Lucy D'Albert

Pseudonimo di Elena Lucy Johnson (Mosca, 30 settembre 1914 – Roma, 6 maggio 1984[1]) è stata un'attrice teatrale e attrice cinematografica russa naturalizzata italiana.

Biografia

Figlia del ballerino inglese Albert Johnson e dell'attrice e cantante russa Lydia Johnson, nel 1917 si trasferisce con la famiglia prima in Turchia e dopo in Francia[1], dove lavora come ballerina negli spettacoli dei genitori, sino alla fine degli anni venti, quando arriva in Italia, subito scritturata per gli spettacoli di varietà dove oltre che ballare canta e recita[1].

Viene notata dai fratelli De Filippo che la scritturano per i loro spettacoli, recita anche in parti drammatiche in sceneggiate napoletane. e debutta nel teatro di Rivista di qualità con Michele Galdieri Marionette che sanzioni e Disse una volta un biglietto da mille.

Prima attrice con Nino Taranto nello spettacolo Son tornate a fiorire le rose[1], successivamente lavora con Odoardo Spadaro[1], diventando una delle più richieste soubrette del periodo.

Alla fine degli anni trenta, deve cambiare il nome in quello italianizzato di Lucia D'Alberti, ancora con Nino Taranto, poi nel 1942 insieme a Totò nello spettacolo di rivista L'Orlando curioso, con un grande successo di pubblico, nel 1944 ancora con Totò e Anna Magnani, sino alla Compagnia Totò - D'Albert, curata da Remigio Paone.

Sposò il popolare calciatore Attila Sallustro[2].

La Rivista teatrale

Mi ricordo quella volta che nell'Orlando Curioso rovesciai tutti i canoni classici della rivista. Alla mia prima presentazione, niente riflettori, niente tamburi, ma arrivai in scena su un tandem con Totò. Non avevo nemmeno uno dei miei famosi vestiti lunghi. Avevo semplicemente una gonna, una blusa, un bolerino e un baschetto: la classica gagarella, come si chiamava la ragazza un po' sportiva

(«Panorama», 23 maggio 1978, pp. 146-47).

Divertiti stasera, di Michele Galdieri, con Pina Renzi, Franco Coop, Ermanno Roveri, Lucy D'Albert, 1940
Orlando curioso, testo e regia di Michele Galdieri, con Totò, Lucy D'Albert, Clelia Matania, Harry Feist, Eduardo Passarelli, prima al Teatro Valle di Roma 31 ottobre 1942.
Con un palmo di naso, testo e regia di Michele Galdieri, con Anna Magnani, Totò, Lucy D'Albert, Oreste Bilancia, Marisa Merlini, Elena Giusti, prima al Teatro Valle di Roma 26 giugno 1944.
Imputato, alziamoci!, testo e regia di Michele Galdieri, con Totò, Lucy D'Albert, Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli, prima a Siena 22 gennaio 1945.
Chiamate Arturo 777, di Gianni Grimaldi e Bruno Corbucci, con Erminio Macario, Marisa Del Frate, Lucy D'Albert, Solvejg D'Assunta, Leo Gavero, Alfredo Rizzo, Camillo Milli, Giustino Durano, Tonino Micheluzzi, musiche Mario Bertolazzi 1959
Una storia in blue jeans, di Gianni Grimaldo e Bruno Corbucci, con Erminio Macario, Valeria Fabrizi, Lucy D'Albert, Carlo Campanini, Leo Gavero, musiche Riccardo Vantellini 1960

Cinegiornale - 1958

Filmografia

Il suo destino, regia di Enrico Guazzoni (1938)
La mia canzone al vento, regia di Guido Brignone (1939)
L'allegro fantasma, regia di Amleto Palermi (1941)
La zia di Carlo, regia di Alfredo Guarini (1942)
Due cuori fra le belve, regia di Giorgio Simonelli (1943)
Arcobaleno, regia di Mark Donskoj (1944)
In cerca di felicità, regia di Giacomo Gentilomo (1944)
Viva la rivista!, regia di Enzo Trapani (1953)
Sua Altezza ha detto : no!, regia di Maria Basaglia (1954)
Giove in doppiopetto, regia di Daniele D'Anza (1954)
L'adorabile Giulio, regia di Eros Macchi - film TV (1961)
Una lacrima sul viso, regia di Ettore Maria Fizzarotti (1964)


Note

  1. ^ a b c d e La Provincia, 8 maggio 1984, pagina 2
  2. ^ Attila Sallustro Centravanti divo repubblica.it

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La diva che fece gol con Attila

Del “Teatro Nuovo”, della celebre “Compagnia Molinari” che gli conferì un ultimo splendore e del gruppo teatrale organizzato dall’impresario Eugenio Aulicino, fu lei il personaggio di maggior spicco. Dal ’30 fino al ’35, anno in cui s’incendiò, il “Nuovo” ebbe in Lucy D’Albert, che pure allora era poco più di una ragazzina, il suo numero vivente di attrazione. Nobili e milionari la fissavano estasiati, giovani e vecchi mendicavano un suo sorriso, perfino Umberto di Savoia, erede al trono, si sporgeva dal suo palco di seconda fila per poterla meglio ammirare. Oltre che il portamento altero, l’innata bravura nel danzare, le splendide forme longilinee, la padronanza del canto e della recitazione, ammaliava quel suo strano accento, un accento pienamente napoletano ma che tradiva l’origine russa. Si può dire che tutti i napoletani erano innamorati di lei. Tutti tranne gli sportivi, o meglio tranne i tifosi del “Napoli”, i quali l’accusavano di attentare alla salute e alla robustezza di Attila Sallustro, il famoso centrattacco della squadra.
lucy-dalbert«Quando io e Attila eravamo fidanzati», mi confermò Lucy D’Albert, «i tifosi imputavano a me tutti gli errori, veri o presunti, che lui commetteva durante le partite. Turbe di scalmanati, la domenica sera si stipavano accanto all’ingresso del teatro. “Lucy, tu lo devi lascià sta’ ad Attila” gridavano. Qualche volta ebbi paura che mi massacrassero». A questo punto bisogna spiegare che se tutti i napoletani erano innamorati di Lucy D’Albert, a loro volta tutte le napoletane sospiravano Per il bellissimo Attila Sallustro, il Maradona dell’epoca. Figlio di un napoletano emigrato in Uruguay, Attila era nato ad Assunción. Tornò ben presto a Napoli, con la famiglia e un giorno, mentre, quattordicenne, giocava a pallone con i suoi compagni di scuola nella villa comunale, fu “scoperto” dall’allenatore De Palma. Di lì a qualche tempo, intanto che si esibiva nella squadra degli “juniores” in una sorta di avanspettacolo che doveva preludere alla partita Napoli-Torino, fu interrotto dall’allenatore: «Presto, Attila, corri a cambiarti la maglia, il centrattacco si è sentito male e devi sostituirlo». Attila soffiò il posto a quel centrattacco e divenne il “goleador” del Napoli. Giorgio Ascarelli, presidente della squadra, gli regalò un’automobile “Balilla 4 marce” e un orologio d’oro. A Napoli, ormai, si vendevano scarpe Sallustro, cravatte Sallustro, guanti Sallustro. La popolarità di Attila (chiamato da Vittorio Pozzo a far parte della Nazionale) era tale che poté permettersi, mentre era in allenamento a Santa Maria Capua Vetere, di chiedere che i professori che dovevano esaminarlo per il conseguimento della licenza ginnasiale, lo raggiungessero negli spogliatoi del campo sportivo. E per poco non fu accontentato. Attila e Lucy si conobbero nel più imprevedibile dei modi e proprio lì, in quel “Teatro Nuovo” che ormai è passato al mito e che in quegli anni portò, a Napoli, un po’ del vento elettrizzante di Parigi. Mi raccontò Lucy: «Nel 1930, al “Teatro Nuovo”, mia madre Lydia Johnson era nella compagnia dei tre fratelli De Filippo.

Presentava, fra l’altro, uno sketch intitolato La macchina prolificatrice nel corso del quale si rivolgeva a uomini scelti a caso fra il pubblico per domandare con chi avrebbero desiderato mettere al mondo un bambino. Di solito gli interpellati facevano il nome della moglie o della fidanzata; e ad essi, comunque, mia madre regalava un bambolotto di stoffa. Una sera vennero al “Nuovo” tutti i giocatori del Napoli e ad alcuni di loro mia madre pose la solita domanda ricevendone la prevedibile risposta. Quando però fu il turno di Attila Sallustro, lui tomo tomo rispose: “Signora Johnson, scusi sa, ma io un bambino vorrei proprio farlo con sua figlia”. Mammà si arrabbiò da morire e io, che ero sul palcoscenico come ballerina di fila, scappai dietro le quinte rossa di vergogna. Dopo qualche mese io e Attila eravamo belli e fidanzati. Ci sposammo il 9 giugno 1936. Alberto, il nostro bambolotto, nacque il 30 novembre 1937». Fra alti e bassi, la storia d’amore è andata avanti fino al 28 maggio 1983, finquando cioè Attila è vissuto. Lydia Abramovic, era, intorno al 1915, una delle più brave danzatrici russe e faceva coppia al night club “Yar” di Mosca, con suo marito Albert Johnson, un immigrato inglese. Fu a Mosca, il 30 settembre 1914, che nacque Elena, detta Lucy. Allo scoppio della rivoluzione, Lydia, trascinandosi dietro la figlioletta, passò a Kiev, poi a Odessa, poi a Baku, quindi riuscì a varcare il confine e a raggiungere Istanbul. Da lì, dopo un paio di anni, riparò a Parigi, diventata uno dei luoghi di raccolta dei profughi russi, e ottenne una scrittura dalle “Folies Bergère”. Aveva intanto divorziato dal marito. Mise la figlia in un collegio, incominciò a girare in tutta Europa e assurse ben presto a fama internazionale. Venne in Italia nel 1921, e si esibì al “Salone Margherita” di Roma, e al “Trianon” e al “San Martino” di Milano; quindi, nel 1928, fondò, a Napoli, una compagnia che riscosse strepitosi successi soprattutto perché sovvertì totalmente un cliché scenografico ormai logoro. Alle piume, alle penne di struzzo e ai veli Lydia Johnson sostituì un abbigliamento molto lineare, composto di frac dorato, cilindro con strass, guanti neri e bastone bianco. Fu lei, inoltre, a introdurre nel varietà italiano l’orchestra jazz. «Nel 1930, mia madre ricevette una offerta stabile da Napoli», mi raccontò Lucy D’Albert. «E fu così, per la prima volta, che sentii parlare del “Nuovo” e del suo impresario Eugenio Aulicino. “Chissà che a Napoli non ci sia lavoro anche per me”, dissi a mia madre. In realtà, pur essendo passata da un collegio all’altro, io non avevo mai smesso di trascorrere lunghi periodi con mia madre. Avevo assimilato da lei molti segreti dell’arte del balletto e anzi, all’età di quattro anni e mezzo già mi era capitato di uscire in scena, col tutù, accanto a lei. Nel 1928, inoltre, proprio a Napoli, mia madre mi aveva fatto debuttare in un numero della sua rivista, accanto a un’altra coppia di piccoli ballerini, Desy e Pat, figli del custode del cinema-teatro “Santa Lucia”. Non so perché, ma sentivo, adesso, che a Napoli avrei fatto fortuna anch’io». Si era verificato, in realtà, qualcosa di molto importante, in quel 1930, nella storia due volte secolare del “Teatro Nuovo”.

Andato via Totò, l’impresario Eugenio Aulicino aveva pensato di scritturare i tre fratelli De Filippo che, infatti, debuttarono, in primavera, in uno spettacolo dal titolo Pulcinella principe in sogno comprendente l’atto unico Sik Sik l’artefice magico. Eduardo, Peppino e Titina riscossero notevoli successi, ma Eugenio Aulicino meditò di offrire ai napoletani, in occasione dell’imminente nuova stagione, qualcosa di più. Aulicino andò immediatamente, col pensiero, a spettacoli fastosi di tipo parigino, e alla piccola fama locale di cui godevano allora i tre De Filippo volle, appunto, sommare la notorietà internazionale di Lydia Johnson. Ecco dunque, nell’autunno appunto del 1930, Lydia Johnson comparire accanto ai tre De Filippo in La terra non gira e, successivamente, in La follia dei brillanti, entrambi allestiti da Mario Mangini che si firmava “Kokasse”. «Accadde esattamente quello che avevo sognato», mi disse Lucy Albert. «Accadde cioè che potei lavorare anche io al “Teatro Nuovo”. Anziché starmene rinchiusa in casa (eravamo andati ad abitare in via Caracciolo) io accompagnavo ogni sera mia madre al “Teatro Nuovo” e l’aspettavo, tutta buona, nel suo camerino. Ricordo che, per non rimanere proprio sola, portavo con me una scimmietta di lenci: fu il mio portafortuna. Una sera, infatti, che una ballerina di fila si era sentita male, entrò nel camerino Eugenio Aulicino in persona: “Te la senti, tu, di sostituirla?”, mi chiese. E al mio entusiastico assenso fece seguire un ammonimento che lì per lì mi lasciò perplessa: “Per piacere, Lucy, imbottisciti di pezze il reggipetto. È vero che sei bella alta, ma non hai ancora il seno e non voglio che si dica che io faccio lavorare le bambine”. Feci esattamente ciò che Aulicino mi aveva suggerito e, un po’ emozionata, uscii sul palcoscenico. Subito dopo lo spettacolo, Eugenio Aulicino volle confermarmi nel ruolo di ballerina di fila. Mi avevano notata tutti, nel pubblico. Fu proprio una di quelle sere che Attila disse che avrebbe voluto fare un bambino con me». La notizia che al “Teatro Nuovo” si esibiva una ragazzina di meno di sedici anni, bella come poche sue coetanee erano belle, si diffuse ben presto in tutta Napoli; i bene informati avvertirono che quella ragazza era la figlia di Lydia Johnson, la vedette, e gli scugnizzi di “sopra i quartieri spagnoli” accorrevano a frotte, lì in via
Montecalvario, per vederla all’inizio e alla fine degli spettacoli.

Qualcuno, più audace, le rivolgeva la parola: «Ma come, Lucy, parli napoletano? Allora non è vero che sei nata a Mosca?». «So’ nata a Mosca, sissignore. Sonco nata proprio a Mosca». «Bugiarda, tu si’ nata a Napule!». La soprannominarono «’a russa ‘e ‘ncoppa ‘e quartiere». Fra il 1930 e il 1931, e anche dopo che la madre, abbandonata la compagnia Molinari, fu ritornata a Parigi, Lucy D’Albert continuò ad apparire, sebbene saltuariamente, al “Teatro Nuovo”, insieme con i tre De Filippo. Furono anni duri, quelli, anche perché il “Nuovo” se aveva un passato glorioso (costruito nel 1724, era stato il primo teatro in Europa ad essere concepito su pianta a ferro di cavallo e con file di palchi) e se veniva considerato come un lembo di Parigi trapiantato a Napoli, era pur sempre scomodo, impervio, sconfortante per chi vi lavorava. «I camerini erano piccolissimi, privi di riscaldamento e di acqua corrente. Lo stesso palcoscenico mancava di profondità e molti dei praticabili, perciò, venivano conservati all’aperto, in un vicoletto dei quartieri, e spesso arrivavano in scena che erano fradici di pioggia», mi raccontò Lucy D’Albert. «Tutto, lì, al “Teatro Nuovo” stava in piedi per la forza di volontà e per lo spirito d’iniziativa di Eugenio Aulicino, l’impresario. Io lo ricordo, Eugenio Aulicino, come un signore di mezza età, stempiato, piuttosto taciturno, che se ne stava rinchiuso tutto il giorno nel suo ufficio, poco più di un bugigattolo. Aveva la mania di Parigi, voleva a tutti i costi francesizzare Napoli e, infatti, ogni paio di mesi, si recava a Parigi insieme a Mario Mangini, il suo autore di fiducia, genero di Eduardo Scarpetta. A Parigi, Aulicino e Mangini assistevano a quanti più spettacoli potevano, acquistavano copioni, si procuravano fotografie e poi, una volta ritornati a Napoli, si adoperavano per realizzare al “Teatro Nuovo” quello che avevano visto alle “Folies Bergère” o al “Moulin Rouge”. Unica differenza: ciò che a Parigi gli impresari non esitavano a pagare mille, a Napoli doveva costare cento…». L’occasione che Lucy D’Albert aspettava si presentò nel 1932; e fu Eugenio Aulicino, naturalmente, a offrirgliela. Per la nuova stagione, Aulicino aveva scritturato Vincenzo Scarpetta, Tecla Scarano e Agostino Salvietti, tre nomi insomma di grande chiamata; in più, aveva preso contatto con Michele Galdieri il quale, in men che non si dica, approntò una rivista che intitolò Strade. Per completare il cast occorreva, innanzi tutto, una “prima soubrette”; ma dove trovare in Italia una ragazza degna dei sogni parigini di Eugenio Aulicino? «Mi trovavo con mia madre a Fregene, in quell’estate del 1932», mi raccontò Lucy, «quando arrivò la lettera da Napoli: Aulicino aveva pensato a me, mi offriva il ruolo di prima soubrette. Feci le capriole per la gioia, naturalmente, ma mia madre la pensava in maniera opposta: non voleva che io tornassi a Napoli, trovava sconveniente che vivessi, sola, nella città ove era il mio fidanzato e, perciò, inviò ad Aulicino una risposta quanto mai scoraggiante.

Chiese, innanzi tutto, una paga quasi assurda per me, e cioè 200 lire al giorno (il costo, si può dire, di una intera compagnia) e inoltre chiese che non venissi presentata, nella pubblicità, come sua figlia. La sera in cui mia madre spedì quella lettera, io piansi a lungo: ero convinta che mai e poi mai Aulicino avrebbe accettato quelle condizioni. Invece…». Invece l’impresario napoletano accettò tutto. L’ingiallito foglio di carta da bollo da lire 5 che Lucy D’Albert mi mostrò, recava la data del 22 agosto 1932, e si apriva con questo paragrafo: «Il cav. Eugenio Aulicino, impresario del “Teatro Nuovo” in Napoli scrittura la signorina Lucy D’Albert nella compagnia Molinari (genere spettacoli di Prosa e di musica) dall’apertura del teatro (nella prima quindicina di settembre) per un mese a lire 200 giornaliere da pagarsi seralmente alla fine dello spettacolo». Il contratto si concludeva poi con un “articolo addizionale” scritto da Eugenio Aulicino di suo pugno: «Rimane stabilito che per nessuna ragione, di conseguenza né su giornali né su manifesti, deve essere fatto il nome di Lydia Johnson, come madre della signorina Lucy D’Albert». A Lydia Johnson non rimase che arrendersi e ingaggiare subito una governante affinché accompagnasse sua figlia a Napoli. La rivista Strade, in programma per un mese, ottenne tanto e tanto successo da indurre Aulicino a tenerla in cartellone per il triplo del tempo. Anche il contratto di Lucy fu prorogato; e venne arricchito di un nuovo “articolo aggiuntivo”: altre 150 lire al giorno. In pieno 1932, insomma Lucy D’Albert percepiva quotidianamente dal “Teatro Nuovo” una somma superiore a quello che poteva essere lo stipendio mensile di un impiegato.

Strade fu certamente lo spettacolo di rivista che, al “Nuovo”, riscosse i maggiori consensi. Oltre a Vincenzo Scarpetta, primo attore, a Tecla Scarano, ad Agostino Salvietti e a Lucy D’Albert, l’impresario aveva scritturato Charlotte Bergman, graziosa soubrettina tedesca, Mario Castellani, futura spalla di Totò, e l’allora celebre balletto di Bella Schumann. Inge, Ruth, Geltrud, Ada e Ursula erano le più attraenti ragazze del balletto Schumann e, una alla volta, e in brevissimo tempo, finirono tutte per sposare esponenti dell’aristocrazia napoletana diventando chi contessa e chi marchesa. Fra Lucy D’Albert, prima soubrette, e Charlotte Bergman, altra soubrette, si delineò ben presto una sorta di rivalità, rinfocolata più dal pubblico che non da loro due, e ciascuna di esse finì per avere i suoi seguaci. Tifavano per Lucy i soci dei circoli nautici, gli sportivi e i professionisti; per Charlotte Bergman gli aristocratici e gli industriali. Spesso doveva intervenire Vincenzo Scarpetta in persona, il primo attore, per mettere pace fra i contendenti. «Avevo un numero, in quella rivista», mi disse Lucy D’Albert, «in cui facevo l’imitazione di Josephine Baker. Mi lisciavo i capelli, mi cospargevo il corpo di cipria scura e mi abbigliavo con un reggiseno e con una fila di banane, proprio come la Baker. Per partecipare poi al numero successivo dovevo togliermi la cipria nera e siccome al “Nuovo” non c’era acqua corrente, alla men peggio mi pulivo con una spugna bagnata in una catinella; ma quella cipria nera, in pratica, mi rimaneva dappertutto. Per la notte di Capodanno del 1933, ricordo, ero invitata in casa di amici: avrei brindato insieme ad Attila. Supplicai Vincenzo Scarpetta di eliminare, quella sera, il numero con l’imitazione della Baker. Disse no e fu irremovibile. Ultimato lo spettacolo, dovetti perciò andare a casa per farmi la doccia e arrivai alla festa quando questa era già in fine. Piansi molto e mi arrabbiai, ma più tardi capii che Vincenzo Scarpetta era riuscito a darmi una lezione di professionalità».

Alla rivista Strade, rimasta in cartellone tre mesi, seguirono, in quella stagione, Bottega 900 di Mario Mangini, e poi ancora Il progresso si diverte di Michele Galdieri. Subito dopo saranno rappresentate le riviste Trottolo e La canzone di ognuno di Galdieri e La signora è servita di Mangini. Fu in una di queste riviste che Lucy D’Albert interpretò una scenetta che a Napoli divenne celebre. In pantaloni alla zuava e con una pipa in bocca, faceva una sorta di imitazione del suo fidanzato, poi intonava una schioppettante canzoncina: Le prodezze di Sallustro son per me. Il successo era assicurato: la Napoli mondana, nell’applaudirla, si fondeva alla Napoli sportiva. La stagione 1934-35 si aprì con la rivista Milleluci di Mario Mangini, che fu l’ultima per il “Teatro Nuovo”. L’incendio che distrusse il vecchio glorioso teatro settecentesco di «sopra i quartieri» si sviluppò infatti la sera del 12 gennaio 1935, poco dopo che il sipario si era chiuso sulle acrobazie del ballerino negro Douglas. Una stufa elettrica, lasciata accesa da una ragazza del balletto Schumann, provocò il disastro. L’evento, che colpì dolorosamente tutti i napoletani, mi fu narrato con molti particolari da Lucy D’Albert. «Quella sera, dopo lo spettacolo, andai a cena con i miei compagni di lavoro, in un ristorante della zona della ferrovia, un ristorante che si chiamava “‘A fragulella”. Verso le tre di notte, montai sulla mia “Balilla tre marce” e feci per ritornare a casa. Abitavo, allora, in via Chiaia, di fronte al palazzo Cellamare. Parcheggiai dunque la macchina in un garage di vicoletto Alabardieri, quindi, procedendo a piedi verso casa, mi fermai a mangiare dei fichi d’india presso una bancarella di piazza dei Martiri. Fu qui che mi vidi circondata da un gruppo di scugnizzi. Parevano molto eccitati e gridavano: “Lucy D’Albert, corri, s’è appicciato ‘o Teatro Nuovo”. Lì per lì io credevo che volessero prendersi gioco di me, ma quelli insistevano, e mi sembrarono sinceri. Feci dunque ritorno in garage, rimontai sulla “Balilla” e via. A Toledo già ebbi la prima conferma che gli scugnizzi non mi avevano mentito: i camion dei pompieri sfrecciavano veloci, squarciando la notte con le loro sirene, e c’era gente che accorreva da tutte le parti. In via Montecalvario vidi le prime fiamme. Il “Teatro Nuovo” era tutto un rogo. Una immensa folla, chi gridando e chi piangendo, assisteva a quel terribile spettacolo. Erano già accorsi Eugenio Aulicino, Vincenzo Scarpetta, Agostino Salvietti, Tecla Scarano, Mario Castellani e il negro Douglas.

La zona dei “quartieri”, a quell’epoca, era disseminata di “case chiuse”: be’, da quelle case, erano venute fuori, sommariamente vestite, le pensionanti. Piangevano anch’esse». Lucy D’Albert riprese il lavoro un anno dopo, quando, insieme con Nino Taranto, interpretò, sempre a Napoli, la rivista Son tornate a fiorire le rose. La rivista andò in tournée in tutta Italia e lei, da un giorno all’altro, si trovò ad essere una diva di fama nazionale. «Si concentrò su di me l’attenzione dei maggiori impresari teatrali», mi disse Lucy D’Albert. «Avevo apportato del resto, tramite quella rivista, una sorta di innovazione nella figura della soubrette, che feci più sciolta, più sportiva, meno legata a certi esagerati canoni coreografici. Sul palcoscenico, io riscuotevo prima di tutto l’ammirazione delle donne: erano proprio le donne le prime ad applaudirmi, e sul loro esempio poi mi applaudivano gli uomini. Accanto alle lettere degli ammiratori, ricevevo quelle delle ammiratrici che volevano sapere che tipo di profumo adoperassi, di quale marca di biancheria intima mi servissi, quale fosse il mio sarto. La maggior parte del mio successo, io lo debbo alle donne: volevano vestire come me, profumarsi come me; si identificavano in me e quindi non erano gelose di me». Su un giornale napoletano del 1936, trovo le “misure” di Lucy D’Albert oltre che una sorta di identikit: «Capelli color rame, occhi castani; altezza 1,72, vita 62, giro testa 52, busto e fianchi 94, polsi 14, guanti 7, piedi 38, caviglia 20». Il divismo era già cominciato. La ruota della fortuna prese a girare, per Lucy D’Albert, sempre più rapidamente. Disse una volta un biglietto da mille, Divertiti stasera, Quarantuno ma non li dimostra, Tutto da rifare, sono i titoli di alcune delle grandi riviste di cui fu la soubrette fra il 1938 e il 1941. Poi, nel 1942, un altro grande passo avanti: Totò la volle in Orlando curioso, uno dei più importanti fra i suoi spettacoli. In Orlando curioso, Lucy si esibiva, proprio con Totò, in un duetto che divenne famoso: «La bella Angelica – che amavi tu – or sembra un’elica – nel cielo blu…». Due anni dopo, quando dovette sostituire Anna Magnani, Totò la volle ancora accanto a sé nella rivista Con un palmo di naso. Remigio Paone, Garinei e Giovannini, Billi e Riva… A chiamare Lucy adesso erano in tanti. Ma un giorno, nel 1960, lei ebbe come un sobbalzo. Si ricordò la lezione di sua madre, Lydia Johnson, che aveva voluto ritirarsi dalle scene quando ancora era bella ed applaudita, un attimo prima, insomma, che fosse il pubblico ad abbandonare lei… E si specchiò in Attila che, pur sempre nel mito, pur sempre attivo come direttore dello stadio “San Paolo”, non era certo il “goleador” per il quale i tifosi impazzivano. «Che dici, Attila? Mi metto a fare la casalinga?». Sallustro disse che aveva proprio bisogno di una moglie casalinga. Lucy si spense, casalinga e arcinapoletana, il 6 maggio 1984. Giusto un anno dopo aver dato l’addio ad Attila.

Vittorio Paliotti

 

Fonte: http://napoli.ondawebradio.com/