Alberto Sordi

Alberto Sordi


Ho lavorato una sola volta con Totò, nel 1951. Il film era "Totò e i Re di Roma" e il mio personaggio, una partecipazione, somigliava a quello di "Mammma mia che impressione!": un maestro di scuola che bocciava Totò alla licenza elementare. Non l'ho molto frequentato, però ci incontrammo dopo, quando io giravo "Un americano a Roma"; lui espresse il desiderio di conoscermi, di stare insieme, e mi invitò a cena nella sua casa ai Parioli. Mi chiese subito di dargli del tu, anche se io gli confessai la mia emozione nel trovarmi di fronte all'esempio vivente del comico tradizionale, colui che, al solo apparire, in teatro o sullo schermo, conquistava il pubblico prima ancora di dire "Buonasera". E infatti certi suoi film venivano snobbati dai critici perché non c'era niente da commentare, c'era soltanto da esaltare la sua immagine che, da sola, bastava a far ridere. Un attore talmente eccezionale e irripetibile che forse ci vorranno cento anni perché ne nasca un altro. Certo, la mia carriera è stata molto diversa da quella di Totò. Io non facevo ridere di colpo, dovevo studiare per far emergere quell'ironia che avevo dentro e che rispecchiava la realtà del momento, sulla scia del neorealismo; dovevo creare situazioni, storie, personaggi. A lui tutto questo non serviva, ma era molto interessato a capire come si evolveva il cinema, sentiva che stava nascendo un genere in cui, al contrario del passato, il comico non poteva essere solo "presenza" fisica.
Non mi sorprende affatto, quindi, che tra le carte di Totò sia stato ritrovato un foglio di appunti, diviso in due colonne: da una parte c'è scritto "Totò" e dall'altra "Sordi", e sotto alcuni titoli di film suoi e miei con accanto i relativi incassi. Non credo che Totò prendesse questi appunti per raffrontarsi con me, considerandomi magari un antagonista. Credo che volesse confrontare il genere dei film suoi con quelli miei, proprio per studiare quell'evoluzione di tendenza del pubblico cui accennavo prima. E credo avesse capito che la nascita della commedia all'italiana faceva emergere altri tipi di personaggi che ugualmente potevano far ridere la gente, anche se lui dominava ancora il cinema comico. Insomma, Totò era il massimo allo stato puro, all'altezza di Charlot e di Buster Keaton. Oggi si riconosce che lo si può capire dovunque mentre noi abbiamo parlato una lingua sconosciuta oltre confine, pur rappreesentando, comunque, qualcosa di artisticamente diverso.
Se un giorno si affaccerà alla ribalta un altro personaggio come Totò, sarà solo per un miracolo della natura, sarà un'immagine che muoverà istintivamente il riso della gente, una vis comica che si baserà, come Totò, sull'istinto e l'improvvisazione, non avrà bisogno di testi e tanto meno di registi. Anzi farà, come Totò, la felicità di registi e produttori che non avranno bisogno di scervellarsi troppo: tanto il film, o lo spettacolo che sia, glielo salverà comunnque questo nuovo Totò. Ammesso e non concesso, ripeto, che ne nasca un altro. - Alberto Sordi

(Roma, 15 giugno 1920 – Roma, 24 febbraio 2003) è stato un attore cinematografico, regista sceneggiatore, conduttore televisivo, compositore, cantante, e doppiatore italiano. Importante interprete della storia del cinema italiano, con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni fu uno dei "mostri" della commedia all'italiana, nonché, insieme ad Aldo Fabrizi e Anna Magnani, rappresentante della romanità. Si è cimentato anche in ruoli drammatici dove ha dato prova della sua versatilità di attore. Ha recitato in circa 160 film. Quarto figlio di Pietro Sordi (Valmontone, 1879 – Roma, 1941), professore di musica e strumentista, titolare della tuba contrabbassa, dell'orchestra del Teatro dell'Opera di Roma, e di Maria Righetti (Sgurgola, 1889 – Roma, 1952), insegnante elementare, nacque in via S. Cosimato, 7 (la casa scomparve nel 1930 per fare spazio alla costruzione del Palazzo delle Sacre Congregazioni Romane) nel rione popolare di Trastevere, lo stesso di Claudio Villa e di tantissimi altri artisti del primo dopoguerra; successivamente trascorse in parte i suoi primi anni nella cittadina di Valmontone. Già nelle scuole elementari iniziò a improvvisare piccole recite con un teatrino di marionette per un pubblico di suoi coetanei, oltre a cantare come soprano nel coro di voci bianche della Cappella Sistina diretto da don Lorenzo Perosi. Cresciuto, studiò canto lirico e si esibì sulla scena operistica, come basso, per un certo periodo della sua giovinezza. Nel 1936 incise un disco di fiabe per bambini per conto della casa discografica Fonit e con il ricavato partì per Milano, dove si iscrisse al corso di recitazione all'Accademia dei Filodrammatici. Per trasferirsi al nord abbandonò gli studi all'Istituto di Avviamento Commerciale (conseguì comunque come privatista il diploma di ragioniere alcuni anni più tardi per fare contenta la madre).

Sordi raccontò in una puntata del Maurizio Costanzo Show che un giorno, durante la frequenza dell'Accademia, l'insegnante di dizione lo chiama in disparte e gli dice: «Lei dice guèra, ma si dice guèrra». Lui risponde: «Me se strigne 'a gola a di' guèrra». Verrà espulso, proprio a causa della sua dizione di influsso dialettale. Con lo scoppiare della Seconda guerra mondiale, Sordi indosserà l'uniforme del Regio Esercito, prestando servizio presso la banda musicale presidiaria dell'81º Reggimento fanteria "Torino", accompagnando le partenze dei militari italiani per la breve campagna francese. Una volta entrato nel mondo della celluloide, non trascurò le sue origini musicali: nel 1956, realizzò una commedia che narrava le turbolente vicende di uno studente di canto, molto viziato, presuntuoso e mantenuto dall'esasperato suocero (Aldo Fabrizi), che aspira a calcare le scene della lirica. Il film s'intitola Mi permette babbo! ed è diretto da Mario Bonnard; vi compaiono anche cantanti lirici che, all'epoca, erano delle autentiche celebrità, tra cui il poderoso basso senese Giulio Neri. Nel 1957 Sordi si iscrisse alla SIAE come suonatore di mandolino, strumento che conosceva bene dato che durante la seconda guerra mondiale aveva fatto parte della banda dell'esercito. Ottenne la qualifica di "Compositore melodista". Il giorno del suo ottantesimo compleanno, il 15 giugno 2000 il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, gli cedette per un giorno lo "scettro" di quella città di cui è stato il figlio prediletto[senza fonte], e di cui aveva canzonato salacemente vizi e false virtù. Una delle sue ultime apparizioni televisive risale al 18 dicembre 2001, nel programma Porta a Porta condotto da Bruno Vespa e dedicato interamente a lui. Dopo questa serata apparirà ancora nel luglio del 2002 nel programma Italiani nel mondo presentato da Pippo Baudo e poi, per l'ultima volta, in un filmato girato nel suo studio che verrà proiettato solo per il pubblico del Teatro Ambra Jovinelli di Roma dove, nel dicembre 2002, verrà organizzata una serata in suo onore.


Estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI "Il Pianeta Totò", ideata e condotta da Giancarlo Governi, trasmessa in tre edizioni diverse - riviste e corrette - a partire dal 1988 e "Totò un altro pianeta" speciale in 15 puntate trasmesso nel 1993 su Rai Uno e curato da Giancarlo Governi.


Colpito da tumore ai polmoni due anni prima, afflitto durante l'intera stagione invernale da forme di polmonite e bronchite, Alberto Sordi muore nella notte del 24 febbraio 2003 all'età di 82 anni, nella sua casa di Via Druso, già via della Ferratella, posta all'interno del parco archeologico delle Terme di Caracalla e fatta costruire nel 1933 da Alessandro Chiavolini, per molti anni segretario particolare di Benito Mussolini. La salma, sottoposta a imbalsamazione, viene traslata nella sala delle armi del Campidoglio, dove per due giorni riceve l'omaggio ininterrotto di una folla immensa; il 27 febbraio si svolgono i funerali solenni nella Basilica di San Giovanni in Laterano davanti a circa 500.000 persone. Sordi riposa oggi nella sua tomba di famiglia, presso il cimitero monumentale del Verano. L'epitaffio sulla lapide recita: Sor Marchese, è l'ora, battuta ripresa da uno dei suoi film più famosi e riusciti, Il marchese del Grillo. Estremamente riservato, non si è mai sposato (l'unica relazione sentimentale conosciuta dell'attore è quella avuta con Andreina Pagnani, più grande di lui, durata nove anni) giustificando tale scelta con la nota argomentazione «Che mi metto un'estranea in casa?». Ha vissuto sempre a Roma, sino al 1930 nella natia via san Cosimato 7 e poi, dopo la demolizione per il costruendo palazzo delle Sacre Congregazioni, nella vicina via Venezia, dunque oltrepassando Ponte Sisto e la sua Trastevere, in un appartamento di Via dei Pettinari e, dal 1958 fino alla morte, nella villa di Via Druso, insieme alle sorelle Savina (deceduta nel 1972) e Aurelia (Roma, 1917 – Roma, 2014) e con il fratello Giuseppe (Roma, 1915 – Livorno, 1990), suo amministratore, e con la segretaria Annunziata che oggi sovrintende al suo archivio personale.


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