla capigliatura sfiorandola, indugiarono a lungo sul collo.

Nel mettere a punto la sfumatura, il barbiere si trovò di fronte alla difficoltà del bavero del cappotto che impediva di continuare. Lo tirò giù per poter lavorare più agevolmente.

- Vi dà fastidio se faccio cosi?
- No.
- Ma i capelli vi finiscono dentro.
- Lo so.

Pasqualino allargò nuovamente le braccia, guardandosi intorno. —Come volete... - E riprese il lavoro. Il barbiere non sapeva darsi pace del perché quel suo nuovo cliente si fosse intestardito a tenere il cappotto addosso. Era mai possibile che un cliente non si rendesse conto delle difficoltà che gli frapponeva, mentre stava compiendo un lavoro così delicato, di cesello? « A che è ridotta l’arte nostra! » sentenziò mentalmente. Dopo un po’ di silenzio, la sua natura di meridionale prevalse e gli domandò:

- Sentite freddo?
- No.
- Siete raffreddato?
- No.
- Temete l’influenza?
- No.
- Mah!... - borbottò fra i denti il figaro, allargando ancora una volta le braccia. Poco dopo, terminati i capelli,

Pasqualino cominciò a insaponargli la faccia. Ardeva di curiosità.

- Scusate se insisto.. . Dico io: non state meglio senza cappotto? Con questo caldo!...
- No.
- E non ve lo volete levare?
- No.
- Mah!... - borbottò ancora più perplesso Pasqualino.

- Piuttosto, ditemi un po’ - chiese Antonio: - perché quel cliente che stava prima di me lo avete definito insetto?

Dopo tanti secchi monosillabi negativi, finalmente quel bizzarro cliente aveva cominciato a parlare. Finalmente! Forse tra poco, avrebbe anche saputo del cappotto.

- Vedete, signor Totò... - rispose con un tono di voce calda, come per stabilire un’atmosfera di cordialità e di confidenza. - Sarebbero, secondo noi... quelli che fanno solo barba e capelli senza una frizione... senza uno shampooing... senza massaggio... quelli che vogliono la basetta quadrata... poi quadrata non la vogliono, la vogliono a punta... insomma il noioso, il fastidioso... quelli che non parlano con il barbiere..

Il barbiere prese delicatamente il naso di Antonio e cominciò a radergli una guancia continuando: - Insomma, quelli che non danno mancia...

Antonio lo guardò fisso negli occhi e pensò: - Come me!

* * *

Trascorse circa un anno e ritornò l’estate. Antonio era un cliente puntuale e affezionato.Così tra l’attore e il barbiere si stabilirono dei cordiali rapporti. Ormai si vedevano tutte le sere.

Dopo aver chiuso il negozio, Pasqualino, operata la sua quotidiana trasformazione, allegro ed elegante, si dirigeva verso Piazza Guglielmo Pepe, imboccava il luminoso atrio del Teatro Iovinelli «dove lavorava il suo amico Totò», s’intrufolava sveltamente in platea, naturalmente senza pagare, e assisteva alle macchiette divenute ormai popolari. Finito lo spettacolo, lo aspettava all’ingresso e, insieme, percorrevano la strada del ritorno, fermandosi in qualche piccola trattoria romana per la cena. Così, ben presto, i due finirono per confidarsi i loro rispettivi segreti. Una sola cosa però attendeva un chiarimento; tuttavia, il loquace Pasqualino, facendo forza su sé stesso, si trattenne sempre dal forzare il mutismo dell’amico. Antonio, da parte sua, pur apprezzando l’affezionata amicizia di Pasqualino, per istintivo senso di pudore si tratteneva dal rivelare il suo segreto.

In compenso Pasqualino, quando lasciava Antonio, dava la stura ad un monologo su quella stranezza per lui inspiegabile:

- Ma come, - si diceva, avviandosi nelle stellate notti romane verso casa - uno va dal barbiere e si fa barba e capelli col cappotto addosso... uno, con questo caldo che fa, cammina col cappotto addosso... uno, la sera, va a cena, e mangia col cappotto addosso... vuò vede ca chi sto dorme pure c' ’o cappotto ’ncuollo! - concludeva sconsolato, ripromettendosi di scoprire il segreto che gli andava procurando una così lancinante angustia.

* * *

- Pascali, ho deciso. Domani mi levo il cappotto!

Il barbiere si fermò di colpo e guardò l’amico come trasognato. Sul viso si andò stampando la gioia di conoscere finalmente il perché ; la soddisfazione di poter penetrare in quel piccolo, ma ben custodito, segreto dell’attore ; la liberazione infine da un interrogativo maturato e macerato per tanti mesi, e che l’aveva spinto a infilzare più monologhi che non Renzo Tramaglino reduce dal colloquio con l’Azzeccagarbugli.

- Overo!
- Proprio così.
- Ti sei guarito, allora? - chiese Pasqualino, riprendendo fiato, tra il serio e lo scherzoso.
- Credo di essermi guarito... - rispose Antonio con un sorriso a fior di labbra.

Andarono a cenare alla solita trattoria, e Pasqualino, dopo che Antonio ebbe pagato il conto, gli confidò: - Totò... stasera mi sembri un altro!

- Domani sarò un altro!

Il giorno dopo, infatti, Antonio si presentò al negozio di via Frattina completamente trasformato. Il cappotto era scomparso. Indossava un abito di taglia leggermente inferiore alla sua: giacca nera bordata di trina nera e un paio di pantaloni scuri a righe chiare, cappello duro a bombetta, colletto alto e cravatta grigio perla.

- Ma che vai a carità a qualche spusalizie? - gli chiese Pasqualino, non appena rimasero soli.
- Perché, non ti piace? - chiese, preoccupato, Antonio.
- Anzi, stai benissimo... Ma scusami tanto... il...
- ...il cappotto! il cappotto! il cappotto! Aah, Pascali —esclamò Antonio tutto d’un fiato - ’a verità è che ’o cappotto num m”o potevo levà pecche ci mancava l'intero fondello dei pantaloni!... Oh! l’hai saputo, mò? Sei contento?... Ieri sera ho finito il contratto con don Peppe Jovinelli, ho avuta la liquidazione e con le economie di questi ultimi tempi, ho fatto il cambio con un amico. Gli ho dato il cappotto e ventitré lire e lui mi ha venduto questo vestito... È un poco stretto, ma, in compenso, è sano!

I due amici, così parlando, giunsero davanti al Teatro Sala Umberto. Era finito il primo spettacolo, e già il pubblico faceva ressa per la rappresentazione serale. In quel tempo vi lavorava la Compagnia di riviste satiriche Trezzi, che aveva messo in scena un famoso spettacolo dal titolo « Montecornuto ». Dopo il quarto mese di repliche consecutive, gl’impresari, per tema che l’incasso serale dovesse contrarsi, rafforzarono il programma con attori di varietà che si esibivano dopo la fine della rivista. Gl’impresari non si erano sbagliati. Lo spettacolo riprese infatti subito quota e il pubblico riaffluì con la stessa intensità delle prime sere. Le vedette venivano sostituite settimanalmente, mentre enormi striscioni su tutti i muri di Roma davano al pubblico la impressione di dover assistere ad uno spettacolo totalmente nuovo. In realtà finiva per non rimanere deluso, perché la «vedetta della settimana» era, in effetti, un grande attore o una grande attrice nel suo genere e tale da appagare la curiosità e le esigenze degli spettatori.

Si avvicendavano così Armando Gill, Ettore Petrolini, Castagna, Pasquariello, Elvira Donnarumma, Molinari, Lidia Johnson, Anna Fougez, Primo Cuttica, Raffaele Viviani, Polidoro, Odoardo Spadaro, Edmond Guy, Cantalamessa, Clely Fiamma, ecc. ecc.

- Pascalì, - disse Antonio - pigliamoci una tazza di caffè, qui da Canavera.
- Non vuoi vedere lo spettacolo? - gli chiese il barbiere.
- Magari, ma io qui non conosco nessuno... Corti me trasimmo?
- Ci penso io.

Dopo aver preso il caffè, i due si avviarono verso il Teatro, facendosi strada tra la folla. All’ingresso, la maschera addetta allo stacco dei biglietti, ebbe un largo sorriso, e il barbiere, sempre tenendo sotto braccio Antonio, passò dicendo con sussiego, mentre indicava l’impresario: - Sono Pasqualino, il barbiere del Cavaliere.

Poco discosto, infatti, parlavano tra loro il cavaliere Salvatore Cataldi e l’agente teatrale Wolfango Cavaniglia.

- Cavaliere, buonasera. Domani vengo per il solito taglio - disse il barbiere inchinandosi.
- Sì, sì, domani, verso mezzogiorno.

Nel varcare l’ingresso della platea, Antonio confidò a Pasqualino:

- Quanto mi piacerebbe lavorare qua dentro...

* * *

A quelle parole don Pasqualino si ritenne da quel momento moralmente impegnato. Egli era ormai il barbiere di fiducia e si sentiva anche il protettore di quel giovane. Il suo amico Totò doveva lavorare al Teatro Sala Umberto.

Parlarne agli agenti che provvedevano alla organizzazione poteva dare un risultato favorevole, ma anche sfavorevole. Il concetto selettivo che guidava la Direzione era di scritturare attori che provenivano da altri grandi teatri italiani e stranieri e che quindi esercitavano una sicura attrazione sul pubblico, spostando su sé stessi, più che sulla rivista Montecornuto, il centro di gravità dello spettacolo.

Il barbiere, dopo maturo esame, si convinse che unica cosa da tentare era di rivolgersi direttamente all’impresario Salvatore Cataldi.

Pasqualino era entusiasta di Totò, nutriva una sincera ammirazione corroborata dal tifo che, quasi ogni sera, faceva per lui allo Jovine Ili. Aveva la sicurezza del successo che il suo amico avrebbe conseguito, perché il pubblico dello Jovinelli, in certo senso, si dimostrava più difficile e più pericoloso di quello della Sala Umberto essendo poco educato e, quindi, avvezzo ad esprimere, subito e rumorosamente, la propria opinione. Il barbiere era perciò certo che, se con uno stratagemma qualsiasi, fosse riuscito a far lavorare Antonio, l’accoglienza del pubblico avrebbe fatto il resto.

Quando il giorno dopo si presentò all’ufficio del Cataldi, salendo le scale andava rimuginando sul modo con cui entrare in discorso sull’argomento. Nel bussare alla porta, decise: « Comunque, oggi gliene parlo ». Infatti alla prima insaponata avviò una conversazione arguta, divertente, con il preciso scopo di dargli l’unghiata del leone non appena si fosse dimostrato di umore socievole. Parlò così del più e del meno. Parlò del caldo, del successo della rivista. Parlò dei pareri che aveva intercettato tra gli spettatori a proposito dei numeri di varietà che erano stati aggiunti allo spettacolo. Parlò di tutto. Il povero barbiere non ne poteva più.

Finalmente parlò della « vedetta della settimana »:

- Chi è stato? Chi ha avuto l’idea?
- Sono stato io... - rispose l’impresario - qualche tempo fa.
- Eh, io l’avevo capito! - esclamò Pasqualino - Chi poteva essere se non voi? Chi poteva avere una idea così felice?... Cavaliè, quella è stata una grande trovata!

Cataldi sorrise a quell’elogio che lo toccava direttamente.

- Cavaliè, ho anche notato che gli attori sono scelti bene, e che applausi ogni sera... Qui c’è la mano vostra... Gill è veramente bravo. E Donnarumma come canta, come canta!... E Cuttica, che macchiette, che successo!... E Totò che macchiette, che successo!

Cataldi lo guardò sorpreso, mentre il barbiere fermava il pennello a mezz’aria.

- E chi è Totò?

Il barbiere riprese ad insaponare più velocemente le guance dell'impresario, continuando infuocato il suo discorso:

- Non l’avete visto? Sta scritto per tutta Roma! Totò è un fenomeno! Io mi sbilancio raramente, voi lo sapete... Ormai, come si dice, sono di casa col varietà. Ma quello non solo fa ridere, è anche un’attrazione... Allunga il collo e lo manda avanti e indietro come i gallinacci... si irrigidisce e cammina come se fosse stato tagliato in un pezzo di legno. Cavaliè... continuò sempre più accalorandosi - gira il braccio come se fosse staccato dal resto del corpo... - e intanto eseguiva il gesto, mentre Cataldi lo stava ad ascoltare - Quello ogni seria te ne inventa una nuova... come fa, come fa, io non lo so!

Afferrò il naso del Cataldi, e iniziò il taglio. Il rasoio scorreva leggero, trascinando nella sua corsa piccole onde di schiuma bianca.

Rapida come la sua mano era la sua lingua.

- Il pubblico...Gli applausi, i bis... E se non li fa sono dolori, va giù il teatro, la gente non s’alza, non se ne va!... Altro che Cuttica, Gill e Donnarumma..! Io non mi permetto di darvi dei consigli,...ma se quello lavorasse qua,...sapete che incassi!

E per chiarire meglio il suo pensiero, unì le dita della mano sinistra più volte.

- Va bene, va bene, Pasquali, vedremo... ne parleremo con Cavaniglia... lo faremo lavorare... Ma ora finiscimi la barba.
- Non gliene potete parlare subito? - azzardò il barbiere.
- Adesso? Ma che scherzi?... Adesso devo andare a mangiare da mia sorella... domani gliene parlo...

Pasqualino volò col suo rasoio. Il cavaliere gli aveva detto: « lo faremo lavorare ». Quando uscì dalla Direzione, si precipitò a cercare Cavaniglia.

Lo incontrò sull’ingresso del Teatro.

- Cavaliè, cavaliè... - gli gridò. - Ho parlato proprio adesso con il cavalier Cataldi. Ha detto che dovete far lavorare Totò.
- Totò? - fece Cavaniglia. - A me non ha detto niente.
- L’ha detto a me... adesso, quando gli stavo facendo la barba: « Oggi faremo lavorare Totò ».
- Senza stampa? Senza réclame? - chiese stupito il direttore.
- Eh, bravo! Così, ha detto anche lui, senza stampa! È una prova, per vedere come va...

Cavaniglia, colto così alla sprovvista, cercò di rinviare la decisione fulminea comunicatagli da Pasqualino: - E dove lo faccio lavorare... Il programma è completo.

- Ma il comm. Cataldi - insistè tenace Pasqualino - ha detto che deve lavorare... E poi recita senza paga...
- E va bene... se l’ha detto Cataldi... - disse Cavaniglia
- gli facciamo fare il terzo numero... Adesso bisogna avvertire il programmista.
- Ci penso io, ci penso io... Non vi preoccupate, cavaliere. - rispose Pasqualino - State comodo, state comodo! Vado io ad avvertire tutti quanti.

E, infatti, Pasqualino volò dal programmista, dicendogli tutto d’un fiato:

- Ha detto il cav. Cavaniglia che stasera, mezz’ora prima dello spettacolo, bisogna provare le « macchiette» del comico Totò.

Per non muoversi di lì, e così controllare meglio la situazione, Pasqualino fermò un ragazzino e lo spedì da Totò con un biglietto in cui gli annunciava la decisione delFimpresario. Intanto stava all’erta facendo la spola tra il palcoscenico e la direzione. Ormai era disposto a tutto! a mentire con chiunque, come aveva fatto con lo stesso Antonio, scrivendogli della decisione dell’impresario. Era perfino disposto a non far più la barba al cavaliere Cataldi.

La sera, quando stava per iniziarsi lo spettacolo delle ore diciassette, Pasqualino completò il suo capolavoro: aggredì il direttore di scena dicendogli con tono deciso e sicuro: - Ha detto il cav. Cavaniglia che Totò deve lavorare come primo numero della seconda parte...

* * *

L'entourage del Teatro, come il solito, non gli fu, sulle prime, favorevole. Un famoso «fine dicitore» andava dicendo agli altri colleghi, mentre Totò si stava vestendo nel suo camerino:

- Stasera andrà tutto benissimo!... È arrivato il rinforzo... - e ammiccava verso il camerino del nuovo venuto, tra le grasse risate dei colleghi.

Un noto comico romano, oggi quasi scomparso dalla circolazione, rincarava la dose con un largo gesto della mano, preconizzando:

- E mo’ che esce Totò!... - come per dire: vedrete che crolla addirittura il teatro dai battimani.

Antonio, chiuso nel suo camerino, mentre si stava truccando, doveva calmare il battito violento del suo cuore. Si sentiva particolarmente emozionato, perché non solo doveva vincere la resistenza passiva che, all’inizio, oppone qualsiasi pubblico, ma anche l’ostilità dei colleghi che egli percepiva chiaramente dal loro contegno educato, ma freddo e riservato.

- E te l’ha detto Cataldi? - chiedeva Antonio quasi incredulo a Pasqualino che gli stava davanti.
- E che ti dico una bugia? Me l’ha detto proprio Cataldi... E poi non hai fatto le prove davanti a Wolfango Cavaniglia?
— E già... - diceva Antonio - hai ragione. Sono un po’ emozionato... Scusami, Pasqualino...

Nel suo cervello si formulava un’angosciosa domanda: il suo momento era giunto?

Con lo Jovinelli si era creata la pedana di lancio ; ma la Sala Umberto voleva dire entrare nel grande circuito dei teatri di varietà, chiudere un triste capitolo della sua vita e aprirne un altro indubbiamente migliore.

- Tocca a voi - disse il macchinista affacciandosi nel camerino.

Antonio rimase un momento immobile. Pasqualino l’abbracciò commosso e lo spinse verso il palcoscenico incoraggiandolo: - Va’, va’, che ci sto giù io!

Mentre Antonio entrava in scena, il barbiere imboccava di corsa il corridoio che conduceva in platea. Antonio iniziò con il bel Ciccillo, continuò con il Paraguay e chiuse con Vicolo, parodia della famosa canzonetta Vipere. Ebbe un immediato successo: l’elegante pubblico della Sala Umberto chiese lo stesso numero di bis del popolare Teatro Jovinelli.

Pasqualino ’o barbiere era raggiante. Gli applausi del pubblico gli riuscivano dolci e carezzevoli come se fatti a lui stesso ; le risate con cui gli spettatori punteggiavano le battute più spiritose, egli le accoglieva con la stessa gioia che, nello stesso istante, doveva riceverle, sulla ribalta, Totò. Mai claqueur professionista, nella sua carriera, potè vantarsi di aver battuto le mani con lo stesso calore di don Pasqualino.

Per l’esattezza storica, diciamo che il pubblico si accese di un vero entusiasmo. I gesti, le contorsioni, le disarticolate parodie, gli sguardi, le buffe metamorfosi impresse al viso, le acrobatiche danze, le imitazioni dei gesti di alcuni animali, le piroette improvvise, vinsero e convinsero gli spettatori che consacrarono quella sera Totò attor comico di prima grandezza.

Mentre Antonio, dopo il numero, si stava asciugando il sudore, Pasqualino con gli occhi lucidi e il volto arrossato per la grande emozione si precipita dentro impetuosamente e con le braccia alzate grida:

- Totò, Totò, che ti dicevo io... Avimmo fatto ’a botta!


"Siamo uomini o caporali?" (Alessandro Ferraù e Eduardo Passarelli) - Ed. Capriotti, 1952